Notte dei cristalli

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Notte dei cristalli
Kristallnacht
The day after Kristallnacht.jpg
Berlino, 10 novembre 1938[1]: vetrine di un negozio di un'attività condotta da ebrei distrutte durante la Notte dei cristalli
TipoPogrom
DataNotte tra il 9 e 10 novembre 1938
LuogoGermania, Austria e Cecoslovacchia
StatoGermania Germania
ObiettivoCivili e proprietà ebraiche
ResponsabiliSA, SS, Gestapo, Gioventù hitleriana, civili tedeschi
MotivazionePolitica razziale nella Germania nazista
Conseguenze
MortiTra 1 000 e 2 000
Beni distruttiOltre 500 sinagoghe distrutte o danneggiate
Circa 7 500 esercizi commerciali ebraici distrutti
Migliaia di abitazioni, luoghi di aggregazione ebraici danneggiati o distrutti
DanniCirca 49 milioni di Reichsmark

Con Notte dei cristalli (in tedesco Kristallnacht kʁɪsˈtalˌnaχt ascolta[?·info], nella storiografia tedesca Novemberpogrome noˈvɛm.bɐ.poˌɡʁoːmə ascolta[?·info] o Reichskristallnacht ˌʁaɪ̯çskʁɪsˈtalˌnaχt ascolta[?·info]) vengono indicati i pogrom antisemiti scatenati in moltissime città della Germania nazista e dell'Austria nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938, in seguito all'attentato condotto l'8 novembre dal diciassettenne ebreo-polacco Herschel Grynszpan contro il diplomatico Ernst Eduard vom Rath a Parigi, episodio che fu utilizzato come pretesto per scatenare le violenze.

Fin dall'inizio dell'autunno 1938 la brutalizzazione dell'antisemitismo in Germania gravava pesantemente sull'atmosfera politica: crescevano le pressioni del regime e dei suoi più attivi sostenitori per il definitivo espatrio degli ebrei tedeschi e l'attentato fu subito strumentalizzato dal ministro della Propaganda Joseph Goebbels. Egli, in concerto con Adolf Hitler, imbastì una imponente campagna propagandistica contro gli ebrei tedeschi e descrisse l'episodio come un deliberato attacco del «giudaismo internazionale» contro il Terzo Reich, che avrebbe comportato le più «pesanti conseguenze» per gli ebrei tedeschi. La sera del 9 novembre giunse notizia della morte del diplomatico tedesco, che fece scattare un vero e proprio attacco fisico contro gli ebrei e i loro beni in tutti i territori sotto controllo tedesco, coordinato (su ordine di Goebbels) da membri del Partito nazionalsocialista (Nsdap), delle Schutzstaffel (SS), delle Sturmabteilung (SA) e della Gestapo; partecipò anche il Sicherheitsdienst (SD) di Reinhard Heydrich, che diede ordine alle forze di polizia di non reprimere le sommosse. Durante i disordini e nei giorni successivi fino al 16 novembre furono arrestati indiscriminatamente circa 30 000 ebrei maschi, poi condotti nei campi di concentramento di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen[2][3]. I rapporti ufficiali dei nazisti parlarono di 91 morti ebrei ma il numero effettivo fu in realtà di gran lunga più elevato (probabilmente fra i 1 000 e i 2 000), specie se si considerano i maltrattamenti inflitti dopo gli arresti[4]. Furono bruciate o completamente distrutte oltre 520 sinagoghe e case di preghiera ebraiche, distrutti i cimiteri e divelte lapidi, assaltate scuole e orfanotrofi e migliaia di luoghi di aggregazione della comunità ebraica, esercizi commerciali e case private di cittadini ebraici[5].

Nel linguaggio comune il Novemberpogrome 1938 ("pogrom del novembre 1938") fu ribattezzato Reichskristallnacht ("Notte dei cristalli del Reich") o più semplicemente Kristallnacht, ossia una locuzione di scherno che richiama le vetrine distrutte, fatta circolare da parte nazionalsocialista e diffusasi poi nella storiografia comune[6]. Il pogrom diede un'accelerazione all'inasprimento della "politica ebraica" (Judenpolitik) nella Germania nazista: in una riunione ministeriale del 12 novembre fu deciso di varare una serie di decreti che dessero forma concreta ai vari piani di esproprio dei beni ebraici discussi nei mesi precedenti. Una stretta sulla legislazione razziale preludio di una futura forzata emigrazione degli ebrei dalla Germania[7].

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

La macchina della persecuzione[modifica | modifica wikitesto]

Militi delle SA impongono il boicottaggio dei negozi ebraici, 1º aprile 1933

Nei primi anni di potere del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) in Germania, i provvedimenti legislativi contro gli ebrei ebbero carattere asistematico e le brutalità non coordinate e selvagge contro gli ebrei provocarono disagio in molti tedeschi. Alcuni erano contrari alla violenza gratuita, anche se molti all'interno e all'esterno del partito non avevano un'opinione certa sul tipo di provvedimenti da prendere o tollerare nei confronti degli ebrei tedeschi. Nel 1935 le leggi di Norimberga e i successivi decreti inquadrarono la discriminazione razziale nell'ordinamento giuridico della Germania nazista, definendo chiaramente chi dovesse essere considerato ebreo, o parzialmente ebreo, e imponendo un'ampia serie di divieti coerenti con il programma eliminazionista degli ebrei tedeschi[8].

Queste leggi infatti furono emanate per codificare l'eliminazione degli ebrei dalla vita sociale e civile della Germania, creando una separazione tra loro e gli appartenenti al Volk. I provvedimenti che componevano le leggi di Norimberga, ossia la Legge per la protezione del sangue e dell'onore tedesco e la Legge sulla cittadinanza del Reich, spogliavano gli ebrei della cittadinanza, proibivano i matrimoni misti e i rapporti sessuali al di fuori dei matrimoni già in atto fra tedeschi ed ebrei. Furono norme molto ben accettate dai tedeschi, tanto che un rapporto della Gestapo di Magdeburgo riportava come «la popolazione considera la regolazione dei rapporti con gli ebrei un atto emancipatorio, che porta chiarezza e, nel contempo, maggiore fermezza nella tutela degli interessi razziali del popolo germanico»[9].

Dopo le leggi di Norimberga le violenze conobbero un deciso calo fino al 1937, sebbene aggressioni verbali e fisiche nei confronti degli ebrei continuassero e la Germania andasse avanti nella loro esclusione giuridica, economica, professionale e sociale[10]. Lo stesso ministro dell'Economia Hjalmar Schacht, nonostante non si opponesse alla legislazione antiebraica, riteneva inopportune le iniziative violente del partito e dei suoi militanti, che mettevano in cattiva luce la posizione della Germania nel mondo con conseguenze dirette nell'economia; preferiva, al contrario, una persecuzione degli ebrei per vie "legali": non a caso Schacht lamentò perdite di contratti esteri delle ditte tedesche per via dell'antisemitismo, consapevole che nell'immediato gli ebrei erano indispensabili per il commercio tedesco, poiché avevano nelle loro mani l'importazione di alcuni prodotti rari di cui l'esercito aveva bisogno per il riarmo[11]. L'arianizzazione delle aziende ebraiche proseguì però inesorabile e la promulgazione del piano quadriennale portò anzi a una sua brusca accelerazione. Questa fu accompagnata da una nuova ondata di boicottaggi intimidatori in parecchie zone del paese, segno che molti clienti tedeschi continuavano a frequentare i negozi di proprietà israelita con conseguente esasperazione delle autorità naziste[12]. Persino un fervente antisemita come Julius Streicher, nel 1935, aveva affermato che la questione ebraica era in via di risoluzione secondo metodi legali e che la popolazione avrebbe dovuto mantenere il controllo: «Noi non diamo in escandescenza e non aggrediamo gli Ebrei. Non abbiamo bisogno di farlo. Colui che si dedica a questo tipo di azioni isolate (Einzelaktionen) è un nemico dello Stato, un provocatore, forse anche un Ebreo»[13].

Da sinistra a destra: Artur Görlitzer, Joseph Goebbels, Adolf Hitler e Josef Dietrich allo Sportpalast di Berlino, 31 ottobre 1936

Nel 1938 questa "calma" fu interrotta da una ripresa delle istituzioni statali e del partito per trovare una "soluzione" alla «questione ebraica» (Judenfrage): l'anno fu caratterizzato da una recrudescenza di aggressioni fisiche, distruzione di beni, pubbliche umiliazioni e arresti cui faceva seguito l'internamento temporaneo nei campi di concentramento. Per gli ebrei divenne impossibile vivere al di fuori delle grandi città, gli unici luoghi in cui potevano sperare nell'anonimato; diventavano sempre più numerose le piccole località di provincia che si proclamavano libere dagli ebrei (judenrein)[10]. Alcune sezioni del partito cominciarono ad agitarsi e, secondo lo storico Raul Hilberg, ciò fu dovuto al fatto che alcuni elementi del partito, soprattutto le SA e l'apparato della propaganda, intesero le sommosse del 1938 come un mezzo con cui riconquistare prestigio e influenza[14].

Perseguendo una linea sempre più aggressiva in politica estera e militare, il regime abbandonò dunque le remore riguardo alle possibili reazioni internazionali contro le iniziative antisemite: inoltre, sia pur condotta in modo discontinuo, l'arianizzazione dell'economia era stata quasi completata senza aver provocato alcuna catastrofe. Poiché la guerra si avvicinava, divenne essenziale per il regime la rimozione degli ebrei presenti nel paese sì da ridurre l'eventualità che si ripetesse quella «pugnalata alla schiena» che era costata alla Germania la prima guerra mondiale: una fantasia che, anche in seguito, avrebbe svolto un ruolo cardine nelle linee programmatiche di Hitler e dei suoi collaboratori[15]. Il 28 marzo 1938, con effetto retroattivo dal 1º gennaio dello stesso anno, una nuova legge privò le associazioni culturali ebraiche del loro statuto di persona giuridica, eliminando così un'importante tutela ed esponendole a un più gravoso regime fiscale; poi, tra luglio e settembre, migliaia di medici, avvocati, dentisti, veterinari e farmacisti si videro revocare la licenza[16]. Sempre in estate il Sicherheitsdienst di Reinhard Heydrich, assieme alla polizia di Berlino, diede inizio a una serie di retate e arresti in tutta la capitale con lo scopo di indurre gli ebrei ad abbandonare definitivamente il paese. E in effetti furono rilasciati solo una volta che le associazioni ebraiche ebbero disposto i preparativi per la loro emigrazione[17]. Per la base del partito, tutto questo insieme di discorsi, leggi, decreti e azioni di polizia indicava che era tempo di scendere nuovamente in piazza. Gli episodi di violenza di massa avvenuti a Vienna in seguito all'Anschluss costituivano un ulteriore incentivo. Aizzati da Joseph Goebbels e dal capo della polizia di Berlino Wolf Heinrich Helldorf, i nazisti della capitale tedesca dipinsero la stella di David sulle vetrine dei negozi di proprietà israelita, sulle porte degli ambulatori medici e degli studi degli avvocati ebrei della capitale, demolirono tre sinagoghe[18].

Norimberga, ebrei polacchi in attesa di espulsione, 28 ottobre 1938

Questa nuova fase di violenze antisemite, la terza dopo quelle del 1933 e del 1935, fu inaugurata dallo stesso Adolf Hitler il 13 settembre 1937 al tradizionale raduno del partito: egli dedicò gran parte del suo discorso a un attacco frontale agli ebrei, definiti «inferiori in tutto e per tutto», senza scrupoli, sovversivi, decisi a minare la società dall'interno, a sterminare chi era più bravo di loro e a stabilire un regime bolscevico fondato sul terrore. La nuova fase persecutoria portò con sé una nuova serie di leggi e decreti che peggiorò notevolmente la situazione degli ebrei tedeschi[19]. Secondo lo storico Ian Kershaw, per stimolare l'impennata della campagna antisemita Hitler dovette fare poco o nulla; furono altri a prendere le iniziative e a incitare all'azione, sempre partendo dal presupposto che ciò fosse in linea con la grande missione del nazismo. Era, questo, un classico esempio di lavoro "verso il Führer", dando per scontata la sua approvazione a tali misure[20]. Goebbels, uno dei principali fautori della radicale azione antisemita, non ebbe difficoltà nell'aprile 1938, sulla scia della feroce persecuzione inflitta agli ebrei di Vienna, a convincere Hitler ad appoggiare i suoi piani per ripulire Berlino, sede del suo Gau personale. Unica condizione posta dal Führer fu che nulla fosse intrapreso prima del suo incontro con Benito Mussolini agli inizi di maggio, in vista dei colloqui con il dittatore italiano circa le mire della Germania in Cecoslovacchia[20].

