Campo di concentramento di Theresienstadt

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Coordinate: 50°30′48″N 14°10′01″E / 50.513333°N 14.166944°E50.513333; 14.166944 Il campo di concentramento di Theresienstadt, per alcuni studiosi denominato solo come ghetto di Terezín[1][2], è stata una struttura di internamento e deportazione utilizzata dalle forze tedesche durante la Seconda guerra mondiale. Incorporata dal Terzo Reich nel 1938[3], la città della Repubblica Ceca, a 60 km da Praga[4], è nota per aver concentrato nel campo omonimo «i maggiori artisti»[5], «il fior fiore degli intellettuali ebrei mitteleuropei, pittori, scrittori, musicisti» e con «una forte presenza di bambini»[3]. Presentato dalla propaganda nazista come esemplare insediamento ebraico, altro non fu che un luogo di raccolta di prigionieri da indirizzare soprattutto ai campi di sterminio[3] di Treblinka ed Auschwitz. Su un totale di «155.000 ebrei passati da Theresienstadt fino alla sua liberazione l'8 maggio 1945; 35.440 perirono nel ghetto e 88.000 furono deportati» per essere eliminati[6].

Pianta dell'intero complesso di Theresienstadt (1940 - 1945. La "Piccola Fortezza" (Kleine Festung) e la "Grande Fortezza" - guarnigione (Garnisonsstadt)

Terezín prima della seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Terezín (in tedesco Theresienstadt), costruita tra il 1780 e il 1790, nacque come città-fortezza, all'interno del sistema di fortificazione antiprussiano voluta da Giuseppe II d'Asburgo-Lorena e dedicata a sua madre Teresa[7]. Presentava due poli distinti: la "grande fortezza" e la "piccola fortezza". Nel 1882 la "grande fortezza" fu abbandonata come sede di guarnigione e la "piccola fortezza" fu adibita a carcere di massima sicurezza.

Durante la prima guerra mondiale, nella "piccola fortezza" fu imprigionato e morì nel 1918 Gavril Princip, uccisore dell'arciduca Francesco Ferdinando erede al trono austroungarico. Tale assassinio fu il casus belli che fece crollare l'instabile assetto politico europeo provocando la prima guerra mondiale. A Terezín furono tenuti prigionieri anche militari italiani catturati: Carlo Salsa, ufficiale d'artiglieria, prigioniero nel campo, catturato nel 1917 prima di Caporetto, scrisse nel suo diario: «Al campo della truppa, prossimo al nostro, sono concentrati 15.000 soldati: ne muoiono circa 70 al giorno per fame. Spesso questi morti non vengono denunciati subito per poter fruire della loro razione di rancio, i compagni li tengono nascosti sotto i pagliericci fino a che il processo di decomposizione non rende insopportabile la loro presenza»[8].

Ghetto e campo di concentramento di Theresienstadt (1941-1945)[modifica | modifica wikitesto]

La Gestapo prese il controllo di Theresienstadt il 10 giugno 1940 e trasformò la "piccola fortezza" in prigione denominandola kleine Festung (piccola fortezza). Dal 24 novembre 1941[9], l'intera cittadina (grosse Festung, grande fortezza) venne destinata a essere un ghetto dopo essere stata cinta da un muro.

La funzione del ghetto, in una prima fase, fu concepita per l'attività subdola di propaganda nazista con la presentazione del luogo come esempio di tutti gli altri insediamenti.[10] Propagandisticamente, infatti, a seguito del cosiddetto "programma di abbellimento", Theresienstadt fu presentata come "zona autonoma di insediamento ebraico", "il modello" nazista di insediamento per gli ebrei da presentare al mondo[10]. In una immediata fase successiva il ghetto dimostrò invece l'inganno nazista e la sua reale funzione, ovvero collettore per tutte le operazioni di sterminio. Impiegata contemporaneamente come struttura detentiva per il transito dei prigionieri verso altri campi (circa un quarto di chi vi transitò morì), «la truffa nazista divenne evidente a partire dal gennaio 1942 quando iniziarono a partire da Theresienstadt i trasporti destinati prima ai ghetti orientali e subito dopo verso Treblinka ed Auschwitz»[11]

Il campo fu fondato da uno dei capi delle SS, Reinhard Heydrich e divenne presto il punto di arrivo per un grande numero di ebrei provenienti da tutta la Cecoslovacchia occupata dai tedeschi, ma anche dalla Germania e dall'Austria. I settemila abitanti non-ebrei che vivevano a Theresienstadt vennero espulsi dalla città, rendendo il campo una comunità esclusivamente ebraica e separata.

