Bambini dell'Olocausto

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Rastrellamento di donne e bambini dal ghetto di Varsavia
Bambini liberati ad Auschwitz

I bambini dell'Olocausto hanno rappresentano il segmento più vulnerabile tra i gruppi (ebrei, ma anche rom, disabili, polacchi, russi, ecc.) che furono colpiti dalle politiche naziste di discriminazione, persecuzione razziale e genocidio, con un altissimo numero di vittime. Anche coloro che sopravvissero passarono attraverso esperienze molto dure di privazioni personali e di separazione o perdita delle loro famiglie. Nel dopoguerra molti di essi hanno svolto un ruolo importante di testimoni nei processi e di fronte all'opinione pubblica.

Le leggi razziali[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Leggi razziali naziste e Leggi razziali fasciste.

I bambini pagarono subito un duro prezzo per le politiche discriminatorie messe in atto già a partire dal 1933 nella Germania nazista e quindi dal 1938 in Italia con la promulgazione delle leggi razziali fasciste.[1] Con la seconda guerra mondiale tali misure furono estese a buona parte dell'Europa continentale.

I bambini "non-ariani" (ebrei, ma anche rom, africani, cinesi, ecc.) furono espulsi dalle scuole che frequentavano, dalle attività sportive e ricreative per la gioventù, impediti ad avere una vita sociale "normale", privati del futuro per le restrizioni imposte sull'istruzione e sull'accesso alle professioni.

Nel momento cruciale della crescita e della costruzione della propria identità, con le leggi razziali venne improvvisamente la consapevolezza di essere "diversi", soggetti a pregiudizi ed ostilità che fino ad allora essi non avevano conosciuto in modo così diretto. Sul piano personale, più ancora delle difficoltà economiche, pesarono le limitazioni imposte ai rapporti sociali e l'esperienza dell'esclusione, assieme all'indifferenza e alla mancanza di solidarietà da parte di insegnanti e amici.[2]

Molti si trovarono a dover lasciare le loro case e i loro affetti ed emigrare in altri paesi, attraverso modalità che spesso comportarono la separazione (temporanea o permanente) dai propri genitori e traumatiche esperienze di viaggio.

Lo sterminio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Olocausto.
Anna Frank, morta nei campi di concentramento, è uno dei simboli più noti dell'Olocausto a livello internazionale

Circa un milione e mezzo di bambini e adolescenti perirono nell'Olocausto.[3] Se nei territori occupati dai nazisti trovarono la morte i due terzi degli ebrei residenti, questa percentuale fu di gran lunga superiore tra i bambini (raggiungendo il 90%). Lievemente maggiori furono le possibilità di sopravvivenza tra gli adolescenti (14-17 anni), utilizzati come forza lavoro.[4] Agli occhi dei nazisti i bambini rappresentavano solo delle bocche inutili da sfamare, al contrario degli adulti il cui lavoro coatto poteva essere sfruttato almeno per un certo periodo per le esigenze belliche della Germania.

L'uccisione dei bambini fu coscientemente perseguita come la migliore garanzia che le "razze" considerate "inferiori" non avessero un futuro.[4] L'unicità dell'Olocausto veniva rilevata già nel 1942 dallo storico Emanuel Ringelblum, dall'interno del ghetto di Varsavia:

"Anche nei tempi più barbari, una scintilla umana brillava anche nel cuore più crudele e i bambini furono risparmiati. Ma la bestia hitleriana è molto diversa. Essa divora i più cari a noi, quelli che suscitano la massima compassione, i nostri figli innocenti."[5]

Lo sterminio fu così sistematicamente condotto, che del milione di bambini ebrei che vivevano in Polonia, alla fine della guerra ne rimarranno solo 5.000.[6] Dei 776 bambini ebrei italiani deportati ad Auschwitz ne sono sopravvissuti 25.[7] Degli oltre 200 di età inferiore ai 14 anni, che furono deportati dal ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 non ne è tornato nessuno.[8]

Programmi di eutanasia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Aktion T4.

I primi bambini ad essere vittime dell'Olocausto furono i minori disabili (senza alcuna distinzione tra "ariani e "non-ariani"), i quali furono eliminati in Aktion T4, il programma di eutanasia del Terzo Reich volto a forgiare la "razza ariana", purificandola da ogni debolezza genetica. Fu in tali programmi che si sperimentarono per la prima volta quei metodi di sterminio di massa (come la gassazione) che furono poi applicati su larga scala nei confronti degli ebrei e altri gruppi ritenuti razzialmente inferiori o socialmente indesiderabili. Un gran numero dei pazienti soppressi perché affetti da malattie genetiche o mentali furono bambini, tra i 5000 e i 7000.[9]

Vita e morte nei ghetti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Ghetto e Bambini di Terezín.
Bambini nel ghetto di Varsavia nel 1941

Nei ghetti in cui la popolazione ebraica fu progressivamente confinata dai nazisti dopo l'inizio della seconda guerra mondiale, i bambini (unitamente agli anziani) furono i primi a soccombere, a causa della fame, delle malattie e delle durissime condizioni di vita.[10] Le immagini giunteci dai ghetti della Polonia ci mostrano le strade piene di bambini denutriti, malati o morenti, una realtà che i Diari dell'Olocausto scritti da bambini nei ghetti esprimono in maniera drammatica. Ogni tentativo da parte delle autorità ebraiche di autogoverno, di organizzazioni politiche e filantropiche e di singoli individui fu presto sopraffatto di fronte alle tragiche dimensioni dei problemi e alla mancanza di cibo e di risorse. E quando cominciarono le deportazioni i bambini furono i primi a partire per i campi di sterminio. Emblematico è il caso del ghetto di Lodz dove nel settembre 1942 la (temporanea) sopravvivenza degli adulti fu garantita a condizione del sacrificio dei bambini e degli anziani.[11] Anche i bambini dell'orfanotrofio di Varsavia furono nell'agosto 1942 tra le prime vittime della liquidazione del ghetto con uno speciale trasporto al Treblinka; il direttore, il famoso pedagogo Janusz Korczak non volle abbandonarli e condivise con loro lo stesso destino di morte.[12]

