Reclusione

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San Leo-la cella di Cagliostro.JPG

Per reclusione in Italia si intende la pena detentiva per la commissione di un delitto, ovvero un reato di particolare gravità.

Definizione[modifica | modifica sorgente]

Codice penale italiano[modifica | modifica sorgente]

La reclusione è la pena prevista dall'art. 23 del codice penale italiano, e consiste nella limitazione della libertà personale da eseguirsi in carcere o in altro istituto a ciò espressamente deputato in regime di detenzione, quando una sentenza di condanna a pena detentiva per un delitto sia passata in giudicato e non sia stato possibile ottenere l'applicazione di misure alternative. Il recluso ha l'obbligo del lavoro e con l'isolamento notturno. Tuttavia il condannato alla reclusione che ha scontato almeno un anno della pena può essere ammesso al lavoro all'aperto. La reclusione può, a determinate condizioni (tra cui ovviamente la disponibilità di un domicilio ritenuto idoneo) e su autorizzazione del Tribunale di sorveglianza, essere scontata anche in regime di detenzione domiciliare per condanne inferiori a due anni (quattro anni in casi particolari), periodo che può essere anche la parte finale di una pena più lunga.

Durata[modifica | modifica sorgente]

La reclusione può durare da un minimo di 15 giorni a 24 anni (art. 23 1^Comma Codice Penale) salvo quando previsto diversamente dalla legge.

Distinzioni[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arresto, Fermo di polizia e Custodia in carcere.

La reclusione si distingue dalla pena dell'ergastolo la cui durata – tendenzialmente – è per tutta la vita, pur essendo anch'esso la pena per un delitto.

La reclusione si distingue dall'arresto, che è la pena detentiva per una contravvenzione. Essa si distingue, inoltre, dalla custodia cautelare in carcere. Infatti quest'ultima è una misura cautelare, e pur consistendo in una limitazione della libertà personale in concreto identica a quella posta in essere con la reclusione, non presuppone un accertamento definitivo della responsabilità penale, ma solo la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza e la pericolosità del soggetto sottoposto alla restrizione della libertà ovvero il pericolo di fuga per sottrarsi agli effetti di una futura condanna penale.

Le donne e il carcere[modifica | modifica sorgente]

Alle detenute con figli al di sotto dei tre anni, la legge fornisce la possibilità di tenere i figli con sé e di scontare la pena agli arresti domiciliari o, nel caso in cui questo non sia possibile (principalmente nei casi di plurirecidive), in reparti speciali del carcere in cui si trovano.

A questo provvedimento risalente al 1975 se ne aggiunge un altro intitolato “Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori” 40/2001 (poi modificato il 3 aprile 2007) e proposto nel 1997 dall'allora ministro per le Pari Opportunità Anna Finocchiaro. Esso fornisce l'acceso a ulteriori privilegi volti ad evitare alle donne incinte e alle madri con figli minori di 10 anni la pena detentiva all’interno delle prigioni, e a consentire loro di scontare presso il proprio domicilio o, nel caso ne fossero sprovviste, in case-famiglia la loro condanna. Le condizioni per accedere a queste alternative sono quelle di aver scontato un terzo della pena oppure i 15 anni nei casi di ergastolo, o ancora quella di dover scontare un residuo pena di quattro anni o meno. Il giudice inoltre può, ove ragionevoli motivi a tutela dello sviluppo psicofisico del minore lo rendano raccomandabile, estendere l’applicazione della norma anche alla madre di prole con età superiore ai dieci anni.[1] Un emendamento del 30 maggio 2011 dà inoltre la possibilità di scontare ai domiciliari o in case-famiglia anche il primo terzo di pena.[2] In generale comunque le donne possono accedere, in regime di detenzione, a tutta una serie di privilegi, agevolazioni e sconti che possono variare dalla riduzione della pena a condizioni di vita più favorevoli (quali la detenzione domiciliare o l'ammissione al regime di semilibertà) e che agli uomini vengono concessi con molta meno frequenza.[3]

Nonostante questo sistema di privilegi, una recente proposta di legge prevederebbe l'obbligo di garantire alle madri detenute la sospensione della pena o, qualora questo non sia possibile a causa del pericolo di reiterazione del reato, la detenzione domiciliare o in case famiglia anche nel caso la prole abbia un'età superiore ai dieci anni. Questo consentirebbe innanzitutto a qualunque madre incensurata di evitare il carcere indipendentemente dalla fattispecie di reato commessa, e alle altre di scontare la pena all'interno di strutture differenti dalla prigione.[4]

Tutto ciò, unito al fatto che alle donne per tradizione vengono comminate, a parità di reato, pene generalmente molto inferiori rispetto alle controparti maschili, spiega il motivo per cui la popolazione carceraria femminile costituisce solo un'esigua minoranza:[3] in Italia, alla fine del 2006, la percentuale è stata del 4,3%, contro una media europea leggermente superiore (5%). I reati più frequentemente commessi da questa categoria sono quelli contro lo Stato (24% del totale).[5]

Detenzione in cella di isolamento[modifica | modifica sorgente]

Nella giurisprudenza statunitense la detenzione in cella di isolamento è ammessa nel solo Stato della California, e può protrarsi per periodi di oltre dieci anni[6]. In molti altri Stati è stata bandita come una forma di detenzione crudele e di tortura, contraria ai diritti umani, alla dignità della persona e al valore rieducativo della pena.

Nel caso Rhodes vs Chapman, la Corte Suprema USA stabilì che la detenzione in doppia cella non è una pena crudele inusitata, contraria alla Carta dei diritti e delle Libertà (art. 12, sentenza 452 U.S. 337 del 1981). In maniera analoga si è pronunciata la Corte Suprema del Canada che ha dichiarato la detenzione in cella di isolamento contraria al Bill of rights(art. 2)[7], mentre lo è la detenzione in doppia cella[Cosa vuol dire? Non è contraria al Bill of rights?][8].