I documenti relativi ai trasporti ferroviari indicano che tra il 1941 e il 1945 vennero deportati a Theresienstadt più di 155.000[6]. ebrei, dei quali un quarto (più di 35.000)[6]. morì nel campo principalmente a causa delle pessime condizioni di detenzione (fame, stenti, privazioni, malattie, principalmente di tifo esantematico verso la fine della guerra). Più di 88.000 furono i deportati dal campo verso i ghetti orientali e i campi di sterminio. Quando la guerra finì solo 17.247 erano i sopravvissuti.[12]

Il 5 maggio 1945 il controllo del campo fu trasferito dalla Germania alla Croce Rossa e cinque giorni dopo Theresienstadt fu definitivamente liberata dalle truppe sovietiche avanzanti.

Prigionieri[modifica | modifica wikitesto]

Il primo gruppo di prigionieri ad arrivare al Campo di concentramento di Theresienstadt tra il 24 novembre ed il 4 dicembre 1941 fu un contingente di 3.300 ebrei cechi con il compito di trasformare la fortezza grande in un campo di concentramento in grado di ricevere decine di migliaia di persone. L'idea originaria era di farne un campo per l'imprigionamento degli ebrei anziani tedeschi e austriaci, destinati a morirvi per "cause naturali".[13] In realtà tale idea non fu mai attuata perché il campo venne immediatamente usato per concentrarvi anche gli ebrei della Bohemia, senza distinzione di età, come luogo di transito per i trasporti verso i ghetti orientali e i campi di sterminio. Delle 109.114 persone che arrivarono a Theresienstadt dalla fine del 1941 alla fine del 1942, furono 43.871 quelle subito inviate alla morte.[14] Tra le migliaia di prigionieri vi furono anche molti importanti artisti, diplomatici, letterati e giuristi provenienti dalla Germania, dall'Austria e dalla Cecoslovacchia.

Una cella del campo

Le condizioni di vita a Theresienstadt si fecero subito molto difficili: all'interno della fortezza grande, in un'area precedentemente abitata da 7.000 cechi, si trovarono a convivere oltre 50.000 ebrei. Il cibo era scarso, le medicine inesistenti, la situazione abitativa drammatica. Nel 1942 morirono nel campo almeno 16.000 persone, inclusa Esther Adolphine (una sorella di Sigmund Freud), che morì il 29 settembre 1942; Heinrich Rauchinger, pittore polacco, Friedrich Münzer (un noto studioso di storia classica tedesco) che morì il 20 ottobre 1942 e due fratelli della nonna del politico statunitense John Kerry. Per far fronte al numero elevato dei decessi un crematorio fu costruito nel campo.[15]

Il crematorio del campo

Gli ebrei rinchiusi nel campo di Theresienstadt «nonostante la costante minaccia della deportazione, ebbero una notevole vita culturale »[16]: Potevano ad esempio avere accesso ad una biblioteca di 60.000 volumi[17], «scrittori, professori, musicisti e attori tennero conferenze, concerti e spettacoli teatrali» e per quanto possibile si adoperarono che tutti i bambini deportati potessero continuare il loro percorso educativo, infatti nonostante le proibizioni, quei bambini «frequentarono le scuole» del ghetto[18]. Quotidianamente si tenevano lezioni ed altre attività culturali; inoltre la comunità riuscì a pubblicare una rivista illustrata, Vedem, che trattava di poesia, dialoghi e recensioni letterarie ed era completamente prodotta da ragazzi di un'età compresa tra i dodici ed i quindici anni.[19] Alla conclusione del conflitto degli oltre 15.000 giovani lettori solo 1.100 erano ancora in vita, ma altre stime riducono ulteriormente il numero dei sopravvissuti a 150. L'United States Holocaust Memorial Museum calcola che il «90 per cento di quei bambini morirono nei campi di sterminio»[20]

