Collaboratore di giustizia

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Un collaboratore di giustizia - secondo la legge italiana - è un soggetto che, trovandosi in particolari situazioni, decide di collaborare con la magistratura italiana. Alla loro tutela ed incolumità fisica provvede il servizio centrale di protezione.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Un importante avvenimento per il fenomeno del pentitismo nella sua forma più conosciuta si ebbe con la legge 6 febbraio 1980, n. 15 (la cosiddetta legge Cossiga)[1] che diede un importante impulso alla lotta contro il fenomeno, sebbene sia stata criticata per il fatto di concedere privilegi ai criminali di primo piano, ovviamente in possesso di informazioni importanti, mentre chi commetteva crimini in un ruolo subalterno, spesso non aveva la possibilità di fornire informazioni utili alla Giustizia e quindi doveva rinunciare agli sconti di pena.[2]

Giovanni Falcone ed Antonino Scopelliti furono tra i primi magistrati a intuire l'importanza del fenomeno dei collaboratori di giustizia. Ed a loro si devono numerosi provvedimenti volti ad incoraggiare l'utilizzo dei cosiddetti “pentiti” per la risoluzione di importanti e delicate indagini nonché per la formazione della cosiddetta "prova orale" nel dibattimento processuale. Grazie all'opera del magistrato siciliano venne emanato decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82 ricordata come una delle prime leggi emanate per disciplinare il fenomeno nell'ambito della repressione della mafia in Italia;[3] provvedimento poi modificato dalla legge 13 febbraio 2001, n. 45.

La disciplina normativa[modifica | modifica wikitesto]

La legge 15/1980[modifica | modifica wikitesto]

La norma prevedeva la concessione di sconti di pena a terroristi catturati e che diede un importante impulso alla lotta contro il fenomeno.

La legge 82/1991[modifica | modifica wikitesto]

L'apporto dell'operato dei predetti magistrati italiani si concretizzò nell'emanazione del decreto legge 15 gennaio 1991 n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991 n. 82, che normò per la prima volta figura del "collaboratore di giustizia" (nella norma chiamato semplicemente come collaboratore).

La legge 45/2001[modifica | modifica wikitesto]

La legge 13 febbraio 2001 n. 45, modificando la norma del 1991, ha introdotto successivamente la figura del testimone di giustizia. Il testo della legge del 2001 andò a riformare l'originaria disciplina risalente al 1991, infatti, ferme restando le riduzioni di pena e l'assegno di mantenimento concesso dallo Stato, le modifiche approvate sono sostanziali, tra queste:

  • il pentito ha un tempo massimo di sei mesi di tempo per dire tutto quello che sa, il tempo inizia a decorrere dal momento in cui il pentito dichiara la sua disponibilità a collaborare;
  • il pentito non accede immediatamente ai benefici di legge ma vi accede solo dopo che le dichiarazioni vengano valutate come importanti e inedite;
  • il pentito detenuto dovrà scontare almeno un quarto della pena;
  • la protezione durerà fino al cessato pericolo a prescindere dalla fase in cui si trovi il processo.

La norma è stata criticata da varie voci, soprattutto da alcuni esponenti della magistratura italiana e che hanno trovato nei pentiti una fonte preziosa di informazioni per ricostruire dinamiche e struttura della crimine organizzato in Italia. Armando Spataro ha sostenuto che:[4]

  • il requisito della novità delle dichiarazioni toglie importanza alla pluralità di contributi utili ai fini delle indagini e del processo, ove il pentito fornisca una versione concordante con altre già acquisite;
  • la distinzione tra conviventi del collaboratore e tutti gli altri soggetti per i quali l'estensione della protezione è subordinata all'esistenza di grave ed attuale pericolo lascia perplessi anche in relazione alla ferocia con cui si sono consumate le vendette trasversali;
  • i sei mesi vengono giudicati troppo brevi per chi è chiamato a ricordare fatti criminosi talvolta remoti nel tempo, avvenuti anche decenni prima dell'inizio della collaborazione.

Differenza col testimone di giustizia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Testimone di giustizia.

Occorre sottolineare la differenza concettuale che intercorre con la figura del testimone di giustizia: il primo termine è riferito genericamente ad una persona che si auto-accusa e/o anche accusa altri, di crimini e di essi si "pente" iniziando la propria collaborazione con la giustizia.

Invece il testimone di giustizia, in senso stretto secondo la legge italiana, non ha commesso alcun crimine e la sua collaborazione nasce da diversi motivi che non siano, ad esempio, gli sconti di pena (si veda in tal senso la figura di Rita Atria e Lea Garofalo).

Il cosiddetto falso pentitismo[modifica | modifica wikitesto]

Nella storia d'Italia si sono verificati casi di falso pentitismo, messe in piedi in particolare nelle situazioni di origine mafiosa; in questi casi, alcuni soggetti rilasciano confessioni fasulle che complicano le indagini, coinvolgendo persone innocenti e riuscendo persino a indebolire le testimonianze dei veri collaboratori di giustizia.

Fanno parte di questa categoria le vicende che hanno coinvolto, suo malgrado, il famoso uomo di spettacolo Enzo Tortora, già deputato del Partito Radicale.

Collaboratori famosi[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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