Nell'autunno 1937, ai datori di lavoro ariani era stato ordinato di licenziare i dipendenti ebrei: come conseguenza furono espulsi circa un migliaio di ebrei russi. L'anno successivo il Sicherheitsdienst rivolse la sua attenzione ai 50 000 ebrei polacchi residenti nel paese[21]; costoro, per Heydrich, erano un fastidio perché non erano sottoposti alla legislazione antiebraica. Preoccupata di un loro possibile rientro, la dittatura militare polacca di stampo antisemita promulgò il 31 marzo 1938 una legge che consentiva la revoca della cittadinanza a tali persone, le quali sarebbero così divenute apolidi. I negoziati fra la Gestapo e l'ambasciata polacca di Berlino non approdarono a nulla e, il 27 ottobre, la polizia tedesca cominciò ad arrestare i lavoratori polacchi, in certi casi insieme alle loro famiglie, stipandoli su vagoni piombati e accompagnandoli al confine. Circa 18 000 persone vennero espulse senza preavviso, con appena il tempo di portarsi dietro qualche effetto personale; giunte alla frontiera, venivano fatte scendere dal treno e trascinate oltre confine. Le autorità polacche però sbarrarono il proprio lato della frontiera, lasciando gli espulsi a vagare senza meta in una "terra di nessuno", fino a quando non si risolsero a impiantare dei campi profughi subito a ridosso del confine. Il 29 ottobre 1938, quando il governo polacco ordinò l'espulsione dei cittadini tedeschi nella direzione opposta, la polizia del Reich portò l'operazione alla stretta finale. Da ultimo, dopo una serie di negoziati intergovernativi, fu consentito ai deportati di tornare in Germania a raccogliere i propri averi per poi ristabilirsi definitivamente in Polonia[22].

L'omicidio di vom Rath[modifica | modifica wikitesto]

Il giovane Herschel Grynszpan (sinistra) e il diplomatico Ernst vom Rath

Mentre le autorità polacche esitavano a emettere i permessi di entrata nel paese, migliaia di espulsi attendevano a Zbąszyń affamati e sofferenti; alcune persone si suicidarono. Una coppia di profughi, che aveva vissuto a Hannover per oltre ventisette anni, aveva un figlio diciassettenne, Herschel Grynszpan, che viveva a Parigi. Dal confine la sorella Berta gli inviò una lettera in cui raccontava dell'espulsione e chiedeva al fratello un piccolo aiuto in denaro per sopravvivere. L'angosciato messaggio giunse a Herschel il 3 novembre che, la mattina del 6, comprò una pistola deciso a vendicare l'oltraggio alla sua famiglia e a tutti gli ebrei ingiustamente espulsi. Il giorno seguente si recò all'ambasciata tedesca, e dopo aver detto al portiere che aveva un messaggio molto importante per l'ambasciatore, Herschel riuscì ad entrare nell'ufficio del terzo segretario dell'ambasciata, Ernst Eduard vom Rath, sparò cinque colpi e colpì l'uomo due volte, procurandogli gravi ferite ma senza ucciderlo[23].

Intanto, a Monaco di Baviera, erano in atto le celebrazioni del cosiddetto "putsch della birreria" del 1923, presiedute da Hitler. Venuto a sapere dell'accaduto ordinò al suo medico personale, dottor Karl Brandt, di recarsi a Parigi assieme al direttore della clinica universitaria di Monaco. I due arrivarono a Parigi l'8 novembre, mentre in Germania la stampa tedesca lanciava accuse contro il popolo ebraico annunciando le prime misure punitive contro gli ebrei tedeschi; nel contempo fu bloccata la stampa di ogni quotidiano o periodico ebraico, vietato l'accesso dei bambini ebrei alle elementari e sospese a tempo indeterminato tutte le attività culturali ebraiche[24]. Quello stesso giorno Goebbels riferì di manifestazioni spontanee di ostilità contro gli ebrei in molte città del Reich: una sinagoga fu incendiata a Bad Hersfeld, nell'Assia, a Kassel e Vienna sinagoghe e negozi ebraici furono assaltati da cittadini tedeschi, che danneggiarono vetrine e suppellettili[25]. In realtà si trattava di precise direttive di Goebbels, il quale aveva ordinato al responsabile della Propaganda dell'Assia (coadiuvato in questo dalla Gestapo e dalle SS) di prendere d'assalto le sinagoghe della regione per tastare il polso dell'opinione pubblica in vista di un possibile allargamento del pogrom. A Kassel, invece, l'attacco alla sinagoga era stato effettuato dalle camicie brune. In serata Hitler tenne il suo discorso per l'anniversario del mancato golpe; mancò tuttavia di menzionare l'episodio del ferimento di vom Rath alla platea, avendo chiaramente in animo di passare all'azione subito dopo la morte del diplomatico, che sembrava imminente stando alle comunicazioni ricevute da Brandt[26].

Riguardo gli atti di violenza registrati il giorno 8, Goebbels dichiarò alla stampa il giorno seguente che costituivano l'espressione spontanea della collera del popolo tedesco verso gli istigatori del vergognoso attentato di Parigi. Il contrasto con l'omicidio del funzionario regionale del partito Wilhelm Gustloff, perpetrato dall'ebreo David Frankfurter nel febbraio 1936 e che – dato l'interesse hitleriano a tenersi buona l'opinione pubblica internazionale nell'anno delle Olimpiadi – non aveva suscitato alcuna reazione violenta né dai vertici né dalla base del partito, non avrebbe potuto essere più evidente. Esso dimostrava, secondo lo storico Richard J. Evans, che l'attentato, «lungi dall'essere la causa di ciò che seguì, ne fu in realtà il semplice pretesto»[27].

La sera del 9 Hitler fu informato da Brandt che vom Rath era morto alle 17:30 ora tedesca. La notizia, pertanto, raggiunse non solo lui ma anche Goebbels e il ministero degli Esteri. Immediatamente, Hitler diede incarico a Goebbels di lanciare una massiccia e ben coordinata aggressione contro gli ebrei tedeschi, unitamente all'arresto e alla reclusione nei campi di concentramento di tutti gli israeliti adulti di sesso maschile che si fosse riusciti a catturare. Secondo il Führer si era presentata l'opportunità ideale per indurre quanti più ebrei possibile a lasciare la Germania di fronte a una terribile esplosione di violenza e di distruzione, che sarebbe stata presentata dalla stampa di regime come «frutto della sgomenta reazione alla notizia della morte del diplomatico». Allo stesso tempo l'omicidio avrebbe fornito la propagandistica giustificazione alla completa e definitiva segregazione degli ebrei dall'economia, dalla società e dalla cultura[26].

La Notte dei cristalli[modifica | modifica wikitesto]

I pogrom del 9 e 10 novembre 1938[modifica | modifica wikitesto]

La sinagoga di Eisenach in fiamme

Verso le ore 21:00 del 9 novembre, durante la cena presso il municipio di Monaco, quando potevano essere osservati da buona parte degli invitati, Hitler e Goebbels furono avvicinati da un messaggero, il quale annunciò loro ciò che in realtà già sapevano sin dal tardo pomeriggio: il decesso di vom Rath. Dopo una breve e concitata conversazione, Hitler si congedò prima del solito per ritirarsi nei suoi alloggi privati. Verso le 22:00 fu Goebbels a prendere la parola innanzi ai Gauleiter, annunciò che vom Rath era morto e che erano già scoppiate sommosse nei distretti di Kurhessen e di Magdeburgo-Anhalt[28][29]. Il ministro aggiunse che, su suo suggerimento, Hitler aveva deciso che nel caso le sommosse avessero assunto proporzioni maggiori, non si sarebbe dovuto intervenire per scoraggiarle[30]. Così lo stesso Goebbels ricordò l'evento nei suoi diari: «Sottopongo la faccenda al Führer. Lui decreta: lasciare libero sfogo alle manifestazioni. Richiamare la polizia. Che una volta tanto gli ebrei sappiano cosa sia la rabbia popolare. Giusto. Trasmetto subito le necessarie direttive alla polizia e al partito. Poi ne parlo brevemente alla dirigenza del partito. Applausi scroscianti. Tutti si precipitano ai telefoni. Adesso le persone agiranno»[31]. Goebbels fece indubbiamente del suo meglio per assicurarsi il concreto intervento del popolo, comunicando dettagliate istruzioni su ciò che si doveva e non si doveva fare. Immediatamente dopo il suo discorso, la Stoßtrupp Hitler, squadra d'assalto le cui tradizioni risalivano ai giorni delle risse da birreria antecedenti al putsch, cominciava a seminare distruzione per le vie di Monaco; demolì quasi subito l'antica sinagoga della Herzog-Rudolf-Straße, rimasta in piedi dopo la distruzione, in estate, della sinagoga principale[29]. A Berlino, nell'elegante viale Unter den Linden, una folla di persone si riunì all'Ufficio del turismo francese dove alcuni ebrei erano in fila in attesa di informazioni per emigrare: la folla costrinse l'ufficio a chiudere e disperse le persone in fila al grido «Abbasso gli ebrei! Vanno a Parigi per raggiungere l'assassino!»[32].

«[...] Nelle parole del ministro della Propaganda i dirigenti del partito presenti lessero l'indicazione che il partito, pur non dovendo apparire pubblicamente quale organizzatore delle manifestazioni, dovesse in realtà curarne in prima persona l'organizzazione e la messa in atto. Istruzioni in tal senso furono immediatamente – ovvero diversi minuti prima dell'invio del primo telegramma – comunicate per telefono dai funzionari del partito presenti agli uffici delle rispettive regioni.
Dalle sedi regionali del partito, si procurò di telefonare ai vari attivisti e comandanti delle squadre d'assalto locali, passando lungo tutta la catena gerarchica l'ordine di appiccare il fuoco alle sinagoghe e di devastare negozi, case e appartamenti di ebrei. [...]»

(Rapporto della Corte suprema del partito nazionalsocialista sugli eventi del 9-10 novembre 1938[33].)
In alto le rovine della sinagoga di Fasanenstraße a Berlino; in basso la sinagoga Ohel Jakob di Monaco in fiamme

Poco prima della mezzanotte del 9 novembre, Hitler e Himmler si incontrarono nell'hotel Rheinischer Hof e dal colloquio scaturì una direttiva, inoltrata via telex alle 23:55 dal capo della Gestapo Heinrich Müller a tutti i comandanti di polizia del paese, che specificava: «Azioni contro i giudei, e in particolare contro le loro sinagoghe, si scateneranno a brevissimo in tutto il paese. Esse non devono essere interrotte. Occorre tuttavia provvedere, in collaborazione con le forze della Ordnungspolizei, a che siano evitati episodi di sciacallaggio e altri eccessi particolari ... Preparare l'arresto di 20-30 000 ebrei sul territorio nazionale, prediligendo in particolar modo quelli abbienti»[33].

Alle 01:20 del 10 novembre Heydrich ordinò alla polizia e al Sicherheitsdienst di non impedire la distruzione delle proprietà ebraiche né violenze contro gli ebrei tedeschi; in compenso non dovevano essere tollerati atti di sciacallaggio né maltrattamenti a cittadini stranieri, anche se ebrei. Fu inoltre evidenziato che bisognava evitare danni alle proprietà tedesche contigue ai negozi e agli edifici di culto israeliti, nonché arrestare tanti ebrei da riempire tutto lo spazio disponibile nei campi. Alle 02:56 un terzo telex, trasmesso su ordine di Hitler dall'ufficio del suo vice, Rudolf Hess, rafforzò quest'ultimo punto aggiungendo che, «per ordini superiori, non dovevano essere appiccati incendi nei negozi ebraici per non mettere a repentaglio gli immobili tedeschi adiacenti»[34]. A quel punto il pogrom era in pieno svolgimento in molte località della Germania: tramite gli ordini inoltrati per via gerarchica a tutte le sedi del partito, squadre d'assalto e attivisti, che stavano ancora celebrando nei propri quartieri generali l'anniversario del 1923, diedero inizio alle violenze. Molti di loro erano ubriachi e poco inclini a prendere sul serio la prescrizione di astenersi da saccheggi e da violenze personali, «così bande di camicie brune fuoriuscirono da case e sedi del partito, quasi tutti in abiti civili, armati di taniche di benzina, e si diressero verso la sinagoga più vicina»[35].