L'insegnante d'arte Friedl Dicker-Brandeis creò una classe di disegno per bambini nel ghetto: il risultato di questa attività furono oltre quattromila disegni che Dicker-Brandeis nascose in due valigie prima di essere deportata ad Auschwitz. Questa collezione riuscì a scampare alle ispezioni naziste e venne riscoperta al termine del conflitto, dopo oltre dieci anni. Molti di questi disegni possono oggi essere ammirati al Museo ebraico di Praga dove la sezione archivio dell'Olocausto è responsabile dell'amministrazione della collezione di Theresienstadt.[21]

Nel corso del 1943 circa 500 ebrei provenienti dalla Danimarca vennero inviati a Theresienstadt e rappresentavano coloro che non si era riusciti a far fuggire verso la neutrale Svezia in una vasta operazione clandestina di salvataggio degli ebrei danesi che mise in salvo circa 8.000 di essi quando due anni dopo l'invasione tedesca le autorità naziste decisero la loro deportazione. L'arrivo di questo gruppo di ebrei danesi ebbe un impatto significativo perché le autorità danesi insistettero presso il governo tedesco affinché la Croce Rossa avesse la possibilità di visitare il campo. Questo attivo interessamento rappresentò una rara eccezione in quanto molti dei governi europei dell'epoca sotto occupazione tedesca collaborarono attivamente all'Olocausto o impauriti da eventuali reazioni, non insistettero minimamente sulla sorte e sul rispetto dei propri cittadini di origine ebraica.

Utilizzo propagandistico del campo[modifica | modifica wikitesto]

Il 23 giugno 1944, in seguito alle proteste del governo danese che dall'ottobre 1943 chiede notizie sul destino degli ebrei catturati a Copenaghen, Adolf Eichmann accorda una visita al campo ai rappresentanti della Croce Rossa internazionale al fine di dissipare le voci relative ai campi di sterminio. Per eliminare l'impressione di sovrappopolazione del campo e nascondere gli effetti della malnutrizione, 7.500 ebrei giudicati "impresentabili" vennero deportati verso un tragico destino ad Auschwitz alla vigilia dell'arrivo della delegazione della Croce Rossa.[22] L'amministrazione del campo si occupò inoltre di costruire falsi negozi e locali al fine di dimostrare la situazione di benessere degli ebrei di Theresienstadt. I danesi che la Croce Rossa visitò erano stati temporaneamente spostati in camere riverniciate di fresco, e non c'erano più di tre occupanti per camera. Gli ospiti poterono apprezzare l'esecuzione dell'opera musicale Brundibar (scritta dal deportato Hans Krása) eseguita dai bambini del campo.

La mistificazione operata nei confronti della Croce Rossa fu così riuscita che i tedeschi girarono un film di propaganda a Theresienstadt le cui riprese iniziarono il 26 febbraio 1944. Diretto da Kurt Gerron[23] (un regista, cabarettista e attore ebreo apparso con Marlene Dietrich nel film L'angelo azzurro), esso era destinato a mostrare il benessere degli ebrei sotto la "benevolente" protezione del Terzo Reich. Sotto minaccia nazista, in cambio del film, il regista ebbe la promessa d'aver salva la vita. Dopo le riprese la maggior parte del cast, e lo stesso regista, vennero invece deportati ad Auschwitz dove Gerron e sua moglie vennero uccisi nelle camere a gas il 28 ottobre 1944. Il film completo non venne mai proiettato ma alcuni spezzoni vennero utilizzati dalla propaganda tedesca ed oggi ne rimangono solo alcuni frammenti.

Comunemente intitolato Der Führer Schenkt den Juden eine Stadt (Il Führer dona una città agli ebrei), il nome corretto[24] del film è: Theresienstadt. Ein Dokumentarfilm aus dem jüdischen Siedlungsgebiet (in italiano: Terezin: Un documentario sul reinsediamento degli ebrei).