Poster per la rappresentazione di Brundibar a Terezín

L'accanimento dei nazisti contro i bambini non si allentò neppure quando fu chiaro che la guerra era perduta. A Theresienstadt (Terezín), il "ghetto modello" a lungo usato dai nazisti a scopo propagandistico, per qualche tempo i bambini poterono godere di condizioni di vita migliori.[13] Fu tollerato che essi frequentassero programmi scolastici, dove i loro insegnanti (tra cui alcuni dei più celebri intellettuali, musicisti e artisti ebrei dell'epoca) li incoraggiarono a praticare le arti e la musica.[14] Nel 1943-44 Friedl Dicker-Brandeis diresse un programma d'arte per bambini, i cui oltre 4000 disegni sono oggi esposti all'ammirazione dei visitatori alla Sinagoga Pinkas nel Quartiere-Museo ebraico di Praga.[15] Il 23 settembre 1943 i bambini di Terezín misero in scena l'opera Brundibar di Hans Krása, di cui fu protagonista il tredicenne Honza Treichlinger; nei mesi successivi l'opera conobbe un totale di ben 55 repliche.[16] A 14 anni Petr Ginz fondò e diresse dal 1942 al 1944 una rivista autogestita per bambini, Vadem, che è una delle più straordinarie produzioni letterarie di Terezín.[13] Con tutto questo Terezín era e rimase sempre agli occhi dei nazisti solo un luogo di soggiorno temporaneo e di transito verso i campi di sterminio.[17] La percentuale di mortalità tra i 15.000 bambini di Terezín non fu inferiore che altrove: ben oltre il 90% di essi sotto i 16 anni perì nell'Olocausto, inclusi la maggior parte degli autori dei disegni, degli interpreti dell'opera Brundibar e dei lettori e collaboratori di Vadem. Essi continuarono ad affollare gli ultimi treni della morte in partenza per Auschwitz nel settembre-ottobre 1944.[18]

Nei campi di sterminio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Campo di sterminio e Bambini di Auschwitz.

A partire dal giugno 1941 con l'invasione tedesca dell'URSS (Operazione Barbarossa) cominciò nei territori occupati lo sterminio sistematico della popolazione ebraica, inclusi donne e bambini, attraverso pogroms e fucilazioni di massa ad opera di reparti speciali dele SS (Einsatzgruppen). Dal dicembre 1941 lo sterminio procedette in appositi campi apertisi allo scopo (Chełmno, Bełżec, Sobibór, Treblinka, Majdanek e Auschwitz-Birkenau), dove ad essere usato fu principalmente lo strumento della gassazione.[19]

Bambini ebrei ungheresi con le loro madri appena giunti a Birkenau prima di essere avviati alle camere a gas
In cammino verso le camere a gas

I bambini ebrei (e rom) furono condotti nei campi per non altra ragione se non per morire. Troppo piccoli per lavorare, non erano di alcuna utilità per la macchina bellica nazista, anche laddove (come a Majdanek o Auschwitz-Birkenau) si operava di regola all'arrivo una selezione per il lavoro coatto. Come confermato da Rudolf Höß, comandante di Auschwitz, nella sua deposizione di fronte al Tribunale di Norimberga nel 1946, le modalità della selezione era tali da non lasciare alcun scampo ai più piccoli:

«Il modo in cui avveniva la selezione era la seguente: i 2 dottori che avevamo ad Auschwitz esaminavano i prigionieri che arrivavano con il treno, li facevano camminare di fronte a loro e prendevano subito una decisione sul loro destino. Chi veniva ritenuto abile al lavoro veniva inviato al campo, gli altri direttamente alle camere a gas. I bambini più piccoli venivano sterminati perché non potevano essere adibiti ad alcun lavoro».[20]

Il processo di selezione è documentato in una serie di fotografie scattate ad Auschwitz-Birkenau da un militare SS nel maggio-giugno 1944 all'arrivo di un trasporto di ebrei ungheresi. Le foto (conservate nel cosiddetto Auschwitz Album) mostrano numerosi bambini che con le loro madri sono separati dalla persone abili al lavoro e quindi vengono fatti incamminare verso le camere a gas.[21] Stessa sorte fu riservata ai bambini rom; ne morirono nei campi o in esecuzioni sommarie tra i 200.000 e i 250.000, tra il 40% e il 50% del totale delle vittime del "Porajmos" (l'"Olocausto degli zingari").[22]

Anche tra le poche migliaia di adolescenti che per il loro precoce sviluppo poterono mentire sulla loro età e superare le selezioni (ad Auschwitz furono 6.700 sui 216.000 che vi arrivarono) e tra i pochissimi bambini occasionalmente scelti con mansioni di tuttofare, le percentuali di sopravvivenza furono bassissime. Nei campi bambini ed adulti erano soggetti alle stesse regole e allo stesso trattamento. In una famosa pagina de La notte Elie Wiesel ricorda di un altro bambino, ancora più piccolo di lui, torturato e impiccato pubblicamente con due adulti con l'accusa di sabotaggio.[23]

Numerosi furono i bambini (ebrei, rom, e polacchi) che come il piccolo Sergio De Simone perirono dopo essere stati usati come cavie viventi per esperimenti medici, ad Auschwitz-Birkenau ed in altri laboratori medici della Germania.[24] Ricorda Primo Levi:

"I bambini erano a Birkenau come uccelli di passo: dopo pochi giorni, erano trasferiti al Block delle esperienze, o direttamente alle camere a gas".[25]

Pulizia etnica, rappresaglie[modifica | modifica wikitesto]

Bambini serbi rinchiusi con le loro madri nel Campo di concentramento di Stara Gradiška (Jasenovac V)

La mortalità fu elevatissima anche tra le migliaia e migliaia di bambini soggetti alle politiche di pulizia etnica: bambini polacchi nei territori della Polonia annessi alla Germania ed inviati ad Auschwitz; bambini serbi nel campo di concentramento di Jasenovac in Croazia; bambini slavi nei campi di concentramento italiani di Arbe e Gonars.

