Affare Dreyfus

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« È un secolo famoso quello cominciato con la Rivoluzione e finito con L'Affaire! Lo si chiamerà forse il secolo della cianfrusaglia! »
(Roger Martin du Gard)

L'affare Dreyfus fu un conflitto politico e sociale scoppiato in Francia sul finire del XIX secolo, che divise il Paese dal 1894 al 1906, a seguito dell'accusa di tradimento e intelligenza con la Germania mossa al capitano alsaziano di origine ebraica Alfred Dreyfus, il quale era totalmente innocente. L'Affaire costituì lo spartiacque nella vita francese tra i disastri della guerra franco-prussiana e la Prima Guerra Mondiale: lacerò l'esercito francese, costrinse ministri a dimettersi, creò nuovi equilibri e raggruppamenti politici, spinse a un tentato colpo di stato e portò la paranoia che condusse alla quasi catastrofica guerra Anglo-francese nel 1898. Espose altresì con crudeltà le profonde divergenze esistenti all'interno della stessa società francese. Si crearono e scontrarono, nell'arco di due decenni, due campi profondamente opposti: i "dreyfusardi", che difendevano l'innocenza di Dreyfus, e gli "antidreyfusardi", partigiani della sua colpevolezza.

La condanna di Dreyfus fu un errore giudiziario, avvenuto nel contesto dello spionaggio militare, dell'antisemitismo imperversante nella società francese e nel clima politico avvelenato dalla perdita recente dell'Alsazia e di parte della Lorena, subita da parte della Germania di Bismarck.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

La Francia della Terza Repubblica si trovava, all'indomani della sconfitta nella guerra franco-prussiana - a cui era seguita l'invasione della Prussia e la distruzione della Comune di Parigi - lacerata al suo interno dal contrasto tra i repubblicani e i monarchici. A causa dell'aumento della popolazione ancora legata alla monarchia, era sempre possibile un ritorno della corona. Ancora pochi anni prima, il generale Patrice de Mac-Mahon, allora presidente della repubblica, sciolse l'Assemblea Nazionale il 16 maggio 1877, intenzionato a favorire il ritorno al trono della dinastia degli Orléans; tuttavia l'intento non ebbe seguito e, anzi, lo stesso Mac-Mahon rimase in carica come Presidente per un periodo di 7 anni (come venne stabilito proprio in quel periodo, con un dibattito parlamentare del 9 novembre 1873), impegnandosi da quel momento sempre più a favore dello stato, nel rispetto della propria carica. Tuttavia, in questi due decenni, la Francia beneficiò di prosperità e crescita che crearono la sensazione di un apparente successo della Terza Repubblica. Dal 1879 al 1899 furono al potere i repubblicani moderati; mentre gli esponenti delle forze reazionarie, comunque molto forti, si coalizzarono attorno al ministro della Guerra Georges Boulanger, dal quale presero il nome di boulangisti.

L'Affaire[modifica | modifica wikitesto]

La degradazione di Alfred Dreyfus

Il caso scoppiò nel 1894 quando Alfred Dreyfus, un ufficiale di artiglieria ebreo alsaziano, assegnato allo Stato Maggiore dell'esercito francese, venne accusato dai servizi segreti, il 6 ottobre, di spionaggio a favore dell'Impero Tedesco, che indicano in lui l'autore di una lettera indirizzata a Maximilien von Schwartzkoppen, addetto militare tedesco a Parigi, nella quale si annuncia l'invio di documenti militari. Righe che odorano di spionaggio. Quella lettera verrà chiamata «bordereau». Dreyfus, 35 anni, è un ricco ebreo originario di Mulhouse, in Alsazia. Dopo la sconfitta della Francia con la Prussia, nel 1870, e la cessione dell'Alsazia ai tedeschi l'anno successivo, ha optato per la nazionalità francese. Decise di lasciare l'industria di famiglia per dedicarsi al mestiere delle armi, cosa abbastanza insolita per un ebreo dell'epoca. Sogna la «Revanche», la rivincita contro i tedeschi, ed è certo di rivedere un giorno la bandiera della Francia sventolare nuovamente sull'Alsazia. Ha da poco terminato la Scuola di Guerra classificandosi tra i primi, nono su ottantuno partecipanti al corso. Dal 1º ottobre sta effettuando uno stage presso il ministero della Guerra con altri giovani ufficiali. È uno dei pochi ebrei che sono riusciti a sfondare il muro dell'ostracismo antisemita molto diffuso nell'esercito francese - di forte impronta clericale - e contro i quali si scatenò due anni prima lo scrittore e polemista Edouard Drumont, con una serie di articoli sul suo giornale «La Libre Parole». Dreyfus è ricco, ha una bella moglie, figlia di un ricco commerciante di diamanti, due bambini, una bella casa e amici.