La musica come mezzo di ribellione e speranza[modifica | modifica wikitesto]

Una esclusività di Theresienstadt, fu il gran numero di musicisti strumentali, compositori e maestri d'orchestra che vi transitarono[25]. Basti pensare a compositori come Viktor Ullmann, Zikmund Schul, Pavel Haas, Gideon Klein, Hans Krása; maestri di orchestra come Rafael Schächter, e musicisti come Alice Herz-Sommer, Eric Vogel, Pavel Lipensky, Martin Roman e Julius Stwertka[26] per citare i più noti. Le SS siccome ritennero strategicamente «utile a scopo di propaganda» il campo, con il tempo non solo tollerarono quelle manifestazioni culturali, ma «le accolsero con favore»[27].

A Theresienstadt furono eseguiti centinaia di concerti[28] con un pubblico misto di ebrei ed SS, fra cui anche il gerarca nazista Adolf Eichmann[29]. Il repertorio proposto era vario, vasto e riguardava generi molto diversi: dalle opere sinfoniche alla musica da camera, dagli oratori ai canti religiosi, dalla musica classica a quella popolare e allo stesso swing. Venivano eseguite non solo le composizioni e le opere di cechi come Leoš Janáček, Josef Suk e Bedřich Smetana (La sposa venduta), ma anche di quelle di Beethoven, Mozart, Brahms cosi come, opere come la Tosca di Giacomo Puccini e la Carmen di Georges Bizet[30] fino allo stesso Verdi con il suo Requiem[31].

«La necessità vitale del fare musica di musicisti professionisti (in un primo momento la musica era rigorosamente proibita e il possesso di uno strumento era punito con la morte anche a Terezin; i primi concerti nel Campo erano perciò clandestini); tuttavia, probabilmente, non si resero conto di aver innescato una macchina formidabile di resistenza»[32] Il fermento musicale di Theresienstadt secondo alcuni studiosi fu dovuto al fatto che «molti artisti imprigionati cercarono di mantenere la loro identità musicale attraverso la prosecuzione delle loro attività precedenti»[33], e non solo:

« la musica diventa arma di ribellione, ed è usata come strumento per infondere sia la speranza in una possibile liberazione dal tiranno, sia la forza morale per poter agire in una tale condizione di dolore e disperazione. La fiaba offriva pertanto ai detenuti una via per allontanarsi dalla realtà e rifugiarsi in un altro mondo, per dare sfogo alle fantasie e ai desideri collettivi, identificando in quel malvagio, il tiranno invisibile della loro storia, Hitler, che finalmente erano riusciti, anche se "virtualmente", a rovesciare. Come ci narra un detenuto superstite:

Brundibár e tutto ciò che di culturale abbiamo fatto aveva una grandissima importanza per noi. Questo materiale ci ha un po’ aiutati ad entrare in un altro mondo, a dimenticare per un po’ la brutta realtà, dimenticare che avevamo fame […] A Terezìn noi non abbiamo assaggiato del latte per anni, né uova, né torte, né caramelle. Ed improvvisamente c’era uno che vendeva gelati e cioccolata, come se ci fossero veramente.[…] Più di tutto Brundibár ha dato questa forza creativa per cui nessuno aveva più fame, attraverso questo poteva dimenticarlo.

Brundibár, insomma, ha infuso nei prigionieri di Theresienstadt, seppur per breve tempo, la speranza, la voglia di continuare a vivere e a sperare in tutta una serie di cose che difficilmente essi avrebbero potuto immaginare di nuovo e rivivere. L'arte, più in particolare la musica, nel nostro caso assume dunque una funzione "catartica", di purificazione dei traumi vissuti attraverso la rievocazione tragica degli stessi che quasi va sfumando nel comico, nel grottesco e nel carnascialesco. »

(ANED[34])

Una delle più importanti opere usata dai musicisti, coristi e cantanti come mezzo di fervente protesta e denuncia nei confronti del regime nazista, fu quella diretta dal maestro d'orchestra Rafael Schächter: il Requiem di Verdi. Con le parole di quell'opera, i musicisti e i cantanti ebrei non solo "cantarono" ai loro persecutori le loro malefatte, ma invocarono l'ira e il duro giudizio di Dio con la loro conseguente liberazione dal quel giogo. Alla presentazione "della prima", quelle maledizioni cantate sortirono l'effetto desiderato dagli ebrei che si esibirono, fra il pubblico nazista era presente anche uno dei principali responsabili del genocidio che li riguardava: Adolf Eichmann[35].