Molte le vittime anche tra i bambini slavi e polacchi, che, sottratti alle loro famiglie, furono rinchiusi in campi di concentramento come quello di Potulice per i programmi di germanizzazione.[26]

Bambini di varia nazionalità morirono nei campi di concentramento dopo esservi stati deportati con le loro famiglie come "politici" o furono oggetto privilegiato di rappresaglie e stragi. Il caso più famoso è quello dei bambini del villaggio di Lidice in Cecoslovacchia, raso al suolo nel giugno 1942 come rappresaglia per l'uccisione del governatore nazista Reinhard Heydrich ad opera della resistenza. I 105 bambini del villaggio furono deportati nel ghetto di Lodz. 23 di loro furono selezionati per essere dati in adozione a famiglie "ariane" tedesche nell'ambito del Progetto Lebensborn. I rimanenti 82 furono assassinati nel campo di sterminio di Chelmno.[27] Anche in Italia numerosi bambini furono uccisi in stragi e rappresaglie, da Marzabotto a Stazzema. Tra le vittime dell'Eccidio delle Fosse Ardeatine vi furono anche due quindicenni: Duilio Cibei (aderente al Partito d'Azione) e Michele Di Veroli (ebreo romano).[28]

I sopravvissuti[modifica | modifica wikitesto]

Rifugiati[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Kindertransport e Bambini di Teheran.
Gruppo di bambini ebrei tedeschi al loro arrivo in Inghilterra nel dicembre 1938

Fin dal 1933 l'organizzazione sionistica Youth Aliya, fondata e diretta da Recha Freier,[29] si prodigo' per far emigrare bambini ebrei dalla Germania. Furono 5.012 i bambini (soprattutto adolescenti) che giunsero in Palestina prima della guerra.[30]

Nel 1938-39, circa 10.000 bambini ebrei (anche molti piccoli d'eta') sopravvissero all'Olocausto perché giunsero in Inghilterra da soli come rifugiati, prima dello scoppio della guerra, in un viaggio che nella maggior parte dei casi segno' la separazione definitiva dalle loro famiglie e dal loro paese natale. Tra coloro che da bambini fecero esperienza del Kindertransport ci sono personaggi famosi come il regista Karel Reisz, gli artisti Eva Hesse e Gustav Metzger, i fisici e premi Nobel Arno Penzias e Walter Kohn. Pochi di loro ritroveranno i loro genitori e familiari al termine della guerra.[31]

Il flusso dei rifugiati non si interruppe del tutto neppure durante la guerra. 9.342 bambini ebrei giunsero in Palestina tra il 1939 e il 1945.[32] Tra di essi vi furono anche i cosiddetti bambini di Teheran, un gruppo di 861 bambini ebrei polacchi rimasti orfani, i quali rifugiatisi in Unione Sovietica furono radunati ne 1942 in un orfanotrofio a Teheran in Iran per giungere quindi l'anno successivo in Palestina.[33] Oltre che in Unione Sovietica, molti rifugiati ebrei si diressero verso i paesi neutrali: Svezia, Svizzera e Spagna.

In Svezia giunsero migliaia di bambini ebrei provenienti dalla Norvegia ma soprattutto dalla Danimarca, quando nell'ottobre 1943 la quasi totalità degli 8000 ebrei danesi vi furono segretamente trasferiti per sfuggire alle deportazioni.[34] In Svezia essi poterono vivere con i loro familiari e con loro tornare in patria alla fine del conflitto.

Anche la Svizzera fu luogo di rifugio per migliaia di bambini ebrei che vi giunsero legalmente o clandestinamente con le loro famiglie dai paesi confinanti. Nonostante le molte restrizioni (e i numerosi respingimenti e controlli alle frontiere) furono 21.000 gli ebrei accolti nel territorio elvetico durante la guerra.[35] In Svizzera giunsero anche tre trasporti di ebrei, sottratti ai campi di concentramento per speciali accordi con le autorita' naziste, sostanzialmente in cambio di denaro. I circa 1670 ebrei ungheresi del treno di Kastner arrivarono in Svizzera dal campo di concentramento di Bergen-Belsen in due gruppi, uno nell'agosto e uno nel dicembre 1944 (tra loro c'erano almeno 270 bambini, incluso Ladislaus Löb). Un terzo treno porto' in Svizzera il 5 febbraio 1945 un gruppo di 1210 ebrei proveniente dal campo di concentramento di Theresienstadt (anche tra di loro vi erano alcuni bambini).

Nonostante le moltissime restrizioni, migliaia di ebrei attraversarono il confine francese con la Spagna e vi trovarono rifugio o temporanea accoglienza verso altri paesi. I rifugiati ebrei (tra cui moltissime famiglie con bambini) furono 20./30.000 nei primi anni di guerra, quando la Francia fu occupata dai nazisti, cui ne seguirono altri 7.500 tra l'estate del 1942 e l'autunno del 1944.[36]

Bambini nascosti in clandestinità[modifica | modifica wikitesto]

Francois Englert, premio Nobel per la Fisica 2013, trascorse la sua infanzia nascosto, sotto falsa identità, presso famiglie o orfanotrofi in Belgio

Nelle zone di occupazione tedesca, migliaia di bambini sopravvissero vivendo in clandestinità, con falsa identità, o nascosti in luoghi di rifugio, talora con i propri genitori, spesso separati dalle loro famiglie.[37]

Coscienti del fatto che i bambini rappresentavano il futuro ed erano per questo oggetto di particolare accanimento da parte nazista, le forze di resistenza (ebraica e non) dedicarono speciale attenzione al loro salvataggio, riuscendo in taluni casi anche a conseguire alcuni successi importanti come nel caso dei ragazzi di Villa Emma (Nonantola) in Italia,[38] o di quelli ospitati a Le Chambon-sur-Lignon in Francia.[39] Moltissimi furono i bambini (anche in Italia) accolti singolarmente in istituti religiosi cristiani o da famiglie di amici o anche di estranei che generosamente, rischiando la loro stessa vita, li protessero fino alla fine della guerra.[40]

Non per tutti i bambini fu una storia a lieto fine. Molti, come Anna Frank furono scoperti e avviati ai campi di sterminio, altri furono uccisi sul posto o si suicidarono per evitare la cattura (come Jerzy Feliks Urman). Per altri ancora, il prezzo pagato alla propria sopravvivenza fu molto alto. Benché i casi di abuso siano stati rari, le condizioni di rifugio furono spesso molto dure dal punto di vista fisico e psicologico per la paura continua di essere scoperti e la continua necessità di reprimere la propria identità e lo sforzo continuo di apparire e di comportarsi diversamente da come si era stati educati.[41] Per vincere la solitudine e l'assenza di una vita sociale normale alcuni bambini affidarono ai diari le loro emozioni. I Diari dell'Olocausto scritti da bambini sono tra le testimonianze più toccanti del periodo.[42]

Per coloro che sopravvissero, il ritorno alla normalità non fu semplice. la maggior parte di essi si ritrovarono orfani, spesso completamente soli. Per altri l'abbandono dei genitori adottivi e il reinserimento nella famiglia d'origine fu un passo altrettanto traumatico. Per alcuni bambini ebrei affidati a istituti religiosi cattolici e battezzati si aprì anche una battaglia legale per la loro identificazione e "restituzione", battaglia che divise i vertici stessi della gerarchia cattolica.[43]

Tra i partigiani[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Resistenza ebraica.