Sabato 13 ottobre, un sergente di servizio al ministero della Guerra si presenta all'abitazione del capitano al 6 di Avenue du Trocadero. Deve consegnare un ordine di servizio. In assenza del capitano, si rifiuta di lasciare il documento alla giovane moglie, Lucie Hodamard. Il militare ritorna alcune ore dopo. Alfred Dreyfus è in casa e sigla, con una certa sorpresa, la ricevuta che il sergente intende fargli firmare. È la prima volta, a sua conoscenza, che il ministero ricorre a «una procedura così burocratica». L'ordine di servizio è breve: il capitano deve presentarsi lunedì 15, alle ore 9, al Ministero della Guerra, per un'ispezione generale dal Generale Auguste Mercier.

Lunedì 15 ottobre, quando il capitano si presenta in anticipo, alle ore 8.50, è sorpreso «dal fatto di non trovare alcun collega, quando in genere, gli ufficiali stagiaires sono convocati in gruppo per l'ispezione generale». Trova ad attenderlo il maggiore Picquart, dello Stato Maggiore, che lo fa accomodare nel suo ufficio. Parlano per due minuti di cose banali, poi Picquart lo scorta nell'ufficio del capo di Stato Maggiore, il generale Charles de Boisdeffre, che però non è presente. Dreyfus viene ricevuto dal maggiore Ferdinand Paty de Clam, in uniforme. Il quale, parlando con voce alterata, non si presenta e invita Dreyfus a sedersi accanto a lui, davanti a un tavolino, e a scrivere una lettera. Du Paty, adirato, detta a Dreyfus: «Parigi, 15 ottobre 1894. Avendo il più pressante interesse, Monsieur, a tornare momentaneamente in possesso dei documenti che le ho inviato prima della mia partenza per le manovre, La prego di farmeli recapitare [...] Le ricordo che si tratta: uno, di una nota sul freno idraulico del cannone da 120...». Di colpo, du Paty si interrompe ed esclama, irritato: «Cos'ha capitano? Lei trema!» «Come? Ma no, ho solo freddo alle dita..» «Stia attento, è grave!». Dreyfus lo guardò perplesso, volendogli chiedere spiegazioni su questa strana «ispezione», ma, da buon militare, si limitò a obbedire e, per quanto sorpreso, si impegnò a «scrivere meglio», come scrisse nelle Memorie. Poi, avendo ripreso a dettare alcune frasi, du Paty si interruppe, si alzò, gli appoggiò una mano sulla spalla e con voce tonante dichiarò: «In nome della legge, la arresto. Lei è accusato di alto tradimento». I tre uomini in borghese si precipitarono su Dreyfus, lo afferrarono per le braccia e lo perquisirono. Erano Cochefert, il capo della Sureté di Parigi, il suo segretario e Gribelin, l'archivista dell'Ufficio di Statistica, ossia il servizio segreto dell'Armeé. Dreyfus rimase inebetito. Come disse più tardi: «Un fulmine che fosse caduto davanti ai miei piedi non avrebbe provocato in me un'emozione più violenta». Spaventato, comincia a profferire parole senza senso. Infine, indignato, reagì: «Niente nella mia vita può prestare il fianco a una accusa così mostruosa! Ecco, prendete le chiavi, frugate tutta la mia casa [...] Sono innocente...Mostratemi le prove dell'infamia che avrei commesso!». Du Paty accusa: «Le prove sono schiaccianti». Sfoglia nervosamente il Codice Penale e grida: «Articolo 76: chiunque intrattenga rapporti di spionaggio con potenze straniere sarà punito con la pena di morte!». Dreyfus è sempre più sconvolto. Cochefert mostra discretamente una pistola seminascosta fra un mucchio di carte. È il classico invito al traditore perché si faccia giustizia da solo. Du Paty de Clam esce dalla stanza, aspettando il colpo di pistola. Niente. Rientra nella stanza scortato dal maggiore Henry, il vice comandante dell'Ufficio di Statistica, che, nascosto dietro una tenda, ha assistito a tutta la scena. Borbotta un insulto: «Vigliacco!». Dreyfus si ribellò: «No, non mi uccido perché sono innocente. Devo vivere per dimostrarlo! Mi sarà fatta riparazione per questo affronto!». Il maggiore Henry e un poliziotto lo trascinarono via, facendolo salire su una carrozza e trasferendolo al carcere militare del Cherche-Midi. Durante il tragitto, Henry finse di essere all'oscuro di tutto e interrogò abilmente Dreyfus. Nel suo rapporto, poi, dichiarò: «L'accusato finge di non sapere nulla». Il comandante del carcere, il maggiore Ferdinand Forizin, prese in consegna il prigioniero e lo fece rinchiudere in una cella di segregazione. Per ordini superiori, Dreyfus ebbe il divieto assoluto di comunicare con l'esterno, anche con la famiglia. Sempre per ordini superiori, sulla scheda di incarcerazione non venne annotata alcuna accusa. Solo un nome: Dreyfus[1]. Fuori serpeggiano le voci più terribili: la Francia è minacciata da un complotto ebraico.

Si fa tutto in gran fretta. Già il 19 dicembre, al tribunale militare, il processo comincia a porte chiuse. Dreyfus è addirittura speranzoso. E scrive dal carcere alla moglie: «Sono finalmente giunto al termine del mio martirio». Si tratta di illusioni perché l'atmosfera è già antisemita e colpevolista. Sul giornale nazionalista «Le Cocarde», Maurice Barrès scrive: «Lo spirito cosmopolita», di cui l'alsaziano Dreyfus è una sintesi, «sta attentando ai fondamenti della nazione». La prova della colpevolezza di Dreyfus si basò soprattutto sulla perizia calligrafica eseguita da Alphonse Bertillon, a quel tempo un rispettato criminologo[2].