Il Requiem di Verdi[36]: «Canteremo ai nazisti quello che non possiamo dire loro»[modifica | modifica wikitesto]

La copertina del due CD: Terezín: The Music 1941-1944. Musica scritta dai detenuti nel campo di concentramento di Terezín durante la seconda guerra mondiale[37][38][39]
« Giorno d'ira, quel giorno distruggerà il mondo nel fuoco, come affermano Davide e la Sibilla. Quanto terrore ci sarà, quando verrà il giudice, per giudicare tutti severamente »
(Dies irae, de La Messa di Requiem[40] di Giuseppe Verdi)
« Confusi i maledetti, gettati nelle vive fiamme, chiama me tra i benedetti. Prego supplice e prostrato, il cuore contrito come cenere,

abbi cura della mia sorte »

(Confutatis, de La Messa di Requiem[40] di Giuseppe Verdi)

Eseguito in occasione del primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni, il 22 maggio 1874, nella Chiesa di San Marco a Milano, La Messa di Requiem, una delle opera più imponenti di Verdi, ebbe tanto successo che la fama della composizione superò presto i confini nazionali.

Fu l'internato maestro d'orchestra Rafael Schächter a pensare «con decisione e tenace ostinazione» che l'opera di Verdi, nonostante le difficoltà di reperimento degli strumenti, e la ricerca di validi coristi, orchestrali e cantanti, si prestasse alla protesta "cantata" contro i loro aguzzini, soprattutto con il suo Dies irae dell'opera appartenente alla cultura cattolica che sarebbe stata eseguita questa volta da orchestrali, cantanti e coristi ebrei[41].

Un rapporto dettagliato su come il coraggioso maestro Schächter si procurò gli strumenti, scelse i cantanti, il coro e gli orchestrali, fece le innumerovoli prove fino all'esecuzione dell'opera di Verdi, la fece nel 1963 un testimone oculare, lo scrittore e giurista Josef Bor anche lui internato a Theresienstadt al tempo di quella prima rappresentazione. Bor nel ghetto fino da giugno 1942 «a seguito dei tentativo di attentato a Praga ai danni di Reinhard Heydrich»[42] fu trasferito ad Auschwitz ad ottobre del 1944 per essere internato infine a Buchenwald. Diciotto anni dopo la sua liberazione scrive un libro su quel memorabile concerto e lo titola Il Requiem di Terezin, un libro ristampato fino ai nostri giorni, in cui viene dimostrato come «quella rappresentazione ha segnato uno degli episodi più clamorosi della storia della Shoah»[43]

L'opera, rappresentata nel campo-ghetto almeno quindici volte[44], fu preparata da tutti gli esecutori con un impegno inconsueto, doveva rappresentare "la vendetta in musica" degli ebrei sui nazisti e Bor descrive «a tinte forti» tutti i passaggi della preparazione ed esecuzione di «un'orchestra e un coro composti esclusivamente da deportati ebrei, in attesa di essere mandati a morte, e consapevoli di quanto li aspettava»[45].