Molti bambini sopravvissero, in varie parti dell'Europa, protetti dai partigiani, in zone da essi controllate. Due unità partigiane in Bielorussia, quelle guidate rispettivamente dai Fratelli Bielski e da Shalom Zorin, si distinsero in particolare per aver stabilito nella foresta dei campi dove erano accolte anche famiglie ebree con donne, anziani e bambini.[44]

Per un bambino, specie se ebreo, non era semplice unirsi alle unità partigiane combattenti. La maggior parte delle unità partigiane non accettava bambini o civili inermi, ed episodi di antisemitismo non furono infrequenti anche in alcune formazioni partigiane dell'Est europeo. Tra i 20./30.000 ebrei che combatterono come partigiani in tutta Europa vi furono tuttavia molti adolescenti (ed anche un numero significativo di bambini più piccoli, soprattutto orfani). Diventare partigiani significava prendere parte direttamente alle azioni di guerriglia, spionaggio e sabotaggio condotte dal proprio gruppo ed essere sottoposti senza alcuno sconto alla brutalità della lotta.[45] E' il caso di Nathan Schacht, sopravvissuto per 18 mesi (a 12-13 anni d'età) con i partigiani nella foresta in Ucraina, o del dodicenne Franco Cesana, il più giovane partigiano caduto in un'azione di combattimento nella Resistenza italiana.

Sopravvissuti nei ghetti e nei campi di concentramento[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bambini di Buchenwald, Bambini di Terezín e Bambini di Mengele.

La sopravvivenza dei bambini nei ghetti o nei campi fu sempre legata a circostante eccezionali, che, ritardandone l'uccisione o la morte per stenti, in casi limitati permisero loro di rimanere in vita fino alla liberazione.

Nei ghetti, la loro sopravvivenza fu almeno in parte conseguenza della loro voglia di vivere e della loro adattabilità al contrabbando del cibo, al nascondimento e alla fuga. Con la liquidazione dei grandi ghetti (con la parziale eccezione di Terezin), i bambini ne furono comunque le prime vittime se non coloro che riuscirono a nascondersi e fuggire, cosa ovviamente impossibile ai più piccoli.[46]

Nei campi di concentramento e di sterminio, i più robusti si fecero passare per adulti per sfuggire alle selezioni, quando esse venivano compiute. Altri, ufficialmente troppo piccoli per essere considerati abili al lavoro, furono comunque impiegati da ufficiali SS o Kapò come attendenti personali con mansioni di tuttofare, soggetti a umiliazioni e abusi di ogni tipo.[47] Spesso la loro sopravvivenza fu legata all'aiuto e alla protezione personale offerta da altri prigionieri o compagni più grandi. A Auschwitz Luigi Ferri fu salvato per l'intervento dal medico ebreo Otto Wolken che lo "adottò" come figlio per tutta la sua permanenza al campo, mentre Piero Terracina e Sami Modiano trovarono forza e sostegno reciproco in un'amicizia fraterna.[48] La solidarietà del campo protesse i 904 bambini di Buchenwald tra cui erano gli ebrei Elie Wiesel e Yisrael Meir Lau,[49] e l'afro-tedesco Gert Schramm.[50] Per tutti la liberazione venne dopo durissime esperienze e indicibile sofferenze.

Taluni sopravvissero perché tenuti in vita (temporaneamente) come cavie in programmi di sperimentazione medica (come nella famosa "baracca dei gemelli" del dott. Joseph Mengele ad Auschwitz dove furono rinchiuse anche le piccole Andra e Tatiana Bucci). In altri casi di bambini specie polacchi o russi (classificati come aventi caratteristiche predominanti "ariane"), essi furono risparmiati per essere adottati da genitori tedeschi nell'ambito del Progetto Lebensborn.[51]

I testimoni[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Libri di memorie sull'Olocausto.
Szymon Srebrnik, uno dei primi bambini dell'Olocausto a testimoniare nei processi del dopoguerra
Elie Wiesel, premio Nobel per la pace, uno dei più famosi "bambini dell'Olocausto" ad essere divenuti scrittori e testimoni

Alcuni bambini e adolescenti si trovarono subito proiettati nel ruolo pubblico di testimoni già nel corso della seconda guerra mondiale, come i 73 bambini di Teheran provenienti dalla Polonia, la cui testimonianza fu raccolta in Israele nel 1943,[52] o Mary Berg giunta negli Stati Uniti dal ghetto di Varsavia per uno scambio di prigionieri nel marzo 1944. Anche in Polonia, nei mesi successivi alla liberazione dei campi, bambini come Szymon Srebrnik o Luigi Ferri furono chiamati formalmente nel 1945 a testimoniare di fronte alla prime commissioni di inchiesta sui crimini nazisti. Altri, come Thomas Geve e Michal Kraus, fissarono i loro ricordi in disegni e illustrazioni annotate. Una ventina sono i racconti di bambini e adolescenti tra i 10 e i 19 anni che si possono ascoltare in registrazione tra le 130 interviste di sopravvissuti effettuate dallo psicologo David P. Boder nel 1946.[53] Sono queste le uniche voci di bambini che si siano conservate dai tempi dell'Olocausto.