La violenza si scatenò più o meno contemporaneamente da Berlino fino ai villaggi rurali e si registrarono eventi terribili nel cuore della notte, che al sorgere del sole non accennarono a placarsi. Nella capitale, alle prime ore del mattino, folle incontrollate distrussero circa 200 negozi di proprietà ebraica e sulla Friedrichstraße le persone si lasciarono andare al saccheggio dei negozi; a Colonia un giornale britannico riportò che: «le folle ruppero le vetrine di quasi ogni negozio ebraico, entrarono a forza in una sinagoga, ne rovesciarono sedili e ruppero i vetri delle finestre.» A Salisburgo la sinagoga fu distrutta e i negozi ebraici sistematicamente saccheggiati; a Vienna, secondo i resoconti, almeno 22 ebrei si tolsero la vita durante la notte, mentre «autocarri carichi di ebrei furono portati a Doliner Straße dalle SA e costretti a demolire una sinagoga». Secondo i resoconti anche a Potsdam, Treuchtlingen, Bamberga, Brandeburgo, Eberswalde e Cottbus le sinagoghe furono saccheggiate, demolite e infine date alle fiamme. Quella di Treuchtlingen risaliva al 1730[36]. Il console generale britannico a Francoforte sul Meno, Robert Smallbones, inviò a Londra una relazione sugli accadimenti avvenuti a Wiesbaden alle prime luci dell'alba: «la violenza era iniziata con l'incendio di tutte le sinagoghe» e durante il giorno «gruppi organizzati di entrambe le formazioni politiche [SA e SS] fecero visita a ogni negozio o ufficio ebraico, distruggendo vetrine, beni, attrezzature. [...] Furono arrestati oltre duemila ebrei [...] tutti i rabbini con altri leader e insegnati religiosi [erano] in stato di arresto»[37]. Delle quarantatré sinagoghe e case di preghiera di Francoforte, almeno ventuno furono distrutte o incendiate[38]. A Schwerin tutti gli esercizi ebraici furono contrassegnati con una stella di David alla sera, così da essere rapidamente riconosciuti e distrutti il giorno seguente; a Rostock fu appiccato un incendio alla sinagoga della città e a Güstrow furono date alle fiamme la sinagoga, il tempio del cimitero ebraico e il negozio di un orologiaio ebreo. Tutti gli abitanti ebrei furono tratti in arresto, così come successe a Wismar, dove tutti i maschi della comunità ebraica furono prelevati dalla polizia[39].

Vetrine infrante in un negozio ebreo di Magdeburgo

Ad attestare la distruzione delle sinagoghe esistono molte testimonianze fotografiche, come quelle che ritraggono un enorme falò nella piazza centrale di Zeven, alimentato con gli arredi della vicina sinagoga, rogo a cui furono obbligati ad assistere i bambini della vicina scuola elementare. A Ober-Ramstadt fu immortalato il lavoro dei pompieri impegnati a proteggere un'abitazione nelle vicinanze della sinagoga della città in fiamme, così come vennero fotografate in fiamme anche le sinagoghe di Siegen, Eberswalde, Wiesloch, Korbach, Eschwege, Thalfang e Ratisbona, città quest'ultima in cui furono fotografate anche colonne di ebrei maschi in uscita dal vecchio quartiere ebraico, costrette a marciare sotto la scorta delle SA e verso il campo di Dachau[39]. A Brema, alle 02:00, tre autopompe dei pompieri presero posizione nella strada dove si trovavano la sinagoga e l'edificio amministrativo della comunità ebraica; tre ore più tardi erano ancora là mentre i due edifici venivano prima saccheggiati e poi dati alle fiamme. Un uomo delle SA costrinse inoltre un autista a dirigere il proprio camion contro le vetrine di vari negozi ebraici, i cui beni furono confiscati. Sulle vetrine infrante dei negozi devastati furono apposte targhe preparate in precedenza con scritte come "Vendetta per vom Rath"; "Morte all'ebraismo internazionale e alla frammassoneria"; "Non si fanno affari con le razze legate agli ebrei". Il console britannico T.B. Wildman riferì che la sarta ebrea Lore Katz fu portata in strada in camicia da notte ad assistere al saccheggio del suo negozio, oltre a riportare che «un uomo di nome Rosenberg, padre di sei figli» e costretto ad abbandonare la sua casa, «oppose resistenza e fu ucciso»[40]. Nelle stesse ore, alla notizia del primo ebreo morto durante le violenze, Goebbels osservò: «Inutile sconvolgersi per la morte di un ebreo: toccherà a migliaia di altri nei giorni a venire» e, trattenendo a stento la soddisfazione per gli eventi, annotò sul proprio diario:

«Cinque sinagoghe distrutte dalle fiamme a Berlino. Poi quindici. La rabbia della popolazione dilaga. Impossibile ormai tenerla a freno per questa notte. Né ho alcuna intenzione di farlo. Dare briglia sciolta… Rumore di vetri in frantumi mentre rientro in un albergo. Bravi! Bravi! Sinagoghe in fiamme in ogni città. Proprietà tedesche al sicuro[41]

Le notizie relative ad alcuni degli assassinii si devono ai rapporti di diplomatici e corrispondenti di nazioni estere. Un dipendente del The Daily Telegraph fece pervenire informazioni da Berlino: «[...] si ha notizia che il custode della sinagoga di Prinzregentstraße abbia perso la vita nell'incendio con tutta la sua famiglia», e che due ebrei erano stati linciati nella parte orientale della capitale[42], mentre un suo collega riportò che: «pareva che persone normalmente decorose fossero completamente in preda a odio razziale e isterismo. Ho visto donne elegantemente vestite battere le mani e gridare di gioia»[43]. Un corrispondente del News Chronicle vide saccheggiatori «rompere con particolare attenzione le vetrine delle gioiellerie e, ridacchiando, imbottirsi le tasche dei ninnoli e delle collane che cadevano sui marciapiedi»; in contemporanea, sulla Friederichstraße «un pianoforte a coda fu trainato sul marciapiede e demolito con accette, tra urla, esultanze e applausi»[43]. A Dortmund, città in cui la comunità ebraica era già stata costretta a vendere ai nazisti la sinagoga, un ebreo rumeno fu costretto a strisciare per quattro chilometri lungo le strade della città mentre veniva percosso; a Bassum la cinquantaseienne Josephine Baehr assisté all'arresto del marito, alla demolizione della loro casa e si suicidò poche ore dopo. A Glogau, dove furono distrutte entrambe le sinagoghe, Leonhard Plachte fu gettato fuori dalla finestra della propria abitazione e perse la vita; a Jastrow l'ebreo Max Freundlich rimase ucciso nel corso dell'arresto e a Beckum (in cui sinagoga e scuola ebraica furono rase al suolo) fu ucciso a sangue freddo il novantacinquenne Alexander Falk[44].

Negozio a Monaco devastato durante i saccheggi

A Monaco di Baviera un inviato del The Times raccontò che i negozi ebrei furono attaccati «da folle istigate dalle camicie marroni, la maggior parte delle quali sembravano veterani del putsch che hanno marciato ieri a Monaco». Lo stesso quotidiano riportò come la Kaufinger Straße, una delle vie principali, sembrasse «devastata da un bombardamento aereo» e che «ogni negozio ebreo della città era parzialmente o completamente distrutto»[45]. Nel capoluogo bavarese furono arrestati 500 ebrei e le radio annunciarono che tutti gli ebrei della città avrebbero dovuto lasciare la Germania; molti di loro, in effetti, tentarono di dirigersi verso la frontiera svizzera, ma i distributori rifiutarono di vendere la benzina e la Gestapo requisì gran parte dei loro passaporti[46]. Neppure Vienna, annessa alla Germania da appena otto mesi, sfuggì alla notte dei cristalli. «Vedere le nostre sinagoghe che prendevano fuoco» ricordò Bronia Schwebel, «vedere proprietari di attività commerciali passarvi di fronte con cartelli sulle spalle "Mi vergogno di essere ebreo", mentre i loro negozi venivano saccheggiati, faceva paura e spezzava il cuore. Non erano solo i negozi ad essere violati, erano le loro vite ...»[47]. La mattina del 10 novembre molti viennesi, dopo aver letto della morte di vom Rath, se la presero con gli ebrei alle fermate dei tram e scoppiarono numerosi pestaggi; civili austriaci e SA si lanciarono contro le vetrine dei negozi e attaccarono addirittura un asilo ebraico. Il dodicenne Fred Garfunkel vide la drogheria sotto casa «frantumarsi in mille pezzi» mentre soldati a bordo di autocarri parcheggiati ad ogni angolo «vi tiravano su persone dalla strada»[48]. Intorno alle 09:00 le sinagoghe di Hernalser e Hietzinger furono date alle fiamme e verso mezzogiorno la folla irruppe nella Scuola rabbini di Große Schiffgaße, ne trascinò fuori il mobilio e ne fece un falò; pochi minuti più tardi si udì una forte esplosione provenire dalla sinagoga di Tempelgaße, dove le camicie brune avevano deliberatamente posto dei fusti di benzina prima di darle fuoco[49]. Così come accaduto in Germania, ci fu anche un'ondata di arresti: solo il 10 novembre ben 10 000 maschi ebrei furono imprigionati. In serata 6 000 furono rilasciati, ma i restanti furono deportati a Dachau[50].

All'alba Goebbels cominciò a consultarsi per telefono con Hitler su come e quando porre fine all'azione. Alla luce delle sempre più numerose critiche al pogrom mosse anche, seppure non certo per ragioni umanitarie, dagli alti comandi della dirigenza nazista, si optò per la sua conclusione. Successivamente il ministro della Propaganda abbozzò un ordine per fermare il pogrom e lo portò di persona a Hitler che stava pranzando all'osteria Bavaria: «Fatto rapporto al Führer all'Osteria, concorda su tutto. La sua posizione è improntata a radicalismo e aggressività assoluti. L'azione in sé si è svolta senza problemi di sorta [...] Il Führer è determinato a varare severissime misure contro gli ebrei. Per i loro affari devono sbrigarsela da soli. L'assicurazione non gli rimborserà un soldo. Vuole passare quindi a una graduale espropriazione delle attività giudaiche». Hitler approvò dunque il testo di Goebbels, che fu letto alla radio quello stesso pomeriggio intorno alle 17:00 e stampato sulle prime pagine dei giornali del mattino dopo[4][29].

La sinagoga di Chemnitz in macerie dopo la Reichspogromnacht

La polizia e gli ufficiali del partito iniziarono a mandare a casa i dimostranti, ma gli arresti da parte della Gestapo erano appena iniziati. Sono rimaste tre testimonianze di altrettanti villaggi tedeschi in cui durante il pogrom i preti e le parrocchie si adoperarono per evitare il massacro: Warmsried, Derching e Laimering. Pare che quasi nessuna altra comunità ebraica residente nei villaggi fu risparmiata dalle violenze e dall'umiliazione[51]. Secondo lo storico Daniel Goldhagen fu proprio nei piccoli villaggi rurali che le SA furono accolte con più favore, mentre nelle grandi città la popolazione preferì assistere indifferente, piuttosto che partecipare in modo attivo. Nelle piccole comunità la gente del luogo ne approfittò con «la consapevolezza che in quel giorno gli ebrei erano "caccia aperta" [Vogelfrei] [...] e alcuni si lasciarono prendere la mano, accanendosi sugli ebrei tormentati e indifesi». La gente comune se partecipò, lo fece spontaneamente senza essere provocata o incoraggiata e, in alcuni casi, i genitori portarono con sé i propri figli[52]. Fu infatti registrato che in testa a molti attacchi contro gli ebrei e delle azioni vandaliche a danno dei negozi si trovavano ragazzi in età scolare. Il 15 novembre il diplomatico Ulrich von Hassell annotò sul proprio diario che gli organizzatori del pogrom erano stati «sufficientemente sfacciati da mobilitare classi di studenti»; un mese dopo scrisse che aveva avuto conferma da un membro del ministero degli Esteri della veridicità della storia secondo cui «gli insegnanti avevano armato gli studenti con dei bastoni, in modo che potessero distruggere i negozi ebraici»[51].