Il 22 dicembre, i giudici entrano in possesso di un dossier segreto che comprende una lettera all'addetto militare tedesco. L'ha scritta il suo omologo italiano, Alessandro Panizzardi. Vi si legge a un certo punto: «Quella canaglia di D.». Insomma, Dreyfus è davvero uno spione. Il 22 dicembre, all'unanimità, il tribunale lo condanna alla degradazione con infamia e alla deportazione perpetua ai lavori forzati nella colonia penale dell'Isola del Diavolo. Il 5 gennaio 1895, il capitano viene prelevato dalla sua cella. Una guardia allenta le sue spalline e le decorazioni della divisa di Dreyfus, in modo che sia più facile strapparle. Un altro gendarme sega a metà la sciabola. È tutto pronto per la cerimonia di degradazione nel cortile della Scuola Militare. Comincia alle otto e quarantacinque, mentre il condannato continua a ripetere: «Non sono mai stato un donnaiolo. Non ho bisogno di soldi. Perché avrei tradito?». Gli spettatori rispondono: «Taci, miserabile Giuda». A Dreyfus vengono strappati i gradi e gli viene spezzata la spada di ordinanza, nonostante si dichiarasse innocente e patriota. Quando passa davanti ai giornalisti, Maurice Barrès prende un appunto: «Cosa ho da spartire con un tipo così, che avanza verso di noi con l'occhialino sul naso etnico e con l'occhio furioso e secco? Dreyfus non è della mia razza». Il 21 febbraio 1895, l'ex capitano viene imbarcato per la Guyana francese, e subito portato nella colonia penale dell'Isola del Diavolo. I colpevolisti fanno subito i calcoli: quel traditore, per sfamarlo e sorvegliarlo, costerà almeno 40.000 franchi all'anno. Intanto, a Parigi, i servizi segreti indagano ancora. Il primo luglio, il colonnello Georges Picquart è nominato capo dell'Ufficio Informazioni dello Stato Maggiore, ossia dello spionaggio militare. I suoi uomini, alla fine del marzo 1896, intercettano una lettera di Schwartzkoppen al maggiore dell'esercito francese Ferdinand Walsin Esterhazy, nobile di antichissima origine oberato dai debiti di gioco. E quando Picquart riesamina il famoso dossier segreto che era servito per condannare Dreyfus, nota molte somiglianze fra la grafia usata di quel documento e il modo di scrivere di Esterhazy. Siamo nell'autunno 1896. La moglie di Dreyfus è sempre più convinta di un complotto ai danni del marito. Pretende la riapertura del caso. E non è sola nella battaglia. Il 6 novembre, Bernard Lazare, un amico di Charles Péguy, fu tra i primi a schierarsi per l'innocenza di Dreyfus pubblicando in Belgio il pamphlet L'Affaire Dreyfus - Un erreur judiciaire (L'Affare Drefus - Un errore giudiziario). Il governo francese fa muro: Dreyfus è già stato giudicato, inutile chiedere un nuovo processo. Nel maggio 1896 Georges Picquart presenta al suo superiore, il capo di stato maggiore Boisdeffre, una relazione nella quale dimostrò l'innocenza del capitano e accusava come reo di tradimento il maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy. Il colonnello Picquart fu rimosso dalla guida dei servizi segreti e spedito in zona di guerra in Africa (Tunisia). Dove, nel marzo 1897, cadde da cavallo. Si rialzò un po' ammaccato ed esclamò: «Se morissi, il segreto di Dreyfus morirebbe con me». L'ex capo dello spionaggio era convinto dell'innocenza di Dreyfus[3].

Anche un diplomatico italiano allora di servizio a Parigi, Raniero Paolucci di Calboli, si convinse ben presto dell'innocenza di Dreyfus: cominciò così a raccogliere materiale sul caso, tanto da lasciare ai posteri un notevole archivio, oggi conservato a Forlì.

La risonanza mediatica e la nascita dell'intellettuale moderno[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: J'accuse.
La pagina dell’Aurore con il famoso J’Accuse...! di Zola.