Per i bambini sopravvissuti cominciò la faticosa e lunga ricerca dei familiari o venne la realizzazione di essere rimasti soli. Per molti ci vollero mesi di ospedale e di cure per riprendere le forze. Il riadattamento fu in ogni caso complesso. Se per gli adulti significava il ritorno ad una vita "normale", di essa la maggior parte dei bambini cresciuti nei ghetti o nei campi non aveva alcuna esperienza.[54]

Nell'immediato dopoguerra l'opinione pubblica mondiale guardo' con sgomento e compassione ai bambini dell'Olocausto. Vi si dedicarono film di successo come Odissea tragica. Le organizzazione umanitarie si mobilitarono per soddisfare ai loro bisogni immediati, offrire loro un alloggio e un'educazione, ricongiungerli se possible ai loro genitori o parenti. Per i numerosi orfani le organizzazioni sioniste organizzarono centri di accoglienza per prepararli all'emigrazione in Israele, come la colonia di Sciesopoli in Italia per i circa 800 bambini di Selvino.[55] L'idea era che si dovesse creare per loro un ambiente tale da far loro dimenticare il prima possibile le traumatiche esperienze vissute. Il Diario di Anna Frank commosse il mondo e la bambina di Amsterdam divenne il simbolo dell'Olocausto, ma la specificità dell'esperienza dei bambini sopravvissuti venne scarsamente riconosciuta e approfondita.[56] Molti di loro ricorderanno di non aver trovato in quegli anni orecchie disposte ad ascoltarli. Così fu per Liliana Segre di ritorno da Auschwitz:

"Era molto difficile per i miei parenti convivere con un animale ferito come ero io: una ragazzina reduce dall’inferno, dalla quale si pretendeva docilità e rassegnazione. Imparai ben presto a tenere per me i miei ricordi tragici e la mia profonda tristezza. Nessuno mi capiva, ero io che dovevo adeguarmi ad un mondo che voleva dimenticare gli eventi dolorosi appena passati, che voleva ricominciare, avido di divertimenti e spensieratezza."[57]

L'interesse per l'esperienza dei bambini si riaccende a partire dagli anni ottanta. È una corsa contro il tempo per raccogliere quante più testimonianze possibili e (anche solo per ragioni anagrafiche) la maggioranza dei testimoni ancora in vita erano bambini o adolescenti al tempo dell'Olocausto. Si comincia anche a studiare la specificità dell'esperienza dei bambini nell'Olocausto che si sviluppa come un campo autonomo di studio.

A questa crescita di interesse i bambini dell'Olocausto reagiscono in modo diverso. Molti trovano nel ruolo pubblico di testimoni una ragione di vita e di riscatto e una liberazione dai propri traumi, tenuti lungamente repressi. Si moltiplicano i Libri di memorie sull'Olocausto scritti da persone che al tempo erano bambini. Altri mantengono un profilo più sfumato, lontano dai riflettori, consegnando la loro testimonianza a studiosi e istituti di ricerca specializzati. Altri ancora come Mary Berg o Luigi Ferri (che pure avevano avuto un ruolo pubblico importante nell'immediato dopoguerra) si rendono irreperibili ad ogni ulteriore coinvolgimento, ritenendo di aver ormai chiuso completamente i conti con il proprio passato.

I bambini dell'Olocausto in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Olocausto in Italia, Leggi razziali fasciste e Bambini di Selvino.
Le sorelle Andra e Tatiana Bucci assieme al cugino Sergio De Simone

L'interesse sui bambini italiani dell'Olocausto all'inizio si concentra quasi esclusivamente sui deportati ad Auschwitz e sui pochi sopravvissuti. Già nell'aprile 1945 Luigi Ferri testimoniò (in tedesco) davanti ad una Commissione d'inchiesta sui crimini nazisti a Cracovia. In Italia la prima a far sentire la sua voce fu Arianna Szörényi con un articolo comparso sull'Unità dell'11 marzo 1976, in occasione del processo per i crimini alla Risiera di San Sabba. Numerosi sono stati poi coloro che da anziani si sono fatti testimoni nelle scuole e nei mezzi di informazione (da Piero Terracina a Sami Modiano, Liliana Segre, Hanna Kugler Weiss, Alberto Sed, e altri). Tra le vittime il caso che ha ricevuto maggior attenzione è quello di Sergio De Simone, morto ad Amburgo dopo essere stato usato con altri 19 bambini di varia nazionalità come cavia per esperimenti sulla tubercolosi.[24]

Gradualmente l'interesse si estende anche alle migliaia di bambini che in Italia furono colpiti dalle leggi razziali fasciste, venendo traumaticamente esclusi dalla scuola, a quelli che dal 1940 furono rinchiusi in campi di internamento o vissero al confino, e infine a tutti coloro che dopo l'8 settembre 1943 per evitare le deportazioni dovettero vivere in clandestinità o affrontare la fuga in Svizzera, spesso separati dalle loro famiglie. Alcuni si unirono giovanissimi alle formazioni partigiane, come il dodicenne Franco Cesana, il piu' giovane partigiano italiano ad essere caduto in combattimento.[58] Tra le prime persone che nelle loro memorie hanno attratto l'attenzione sulla loro esperienza di bambini sopravvissuti in Italia ci sono Emanuele Pacifici, Louis Goldman, Lia Levi, Aldo Zargani, e altri.

Se i bambini italiani sopravvissuti poterono generalmente trovare una famiglia che li accogliesse, nell'immediato dopoguerra l'Italia divenne un importante luogo di transito per centinaia di bambini ebrei rimasti orfani che dai paesi dell'est europeo cercavano di raggiungere la Palestina. Le organizzazioni ebraiche vi organizzazione delle colonie, dove essi potessero essere raccolti e preparati per l'emigrazione. Il nucleo più importante fu quello degli 800 bambini di Selvino radunati dalla Brigata ebraica nell'ex-colonia di Sciesopoli nel bergamasco.[59]

Nel 2013 lo storico Bruno Maida ha pubblicato uno studio generale sulla Shoah dei bambini in Italia, che per la prima volta analizza il fenomeno nella sua globalità.[60]

Alcuni tra i casi di maggior interesse[modifica | modifica wikitesto]

Associazioni ebraiche e istituti di ricerca (come Yad Vashem a Gerusalemme o lo United States Holocaust Memorial Museum a Washington, e in Italia il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) hanno fatto enormi sforzi per dare un nome e un volto a tutti i bambini dell'Olocausto e preservarne la memoria individuale, oltre che la storia collettiva. I loro nomi (anche di quelli italiani) sono oggi reperibili in numerose pubblicazioni.[61]

I casi di alcuni bambini e adolescenti sono diventati familiari all'opinione pubblica o sono ritenuti di particolare interesse per la ricerca scientifica a causa dell'eccezionalità di alcune vicende individuali all'epoca dell'Olocausto (ad esempio, in quanto autori di diari o perché soggetti a particolari esperienze) o per quello che essi sono diventati da adulti (nella loro carriera professionale o come autori di importanti libri di memorie o per il loro impegno pubblico come testimoni). Tra i più famosi bambini dell'Olocausto ci sono vittime come Anna Frank e Petr Ginz, e sopravvissuti come il regista Roman Polański, scrittori, artisti, scienziati e 5 premi Nobel (François Englert, Roald Hoffmann, Daniel Kahneman, Imre Kertész, e Elie Wiesel).

