Presunzione d'innocenza

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La presunzione d'innocenza è un principio giuridico secondo il quale un imputato è considerato non colpevole sino a che non sia provato il contrario[1]. Nella dottrina giuridica italiana il principio è declinato più propriamente come presunzione di non colpevolezza, perché il processo «è il mezzo mediante il quale alla presunzione d’innocenza si sostituisce quella di colpevolezza»[2].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le prime teorizzazioni moderne del principio risalgono al 1764 e sono contenute nelle opere di Pietro Verri e Cesare Beccaria. Per esse, nel processo penale, la regola di giudizio impone di assolvere, se non sia stata dimostrata dall’accusa la responsabilità dell’imputato, in ordine al reato ascrittogli, al di là di ogni ragionevole dubbio. La conseguente regola trattamentale segue la condizione dell'imputato fino alla sentenza di condanna, che in alcuni ordinamenti occorre sia passata in giudicato per spiegare pienamente i suoi effetti.

Questo principio non è, sotto il profilo probatorio, una mera trasposizione del principio civilistico dell'affirmanti incumbit probatio ("la prova spetta a chi afferma"): nell'impulso del procedimento, la pretesa punitiva è fatta valere dalla pubblica accusa, per cui il principio comporta che sia sempre il pubblico ministero ad addurre le prove del reato; all'imputato basta dimostrare l'inconsistenza di queste prove per andare esente da pena.

Per converso, le teorizzazioni autoritarie hanno giudicato la presunzione di innocenza come il prodotto di una «generica tendenza favorevole ai delinquenti, frutto di un sentimentalismo aberrante e morboso, che ha tanto indebolito la repressione e favorito il dilagare della criminalità»[3].

Nell'ordinamento internazionale[modifica | modifica wikitesto]

Questo principio, come viene adottato dalla maggior parte dei paesi occidentali, è enunciato solennemente dall'art.11 della Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 e dall'articolo 48 della CEDU.

Inoltre, la Corte europea dei diritti umani "nella sentenza 10 ottobre 2000, Daktaras vs Lituania, ha statuito che la presunzione di innocenza costituisce uno dei requisiti per il giusto processo. Tale principio è violato se eventuali dichiarazioni, rilasciate a mezzo stampa, da parte di un pubblico ufficiale riguardo ad un indagato, possano lasciare intendere che egli sia colpevole prima della sentenza di condanna"[4].

Nell'ordinamento italiano[modifica | modifica wikitesto]

La presunzione di innocenza è prevista nella costituzione della Repubblica Italiana[5]. Anche in Italia, quindi, dalla caduta del fascismo[6] non è l'imputato a dover dimostrare la sua innocenza, ma è compito degli accusatori dimostrarne la colpa: l'onere della prova spetta alla pubblica accusa, rappresentata nel processo penale dal pubblico ministero.

Pur in presenza di alcune norme volte ad attribuire provvisoria esecutività alla sentenza di primo o di secondo grado, il principio impedisce di trattare da colpevole, mediante un'anticipazione della pena, colui che è ancora in attesa della sentenza definitiva di condanna[7]. Pertanto, l'imputato sarà detenuto solo a titolo di custodia cautelare, per tutto il periodo dei suoi eventuali ricorsi contro la condanna inflittagli: soltanto dopo il passaggio in giudicato della condanna - confermata nell'eventuale terzo grado di giudizio della Corte Suprema di Cassazione, a seguito del ricorso in cui sia stata ravvisata una violazione della legge[8] nell'ambito dei procedimenti dei due gradi precedenti - egli passerà ad essere considerato a tutti gli effetti un detenuto che sta scontando una pena.

Vari sono stati i tentativi di ridurre l'operatività del principio (soprattutto quando furono introdotti termini massimi di custodia cautelare anche per il periodo successivo alla sentenza di primo grado) di non colpevolezza sancito dalla costituzione.

Secondo Gerardo D'Ambrosio, "i nostri Costituenti [...] ancorarono la presunzione di non colpevolezza al passaggio in giudicato della sentenza, praticamente al terzo grado di giudizio, perché l'allora vigente codice Rocco del 1930 prevedeva un processo squisitamente inquisitorio in cui [...] l'esercizio del diritto di difesa era molto limitato, e non solo nella fase dell'istruttoria, ed era molto difficile, essendo la prova stata raccolta nel segreto dell'istruttoria, togliere il processo dai binari in cui era stato incardinato. La stessa struttura del processo inquisitorio e la sua forma scritta, del resto, avevano suggerito al legislatore di introdurre nel 1951 le Corti d'Assise d'Appello. Ma, a parte le sopraddette considerazioni, credo che a nessuno appaia ormai razionale che un imputato, raggiunto da prove schiaccianti, avendo magari reso anche piena confessione dinanzi al Giudice, senza che il difensore nulla abbia obbiettato, possa ancora beneficiare della presunzione di non colpevolezza sino all'esito del giudizio di cassazione"[9].

Conseguenze della presunzione d'innocenza sono i principi affermati, oltre che nella Costituzione, nella normativa che adegua il codice di procedura penale all'esigenza di assicurare un giusto processo. Essa in sintesi ribadisce:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Presunzione di non colpevolezza, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  2. ^ ALESSANDRO PASTA, Lo scopo del processo e la tutela dell’innocente: la presunzione di non colpevolezza, Archivio penale, 2008, n. 1, p. 9.
  3. ^ Progetto preliminare di un nuovo codice di procedura penale con la relazione del Guardasigilli on. Alfredo Rocco, citato in F. Cordero, Procedura penale, Giuffré, VIII ed. (1985), p. 17. e p. 1103.
  4. ^ G. Tarli Barbieri, Giustizia penale e informazione giudiziaria, Diritto penale contemporaneo, n. 3/2017, pp. 14-15.
  5. ^ Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 27, comma 2
  6. ^ Per una riforma del processo penale all'insegna di una comune cultura della giurisdizione, di Paolo Borgna, Questione giustizia, 19 febbraio 2019.
  7. ^ Assegnare alle regole del «giusto processo» una funzione strumentale alla «rieducazione» del condannato determinerebbe una paradossale eterogenesi dei fini, che vanificherebbe la stessa presunzione di non colpevolezza (Corte costituzionale, sentenza n. 129 del 2008).
  8. ^ Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 111, comma 7
  9. ^ Gerardo D’Ambrosio, “La giustizia ingiusta”, Rizzoli editore 2005,ISBN 88- 17-00560-6, p. 206.
  10. ^ Guida Breve per l'Accesso al Gratuito Patrocinio in Creative Commons, su avvocatogratis.com. URL consultato il 25 ottobre 2010.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giulio Illuminati, La presunzione d'innocenza dell'imputato, Bologna, Zanichelli, 1979.
  • Pier Paolo Paulesu, La presunzione di non colpevolezza dell'imputato, II ed., Torino, Giappichelli, 2009.
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