Il colonnello Picquart riuscì però ad avvertire contemporaneamente dei fatti comprovanti l'innocenza di Dreyfus il vicepresidente del Senato Auguste Scheurer-Kestner e lo scrittore ebreo Bernard Lazare, amico di famiglia di Dreyfus. Il quale fece partire un'intensa campagna stampa a favore del prigioniero. I «dreyfusards» presero coraggio. Molti intellettuali radicali, per esempio Octave Mirbeau, aderirono alla campagna innocentista. Il 25 novembre 1897, Émile Zola pubblica sul quotidiano «Le Figaro» un articolo che finisce così: «La verità è in marcia». Così spiegò il suo interventismo pubblico: «Dietro le mie azioni non si nascondono né ambizione politica, né passione di settario. Sono uno scrittore libero, che ha dedicato la propria vita al lavoro, che domani rientrerà nei ranghi e riprenderà la propria opera interrotta [...] E per i miei quarant'anni di lavoro, per l'autorità che la mia opera ha potuto darmi, giuro che Dreyfus è innocente...Sono uno scrittore libero, che ha un solo amore al mondo, quello per la verità...»[4]. Un «antidreyfusard» onesto, Georges Clemenceau, l'energico e famosissimo politico radicale francese soprannominato «Il Tigre», rivede le sue posizioni e a novembre inizia la sua campagna per la revisione del processo. E ospita sul suo giornale «L'Aurore», il 13 gennaio 1898, la famosa lettera di Zola al Presidente della Repubblica Félix Faure, intitolata J'accuse!. Nelle parole della storica statunitense Barbara W. Tuchman, si trattò di "one of the great commotions of history" ("una delle grandi rivoluzioni della storia")[5]. Il giorno dopo, sempre su «L'Aurore», apparve la celebre «Petizione degli intellettuali», che reca tra i firmatari metà dei professori della Sorbona e numerosi artisti, come Gallè, l'artista del vetro, il grande Manet, Jules Renard, Andrè Gide, Anatole France. Erano stati tanti giovani brillanti della Parigi di fine secolo - tra i quali Marcel Proust e il fratello Robert, con gli amici Jacques Bizet, Robert des Flers - a impegnarsi a far firmare il manifesto. Nel quale si dichiarano pubblicamente dalla parte di Zola - subito inquisito e condannato per vilipendio delle forze armate sia in primo che secondo grado - e quindi di Dreyfus. Lo Stato Maggiore rispose facendo arrestare Picquart e scatenando sui giornali nazionalistici una violenta campagna di diffamazione contro ebrei, democratici e liberali.

Nel dicembre del 1900, Zola e Picquart ottennero l'amnistia per i fatti relativi all'"affaire".

Il Processo di Rennes: 7 agosto - 9 settembre, 1899[modifica | modifica wikitesto]

Passato qualche mese, arrivò un colpo di scena. Il 30 agosto 1898, il maggiore Hubert J. Henry, principale accusatore di Dreyfus e membro del controspionaggio, dichiarò di essere l'autore della lettera falsificata dell'autunno 1896, in cui è menzionato Dreyfus, e di aver contraffatto parecchi documenti del suo dossier segreto. Arrestato, il 31 agosto si suicidò in carcere, tagliandosi la gola con un rasoio. Apparve sempre più chiaro che le prove processuali contro Dreyfus erano dei falsi elaborati dai servizi segreti. Dei quali Charles Maurras dirà: «Falsi sì, ma patriottici». Di fatto, il 27 ottobre, la Corte di Cassazione, il massimo organo giudiziario, accoglie la richiesta di revisione del processo. Nel giugno 1899 essà annullò la sentenza del 1894. Dreyfus torna in Francia. E il 18 luglio 1899 può leggere sul giornale una buona notizia. Riguarda Ferdinand Walsin Esterhazy, il quale ha confessato di aver scritto di suo pugno il famoso «bordereau» per ordini superiori, ossia del colonnello Sandherr, allora capo dell'ufficio informazioni - come ammesso anche da Henry - ingiustamente attribuito a Dreyfus. Venne congedato dall'esercito per aver, fra l'altro, sottratto 35 mila franchi e si trasferì in Inghilterra, dove visse sino agli anni '20. Il nuovo processo militare comincia a Rennes il 7 agosto, svolgendosi in un'atmosfera pesantissima di pressioni e minacce a giudici ed avvocati; Dreyfus fu condannato nuovamente per tradimento, a dieci anni con le circostanze attenuanti. In realtà, nel corso del processo era stata ampiamente dimostrata l'infondatezza delle accuse contro di lui, ma la Corte Militare subì forti pressioni dallo Stato Maggiore (seriamente compromesso da tutta la vicenda) affinché non annullasse la condanna precedente. In ogni caso, la decisione fu presa non all'unanimità, ma con una maggioranza di cinque voti contro due: è da notare che, tra i due che votarono per l'assoluzione, uno era il comandante de Bréon, cattolico praticante[6].

La Grazia, 19 settembre 1899, e la lenta Riabilitazione, 12 luglio 1906[modifica | modifica wikitesto]

Il secondo giudizio di colpevolezza fu così impopolare che alle elezioni del Parlamento nazionale viene eletta una maggioranza liberal-radicale. Il nuovo Presidente del Consiglio, Pierre Waldeck-Rousseau, propose a Dreyfus l'escamotage della presentazione della domanda di Grazia (che implicava però un riconoscimento di colpevolezza, nel caso in specie assolutamente infondato). Suo fratello Mathieu lo convinse a chiedere la Grazia: «A cosa serve un innocente morto?», esclamò. Alfred voleva sacrificarsi perché si sentiva un militare e aveva uno smisurato senso dell'onore. Infine, Dreyfus e i suoi avvocati accettarono. Nel settembre 1899, dieci giorni dopo il verdetto di condanna, Dreyfus fu graziato dal Presidente della Repubblica Émile Loubet. Si racconta che abbia detto dopo aver ottenuto la Grazia: «Se non fossi stato sul banco degli imputati, avrei manifestato contro Dreyfus».