L'accademico e filologo Giulio Busi uno dei massimi studiosi italiani di misticismo, storia e tradizioni ebraiche, riprendendo il rapporto di Bor su quel concerto osserva:
«Con un solo pianoforte malconcio e un'unica copia della partitura, che orchestrali e cantanti dovevano imparare a memoria, Schächter aveva messo assieme, nel 1942, uno spettacolo di grande livello e d'inaudita forza simbolica. «Canteremo ai nazisti quello che non possiamo dire loro», questo era il suo programma, basato sull'intensificazione e, in parte, sul rovesciamento della grande opera verdiana.Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis, tale è l'invocazione all'inizio dell'Introito. Ma quale vita eterna potevano chiedere le vittime ebree della Shoah, quale pace, che ricompensa oltremondana sarebbe mai valsa nell'orrore del lager? La risposta di Schächter, visionario direttore d'orchestra, prevedeva un'eversione dell'ordine temporale del Requiem. Quand'anche l'ultimo deportato fosse morto nelle camere a gas, il giorno del giudizio e della punizione - il terrifico, incalzante Dies irae verdiano - sarebbe giunto per i persecutori ancora in vita. Schächter, i suoi artisti, tutti gli spettatori ebrei erano consapevoli - secondo Bor - del contenuto di rabbia e dell'aspettativa di riscatto mondano di cui si rivestiva il capolavoro di Verdi. Una vendetta di cui si sarebbero incaricati altri uomini, a breve, non nella dimensione escatologica ma in Europa, in Germania, nel Paese dei carnefici già in fiamme e stretto d'assedio.»[46]

Secondo il rapporto che ne fa lo scrittore Bor, l'opera fu eseguita, e fu un grande successo. Oltre ad un pubblico di ebrei, c'erano tutti gli alti gradi dei nazisti, con un ascoltatore d'eccezione, uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista, Adolf Eichmann che applaudì insieme agli altri per la eccezionale esecuzione. Ad avviso di Bor, i cinici nazisti pensarono che quei cantanti e coristi ebrei, avevano cantato il Requiem per se stessi e per la sorte che di lì a poco gli sarebbe spettata, non avevano capito che il Requiem era per loro.

La conclusione del suo libro-rapporto termina con: «Terminò l'estate e cominciò di nuovo il periodo dei convogli. Il Lagerkommandant aveva promesso che non avrebbe separato il gruppo degli artisti. Mantenne la promessa, partirono tutti insieme. Rafael Schächter con i suoi amici, nei primi vagoni del primo convoglio...»[47]

Nella postfazione di un'altra importante pubblicazione su Theresienstadt, La musica a Terezin 1941-1945, il pianista e musicologo Francesco Lotoro, esperto in musica giudaica, specifica la sorte che toccò a "quelli" che «partirono tutti insieme» sottolineando «come il 17 ottobre 1944 rappresenti "una data tristemente epocale per la cultura, la civiltà e l'arte mitteleuropea, in poche ore scomparve un'intera generazione di musicisti, compositori, celebri virtuosi della tastiera [...] uno spaventoso buco generazionale del quale solo oggi l'intellettualità ha preso coscienza»[48]

La fine[modifica | modifica wikitesto]

Dal 28 settembre al 28 ottobre 1944 da Theresienstadt partirono undici treni che portarono ad Auschwitz, verso la morte, 18.402 persone, tra i quali moltissimi dei bambini del campo, ma gli arrivi continuarono fino al 15 aprile 1945, anche quando era chiaro che la guerra era perduta per i tedeschi. Nel tentativo di eliminare le prove delle migliaia di persone morte nel campo, si ordinò il 31 ottobre 1944 che le ceneri dei deceduti fossero disperse nel fiume. Una catena di donne e di bambini eseguì il lavoro durante la notte.[12]

Il direttore del campo cercò di trattare la resa, barattando le vite dei superstiti in cambio dell'impunità. Nel febbraio 1945, a un treno con 1200 ebrei fu consentito di raggiungere il territorio svizzero. Nel frattempo si lavorava per liquidare completamente il campo. Un tentativo di creare una camera a gas nei sotterranei della "piccola fortezza" fallì solo per la ribellione dei prigionieri.[49]

Nell'ultimo concitato mese di vita del campo un'epidemia di tifo si diffuse con l'arrivo al campo di prigionieri evacuati da Auschwitz e Ravensbruck; mentre agli ebrei danesi superstiti fu concesso il rimpatrio. Il 5 maggio il campo fu affidato alla Croce Rossa e cinque giorni dopo vi giunsero le truppe sovietiche. Al loro arrivo trovarono in vita poco più di 16.000 persone.