La distruzione di un così grande numero di sinagoghe, case di preghiera e centri culturali fu il più grave colpo inferto al patrimonio artistico e culturale ebraico d'Europa[53][54]: tra gli edifici erano annoverati alcuni tra i monumenti più importanti e significativi dell'architettura sinagogale tedesca, come il Leopoldstädter Tempel di Vienna, la sinagoga maggiore di Francoforte sul Meno, la sinagoga nuova di Hannover, la sinagoga nuova di Breslavia e molte altre. L'11 novembre fu presentato a Heydrich un resoconto secondo cui erano state distrutte 76 sinagoghe e altre 191 incendiate, demoliti 29 grandi magazzini, distrutti 815 negozi e 117 abitazioni private[55]. Le stime successive indicano che durante il pogrom furono distrutte almeno 520 sinagoghe, ma la cifra totale in realtà supera il migliaio; anche i dati sui danni inferti ad attività e case, in realtà, ammonterebbero almeno a 7 500 negozi e abitazioni distrutti e saccheggiati[56]. Le vittime ufficialmente furono 91, ma il numero effettivo, destinato a rimanere ignoto, fu più verosimilmente compreso tra 1 000 e 2 000, specie se si considerano i maltrattamenti subiti dagli ebrei maschi dopo il loro arresto (e protrattisi in alcuni casi per giorni) e i 300 suicidi almeno, causati dal panico e dalla disperazione del momento[57]

Conseguenze immediate[modifica | modifica wikitesto]

Complessivamente, fra il 9 e il 16 novembre, circa 30 000 ebrei maschi furono arrestati e condotti nei campi di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen; la popolazione di Buchenwald raddoppiò da circa 10 000 internati alla metà di settembre a 20 000 due mesi più tardi. Insieme alla maggior parte degli ebrei provenienti da Treuchtlingen, il noto musicista Moritz Mayer-Mahr fu prelevato a Monaco e condotto a Dachau, dove fu costretto a restare all'aperto e sull'attenti insieme agli altri per ore e ore nel freddo di novembre, con indosso solo maglietta, calzini, pantaloni e giacca. I campi erano in situazione igieniche terribili, con poche latrine improvvisate per migliaia di uomini, nessuna possibilità di lavarsi e i detenuti costretti per la maggior parte a dormire per terra[58]. Fra il 1933 e il 1936 il tasso di mortalità a Dachau era compreso da un minimo di 21 a un massimo di 41 individui all'anno; ma nel settembre 1938 morirono dodici prigionieri e in ottobre altri dieci. Dopo l'arrivo degli internati ebrei a seguito della notte dei cristalli, i morti salirono a 115 in novembre e a 173 in dicembre, a dimostrazione (secondo lo storico Richard J. Evans) di come l'inasprimento della brutalità nei confronti degli ebrei nei campi di detenzione fosse cresciuta durante e dopo i pogrom di novembre[58].

Il ministero della Propaganda si affrettò a presentare al mondo tali episodi come una spontanea esplosione di legittima collera popolare: «Troppo duro è stato l'attacco sferrato contro di noi dal giudaismo internazionale perché fosse possibile reagire soltanto a parole» dichiarava l'11 novembre ai suoi lettori il Göttinger Tageblatt. Lo stesso giornale dichiarò inoltre che «Dopo essere stata repressa per decenni, la furia antigiudaica si è finalmente scatenata. Per questo gli ebrei devono ringraziare il loro fratello Grünspan [Grynszpan], i suoi mentori, spirituali o materiali che siano, e loro stessi». Il pezzo concludeva con l'assicurazione grottesca che gli ebrei «nel corso degli incidenti sono stati trattati abbastanza bene». Analogamente, con uno sprezzo per la verità che travalicava persino quello consueto, il principale quotidiano di propaganda nazista Völkischer Beobachter proclamò:

Colonna di ebrei arrestati nel Baden-Baden, diretti verso i campi di detenzione

«In tutta l'area occidentale di Berlino, come in altre zone della capitale dove gli ebrei continuano a pavoneggiarsi, non una sola vetrina di negozio giudaico è rimasta intatta. La rabbia e la furia dei berlinesi, che hanno mantenuto malgrado tutto la massima disciplina, sono rimaste entro limiti ben definiti: sono stati evitati gli eccessi e non c'è giudeo a cui sia stato torto un capello. Le merci esposte nelle vetrine, spesso splendidamente decorate, sono rimaste al loro posto[59]

L'11 novembre, sempre sul Völkischer Beobachter, Goebbels attaccò la stampa straniera «prevalentemente giudaica», rea di essere ostile alla Germania: molte erano state, infatti, le reazioni indignate che le varie testate giornalistiche europee avevano avuto sugli avvenimenti del 9 e 10 novembre. In un articolo apparso contemporaneamente su più giornali il ministro della Propaganda definì semplicemente menzogneri tali resoconti, affermando come la naturale reazione al vile assassinio di vom Rath fosse derivata da un «istinto sano» della società tedesca che Goebbels definì orgogliosamente «un popolo antisemita. Un popolo che non trae piacere né diletto a vedere limitati i propri diritti né a essere provocato, come nazione, dalla parassitaria razza ebraica»; in conclusione, Goebbels asserì che il popolo tedesco aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per mettere fine alle manifestazioni e che i tedeschi non avevano nulla di cui vergognarsi. Questa, comunque, non fu l'opinione della stampa internazionale, che reagì con un misto di orrore e di incredulità ai fatti del 9 e 10 novembre: per molti osservatori stranieri essi costituirono, anzi, un punto di svolta al loro sguardo sul regime nazista[59].

Il 12 novembre si tenne un incontro presso il ministero dei Trasporti aerei a Berlino, per discutere la «questione ebraica» sotto la presidenza di Hermann Göring e con la partecipazione dei ministri dell'Interno, della Propaganda, delle Finanze e dell'Economia. In quella riunione si decise di multare gli ebrei di un miliardo di marchi e di dare impulso decisivo ad «arianizzare» l'economia tedesca, tanto che il ministro dell'Economia Walther Funk stabilì che dal 1º gennaio 1939 nessun ebreo sarebbe più potuto essere a capo di un'attività commerciale. Già la sera dello stesso giorno fu annunciata la multa comminata agli ebrei tedeschi e la loro emarginazione totale dalla vita economica del paese entro il primo giorno del 1939[60]. Quel giorno fu pure decisa l'esclusione degli ebrei da tutti i luoghi di intrattenimento; il 13 Goebbels spiegò al popolo berlinese che: «Aspettarsi che un tedesco sieda accanto ad un ebreo in un teatro o in un cinema equivale a degradare l'arte tedesca. Se i parassiti non fossero stati trattati fin troppo bene in passato, non sarebbe stato necessario sbarazzarsene tanto rapidamente adesso»[61]. Il giorno successivo il ministro tedesco dell'Educazione, Bernhard Rust, emise un decreto che vietò a ogni ebreo di inscriversi a qualunque università tedesca o austriaca, e ventiquattr'ore più tardi i figli di ebrei tedeschi furono banditi dalle scuole nazionali con effetto immediato. Il 16 novembre il presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosevelt annunciò alla radio che egli riusciva «a stento a credere» che la campagna antisemita tedesca «potesse aver luogo nel ventesimo secolo della civiltà» e, sulla scia di questa indignazione, il sindaco di New York Fiorello La Guardia (la cui madre era ebrea) diede a tre capi ebrei della polizia l'incarico di proteggere il consolato tedesco della città[62].

Sempre il 16 novembre Heydrich ordinò di porre fine all'ondata di arresti di ebrei maschi innescata dal pogrom, ma non con il semplice intento di restituirli alla vita di prima: tutti gli ebrei sopra la sessantina, quelli malati o handicappati e quelli coinvolti in una procedura di arianizzazione dovevano essere liberati immediatamente. Il rilascio degli altri era legato in molti casi a un loro impegno formale a lasciare il paese[63]. L'emigrazione, peraltro, si era delineata come l'unica alternativa per gli ebrei tedeschi, ma non tutti i paesi esteri erano così disposti ad accoglierli, contingenza che rese drammatica la loro situazione: il 15 novembre un inviato britannico scrisse da Berlino che «le voci che certi paesi abbiano allentato le restrizioni producono il risultato di centinaia di ebrei che accorrono ai loro consolati, solo per scoprire che le voci sono false». Ad esempio, oltre 300 ebrei si recarono al consolato dell'Argentina a Berlino, ma solo due riuscirono a esibire i requisiti necessari per presentare la domanda di entrata nel paese, mentre «folle di ebrei spaventati» continuavano ad apparire davanti ai consolati britannici e statunitensi «implorando di ottenere dei permessi di soggiorno [...] tuttavia pochissimi di loro si assicurarono i permessi»[64]. La normalità per gli ebrei divenne impossibile e, a peggiorare il clima di terrore in cui vivevano, il quotidiano ufficiale delle SS Das Schwarze Korps dichiarò che in caso di qualsiasi tipo di "rappresaglia ebraica" al di fuori della Germania e in risposta ai pogrom del 9-10 novembre, «noi useremo i nostri ostaggi ebrei in maniera sistematica, indipendentemente da quanto certa gente possa trovarlo scioccante. Seguiremo il principio proclamato dagli ebrei: 'Occhio per occhio, dente per dente'. Ma prenderemo migliaia di occhi per un occhio, migliaia di denti per un dente»[65].

Solo nel gennaio 1939 Heydrich ordinò alle autorità di polizia del paese di rilasciare dai campi di concentramento tutti gli internati ebrei in possesso dei documenti necessari per l'espatrio, notificando loro che vi sarebbero stati rinchiusi a vita se mai avessero fatto ritorno in Germania. Appena liberati, agli ex detenuti venivano concesse tre settimane per lasciare il paese ma, paradossalmente, le politiche naziste stavano rendendo sempre più difficile l'espulsione[66]. Le formalità burocratiche che accompagnavano le istanze per l'emigrazione erano infatti talmente complesse da rendere spesso insufficienti le tre settimane concesse. Inoltre, fintantoché le organizzazioni ebraiche ebbero a che fare con funzionari del ministero dell'Interno (ex nazionalisti o membri del Partito di centro) le cose funzionarono abbastanza bene, ma quando il 30 gennaio 1939 Göring passò l'intera incombenza burocratica al Centro nazionale per l'emigrazione ebraica sotto il controllo di Heydrich, emigrare per gli ebrei divenne sempre più complicato. Ancora, il blocco dei capitali impediva agli ebrei di pagare le spese per l'espatrio: difatti tra gli obiettivi del Centro vi era quello di «dare la priorità all'emigrazione dei giudei più indigenti» poiché, come si leggeva in una circolare del ministero degli Esteri del gennaio 1939, «ciò avrebbe alimentato l'antisemitismo dei paesi occidentali in cui essi trovano asilo... Va sottolineato come sia nell'interesse nazionale fare in modo che gli ebrei lascino i confini del paese da accattoni, perché più gli emigranti sono poveri, maggiore è l'onere che rappresentano per il paese che va a ospitarli»[67].

Secondo Richard Evans il pogrom può essere quindi compreso unicamente nel contesto dell'iniziativa del regime per costringere gli ebrei a emigrare e dunque porre fine a una vita ebraica in Germania. Non a caso in rapporto dell'SD fu osservato che l'emigrazione degli ebrei era: «notevolmente diminuita ... fin quasi a interrompersi a causa dell'atteggiamento di chiusura dei paesi stranieri e per le insufficienti scorte di valuta in loro possesso. Vi aveva poi contribuito l'atteggiamento di rinuncia degli ebrei, le cui organizzazioni si limitavano a tirare avanti nell'assolvere al proprio compito, viste le continue pressioni cui erano sottoposte da parte delle autorità. I fatti di novembre hanno profondamente modificato questa situazione». La «prassi radicale attuata contro gli ebrei in novembre» proseguiva il rapporto, aveva «accresciuto al massimo grado la volontà di emigrazione» e, sfruttando questa situazione, nei mesi seguenti furono presi vari provvedimenti per tradurre questa volontà in atto[66].

Reazioni internazionali[modifica | modifica wikitesto]

«Mentre milioni di persone in tutto il mondo oggi festeggiano l'Armistizio, non c'è pace per gli ebrei. Apriamo questa sessione alla luce degli incendi delle sinagoghe che bruciano in tutta la Germania, e delle urla di dolore delle vittime e del pianto di migliaia di ebrei nei campi di concentramento»

(Chaim Weizmann nel discorso di apertura del Consiglio generale sionista a Londra, 11 novembre 1938[68].)