Nel maggio del 1900 - mentre a Parigi si era aperta l'Esposizione mondiale - la Camera dei deputati votò a stragrande maggioranza contro qualsiasi ulteriore revisione del caso; a dicembre tutte le cause connesse con l'affare furono liquidate da un'amnistia generale. Nel 1903 richiede inutilmente una revisione del processo, che gli viene negata. Solo dopo che Clemenceau divenne primo ministro, egli venne pienamente riabilitato, nel 1906, con la cancellazione della condanna e la riammissione nell'esercito col grado di maggiore. Il 12 giugno di quell'anno, a mezzogiorno, il presidente della Corte di Cassazione, Ballot-Beaupré, legge la sentenza che annulla definitivamente il verdetto di Rennes e restituisce a Dreyfus, dopo dodici tragici anni, il suo onore di ufficiale francese. Cosa che la Corte di Cassazione non aveva l'autorità di fare, perché avrebbe dovuto invece ordinare la riapertura del procedimento.[7]. Una riabilitazione che si svolge nella totale indifferenza del pubblico: l'assoluzione che doveva riparare l'errore giudiziario non venne accettata da tutto il popolo e, come vedremo, le passioni accesesi allora non si spensero neppure a distanza di tempo. Il giorno dopo, il 13 luglio, il Parlamento reintegrò Dreyfus nell'esercito col grado di capo squadrone e gli viene accordata l'onorificenza della Legion d'Onore. Il 21 luglio si tiene la cerimonia ufficiale di riabilitazione di Dreyfus. Ma avviene nella corte piccola e non in quella grande della Scuola di Guerra, dove si era svolta nel 1895 la cerimonia di degradazione. Alla presenza del generale Picquart, di una piccola rappresentanza della guarnigione di Parigi e di pochi amici (i familiari, Anatole France...), Alfred Dreyfus venne nominato Cavaliere della Legion d'Onore. Durante la cerimonia, Dreyfus rimane «immobile, quasi stecchito, la testa alta, lo sguardo smarrito come in un sogno», scrisse il corrispondente del Corriere della Sera. «Invano, il colonnello gli comanda di mettersi a riposo. Egli non comprende. Sembra una statua del dovere o del dolore». Subito dopo la consegna della decorazione, i familiari e gli amici che lo circondano gridano: «Viva Dreyfus!». «No», corregge subito Dreyfus: «Viva la Repubblica e viva la Verità». Il mese dopo la cerimonia della reintegrazione, Renato Simoni incontra in Svizzera i coniugi Dreyfus. Egli scrive sul Corriere della Sera:

« È come se due statue tragiche fossero prese un giorno dal bisogno di diventare pacifiche e lasciassero spianare la fronte, addolcire la bocca e mitigare lo sguardo. A osservarli, si comprende che l'Affare è finito. Non ci sono più nemmeno i personaggi. Essi sono ritornati alla vita, hanno ripreso le proporzioni comuni a tutti gli uomini. »

Dopo la sentenza del 1906, Dreyfus riprende servizio al forte militare di Viennes, ma il 26 giugno 1907 chiede di essere messo a riposo (2350 franchi annui di pensione). L'ingiusto, mancato computo nella carriera di Dreyfus dei 5 anni passati senza colpe all'Isola del Diavolo gli avrebbe impedito l'accesso al ruolo dei gradi di Generale.

Il ferimento del 1908[modifica | modifica wikitesto]

Un estremo rigurgito delle passioni antidreyfusiane si verifica il 4 giugno 1908, durante la solenne cerimonia di traslazione delle ceneri di Zola al Panthéon: un giornalista di estrema destra, Louis Grégori, spara due colpi di pistola a Dreyfus, ferendolo leggermente a un braccio. Durante il processo che si svolge a settembre, il giornalista dichiara di aver agito da solo e di non aver voluto colpire Dreyfus come persona, ma come rappresentante del dreyfusianesimo colpevole, ai suoi occhi, di «glorificare il tradimento di Dreyfus e l'antimilitarismo di Zola». I giurati popolari lo assolvono perché in quel momento «non era responsabile dei suoi atti». È, in un certo senso, un atto annunciato. Grazie a un informatore, la polizia sa che durante alcune riunioni degli estremisti di destra dell'Action Française si è parlato a lungo di compiere un «atto dimostrativo», assassinando Dreyfus durante la cerimonia Zola. Un certo André Gaucher si offrì di compiere la missione. Un ricco monarchico offrì un premio di ventimila franchi a chi avesse ucciso il «traditore ebreo». Chi si oppose fu Charles Maurras: «Sopprimendo Dreyfus, perdiamo la nostra migliore arma contro la Repubblica». Per fortuna, la ferita non è grave. Tra le lettere di commossa partecipazione al dolore della famiglia Dreyfus, ci fu quella di Sarah Bernhardt:

« «Avete ancora sofferto, e noi abbiamo ancora pianto. Ma non dovete più soffrire e noi non dobbiamo più piangere. La bandiera della verità sventolerà più alta degli ululati della canea» »

Transitato nella Riserva, Dreyfus venne richiamato in servizio il 2 agosto 1914 presso il parco d'artiglieria della 168ª divisione e, col 20º Corpo, partecipa alla battaglia di Verdun durante la Prima guerra mondiale, dove suo figlio Pierre comanda una batteria di cannoni da 75. Proprio quei cannoni i cui studi iniziali, secondo le interpretazioni di Doise, sarebbero stati all'origine del caso di spionaggio del 1894 e quindi di tutto l'Affare. L'ex addetto militare tedesco a Parigi, Schwartzkoppen, si ammala nell'inverno del 1916 sul fronte russo, e muore l'8 gennaio 1917, nell'ospedale militare di Berlino. Poco prima di morire, si rizzò improvvisamente sul letto e «con voce terribile», racconta sua moglie, grida: «Francesi, ascoltatemi! Vi giuro, Dreyfus è innocente». Il 25 settembre 1918, Alfred Dreyfus, promosso tenente-colonnello, viene collocato nella Riserva. Poco dopo verrà insignito della decorazione di Ufficiale della Legion d'Onore.

La morte di Dreyfus[modifica | modifica wikitesto]

Muore il 12 luglio 1935, per una crisi cardiaca. Non si era ripreso dopo un intervento chirurgico subìto alla fine del 1934. Anche nei momenti più tremendi, continuava a ripetere: «Per me la libertà non è niente senza l'orgoglio»[8]. La stampa, nell'occasione, mantenne in generale un atteggiamento di estrema cautela, mentre i giornali socialisti insistettero sull'innocenza dimostrata, quelli di destra rimasero colpevolisti. L'atteggiamento rinunciatario della stampa fu così lodato il 19 luglio dal giornale L'Action Française, secondo la quale «i famosi campioni della giustizia e della verità di quarant'anni orsono non hanno lasciato discepoli»[9]

Interpretazioni dell'Affaire[modifica | modifica wikitesto]

All'Affare Dreyfus vennero date varie interpretazioni. Péguy, in particolare, rifiutò quella secondo cui i dreyfusardi sarebbero stati anticristiani ed antifrancesi:

« i nostri politicanti, con Jaurès in testa, Jaurès primo fra tutti, crearono quel duplice inganno politico: il primo, che il dreyfusismo era anticristiano, il secondo che era antifrancese"[10] »

Indro Montanelli ravvisò la perenne attualità dell"Affaire Dreyfus"[11]:

« Essa non fu soltanto il più appassionante "giallo" di fine secolo. Fu anche l'anticipo di quelle «deviazioni» dei servizi segreti che noi riteniamo - sbagliando - una esclusiva dell'Italia contemporanea. Ma fu soprattutto il prodromo di Auschwitz perché portò alla superficie quei rigurgiti razzisti e antisemiti di cui tutta l'Europa, e non soltanto la Germania, era inquinata. Allora, grazie soprattutto alla libertà di stampa che smascherò l'infame complotto, quei rigurgiti furono soffocati. Ma la vittoria dell'antirazzismo, che lì per lì sembrò definitiva, fu, come sempre quella della Ragione, soltanto momentanea. Le cronache di oggi dimostrano che nemmeno i forni crematori dell'Olocausto sono riusciti a liberarci dal mostro che si annida nel subconscio delle società (con rispetto parlando) cristiane, e che proprio nell'affare Dreyfus diede la misura più eloquente della sua abiezione. Ma quell'affare - destinato a passare alla Storia come l'Affaire per antonomasia - segnò una svolta epocale anche per un altro motivo: per gli effetti che provocò nella coscienza di un piccolo giornalista ebreo della «Neue Freie Presse» di Vienna, Theodor Herzl, destinato a diventare l'apostolo e il fondatore spirituale dello Stato d'Israele, autore de " Lo stato ebraico"(1896). Herzl aveva fino a quel momento negato l'esistenza di un problema ebraico, o meglio aveva sostenuto che per gli ebrei c'era solo un modo di risolverlo: integrandosi e radicandosi nelle società in cui si erano accasati, ponendo fine al loro eterno vagabondare, cioè cessando di essere ebrei. Egli era convinto ch'essi avessero già pagato uno scotto troppo alto all'impegno di restare se stessi e che fosse venuto il momento di rinunziarvi. Dreyfus, che non aveva mai letto Herzl, e forse ne ignorava financo il nome, ne aveva già praticato l'insegnamento. Figlio di un ricco industriale alsaziano, che dopo Sedan si era trasferito a Parigi per sottrarsi al giogo tedesco, era cresciuto in un tale culto per la Francia da scegliere, per meglio servirla, la professione delle armi, nonostante la preconcetta ostilità che gli ottusi e retrivi ambienti militari nutrivano per gli ebrei. Dreyfus pensò di poterla vincere col suo zelo: nessun soldato francese fu più soldato e più francese di lui. Ma ciò non bastò a salvarlo quando i servizi segreti decisero di montare l'affaire di un ufficiale ebreo al soldo dello spionaggio tedesco, che miscelava in una bomba esplosiva i due sentimenti allora prevalenti nel Paese: l'antigermanesimo e l'antisemitismo. Fu questo episodio che aprì gli occhi ad Herzl e lo convinse che, per sottrarsi alle persecuzioni, non bastava agli ebrei dimenticarsi di esserlo. E fu allora che con passione missionaria si dedicò a propagandare nel mondo l'idea della ricostruzione di un «focolare» ebraico in Palestina. Non fece nemmeno in tempo a vederne nemmeno i prodromi perché morì all'inizio dell'affaire. Ma fu grazie a lui - e grazie a Dreyfus - che l'idea si diffuse - non senza suscitarvi diffidenze e ostilità - nel mondo ebraico, e si tradusse in progetto...Nemmeno l'umiliazione della degradazione e i cinque anni nell'inferno della Guyana erano riusciti ad annacquare i suoi sentimenti di soldato francese. Amava la Patria... »

