Vita indegna di essere vissuta

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Con la frase vita indegna di essere vissuta (in tedesco Lebensunwertes Leben) s'intende la denominazione, interna al glossario della Germania nazista, con cui venivano indicati certi segmenti di popolazione a cui, secondo il regime del tempo, non doveva essere concesso il diritto alla vita. Questi individui sono stati particolarmente presi di mira attraverso il programma di eutanasia; includeva gli affetti da gravi problemi di salute e quelli ritenuti gravemente inferiori sulla base della rigida politica razziale nella Germania nazista.

Questo concetto ha costituito una componente importante dell'ideologia del nazionalsocialismo, fino a giungere alla politica di genocidio avviata con la Shoah[1].

Il programma di eutanasia nazista era conosciuto come "programma Aktion T4"; è stato ufficialmente adottato a partire dal 1939 attraverso una decisione personale di Adolf Hitler: cresciuto in estensione e portata fino al 1942, quando varie proteste pubbliche lo hanno di molto rallentato.

Tuttavia la metodologia di eutanasia forzata è continuata, utilizzando soprattutto l'iniezione letale e le camere a gas, fino ad esser così notevolmente ampliata all'interno dell'universo dei campi di concentramento, ove sono stati utilizzati in larga scala tanto da costituire parte integrante dell'"Olocausto".

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'espressione si usa per prima nel titolo di un libro datato 1920, "Die Freigabe der Vernichtung Lebensunwerten Lebens" (Ciò che consente la distruzione di una vita indegna di vita) del giurista Karl Binding, professore in pensione dell'Università di Lipsia, e dello psichiatra Alfred Hoche dell'Università di Friburgo, entrambi eminenti studiosi e scienziati.

Secondo Hoche, alcune persone pur ancora biologicamente viventi ma che hanno subito gravi danni cerebrali, ritardo mentale, autismo (anche se non ancora riconosciuto come tale, all'epoca), e psichiatricamente malati erano da considerarsi come "mentalmente morti", "zavorra umana" e "gusci vuoti di esseri umani". Hoche prevedeva che l'eliminazione di queste persone sarebbe stata utile alla società sana. Alcuni appartenenti alla specie umana erano in tal maniera semplicemente considerati come "usa e getta"[2].

In seguito l'idea di assassinio di massa è stato esteso anche a tutte quelle persone considerate razzialmente impuri o di razza inferiore, rispetto al concetto di suprema purezza costituita dalla razza ariana, secondo il pensiero nazista[3].

Categorizzazione nazista[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Simboli dei campi di concentramento nazisti.

Il concetto è culminato nell'istituzione del campo di sterminio, realizzato ed operante per uccidere sistematicamente tutti coloro che erano indegni di viver secondo l'opinione degli ideologi nazisti. È anche giustificato nei vari programmi di eugenetica nazista e sperimentazione umana, così come nella politica razziale.

Sviluppo del concetto[modifica | modifica wikitesto]

Secondo l'autore di "Medical Killing and the Psychology of Genocide", lo psichiatra Robert Jay Lifton, la politica riguardante la vita indegna di essere vissuta ha attraversato un certo numero di iterazioni e modifiche nel corso del tempo: Delle cinque fasi identificabili con cui i nazisti hanno portato avanti il principio della "vita indegna di vita", la sterilizzazione forzata (anche, ma non solo, nei confronti degli omosessuali) è stato il primo. Seguì l'uccisione dei bambini "deteriorati" (inutili e abbandonati) negli ospedali; e poi l'uccisione degli adulti "deteriorati/degenerati", in gran parte raccolti dagli ospedali psichiatrici, utilizzando il monossido di carbonio. Questo progetto è stato esteso ai detenuti dei campi di concentramento e, infine, con le uccisioni di massa negli stessi campi di sterminio appositamente predisposti.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ The Nazi Doctors: Medical Killing and the Psychology of Genocide by Dr. Robert Jay Lifton (holocaust-history.org)
  2. ^ "Life Unworthy of Life" and other Medical Killing Programmes
  3. ^ Robert Jay Lifton, German Doctors and the Final Solution, in The New York Times, 21 settembre 1986.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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