Vittime[modifica | modifica wikitesto]

Sopravvissuti[modifica | modifica wikitesto]

La memoria[modifica | modifica wikitesto]

Children's Holocaust Memorial al cimitero ebraico di Varsavia
Monumento ai bambini dei Kindertransport
Monumento ai bambini dell'Olocausto a Ramat HaSharon

Esistono diversi monumenti costruiti specificatamente in memoria dei bambini vittime dell'Olocausto. I più noti sono quelli a Yad Vashem a Gerusalemme e al cimitero ebraico di Varsavia. Il memoriale a Yad Vashen, su progetto di Moshe Safdie, è una stanza sotterranea dove nel buio completo la luce di una candela brilla riflessa all'infinito da molteplici specchi; è stato donato da Abe e Edita Spiegel, che ad Auschwitz persero il figlio Uziel, di due anni.[62] Nel cimitero di Varsavia il monumento è addossato ad una parete di mattoni sormontata da filo spinato che riproduce il muro del ghetto di Varsavia.

Una mostra permanente è allestita nella baracca 53 dell'ex-campo di concentramento di Majdanek. Ideata nel 2003 da Tomasz Pietrasiewicz, la mostra illustra la vita e la morte dei Bambini dell'Olocausto attraverso l'esperienza di quattro bambini che furono presenti al campo: due bambini ebrei, Halina Birenbaum e Henio Zytomirski; un bambino bielorusso, Piotr Kiryszczenko; e una bambina polacca, Janina Buczek.[63]

Memoriali ai bambini dell'Olocausto si trovano anche a Ramat HaSharon (Israele), a Whitwell (Tennessee), a Charlotte (North Carolina), Great Neck (New York), e in altre localita' degli Stati Uniti.

Alcuni monumenti sono dedicati a gruppi particolari di bambini.

Una serie di sculture in bronzo a grandezza naturale rappresentanti i bambini del Kindertransport sono stati collocati lungo la rotta dei treni presso le stazioni ferroviarie di Londra Liverpool Street (2006), Berlino Friedrichstraße (2008), Vienna Ovest (2008), Danzica Centrale (2009), Hoek van Holland-Rotterdam (2011) e di Amburgo Dammtor (2015). Le sculture sono opera dell'artista israeliano Frank Meisler, originario di Danzica e cresciuto in Inghilterra, egli stesso salvatosi grazie al Kindertransport.

Monumenti dedicati a Janusz Korczak e ai bambini dell'orfanotrofio del ghetto di Varsavia si trovano a Yad Vashem e al Cimitero ebraico di Varsavia. Monumenti ricordano a Lodz in Polonia i bambini del ghetto, a Idice in Cecoslovacchia i bambini vittime della rappresaglia nazista, ed ad Amburgo in Germania i 20 bambini uccisi alla scuola di Bullenhuser Damm, tra cui Sergio De Simone.

Ricerca storica[modifica | modifica wikitesto]