Lo storico Michel Winock ha riflettuto[12]:

« La Francia ne è rimasta bruciata per sempre. La destra protestava: ci sono troppi ebrei nell'esercito e nell'amministrazione, si diffondono come un'epidemia. L'antisemitismo è trionfante: Dreyfus confermava le colpe attribuite alla "razza". Barrès e Maurras inneggiavano all'integrità della nazione francese. L'unica difesa era l'Armée. Così il giudizio del consiglio di guerra, che aveva condannato il capitano, non poteva essere scalfito dalla critica. I cattolici erano come invasati e anche all'estrema sinistra comunarda nonché tra i socialisti si avvertivano lampi di odio per il capitalismo ebraico. Gli intellettuali, invece, difendevano l'"universalità" dell'individuo, i diritti dell'uomo, l'innocenza evidente di Dreyfus. Dreyfus resta il simbolo dell'errore giudiziario. È il "memento" storico per gli intellettuali, la molla che li fa scattare. I suoi sostenitori, però, non gli hanno mai perdonato di aver accettato la grazia presidenziale »

Il professor Philippe Oriol argomentò così:

« nel diario inedito da me scoperto che va dal 1889, anno del processo di Rennes, al 1906, quando la Cassazione annullò la sentenza, Dreyfus cancella il cliché di uomo freddo, marziale, antipatico. La marionetta di piombo, come si diceva. Troviamo in quelle pagine, invece, un essere timido e introverso, che parla solo alla propria anima. Tutti biasimavano il suo aver accettato la grazia. Cosa doveva fare? Si deve leggere il diario. Era sul punto di morire: l'Isola del Diavolo lo aveva distrutto. Altri dieci anni di carcere, anche in Francia, gli avrebbero dato il colpo finale »

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

L'Imperatrice Eugenia (consorte del defunto Napoleone III) era una «dreyfusard». Infatti, ella lo difese dallo storico Gustave Schlumberger - arciconvinto della colpevolezza di Dreyfus - che usava interrompere chiunque parlasse a favore dell'ufficiale ebreo, ma ascoltò senza contraddire l'ex Imperatrice nella difesa che ne fece all'Hotel Continental, a Parigi.

Drammi teatrali sull'Affaire[modifica | modifica wikitesto]

  • Affaire Dreyfus, scritto da Rehfisch e Wilhelm Herzog col pseudonimo di René Kestner, 1931

L'Affaire nei media[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ «L'Arresto. Capitano, lei trema?», Gianni Rizzoni, domenica 16 ottobre 1994, «La Voce», p. 22
  2. ^ «1894. L'"affaire Dreyfus" spacca in due la Francia», Robert Stewart, in «Cronologia illustrata dei grandi fatti della Storia», Idealibri, 1993, p.204
  3. ^ «Dreyfus, Caso Mostruoso. Cento anni fa cominciava l'"Affaire" che sconvolse la Francia», Mario Ajello, domenica 16 ottobre 1994, articolo pubblicato su «La Voce», p. 21
  4. ^ «Letteratura e Potere», Christophe Charle, Sellerio, Palermo, 1979
  5. ^ Tuchman, Tramonto di un'epoca, Arnoldo Mondadori Editore, ed.
  6. ^ J.-D. Bredin, Bernard Lazare, le premier des dreyfusards, Editions de Fallois, Paris 1992, p. 263.
  7. ^ «L'affare Dreyfus», cap.4, Hannah Arendt, in «Le origini del totalitarismo»
  8. ^ «La riabilitazione. Fermo come una statua», Gianni Rizzoni, domenica 16 ottobre 1994, «La Voce», p. 23
  9. ^ «L'affare Dreyfus», p.126, Hannah Arendt, «Le origini del totalitarismo»
  10. ^ Ch. Péguy, La nostra giovinezza, Editori Riuniti, Roma 1993, p. 93.
  11. ^ «Una storia ancora esemplare», Indro Montanelli, 16 ottobre 1994,«La Voce», p. 21
  12. ^ «Dreyfus. Io, innocente all'inferno», Ulderico Munzi, 23 dicembre 1997, «Corriere della Sera»