Sei settimane prima della Notte dei cristalli si era svolta a Monaco una importante conferenza dalla quale il primo ministro britannico Neville Chamberlain era tornato proclamando «la pace per la nostra epoca». Il pogrom di novembre sortì un duro colpo a quella speranza di pace, tanto che il 18 novembre il cancelliere dello Scacchiere, Sir John Simon, parlò di come la prospettiva di pace fosse «stata gettata via negli ultimi giorni, a fronte di uno sviluppo che [aveva] profondamente sconvolto e commosso il mondo». Il destino degli ebrei, aggiunse Simon, «fa sorgere inevitabilmente forti sentimenti sia di orrore che di solidarietà». A tal proposito il 20 novembre 1938 sulle pagine del The Observer venne scritto come ormai «i membri del ministero britannico non si fanno illusioni. Con loro immenso dispiacere riconoscono che tutto ciò che è accaduto in Germania negli ultimi dieci giorni significa un definitivo ritardo alle prospettive di pacificazione in Europa»[69].

Il 20 novembre il presidente Roosevelt annunciò che avrebbe chiesto al Congresso di consentire a circa quindicimila rifugiati tedeschi già presenti negli Stati Uniti di rimanere nel paese a «tempo indeterminato», in quanto sarebbe stato «crudele e disumano costringere i profughi, la maggior parte dei quali erano ebrei, a ritornare in Germania per trovarsi di fronte a un potenziale maltrattamento, campi di concentramento o altri tipi di persecuzione». Tuttavia Roosevelt non appoggiò la richiesta delle organizzazioni ebree statunitensi che chiedevano di unificare le quote di immigrazione dei successivi tre anni per il solo 1938, permettendo potenzialmente a ottantunomila ebrei di entrare nel paese in tempi brevi[70].

Anche il governo britannico fu messo sotto pressione perché facesse di più per i rifugiati provenienti dalla Germania. In una seduta del 21 novembre alla Camera dei comuni, il laburista Alderman Logan fece un appello dicendo: «Parlo da cattolico, partecipando dal profondo del mio clorella causa degli ebrei. Ho udito menzionare la questione economica. Se non possiamo soddisfare i criteri di civiltà, se non riusciamo a portare la luce del sole nella vita della gente senza essere preoccupati dalla questione dei soldi, la civiltà è condannata. Oggi si offre alla nazione inglese un'opportunità di prendere un'adeguata posizione fra le nazioni del mondo». Al termine del dibattimento il governo annunciò che «ad un larghissimo numero di bambini ebrei tedeschi sarebbe stato permesso di entrare in Gran Bretagna»[71].

Nel frattempo in vari paesi si alzarono voci di sostegno verso gli ebrei tedeschi e di riprovazione contro il governo nazista: a Washington fu proposto di rendere disponibile la fertile, ma quasi disabitata, penisola di Kenai in Alaska ad almeno 250 000 rifugiati, «indipendentemente dalla loro religione dalle loro disponibilità economiche», ma per varie resistenze politiche la proposta fu accantonata. Nei Caraibi l'Assemblea legislativa delle isole Vergini, il 18 novembre aveva votato a favore di una risoluzione che offriva ai rifugiati del mondo un posto dove «la loro cattiva sorte potesse aver fine», ma il segretario di Stato Cordell Hull bloccò l'iniziativa in quanto «incompatibile con la legislazione esistente»[72]. Il 20 novembre il Consiglio nazionale ebraico della Palestina si offrì di accogliere 10 000 bambini ebrei tedeschi, e le spese sarebbero state sostenute dalla comunità ebraica palestinese e dai «sionisti di tutto il mondo». L'offerta fu discussa al Parlamento britannico assieme alla proposta successiva di accogliere anche 10 000 adulti; il segretario delle Colonie Malcolm MacDonald menzionò l'imminente conferenza fra il governo britannico e i rappresentanti degli arabi palestinesi, degli ebrei palestinesi e degli stati arabi, facendo presente che se fosse stato concesso quanto il consiglio chiedeva, si sarebbe corso il rischio di creare forti tensioni, e la richiesta venne quindi respinta[73].

Il 21 novembre Papa Pio XI rivolgendosi ai fedeli, stigmatizzò l'esistenza di una razza ariana superiore, insistendo sull'esistenza di un'unica razza umana. L'asserzione del pontefice fu messa in discussione dal ministro del Lavoro nazista Robert Ley, che il 22 a Vienna dichiarò che: «Nessun sentimento di compassione sarà tollerato nei confronti degli ebrei. Rifiutiamo l'affermazione del papa secondo cui non esisterebbe che un'unica razza. Gli ebrei sono parassiti». Sulla scia delle parole del papa, alcuni eminenti uomini di chiesa condannarono la Notte dei cristalli; il cardinale Schuster di Milano, il cardinale belga Van Roey e il cardinale di Parigi Verdier[74].

Sempre in Italia, appena due giorni prima la Notte dei cristalli, vennero emanate le leggi razziali fasciste che impedivano agli ebrei impieghi statali, governativi o nell'insegnamento. Molti ebrei italiani da sud, ed ebrei tedeschi e austriaci da nord, tentarono dunque di accedere in Svizzera; ma fin dal 23 novembre Heinrich Rothmund - capo del dipartimento federale della Polizia svizzera - protestò ufficialmente con il ministro degli Esteri a proposito dei rifugiati ebrei a cui era consentito entrare nel paese[75]. Questo è solo un piccolo esempio di come se da una parte si alzarono voci a favore degli ebrei, dall'altra le correnti innatiste e xenofobe di vari paesi stavano esercitando pressione sui rispettivi governi per arrestare il flusso di emigranti ebrei dalla Germania, che di fatto videro le loro vie di fuga pesantemente limitate[76].

La Polonia annoverava un partito furiosamente antisemita nella forma dell'Endecja di Roman Dmowski, che durante gli anni Trenta richiamò una vasta coalizione delle classi medie attorno a un'ideologia dai contorni spiccatamente fascisti. Dopo il 1935 la Polonia fu governata da una giunta militare, e l'Endecja era all'opposizione; il che non le impedì di organizzare in tutto il paese boicottaggi di negozi e aziende ebraiche, spesso con buon contorno di violenze. Con il radicalizzarsi della persecuzione ebraica in Germania, in Polonia nel 1938 il partito di governo adottò un programma in tredici punti sulla questione ebraica, in cui si proponevano varie misure volte a consolidare l'estraneità istituzionale degli ebrei dalla vita dello Stato. Nel 1939 essi erano ormai esclusi dagli albi professionali anche se in possesso dei previsti titoli universitari. Il partito di governo stava così adottando in misura sempre più massiccia una serie di politiche originariamente avanzate dai nazisti in Germania. Una proposta di legge per un equivalente polacco delle Leggi di Norimberga fu avanzata da un suo gruppo parlamentare nel gennaio 1939[77].

Idee e iniziative analoghe si potevano osservare in questo periodo in altri paesi dell'Europa centrorientale in lotta per creare una nuova identità nazionale, in particolare Romania e Ungheria. Questi paesi avevano i propri movimenti fascisti, la Guardia di Ferro in Romania e la Croce frecciata in Ungheria, entrambi caratterizzati da un fanatismo antigiudaico simile a quello nazista. Come in Germania, anche qui l’antisemitismo era strettamente legato a un nazionalismo radicale, all'idea che la presunta imperfezione dell'inverata idea nazionale fosse da imputare in primo luogo all'influenza negativa dei giudei. Questi paesi seguendo l'esempio nazista, che si fece sempre più esplicito dopo i pogrom del novembre 1938, inasprirono i loro provvedimenti antiebraici, i quali riflettevano chiaramente l'influenza della Germania nazista, e ne seguivano in gran parte criteri razziali. In quel periodo, la Germania non fu affatto l'unico paese a ridurre i diritti degli ebrei, a privarli dei mezzi di sostentamento economico, ad adoperarsi per una loro emigrazione di massa e ad assistere a violenze, distruzioni e omicidi ai loro danni[78].

Dai pogrom di novembre all'Olocausto[modifica | modifica wikitesto]

Scritta antisemita sul muro della sinagoga di Düsseldorf, 1933 o 1934

Il pogrom del 9 e 10 novembre fu la terza ondata di violenza antisemita in Germania, ben peggiore di quelle del 1933 e del 1935 (coincidenti rispettivamente con il boicottaggio nazista del commercio ebraico e con l'emanazione delle leggi di Norimberga): iniziata nella primavera 1938, continuò e ingigantì quale accompagnamento alla crisi diplomatica internazionale dell'estate-autunno che portò agli accordi di Monaco. Secondo lo storico Kershaw «quella notte mise a nudo agli occhi del mondo la barbarie del regime nazista»; entro i confini tedeschi portò a immediate misure draconiane volte alla totale segregazione degli ebrei tedeschi e, inoltre, a una nuova elaborazione dell'indirizzo antisemita ora sotto il diretto controllo delle SS, per i cui vertici guerra, espansione territoriale ed eliminazione degli ebrei arrivarono a costituire tappe di un percorso unico. Kershaw sostiene che all'indomani del Novemberpogrome la certezza di tale collegamento si consolidò non solo nelle menti delle SS, ma anche in Hitler e nella cerchia dei suoi più stretti collaboratori: peraltro, fin dagli anni venti, il Führer non si era discosto dall'idea che la salvezza tedesca sarebbe dovuta necessariamente passare da una lotta titanica per la supremazia in Europa e nel mondo, contro il «nemico più potente di tutti, forse addirittura più potente del Terzo Reich: il giudaismo internazionale»[20].

Allo stesso tempo la Notte segnò, in Germania, l'ultimo eccesso di un antisemitismo violento assimilabile ai pogrom. Fin dal 1919 Hitler, che pure non era del tutto contrario a simili mezzi, aveva sottolineato che la «soluzione della questione ebraica» non sarebbe stata violenta. Furono soprattutto gli immensi danni materiali provocati, l'autentico disastro diplomatico riflesso nella pressoché universale condanna della stampa internazionale, e in minor misura le critiche (ma non alla draconiana legislazione antiebraica che fece loro seguito) di ampi settori della cittadinanza tedesca a consigliare l'abbandono di tali pratiche razziste. Al posto del brutale pogrom subentrò sempre di più una coordinata e sistematica linea di condotta antiebraica, definita "razionale" e affidata alle SS: il 24 gennaio 1939 Göring creò un Ufficio centrale per l'emigrazione ebraica con sede a Vienna, sotto il comando di Reinhard Heydrich e che in linea di massima ebbe sempre come obiettivo l'emigrazione forzata, che dopo il Novemberpogrome ebbe nuovo e radicale impulso. Il passaggio di tale compito alle SS diede inoltre inizio a una nuova fase della politica antisemita, la quale compì un passo cruciale sulla strada che ebbe nelle camere a gas e nei campi di sterminio il suo punto d'arrivo. All'apertura della conferenza di Wannsee, nel gennaio 1942, Heydrich avrebbe fatto ricorso all'incarico ricevuto da Göring per varare i provvedimenti volti allo sterminio del popolo ebraico[79].

La maggior parte dei dirigenti del partito nazista e della burocrazia fu contraria al pogrom organizzato da Goebbels, preoccupati delle reazioni all'estero e dei danni economici interni, e al termine della riunione del 12 novembre Göring dichiarò che avrebbe fatto di tutto per impedire nuove sommosse e azioni violente. I pogrom del novembre 1938 furono l'ultima occasione lasciata alla violenza antiebraica per scatenarsi nelle strade della Germania, sì che nel settembre 1941, quando Goebbels diramò il decreto che ordinava agli ebrei di portare la stella gialla, il capo della Cancelleria del partito Martin Bormann emanò ordini al fine di contenere qualsiasi smodata reazione popolare. In realtà l'indignazione dei vertici nazisti verso l'idea del pogrom e delle violenze per le strade era dettata dalla sola motivazione che quel genere di azioni sfuggiva al loro controllo ed erano fondamentalmente deleteri per l'immagine della Germania; viceversa, i membri del partito erano convinti che la «questione ebraica» andasse programmata in modo sistematico e razionale, non lasciata in mano alla furia popolare. Da allora ci si sarebbe occupati degli ebrei in ambito «legale» – vale a dire secondo metodi sperimentati di pianificazione e organizzazione dall'alto con il determinante concorso logistico della burocrazia, che ebbe parte importante nel genocidio[80].

Reazioni nel partito nazista[modifica | modifica wikitesto]

Il ministro della Propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels

Gli alti comandi di polizia e SS, anch'essi riuniti a Monaco ma non presenti al discorso di Goebbels, vennero a sapere dell'azione antisemita quando già aveva avuto inizio. Heydrich, che si trovava all'Hotel Vier Jahreszeiten, ne fu informato verso le 23:20 dall'ufficio della Gestapo di Monaco, dopo l'inoltro dei primi ordini a partito e SA; cercò immediatamente Himmler per avere direttive in merito alla condotta della polizia. Il Reichsführer-SS fu contattato mentre si trovava a Monaco assieme a Hitler, il quale venuto a sapere della richiesta di ordini, rispose, con ogni probabilità su suggerimento dello stesso di Himmler, che le SS dovevano restare fuori dalle violenze. Precisò altresì che qualsiasi membro delle SS fosse stato intenzionato a partecipare ai disordini, avrebbe dovuto farlo solo in abiti civili: i due gerarchi, infatti, preferivano un approccio razionale e sistematico nei confronti della «questione ebraica»[29].