A partire dagli anni ottanta la ricerca sui bambini dell'Olocausto è diventata un importante campo si specializzazione negli studi sull'Olocausto. Il tema è trattato in numerose pubblicazioni e documentari. Molti musei dell'Olocausto vi dedicano una sezione speciale.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • 1982 - Azriel Eisenberg (ed.). The Lost Generation: Children in the Holocaust. New York: Pilgrim Press.
  • 1985 - Werner Angress. Between Fear and Hope: Jewish Youth in the Third Reich (tr. Wernes Angress and Christine Granger). New York: Columbia University.
  • 1988 - George Eisen. Children Play in the Holocaust: Games among the Shadows. Alherst: University of Massachusetts Press.
  • 1991 - Debórah Dwork. Children With A Star: Jewish Youth in Nazi Europe. New Haven: Yale University Press. ISBN 0-300-05054-2. Ed. it. Nascere con la stella: i bambini ebrei nell'Europa nazista (trad. di Giovanna Antongini). Venezia: Marsilio, 1994.
  • 1993 - Howard Greenfeld. The Hidden Children. New York: Ticj=knor & Fields.
  • 1994 - Maxine B. Rosenberg, Hiding to Survive: Stories of Jewish Children Rescued From the Holocaust. New York: Houghton Mifflin Harcourt Publishing Company.
  • 1994 - Andre Stein. Hidden Children: Forgotten Survivors of the Holocaust. Toronto: Penguin Books.
  • 1995 - Sebastiana Papa (a cura di). I bambini della Shoah, Napoli: Edizioni scientifiche, 1995.
  • 1996 - Martin Gilbert. The Boys: Triumph over Adversity. London: Weidenfeld & Nicolson.
  • 1997 - Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini. Firenze: Giuntina.
  • 1997 - Eva Kurek. Your Life Is Worth Mine: How Polish Nuns Saved Hundreds of Jewish Children in German-Occupaied Poland, 1939-1945. New York Hippocrene Books.
  • 1998 - Viktoria Hertling (ed.). Mit den Augen eines Kindes: Children in the Holocaust, children in exile, children under fascism. Amsterdam; Atlanta, GA: Rodopi.
  • 1999 - Barbara Bauer, Waltraud Strickhausen (Hrsg.). "Für ein Kind war das anders": traumatische Erfahrungen jüdischer Kinder und Jugendlicher im nationalsozialistischen Deutschland. Berlin: Metropol.
  • 2000 - Judith Hemmendinger and Robert Krell. The Children of Buchenwald: Child Survivors of the Holocaust and Their Post-War Lives. Jerusalem: Gefen.
  • 2000 - Mark Jonathan Harris and Deborah Oppenheimer, Into the Arms of Strangers: Stories of the Kindertransport. London: Bloomsbury.
  • 2000 - Helena Kubica. "Children and Adolescents in Auschwitz." In Auschwitz, 1940-1945, vol.2, ed. Tadeusz Iwasko. Oswiecim: Auschwitz-Birkenau State Museum, pp. 201-290.
  • 2000 - Emmy Werner. Through the Eyes of Innocents: Children Witnesses of World War II. Boulder, CO: Westview Press.
  • 2002 - Paul Valent. child Survivors of the Holocaust. London: Routledge.
  • 2003 - Kerry Bluglass. Hidden from the Holocaust: Stories of Resilient Children Who Survived and Thrived. Westport, CT: Praeger.
  • 2004 - Center for Advanced Holocaust Studies. Children and the Holocaust: Symposium. Washington: U.S. Holocaust Memorial Museum.
  • 2004 - Institute of Tolerance / State Archived in Lodz. The Children of the Lodz Ghetto. Lodz: Bilbo.
  • 2004 - Sara Valentina Di Palma. Bambini e adolescenti nella Shoah: storia e memoria della persecuzione in Italia. Milano: Unicopli.
  • 2005 - Lynn Nicholas. Cruel World: The Children of Europe in the Nazi Web. New York: Knopf.
  • 2006 - Martin Ira Glassner and Rober Krell. And Life Is Changed Forever: Holocaust Childhoods Remembered. Detroit: Wayne State University.
  • 2006 - Nicholas Stargardt. Witnesses of War: Children's Lives under the Nazis. New York: Knopf.
  • 2007 - Robert Krell. Child Holocaust Survivors: Memories and Reflections. Victoria: Trafford.
  • 2007 - Lynn H. Nicholas, Bambini in guerra: i bambini europei nella rete nazista, Milano: Garzanti, 2007.
  • 2011 - Patricia Heberer, Children during the Holocaust. AltaMira Press.
  • 2011 - Stephanie Fitzgerald, Children of the Holocaust.
  • 2012 - Umberto Gentiloni e Stefano Palermo (a cura di). 16.10.1943 Li hanno portati via. Roma: Fandango Libri.
  • 2013 - Bruno Maida, La Shoah dei bambini: la persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia, 1938-1945. Torino: Einaudi.

Documentari[modifica | modifica wikitesto]

Museografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Yad Vashem
  • United States Holocaust Memorial Museum
  • Museum of Tolerance, LA

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Film sull'Olocausto.

I figli dei superstiti dell'Olocausto[modifica | modifica wikitesto]

Un particolare sottocampo, che si è recentemente sviluppato, riguarda l'esperienza dei bambini figli di sopravvissuti (o anche di carnefici) dell'Olocausto, l'impatto traumatico che tali eventi hanno avuto sulla loro crescita e formazione.[64]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Epstein, Helen. Children of the Holocaust: Conversations with Sons and Daughters of the Survivors. New York: G.P. Putnam, 1979.
  • Living After the Holocaust: Reflections by Children of Survivors in America. New York: Bloch Publishing, 1979.
  • Bergmann, Martin S., and Milton E. Jucovy, editors. Generations of the Holocaust. New York: Columbia University Press, 1990.
  • Wardi, Dina. Nośʾe ha-ḥotam. Jerusalem: Keter, 1990 (ed. it. Le candele della memoria. I figli dei sopravvissuti dell'Olocausto: traumi, angosce, terapia, trad. di Emanuele Beeri e Tania Gargiulo, Firenze: Sansoni, 1993; rist. Milano: Pgreco, 2013).
  • Wiseman, Hadas, and Jacques P. Barber. Echoes of the Trauma: Relational Themes and Emotions in Children of Holocaust Survivors. Cambridge: Cambridge University Press, 2008.