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Bruno Revel, L'affare Dreyfus (1894-1906), Collana Drammi e segreti della storia n.33, Milano, Mondadori, 1936, pp. 376; Collana I Record, Mondadori, Milano, 1967.
  • Nicholas Halasz, "Io accuso" - L'affare Dreyfus, Baldini & Castoldi, Milano, 1959, pp. 368; col titolo Il capitano Dreyfus. Una storia d'isterismo di massa, Club degli Editori, 1974, pp. 303.
  • Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Torino, Einaudi.
  • Denis W. Brogan, Storia della Francia moderna. Volume I: Dalla caduta di Napoleone III all'Affare Dreyfus, trad. Felice Villani, La Nuova Italia, 1965, pp. VIII-508.
  • Comune di Forlì - Comune di Roma, Dreyfus. L'affaire e la Parigi fin de siècle nelle carte di un diplomatico italiano, Edizioni Lavoro, Roma, 1994.
  • Gianni Rizzoni, Il caso Dreyfus, Collana I documenti terribili n. 14, Mondadori, Milano, 1973, pp. 162.
  • Christophe Charle, Letteratura e potere, trad. Paolo Brogi, introduzione di Vincenzo Consolo, Collana Prisma n. 9, Sellerio Editore, Palermo, 1979, pp. 53.
  • Bernard-Henri Lévy, Le avventure della libertà. Dall'affare Dreyfus a Louis Althusser: storia degli intellettuali francesi, Rizzoli, Milano, 1992, ISBN 978-88-17-84176-4, pp. 378.
  • Mathieu Dreyfus, Dreyfus, mio fratello, Collana Biografie, Editori Riuniti, Roma, 1980, pp. 260.
  • Norman L. Kleeblatt (a cura di), L'Affare Dreyfus. La storia, l'opinione, l'immagine, trad. Stefano Galli, Collana Nuova Cultura n. 17, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, ISBN 978-88-339-0511-2, pp. XXIX-267.
  • (EN) Albert S. Lindemann, The Jew Accused. Three Anti-Semitic Affairs: Dreyfus, Beilis, Frank. 1894-1915, Cambridge University Press, 1993.
  • Gianni Rizzoni, Dreyfus. Cronaca illustrata del caso che ha sconvolto la Francia. Prefazione di Indro Montanelli, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano, 1994-1999, ISBN 978-88-374-1398-9, pp. 250.
  • Fausto Coen, Dreyfus, Collezione Le Scie, Mondadori, Milano, 1994-1995, ISBN 978-88-04-38760-2; Collana Oscar Storia, Mondadori, Milano, 2002, ISBN 978-88-04-51152-6, pp. 294.
  • Vittorio Orsenigo - Giangilberto Monti, Dreyfus, Collana Cristallo di Rocca n. 10, Greco e Greco, 1999, ISBN 978-88-7980-213-0.
  • Bernard Lazare, L'Affaire Dreyfus. Un errore giudiziario. A cura di Paolo Fontana, Collana Lunaria n. 25, Mobydick, 2001, ISBN 978-88-8178-173-7, pp. 96.
  • Alfred Dreyfus, Cinque anni all'Isola del Diavolo, trad. Paolo Fontana, Collana Le porpore n. 11, Medusa Edizioni, Milano, 2005, isbn 978-88-76-98096-2, pp. 170.
  • Alfred Dreyfus, Cinque anni della mia vita, con uno scritto di Pierre Vidal-Naquet e la postfazione di Jean-Louis Lévy, Collana Lecturae n. 40, Il Melangolo, Genova, 2005.
  • Agnese Silvestri, Il caso Dreyfus e la nascita dell'intellettuale moderno, Collana Critica letteraria e linguistica, Franco Angeli, Milano, 2013, ISBN 978-88-204-0595-3, pp. 416.
  • Rosario Tarantola - Vittorio Pavoncello, Dreyfus, introduzione di Anna Foa, Editore Progetto Cultura, 2013, ISBN 978-88-60-92546-0, pp. 128.
  • Mathieu Dreyfus, Il caso Dreyfus. Cronaca di un'ingiustizia, trad. A. Iorio, Collana Storie, Castelvecchi, Roma, 2014, ISBN 978-88-6826-211-2, pp. 275.
  • (EN) Tom Conner, The Dreyfus Affair and the Rise of the French Public Intellectual, McFarland & Co., 2014, ISBN 978-0-7864-7862-0.
  • (EN) Ruth Harris, Dreyfus. Politics, Emotion, and the Scandal of the Century, Picador, ISBN 978-0-312-57298-3.
  • (EN) Piers Paul Reid, The Dreyfus Affair. The Story of the Most Infamous Miscarriage of Justice in French History, Bloomsbury, ISBN 978-1-4088-3057-4.
  • (EN) Martin P. Johnson, The Dreyfus Affair, European History in Perspective, Palgrave MacMillan, 1999, ISBN 978-03-33682-67-8.
  • (EN) Christopher Edward Forth, The Dreyfus Affair and the Crisis of the French Manhood, Collana Historical and Political Science, Johns Hopkins University Press, 2004, ISBN 978-080187433-8.

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