Le SS e la polizia ufficiale tedesca si lamentarono di «non [essere] stati informati». Nella notte, appena il capo dello stato maggiore generale di Himmler, Karl Wolff, venne a sapere del pogrom, avvisò il suo superiore e si decise di entrare in azione «per evitare un saccheggio generalizzato». I commenti di Himmler in un memorandum destinato ai suoi archivi bollarono Goebbels come un «cervello vuoto» e «assetato di potere», che aveva dato il via a un'operazione in «un momento in cui la situazione [in Germania] è molto grave». In quello stesso memorandum il comandante delle SS riportò il seguente commento: «Quando ho chiesto al Führer cosa ne pensasse, ho avuto l'impressione che non sapesse niente degli avvenimenti»[30]. Anche Albert Speer riferì di «un Hitler apparentemente dispiaciuto e quasi imbarazzato» che non avrebbe voluto quegli «eccessi». Dalle parole di Speer pare di intuire che, probabilmente, fosse stato Goebbels a trascinare Hitler in quella situazione. Ancora qualche settimana dopo gli eventi Alfred Rosenberg non nutriva alcun dubbio sulle responsabilità del detestato ministro della propaganda «nell'ordinare un'azione a nome del Führer sulla base di una sua direttiva generale»[81]. Il Reichsminister Hermann Göring si recò da Hitler non appena allertato e apostrofò il ministro della Propaganda come «troppo irresponsabile» per non aver valutato gli effetti disastrosi sull'economia del Reich dell'iniziativa razziale; Göring sentiva infatti che era in gioco la sua credibilità quale plenipotenziario del piano quadriennale: egli si lamentò che, dopo le esortazioni ai cittadini di non buttare via tubetti di dentifricio usati, chiodi arrugginiti e oggetti smessi di qualsiasi natura, si lasciavano ora impunite sconsiderate devastazioni di beni di valore[79]. Lo stesso ministro dell'Economia Walther Funk (subentrato all'inizio del 1938 a Hjalmar Schacht alla guida del ministero dell'Economia) appena saputo del pogrom, telefonò irritato a Goebbels e iniziò un alterco: Funk, però, lasciò cadere ogni protesta quando si sentì rispondere che, presto, Hitler avrebbe inoltrato a Göring l'ordine di escludere gli ebrei dalla vita economica[79].

«Ma è matto, Goebbels? Fare simili porcate! Ci si dovrà vergognare di essere Tedeschi. Stiamo perdendo tutto il nostro prestigio all'estero. Io lavoro giorno e notte per preservare la ricchezza del Paese, e lei, voi non ve ne rendete conto, state per gettarla dalla finestra. Se questa storia non si ferma immediatamente, io me ne lavo le mani di tutta questa porcheria[82]»

I saccheggi compiuti per arricchimento personale crearono diversi problemi nel partito. Vi furono forti critiche in particolare per gli atti vandalici che avevano distrutto (invece di confiscare) beni patrimoniali e merci indispensabili di cui la Germania aveva bisogno, oltre a mettere le compagnie di assicurazioni tedesche in forte difficoltà, se si pensa ad esempio, che «i danni per la sola gioielleria Magraf [completamente svuotata dai saccheggi] erano valutabili in un milione e settecentomila Reichsmark»[83] Lo storico Raul Hilberg, nella sua opera La distruzione degli Ebrei d'Europa, rileva che tra gli estesi danni provocati dal pogrom i «più gravi furono le reazioni estere»: per quanto la censura tedesca si fosse adoperata perché non filtrassero immagini delle violenze, la notizia rimase per settimane sulle prime pagine della stampa estera. Oltre alle relazioni diplomatiche, ne risentirono i rapporti commerciali e il boicottaggio verso le forniture di ogni tipo di prodotti tedeschi «si intensificò». L'ambasciatore tedesco di Washington descrisse al ministro degli Esteri il clima ostile che aveva prodotto il pogrom del 10 novembre; se fino a quel momento l'opinione pubblica americana era rimasta in silenzio, ora la protesta aperta si verificava fra tutti gli strati sociali, anche fra i «tedeschi americanizzati» e che quell'ostilità generalizzata aveva rivitalizzato «il boicottaggio dei prodotti tedeschi [tanto] che al momento, non si intravedono possibili scambi commerciali»[84]. Hilberg sottolinea il danno a tutto ciò che fosse «appannaggio degli esportatori, degli esperti in armamenti, e di tutto ciò che aveva a che fare con le valute estere»: con i soprusi del 9-10 novembre «per la prima volta, molti dettaglianti, grossisti e importatori si associarono nel boicottaggio». Furono annullati contratti in Stati Uniti, Canada, Francia, Regno Unito e Jugoslavia, con un calo del 20% e fino al 30% per le esportazioni tedesche; addirittura molte imprese tedesche "ariane" operanti all'estero optarono per rescindere accordi e collegamenti con quelle in Germania: «nei Paesi Bassi una delle maggiori società di import-export, la Stockies en Zoonen di Amsterdam, che fino ad allora aveva rappresentato marchi importanti come la Krupp, DKW, BMW e la filiale tedesca della Ford, mise fine a tutti i suoi contratti con la Germania e preferì vendere prodotti britannici»[85].

Secondo lo storico Kershaw, Hitler fu probabilmente preso alla sprovvista dall'entità della Notte dei cristalli, cui peraltro aveva dato via libera (come in numerosi altri casi di autorizzazioni di massima, in modo estemporaneo e privo di veste formale) durante la concitata conversazione con Goebbels nel municipio. Di sicuro il profluvio di critiche giunte da Göring, Himmler e altri gerarchi nazisti fece capire a Hitler che la situazione avrebbe potuto sfuggire di mano e che le violenze stavano diventando controproducenti; allo stesso tempo, però, Kershaw si chiede cosa Hitler avesse potuto aspettarsi di diverso, soprattutto in base alle informazioni sui primi incidenti registrati il giorno 8 e al fatto che egli stesso si era pronunciato contro un severo intervento del forze dell'ordine per frenare le violenze antisemite. Nei giorni successivi Hitler si premurò dunque di adottare una linea ambigua sulla vicenda. Evitò di lodare Goebbels, o di mostrare apprezzamento per i fatti accaduti, ma altresì si astenne dal condannare o prendere esplicitamente le distanze dall'impopolare ministro della Propaganda, in pubblico o nella cerchia più intima di collaboratori. Secondo Kershaw dunque, «nulla di tutto questo depone a favore di un'aperta violazione o distorcimento dei voleri del Führer» da parte di Goebbels: più giusto sarebbe parlare di un senso di imbarazzo di Hitler, che si rese conto come un'azione da lui approvata avesse suscitato una condanna quasi unanime persino nelle alte sfere del regime[81].

In ogni caso all'ora di pranzo del 10 novembre Hitler comunicò a Goebbels di voler introdurre misure economiche draconiane contro gli ebrei nel Reich: esse si basavano sull'idea perversa di presentare loro il conto delle proprietà israelite andate distrutte per mano nazista, risparmiando il gravoso impegno economico alle società assicurative tedesche; le vittime, in altre parole, furono riconosciute colpevoli di quanto subito e pagarono con la confisca dei beni, dato che non ebbero alcun risarcimento. Sempre secondo Kershaw, la paternità di Goebbels, in seguito sostenuta da Göring, dell'idea di infliggere alla comunità ebraica una multa di un miliardo di marchi non è sicura; più probabilmente fu Göring, in qualità di responsabile del piano quadriennale, a ventilare la proposta in colloqui telefonici avuti quel pomeriggio con Hitler e, forse, anche con Goebbels. Né si può escludere un'idea di Hitler, per quanto Goebbels non ne avsse fatto parola soffermandosi sulla volontà di «severissimi provvedimenti» manifestata dal cancelliere a pranzo: in ogni caso, il suggerimento dovette incontrare il favore del Führer. Già nel suo memorandum del 1936 sul piano quadriennale aveva del resto affermato, vista la necessità di affrettare i preparativi economici in vista della guerra, l'intenzione di imputare agli ebrei qualsiasi guasto subito dall'economia tedesca. Con l'adozione di tali misure, Hitler decretava altresì «l'adempimento della soluzione economica» e ordinava in linea di massima ciò che era destinato ad accadere: forma concreta a tali piani fu data nel corso della riunione convocata da Göring per la mattina del 12 novembre al ministero dell'Aeronautica, cui presenziarono più di cento alti funzionari[79].

La conferenza del 12 novembre 1938[modifica | modifica wikitesto]

I partecipanti convocati Goebbels, Funk, il ministro delle Finanze Lutz Graf Schwerin von Krosigk, Heydrich, il luogotenente generale della polizia d'ordine (la principale forza di polizia della Germania nazista) Kurt Daluege, Ernst Wörmann per il ministero degli Esteri, Hilgard in qualità di rappresentante delle compagnie di assicurazioni tedesche, assieme a numerose altre personalità interessate. Göring avviò il suo intervento con un tono deciso e dichiarò di avere ricevuto da Hitler ordine scritto e verbale di provvedere alla definitiva espropriazione degli ebrei[86], rivendicando che l'obiettivo primario era la confisca e non la distruzione dei beni ebraici:

«Ne ho abbastanza di queste manifestazioni. Non è agli Ebrei che fanno torto, ma a me, perché io sono l'autorità responsabile del coordinamento dell'economia tedesca. Se oggi si distrugge un negozio ebreo, se si getta la mercanzia sulla strada, la compagnia di assicurazioni pagherà i danni e l'Ebreo non avrà perso niente [...] È insensato saccheggiare tutti i magazzini ebrei e bruciarli, perché in seguito una compagnia di assicurazione tedesca sia chiamata a regolare il conto. E si bruciano i prodotti di cui si ha disperatamente bisogno, intere partite di vestiario e altro ancora, e tutto quanto di cui abbiamo necessità. Potrei anche dar fuoco alle materie prime quando ancora non sono state trasformate in prodotti![87]»

Dopo l'introduzione di Göring si diede la parola a Hilgard. Egli affermò che le vetrine rotte erano assicurate per sei milioni di Reichsmark ma, poiché quelle più costose provenivano da fornitori belgi, «bisognava ripagarne almeno la metà in valuta estera»; inoltre c'era un fatto noto a pochi, ovvero che quelle vetrine «appartenevano non tanto a commercianti ebrei ma ai proprietari tedeschi degli immobili». Lo stesso problema si ripropose per i beni saccheggiati. «A titolo di esempio i danni per la sola gioielleria Magraf erano valutabili in un milione e settecentomila Reichsmark», facendo notare inoltre che il totale dei danni ai soli immobili ammontava a venticinque milioni di Reichsmark. Heydrich aggiunse che se si valutavano anche «le perdite dei beni di consumo, la diminuzione del gettito fiscale e altri svantaggi indiretti», il danno si aggirava sul centinaio di milioni visto che erano stati saccheggiati ben 7 500 negozi; Daluege puntualizzò che in molti casi i prodotti non appartenevano ai commercianti ma erano di proprietà dei grossisti tedeschi, prodotti aggiunse Hilgard che bisognava rimborsare[88]. Fu dopo questa analisi che Göring si rivolse con rammarico a Heydrich:

«Sarebbe stato meglio pestare a morte duecento giudei piuttosto che distruggere tutta quella roba[86]»

Nella riunione furono quindi decise le modalità con cui ripagare i danni dividendo le parti in causa per categorie: in primo luogo fu deciso che nessun compenso sarebbe stato devoluto per ripagare i beni degli ebrei non assicurati; i beni loro appartenenti ed eventualmente ritrovati non dovevano essere restituiti, ma confiscati dallo Stato. Viceversa i beni tedeschi assicurati (vetrine e merci) sarebbero state rimborsati dalle assicurazioni nazionali. Infine, per i beni degli ebrei assicurati, le indennità dovute sarebbero state pagate dalle assicurazioni al Reich e non agli ebrei che avevano subito il danno[89]. L'onere delle riparazioni alle proprietà immobiliari fu assegnato agli stessi proprietari ebrei «per riportare la via al suo aspetto abituale», e con un ulteriore decreto fu stabilito che gli ebrei potevano dedurre il costo di quelle riparazioni «dalla loro quota di ammenda di un miliardo di Reichsmark». Hilgard riconobbe che le compagnie tedesche avrebbero dovuto assolvere all'impegno, perché in caso contrario la clientela non si sarebbe più fidata delle assicurazioni tedesche, lamentandosi però di questo con Göring nella speranza che il governo avrebbe compensato tali perdite con versamenti segreti. Tuttavia Hilgard ottenne solo la promessa che sarebbe stato fatto un gesto nei confronti delle compagnie di assicurazione più piccole, ma solo in caso di «assoluta necessità»[90]. Una terza questione era rappresentata dalle sinagoghe distrutte: Göring le considerò un fastidio minore e tutti concordarono nel considerarle al di fuori della categoria "proprietà tedesca", così «lo sgombero delle macerie fu assegnato a carico delle comunità ebraiche»[91]. Il quarto problema affrontato fu la possibilità di processi contro i tedeschi; a questo proposito il ministero della Giustizia «[decise] per decreto che gli Ebrei di nazionalità tedesca non avevano alcun diritto a risarcimento nel complesso dei casi risultanti dagli incidenti dell'8-10 novembre». I partecipanti alla riunione parlarono inoltre degli ebrei stranieri, che avrebbero potuto usare la via diplomatica per far valere le proprie ragioni presso i rispettivi paesi (per esempio gli Stati Uniti) e far «attuare delle rappresaglie». Göring affermò che gli Stati Uniti erano uno «Stato gangster» e che da molto tempo si sarebbero dovuti ritirare tutti investimenti tedeschi laggiù effettuati, ma alla fine convenne con Wörmann che era un problema che meritava considerazione[91].