Specialmente se la cella è priva di finestre e illuminazione, di uno spazio e riscaldamento adeguati, e non sono previsti momenti da trascorrere in spazi aperti in presenza di altre persone, è noto e documentato clinicamente il rischio di crollo psicologico, specialmente per le persone incensurate durante i primi giorni di detenzione, con la comparsa di gravi forme di autolesionismo fino al suicidio, legate a sensi di colpa del detenuto (anche innocente), repressi e per nulla relativi ai reati per cui è stato condannato. Secondo gli standard internazionali, la detenzione in cella di isolamento non può protrarsi oltre qualche mese, non per anni, e dovrebbe essere limitata ai reati più gravi, ovvero ai soli casi in cui il detenuto in cella doppia è in pericolo, ovvero rappresenta un pericolo per gli altri detenuti.

Tanto la detenzione in cella doppia che in cella di isolamento presentano un profilo psico-fisico di rischi-benefici soggettivo e variabile da detenuto a detenuto, ragione per cui, per garantire il valore rieducativo della pena, dovrebbero essere valutate misure di detenzione cautelari alternative, in particolare per detenuti in attesa o in pendenza di giudizio, per i quali vige la presunzione di innocenza, che imporrebbe in linea di principio il trattamento carcerario nella forma più soft, priva sia di scopi rieducativi che punitivi (non essendosi ancora accertata alcuna condotta penalmente rilevante), anche se spesso tale misura viene applicata per evitare che il sospetto venga in contatto con altri coimputati per concordare versioni di comodo ovvero faccia pervenire messaggi all'esterno tramite altri detenuti e quindi le persone che con quest'ultimi vengono a colloquio.

Nell'ordinamento italiano[modifica | modifica sorgente]

L'isolamento notturno è una modalità di detenzione non più obbligatoria (regolamento Ordinamento Penitenziario, art. 6, comma II) per le tre pene principali: ergastolo, reclusione, arresto. Resta, invece, obbligatoria per gli indagati o gli imputati in custodia cautelare (art. 6, comma IV).

L'isolamento continuo (diurno e notturno), nonostante le sue implicazioni psico-fisiche sui detenuti, è disciplinato da un regolamento (quindi non soggetto al vaglio della Corte Costituzionale), e dal codice penale (art. 72), che è una legge ordinaria.
Non è previsto un termine massimo all'esecuzione di questa modalità detentiva, ma solamente tre casi tassativi in cui può essere disposta (art. 33): in caso di malattia contagiosa (senza obbligo di ricovero dopo un determinato periodo di esecuzione), per ragioni disciplinari (senza una casistica "tipizzata", a discrezione del Consiglio di Disciplina), quando il giudice ritenga che sussiste un pericolo concreto e attuale per l'acquisizione o genuinità della prova.
Secondo il codice penale, l'isolamento diurno è previsto per delitti di cui uno preveda la pena dell'ergastolo e i rimanenti almeno 5 anni di reclusione.

È, almeno teoricamente, escluso l'isolamento diurno con funzioni di protezione quando esiste il pericolo di sopraffazioni o aggressioni degli altri compagni (ex-appartenenti alle forze dell'ordine, transessuali o omosessuali, condannati per violenza sessuale o pedofilia). Secondo l'O.P. art. 14 comma 2 e art. 32 comma 3, occorre in questi casi creare apposite sezioni detentive, diverse dalle celle di isolamento

Il principio del valore rieducativo della pena tesa al reinserimento sociale, presuppone la'inserimento del condannato in una comunità più ampia, non necessariamente in cella che non sia di isolamento, ma almeno con una prevalenza dei momenti di vita in comune, lasciando la separazione coattiva con l'isolamento continuo (diurno e notturno) a una disciplina a carattere eccezionale e derogatorio, anche se spesso di fatto la condizione di sovraffollamento porta ad un regime di semi-isolamento per l'impossibilità di seguire le attività di tutti i detenuti e facilitare quindi la sorvegianza.

Tale principio non si applica agli indagati e imputati in custodia cautelare, restando ignorato l'aspetto del tutto diverso delle conseguenze pisco-fisiche della detenzione in isolamento anche solo notturno (che impattano tutti i detenuti incensurati, quindi senza la ulteriore necessità di produrre una documentazione clinica specifica), e pertanto del valore de facto punitivo di questa forma di detenzione (che pure è desumibile nel codice penale che lo riserva come pena supplementare ai condannati all'ergastolo).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori
  2. ^ Carceri: ok senato, stop bimbi in cella è legge - Cronaca - ANSA.it
  3. ^ a b Alessandra Bramante, Fare e disfare... dall'amore alla distruttività. Il figlicidio materno
  4. ^ Disegno di legge dei senatori Donatelle Poretti, Marco Perduca, Franca Chiaromonte, Leopoldo Di Girolamo, Rita Ghedini, Tamara Blazina, Maria Pia Garavaglia, Enrico Musso, Manuela Granaiola, Vincenzo Vita, Adriana Polibortone, Giovanni Legnini, Mauro Del Vecchio, Salvatore Cuffaro, Emma Bonino, Silvana Amati
  5. ^ Istat
  6. ^ Amnesty International, Rapporto sulle carceri USA del 27 settembre 2012
  7. ^ sentenza della Corte Suprema del Canada al caso McCann vs TheQueen, (1976)1 F.C. 570)
  8. ^ F.C. 496 del 1983, caso Collin vs Kaplan

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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