Documentari[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bruno Maida (a cura di). 1938. I bambini e le leggi razziali in Italia. Firenze: Giuntina, 1999.
  2. ^ 1938: i bambini e le leggi razziali in Italia. Alcune testimonianze.
  3. ^ Patricia Heberer, Children during the Holocaust. AltaMira Press, 2011.
  4. ^ a b I bambini durante l'Olocausto, Enciclopedia dell'Olocausto.
  5. ^ Citato in Peter Fritzsche, An Iron Wind: Europe Under Hitler. Basic Books, 2016, p.219.
  6. ^ "Plight of Jewish Children", Holocaust Encyclopedia.
  7. ^ Bruno Maida, La Shoah dei bambini, Torino: Einaudi, 2013, p.25.
  8. ^ Il più giovane tra i soli 16 sopravvissuti degli oltre 1000 deportati fu un adolescente, Enzo Camerino, che al momento della deportazione aveva 14 anni ma che dimostrando più della sua età riuscì a superare la selezione. Per i più piccoli non vi fu scampo. Umberto Gentiloni e Stefano Palermo (a cura di), 16.10.1943 Li hanno portati via, Roma: Fandango Libri, 2012.
  9. ^ Michael Burleigh, Death and Deliverance: Euthanasia in Germany, 1900-1945, Cambridge: Cambridge University Press, 1994.
  10. ^ "Ghettos", Holocaust Encyclopedia.
  11. ^ Institute of Tolerance / State Archived in Lodz. The Children of the Lodz Ghetto. Lodz: Bilbo, 2004.
  12. ^ Dario Arkel, Ascoltare la luce, vita e pedagogia di Janusz Korczak, Segrate, Atì editore, 2009.
  13. ^ a b Benjamin Murmelstein, Terezin, il ghetto-modello di Eichmann, Cappelli (oggi Editrice La Scuola di Brescia), Bologna 1961; riedizione Editrice La Scuola 2013, ISBN 978-88-350-3367-7.
  14. ^ "Theresienstadt: Cultural Life", Holocaust Encyclopedia.
  15. ^ L’arte di Terezín per la memoria della Shoah.
  16. ^ Joza Karas, Musica a Terezín, 1941-1945. Genova: Il nuovo Melangolo, 2011.
  17. ^ "Theresienstadt", Holocaust Encyclopedia.
  18. ^ Matteo Corradini, La repubblica delle farfalle - Il romanzo dei ragazzi di Terezin, Rizzoli, Milano 2013, ISBN 978-88-17-06385-2
  19. ^ Saul Friedländer, La Germania nazista e gli ebrei, vol. 2. Gli anni dello sterminio, 1939-1945, Milano: Garzanti, 2009, ISBN 978-88-11-68054-3.
  20. ^ Rudolf Franz Ferdinand Hoess, "Affidavit, 5 April 1946," in Trial of the Major War Criminals Before the International Tribunal, Nuremberg, 14 November 19451 October 1946 (Nuremberg: Secretariat of the International Military Tribunal, 1949), Doc. 3868PS, vol. 33, 27579. Modern History Sourcebook (testo online).
  21. ^ Auschwitz Album.
  22. ^ Mirella Karpati, L'Olocausto degli zingari.
  23. ^ Elie Wiesel, La notte (trad. di Daniel Vogelmann), Firenze: Giuntina, 1980.
  24. ^ a b Maria Pia Bernicchia, Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti, Proedi Editore, 2005.
  25. ^ Primo Levi, La tregua, Torino: Einaudi, 2000 (prima ed. 1958), p. 168.
  26. ^ Holocaust Teacher Resource Center.
  27. ^ Modern Genocide: The Definitive Resource and Document Collection. Ed. Paul R. Bartrop and Steven Leonard Jacobs. Santa Barbara, CA: ABC-CLIO, 2015. p1956-1957.
  28. ^ Elenco delle vittime della strage delle Fosse Ardeatine; In ricordo delle giovani vittime delle Fosse Ardeatine.
  29. ^ Youth Aliya.
  30. ^ Youth Aliya.
  31. ^ Mark Jonathan Harris and Deborah Oppenheimer, Into the Arms of Strangers: Stories of the Kindertransport. London: Bloomsbury, 2000.
  32. ^ "Youth Aliyah", Yad Vashem.
  33. ^ "Tehran Children", Holocaust Encyclopedia.
  34. ^ The mass escape of Jews from Nazi-occupied Denmark", BBC.
  35. ^ "La Svizzera e i profughi.
  36. ^ "Spain", Yad Vashem.
  37. ^ Howard Greenfeld. The Hidden Children. New York: Ticknor & Fields, 1993; Maxine B. Rosenberg, Hiding to Survive: Stories of Jewish Children Rescued From the Holocaust. New York: Houghton Mifflin Harcourt Publishing Company, 1993; Andre Stein. Hidden Children: Forgotten Survivors of the Holocaust. Toronto: Penguin Books, 1994.
  38. ^ Maria Laura Marescalchi, Anna Maria Ori, Nonantola e i salvati di Villa Emma. Luglio 1942 - Ottobre 1943. Una guida per la scuola e per i visitatori, Fondazione Villa Emma, Nonantola 2007.
  39. ^ "Le Chambon-sur-Lignon", Holocaust Encyclopedia].
  40. ^ Mordecai Paldiel, The Path of the Righteous: Gentile Rescuers of Jews During the Holocaust, KTAV Publishing House, Inc., ISBN 0-88125-376-6; Israel Gutman, Liliana Picciotto, Bracha Rivlin, I Giusti d'Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei. 1943-1945, Mondadori, ISBN 88-04-55127-5.
  41. ^ "Hidden Children: Hardships", Holocaust Encyclopedia.
  42. ^ Children's Diaries during the Holocaust, in United States Holocaust Memorial Museum
  43. ^ "Pio XII a Roncalli: non restituite i bimbi ebrei", Corriere della Sera (28 dicembre 2004).
  44. ^ Resistance during the Hoocaust, United States Holocaust Memorial Museum.
  45. ^ David M. Rosen, Armies of the Young: Child Soldiers in War and Terrorism, New Brunswick: Rutgers University Press, 2005.
  46. ^ Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini. Firenze: Giuntina, 1997, pp. 47-78.
  47. ^ Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini, pp. 79-124.
  48. ^ Bruno Maida, La Shoah dei bambini, Torino: Einaudi, 2013.
  49. ^ Judith Hemmendinger and Robert Krell. The Children of Buchenwald: Child Survivors of the Holocaust and Their Post-War Lives. Jerusalem: Gefen, 2000.
  50. ^ John Kantara, "A Black German Survivor of the Holocaust", Die Zeit (4 giugno 2009).
  51. ^ Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini, pp. 125-54.
  52. ^ Henryk Grynberg, Children of Zion: The Path of Agony of the Tehran Children, Evanston: Northwestern University Press, 1998 (originariamente pubblicato in polacco nel 1994).
  53. ^ Voices of the Holocaust.
  54. ^ Judith S. Kestenberg, and Ira Brenner. The Last Witness: The Child Survivor of the Holocaust. Washington, DC: American Psychiatric Press, 1996.
  55. ^ Aharon Megged, "Il viaggio verso la terra promessa. La storia dei bambini di Selvino", Milano, Mazzotta, 1997
  56. ^ Aaron Hass. The Aftermath: Living with the Holocaust. New York: Cambridge University Press, 1995.
  57. ^ Liliana Segre, "Un’infanzia perduta", in Voci dalla Shoah testimonianze per non dimenticare, Firenze: La Nuova Italia Editrice, 1996, p. 63.
  58. ^ Cesana Franco detto Balilla.
  59. ^ Aharon Megged, "Il viaggio verso la terra promessa. La storia dei bambini di Selvino", Milano, Mazzotta, 1997.
  60. ^ Bruno Maida, La Shoah dei bambini: la persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia, 1938-1945. Torino: Einaudi, 2013.
  61. ^ Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria: gli ebrei deportati dall'Italia, 1943-1945. Milano: Mursia, 2011; Umberto Gentiloni e Stefano Palermo (a cura di). 16.10.1943 Li hanno portati via. Roma: Fandango Libri, 2012.
  62. ^ Yad Vashem: Remember the Children.
  63. ^ "The Primer" Exhibition: Children in Majdanek, CampTeatrNN.pl.
  64. ^ "Psychological Trauma and the Holocaust", Holocaust Encyclopedia.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]