Ultima questione da risolvere, la più complicata, era quella riguardante gli atti compiuti durante il pogrom che «il codice penale considerava come crimini»: ruberie, assassinii, stupri. La questione fu esaminata tra il 13 e il 26 gennaio 1939 dal ministro della Giustizia Franz Gürtner e i «giudici delle più alte corti», da lui convocati. Roland Freisler, il gerarca più importante dopo Gürtner al ministero, spiegò «che bisognava distinguere tra processi contro i membri del Partito e processi contro coloro che non lo erano»; per la seconda categoria egli pensava di procedere subito, mantenendo un basso profilo ed evitando processi per «fatti minori». Per gli appartenenti al Partito, come fece notare un procuratore, non si poteva processare alcun accusato se prima non fosse stato espulso dal Partito, «a meno di non perseguire le gerarchie: non c'era forse la possibilità di presumere che avessero agito in seguito ad un ordine preciso?». Il Tribunale supremo del Partito si riunì in febbraio per decidere sui trenta nazisti che avevano commesso degli «eccessi». Ventisei di costoro avevano ucciso degli ebrei, ma nessuno di fu espulso dal Partito o processato, nonostante la preventiva individuazione del Tribunale, nei loro confronti, di motivazioni «ignobili». I restanti quattro che avevano violentato alcune donne ebree (contravvenendo così alle leggi razziali) furono privati della tessera di appartenenza e affidati a «tribunali regolari» per i processi. Si trattava di crimini di natura morale che non potevano trovare giustificazione nel pogrom: erano perciò individui che avevano visto nella sommossa solo un pretesto per compiere le loro azioni violente[92].

Inasprimento della Judenpolitik[modifica | modifica wikitesto]

Appena conclusa la riunione scattò una multa collettiva di 1 miliardo di marchi quale ammenda per l'omicidio di vom Rath. Il 21 novembre fu fatto obbligo a tutti i contribuenti ebrei di cedere allo Stato entro il 15 agosto 1939 un quinto dei propri averi quali risultavano dalla registrazione dell'aprile precedente, in quattro rate; in ottobre la quota fu aumentata a un quarto, poiché fu spiegato che non era stata raggiunta la somma prevista – anche se la cifra raccolta la superava in realtà di almeno 127 milioni di marchi. Inoltre, fu loro imposto di ripulire a proprie spese le strade dalle sporcizie lasciate dal pogrom e di pagarsi da soli i danni provocati dall'assalto delle camicie brune. In ogni caso tutti i risarcimenti delle compagnie assicurative a proprietari ebrei (225 milioni di marchi) furono confiscati dallo Stato che, assieme alla multa e alle tasse contro la fuga di capitali, riuscì a estorcere alla comunità ebraico-tedesca ben più di 2 miliardi di marchi, prima ancora di mettere in conto i profitti dell'arianizzazione dell'economia[7].

Cartelli di protesta nei confronti delle restrizioni imposte dal governo britannico all'immigrazione in Palestina, Londra, novembre 1938

Al di là di qualche divergenza di dettaglio, Göring, Goebbels e gli altri partecipanti alla riunione del 12 novembre 1938 convennero di spiccare una serie di decreti che dessero forma concreta ai vari piani di espropriazione discussi nelle settimane e nei mesi precedenti. Il Führer stabilì che agli ebrei dovesse essere negato l'accesso ai vagoni letto e carrozze ristorante sui treni a lunga percorrenza e confermò il diritto di vietare loro l'ingresso in ristoranti, alberghi di lusso, piazze pubbliche, strade frequentate e quartieri residenziali alla moda; frattanto era entrato in vigore il divieto di frequentare le lezioni universitarie. Il 30 aprile 1939 furono loro tolti i diritti di inquilinato, preludio alla ghettizzazione: il padrone di casa avrebbe potuto sfrattarli senza appello a patto di offrire una sistemazione alternativa, per quanto misera, mentre le amministrazioni comunali potevano ordinare loro di subaffittare parte delle proprie abitazioni ad altri ebrei. Dalla fine del gennaio 1939 furono loro revocate anche tutte le agevolazioni fiscali, assegni familiari compresi. Da quel momento il regime di tassazione degli ebrei fu ad aliquota unica, la massima prevista[93]. Un altro provvedimento emanato il 12 novembre, il «primo decreto per l'esclusione degli ebrei dalla vita economica tedesca», li estromise da quasi tutte le occupazioni remunerative rimaste, ordinando il licenziamento in tronco, senza liquidazione o pensioni di sorta, di quanti ancora le praticavano. Qualche settimana dopo, il 3 dicembre, un «decreto sullo sfruttamento dei beni ebraici» ordinava l'arianizzazione di tutte le restanti aziende di proprietà israelita, autorizzando lo Stato, se necessario, a nominare degli amministratori fiduciari per completare il procedimento: già il 1º aprile 1939, quasi 15 000 delle 39 000 aziende ebraiche che risultavano ancora in attività un anno prima erano state messe in liquidazione, circa 6 000 erano state arianizzate, poco più di 4 000 erano in corso di arianizzazione e altre 7 000 circa erano sotto inchiesta con lo stesso scopo. Sin dal 12 novembre la stampa ripeté senza soluzione di continuità che tale operazioni costituiva una «legittima ritorsione per il vile omicidio di vom Rath»[93].

Il 21 febbraio 1939 fu fatto obbligo agli ebrei di depositare contanti, titoli e valori (con eccezione delle fedi matrimoniali) su speciali conti bloccati, da cui era possibile prelevare solo in virtù di un'autorizzazione ufficiale praticamente mai concessa. Quindi il governo tedesco si appropriò dei conti in questione senza alcun indennizzo per gli intestatari e, di conseguenza, quasi tutti gli ebrei ancora in Germania rimasero senza mezzi finanziari; si rivolsero in massa, per il sostentamento, all'Associazione nazionale ebrei tedeschi creata il 7 luglio 1938: fu lo stesso Hitler a ordinare di tenerla in vita onde evitare al Reich di accollarsi il sostegno agli ebrei in miseria. Tuttavia fu deciso che i giudei impoveriti e disoccupati che non avevano ancora raggiunto l'età pensionabile – circa la metà della popolazione residua – dovessero invece lavorare per il Reich; un piano ventilato già nell'ottobre 1938 e poi consolidato nel corso di una riunione convocata da Göring il 6 dicembre. Due settimane più tardi, alla luce del consistente aumento di disoccupati ebrei, l'ente nazionale del lavoro diede ordine ai vari uffici di collocamento sparsi per il paese di trovare un'occupazione agli ebrei, in modo tale da aumentare la disponibilità di manodopera tedesca per la produzione bellica[94]. Il 4 febbraio 1939 Martin Bormann ribadì questa direttiva, assicurandosi però che i lavoratori ebrei fossero separati dagli altri: alcuni furono precettati in lavori agricoli, altri in occupazioni umili di vario genere; in maggio circa 15 000 ebrei disoccupati erano già stati inseriti nei programmi di lavoro coatto, per mansioni quali raccolta di immondizie, nettezza urbana e costruzioni stradali. Per facilitarne la separazione dagli altri lavoratori, queste ultime divennero in breve il loro principale settore d'impiego. Nell'estate 1939 ben 20 000 ebrei erano stati adibiti a lavori pesanti nei cantieri autostradali: un'occupazione per la quale molti di essi erano fisicamente del tutto inadatti. Benché su scala ancora relativamente ridotta, era già evidente nel 1939 che, una volta scoppiata la guerra, il lavoro coatto degli ebrei avrebbe raggiunto proporzioni ben più vaste e, già all'inizio dell'anno, erano stati elaborati progetti per la creazione di speciali campi di lavoro in cui sistemare i coscritti[95].

Le intimidazioni e i provvedimenti legislativi sortirono il loro effetto. In seguito al pogrom e all'ondata di arresti, l'emigrazione ebraica dalla Germania s'impennò; ebrei terrorizzati affollavano le ambasciate e i consolati stranieri alla disperata ricerca di un visto. Il numero esatto di coloro che riuscirono nell'impresa è pressoché impossibile da accertare ma, secondo le statistiche delle stesse organizzazioni ebraiche, alla fine del 1937 si trovavano ancora nel paese circa 324 000 tedeschi di fede giudaica, scesi a 269 000 alla fine del 1938. Nel maggio 1939 erano calati sotto i 188 000, passando a 164 000 all'inizio della seconda guerra mondiale[67]. All'incirca 115 000 ebrei lasciarono la Germania tra il 10 novembre 1938 e il 1º settembre 1939, portando il totale degli espatriati dall'avvento del nazismo a circa 400 000 individui, la maggior parte dei quali si stabilì in paesi fuori dall'Europa continentale: 132 000 si rifugiarono negli Stati Uniti, 60 000 in Palestina, 40 000 nel Regno Unito, 10 000 in Brasile, altrettanti in Argentina, 7 000 in Australia, 5 000 in Sudafrica e 9 000 nel porto franco di Shanghai. Agli innumerevoli emigranti si unirono anche molti altri tedeschi classificati come ebrei, che pure professavano la fede giudaica; erano talmente numerosi quelli che fuggivano in preda al terrore senza un visto o un passaporto, che gli Stati confinanti cominciarono ad allestire per loro dei campi profughi. Prima della Notte la questione della convenienza dell'emigrazione, in seno alla comunità tedesco-ebraica, era stata al centro di continui dibattiti, ma dopo il 10 novembre cadde ogni dubbio[66]. Secondo lo storico Evans:

«gli ebrei costituivano, di fatto, prede consentite che qualsiasi attivista o funzionario nazista aveva diritto di sfruttare, percuotere, arrestare o uccidere. Per molti ebrei, il pogrom costituì un trauma profondo, il crollo finale delle ultime illusioni che l'amor di patria, il merito di averla difesa al fronte, le competenze, l'educazione, o anche il semplice rango di esseri umani bastassero a proteggerli dai nazisti[96]»

Fu in questa fase (in seguito alle incontrastate violenze di massa del 9-10 novembre e alla reclusione nei campi di concentramento) che Hitler cominciò a minacciarne il definitivo sterminio. Nei due anni precedenti, sia per ragioni di politica estera, sia per prendere personalmente le distanze da quelli che sapeva essere gli aspetti meno popolari del regime tra la gran maggioranza del popolo tedesco, il Führer si era astenuto da pubbliche manifestazioni di ostilità contro gli ebrei. Ma, dopo la Kristallnacht, Hitler era divenuto impaziente che le potenze riunitesi a luglio a Evian, proprio per discutere l'aumento di quote di rifugiati tedesco-ebrei, incrementassero ancor più il tetto massimo di accoglienze: a questo scopo lasciò intravedere a quale destino sarebbe andata incontro la comunità semita della Germania se fosse stato loro rifiutato l'ingresso in altri paesi; il 21 gennaio 1939 disse al ministro degli Esteri cecoslovacco: «Gli ebrei che vivono tra noi saranno annientati».[97] Il 30 gennaio 1939 Hitler ripeté pubblicamente al Reichstag queste minacce e le allargò su scala europea:

«In vita mia molto spesso sono stato profeta, e il più delle volte mi hanno riso in faccia. Quando lottavo per ascendere al potere e predicevo che prima o poi avrei afferrato le redini dello Stato e dell'intero popolo tedesco, e quindi, tra le altre cose, avrei anche risolto il problema giudaico, erano proprio gli ebrei a ridere delle mie parole. Ho motivo di credere che nel frattempo questa vuota risata del giudaismo tedesco gli sia morta in gola. Oggi voglio essere profeta ancora una volta e vi dico che se il capitale giudaico internazionale dentro e fuori l'Europa riuscirà a precipitare nuovamente le nazioni in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e dunque la vittoria del giudeo, ma l'annientamento della razza ebraica in Europa[97]»

Il pogrom del novembre 1938 rifletté la radicalizzazione del regime nelle ultime fasi di preparazione alla guerra. Parte di questa preparazione doveva consistere, nella mente di Hitler, nella neutralizzazione della presunta minaccia giudaica: i nazisti erano convinti che gruppi di ebrei influenti stessero tramando perché il conflitto si diffondesse oltre l'Europa (dove sapevano che la Germania avrebbe trionfato) e coinvolgesse soprattutto gli Stati Uniti, la loro unica speranza di vittoria nella prospettiva antisemita del regime. Ma per allora la Germania sarebbe stata padrona d'Europa e avrebbe avuto in pugno la gran maggioranza degli ebrei del continente. Hitler annunciò che si sarebbe servito di quella contingenza come deterrente a un'entrata in guerra di Washington; in caso contrario, i giudei di tutta Europa sarebbero stati sterminati. Il terrorismo nazista aveva così acquisito una nuova dimensione: la pratica di fare ostaggi su scala più vasta possibile[98].

Nella cultura popolare[modifica | modifica wikitesto]

Commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

Molte sinagoghe di Berlino ricostruite dopo il 1945 presentano una placca come quella illustrata in foto, recante la dicitura «Vergiss es nie» ("Non dimenticare mai")
Francobollo emesso dalla Repubblica Democratica Tedesca in ricordo della Notte dei cristalli, in cui è scritto «Niemals wieder Kristallnacht» (ovvero "Mai più la notte dei cristalli")

Negli anni quaranta e cinquanta la Notte dei cristalli fu raramente ricordata dalle testate giornalistiche tedesche: la prima fu Tagesspiel, quotidiano di Berlino Ovest, che richiaml l'evento per la prima volta il 9 novembre 1945 e poi nel 1948. A Berlino Est, similmente, la rivista ufficiale Neues Deutschland pubblicò degli articoli commemorativi nel 1947 e nel 1948 e, dopo diversi anni di silenzio, nel 1956[99]. Il ventesimo anniversario non fu celebrato e solo il quarantesimo, nel 1978, fu commemorato da tutta la società[100]. Nel 2008, durante le celebrazioni per il settantesimo anniversario della Notte dei cristalli, alla Sinagoga Rykestrasse di Berlino la cancelliera Angela Merkel lanciò un appello affinché «l'eredità del passato serva da lezione per il futuro», denunciò «l'indifferenza verso il razzismo e l'antisemitismo» e affermò che «troppo pochi tedeschi a quel tempo avevano il coraggio di protestare contro la barbarie nazista [...] Questa lezione del passato vale oggi per l'Europa, ma anche per altre realtà, soprattutto i paesi arabi.»[101].

In occasione dell'ottantesimo anniversario della Notte dei cristalli, la stessa Merkel tenne un discorso nella più grande sinagoga del paese a Berlino: ricordò che «lo Stato deve agire coerentemente contro l'esclusione, l'antisemitismo, il razzismo e l'estremismo di destra» e si scagliò contro coloro «che reagiscono con risposte apparentemente semplici alle difficoltà», un riferimento secondo Le Monde all'ascesa del populismo e dell'estrema destra in Germania come in Europa[102]. Il presidente austriaco Alexander Van der Bellen dichiarò nel luogo dell'ex-sinagoga a Leopoldstadt «che dobbiamo guardare alla storia come un esempio di fino a dove possono portare le politiche di esclusione, incitamento all'odio e odio» e aggiunse «di essere vigili in modo che il degrado, la persecuzione e la soppressione dei diritti non potrà mai essere ripetuta nel nostro paese o in Europa»[103].

Nel 2018 le comunità ebraiche europee lanciarono l'«Iniziativa in ricordo della Notte dei Cristalli»: le sinagoghe del continente restano illuminate durante la notte tra il 9 e il 10 novembre di ogni anno. Il rabbino della comunità ebraica triestina disse, a tal proposito: «L'8 novembre, il 30 di Cheshvan, a ottanta anni da quella tragica notte [...] vorremmo ricordare questo momento assieme alle comunità ebraiche di molti altri Paesi e la World Zionist Organisation, con una risposta che segna l'esatto opposto: la celebrazione della vita e la vitalità del popolo ebraico [...] Un inno alla vita e alla speranza, di fiducia nelle future generazioni, trasmettendo loro il messaggio che una luce eterna sarà accesa a garantire la continuità del popolo ebraico»[104]. Il 9 novembre 2020 aderì a tale progetto anche la Basilica di San Bartolomeo all'Isola di Roma, il cui rettore spiegò che «mentre in Europa tornano atti odiosi di intolleranza e antisemitismo, noi dobbiamo essere uniti nella memoria e far sentire la nostra voce»[105].

Nelle arti e nel linguaggio comune[modifica | modifica wikitesto]

Leben? oder Theater? Ein Singspiel (1940-1942), guazzo su carta di Charlotte Salomon ispirato dalla Notte dei cristalli, custodito allo Joods Historisch Museum

Il Novemberpogrome è stato ricordato in molteplici opere, da quelle musicali a quelle letterarie, passando per le arti figurative. Ad esempio il compositore britannico Michael Tippett realizzò tra il 1939 e il 1941 l'oratorio A Child of Our Time, di cui scrisse musica e libretto, ispirandosi alle gesta di Grynszpan e alla conseguente reazione del governo nazista nei confronti degli ebrei; l'elaborato, riletto in un'ottica psicoanalitica fortemente ispirata a Carl Gustav Jung, fu poi sfruttato per trattare dell'oppressione dei popoli delle[di che cosa?] e per veicolare il messaggio pacifista di totale comunanza di tutti gli esseri umani[106][107].

Il gruppo musicale tedesco kölschrock BAP registrò il brano Kristallnaach, inserito come apertura dell'album Vun drinne noh drusse del 1982[108]: il testo, scritto dal cantante Wolfgang Niedecken nel dialetto di Colonia, esterna le considerazioni e le emozioni dell'autore scaturite dal ricordo della Notte dei cristalli[109].

Il chitarrista d'avanguardia statunitense Gary Lucas compose nel 1988 Verklärte Kristallnacht che giustappone, su un tappeto di effetti elettronici e ambientali, l'inno israeliano Hatikvah e alcuni versi di Das Lied der Deutschen, al fine di creare una rappresentazione sonora dell'orrore della Kristallnacht. Il titolo è un riferimento al lavoro pioneristico della musica atonale Verklärte Nacht del 1899 di Arnold Schönberg, austriaco ebreo emigrato negli Stati Uniti d'America per sfuggire alla persecuzione nazista[110]. Nello stesso anno il pianista Frederic Rzewski scrisse per Ursula Oppens il pezzo Mayn Yngele, basato sull'omonimo canto tradizionale ebraico[111]:

Il musicista John Zorn
(EN)

«I began writing this piece in November 1988, on the 50th anniversary of the Kristallnacht. [...] My piece is a reflection on that vanished part of Jewish tradition which so strongly colors, by its absence, the culture of our time.»

(IT)

«Ho iniziato a scrivere questo pezzo nel novembre 1988, nel cinquantesimo anniversario della Notte dei cristalli. [...] Esso è una riflessione su quella parte scomparsa della tradizione ebraica che colora così fortemente, con la sua assenza, la cultura del nostro tempo.»

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Nel 1993 il sassofonista e compositore americano John Zorn pubblicò l'album Kristallnacht, ispirato agli avvenimenti del 1938 e sua prima esplorazione musicale delle proprie radici ebraiche[112]. La band power metal tedesca Masterplan inserì nel disco di debutto Masterplan (2003) una canzone antinazista intitolata Crystal Night[113].

Sempre nel 2003 la scultrice francese Lisette Lemieux creò Kristallnacht, per il museo dell'olocausto di Montreal: un'opera costituita da una cornice nera che corre lungo le pareti dell'ingresso della struttura e che presenta la dicitura al neon "TO LEARN – TO FEEL – TO REMEMBER", scritta anche in francese, ebraico e yiddish, «una sequenza visiva continua da sinistra a destra e da destra a sinistra, rispettando l'ordine delle letture semitiche»[114].

Nel 1989 Al Gore, all'epoca senatore del Tennessee e non ancora vicepresidente degli Stati Uniti d'America, in un articolo sul The New York Times coniò la locuzione «Kristallnacht ecologica», riferendosi alla deforestazione e al buco nell'ozono come a eventi che prefigurerebbero una grande catastrofe ambientale, nello stesso modo in cui la Notte dei cristalli avrebbe preannunciato l'Olocausto[115].

Il pogrom fu spesso citato, direttamente e indirettamente, in numerosi atti di vandalismo nei confronti di proprietà ebraiche: ne sono esempi esplicativi, negli Stati Uniti d'America, alcuni casi di danneggiamento di automobili, librerie e di una sinagoga avvenuti nel quartiere Mildwood di New York nel 2011 – giudicati come «un tentativo di ricreare i tragici eventi della Notte dei cristalli»[116]; e degli avvenimenti similari del 2017, quali il vituperio di più di 150 tombe nel cimitero degli ebrei di Saint Louis (Missouri)[117] e due danneggiamenti arrecati al New England Holocaust Memorial, citati nel libro del fondatore Steve Ross From Broken Glass: My Story of Finding Hope in Hitler's Death Camps to Inspire a New Generation[118].

Kristallnacht o Reichspogromnacht: dibattito terminologico[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene gli storiografi concordino sul fatto che l'espressione "Notte dei cristalli" (Kristallnacht) sia un riferimento ai vetri infranti delle vetrine dei negozi ebraici che ingombravano i marciapiedi, tuttavia il consenso non va oltre questa generalità. Secondo lo storico Ian Kershaw la locuzione deriverebbe dalla quantità di vetrine frantumate, che diede origine al sarcastico appellativo di Reichskristallnacht[20], mentre per Karl A. Schleunes sarebbe una denominazione coniata da intellettuali berlinesi[119]. Per Arno J. Mayer e Michal Bodemann, al contrario, sarebbe stata creata dalla propaganda nazista al fine di focalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica sui danni materiali, nascondendo saccheggi e violenze fisiche[120][121]: tale termine fu poi utilizzato da un funzionario del Reichsgau di Hannover in un discorso tenuto il 24 giugno 1939, che lo impiegò in una connotazione sarcastica[100]. Lo storico ebraico Avraham Barkai affermò nel 1988 che: «è ora che questo termine, offensivo per la sua minimizzazione, scompaia quanto meno dalle opere storiche»[122].

Nel suo saggio del 2001 Errinern an den Tag der Schuld. Das Novemberpogrom von 1938 in der deutschen Geschiktpolitik, il politologo tedesco Harald Schmid sottolinea la molteplicità dei termini usati per designare la violenza antisemita del 9 e 10 novembre 1938 e la controversa interpretazione data al termine Kristallnacht. Messo in discussione già a partire dal decimo anniversario dell'evento, fu sostituito, nel 1978, dalla denominazione (ritenuta meno offensiva) Reichspogromnacht, che fu stabilmente usata nelle celebrazioni del cinquantesimo anniversario[100]. Tuttavia alcuni storici tedeschi hanno continuato in alcuni casi a utilizzare l'espressione Kristallnacht[123][124][125][126]. A conferma di tale difformità, durante le commemorazioni per il settantesimo anniversario in Germania la cancelliera Angela Merkel utilizzò il termine Pogromnacht[127] ma, a Bruxelles, il presidente del comitato di coordinamento delle organizzazioni ebraiche del Belgio Joël Rubinfeld scelse Kristallnacht[128].

Note[modifica | modifica wikitesto]

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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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