Kleine Festung - piccola fortezza (1940-1945)[modifica | modifica wikitesto]

La piccola fortezza (in ceco: Malá pevnost, in tedesco: Kleine Festung) faceva parte del complesso di fortificazioni sulla riva sinistra del fiume Ohře e venne utilizzata dalla Gestapo, a partire dal 1940, come prigione (la più grande dell'intero protettorato di Boemia e di Moravia). Essa era separata e non in relazione con il ghetto ebraico o campo di concentramento di Theresienstadt che si trovava nella fortezza grande sulla riva destra del fiume. Circa 90.000 persone transitarono per la fortezza piccola per essere poi normalmente smistate verso i diversi campi di concentramento. 2.600, però, vi vennero giustiziati, affamati o vi morirono per malattia.

Terezin nella memoria[modifica | modifica wikitesto]

Il Museo del Ghetto a Terezin - la struttura museale del "Memoriale"
Il Museo dedicato a Theresienstadt (1941-1945), presso il kibbutz "Givat Haim" nei pressi di Hadera in Israele. Si noti sul pavimento il mosaico colorato, una mappa del ghetto del 1941

I principali luoghi della memoria che commemorano le vittime di Theresienstadt sono due e si trovano a Terezin nella Repubblica Ceca e nei pressi di Hadera in Israele.

Nel 1947, «su iniziativa del governo cecoslovacco», appena formatosi, fu istituito il National Memorial cambiato poi in Terezin Memorial [50]. Il Memoriale di Terezin è esclusivo, infatti rappresenta l'unica istituzione del genere esistente nella Repubblica Ceca. Gli scopi del Memoriale sono enunciati dagli stessi organizzatori: «La missione fondamentale del Memoriale di Terezin Memorial [...] è quello di commemorare le vittime della persecuzione politica e razziale nazista durante l'occupazione delle terre ceche nella seconda guerra mondiale. Promuovere la ricerca e l'attività didattica museale, e occuparsi dei luoghi della memoria connessi con la sofferenza e la morte di decine di migliaia di vittime della violenza.»[51]. Nel 2014 furono più di 250.000 i visitatori dell'area delil Memoriale e più di 170.000 coloro che visitatono il Museo del ghetto con un numero sempre più crescente negli anni[52].

Nel 1975, viene istituito presso il kibbutz Givat Haim nelle vicinanze della città di Hadera in Israele, un museo e memoriale dedicato a Terezin: Beit Terezin (letteralmente: "casa Theresienstadt"). La missione del memoriale è quella di preservare la memoria dei prigionieri del ghetto di Terezin che morirono durante l'Olocausto, oltre che quello di essere uno spazio educativo e culturale. Il memoriale fu pensato già nel lontano 1955 su iniziativa di cinquecento sopravvissuti di Terezin e del movimento giovanile sionista. Nell'area del memoriale c'è un museo con diversi spazi espositivi, gallerie, una biblioteca e un centro educativo per studenti e studiosi di tutto il mondo che vogliono approfondire i dati storici del ghetto e conoscere il destino delle persone che vissero a Terezin.
Un archivio di migliaia di oggetti originali che documentano la vita del ghetto, fa del Beit Terezin uno dei musei dell'olocausto più rappresentativi e più completi nella descrizione particolareggiata del Campo di concentramento di Theresienstadt. Come per l'archivio di Yad Vashem studiato per raccogliere tutti i nomi degli ebrei che morirono durante l'olocausto, l'archivio di Beit-Terezin è stato creato con la capacità di registrare più di 160.000 ex prigionieri cechi, slovacchi, austriaci, tedeschi, olandesi, danesi e di altri paesi dell'Europa Centrale, ovvero il numero totale di chi transitò da Theresienstad e di cui la stragrande maggioranza, perì nell'olocausto[53].

Personaggi legati al campo[modifica | modifica wikitesto]

I personaggi noti, di transito nel campo per essere avviati ai campi di sterminio, che trovarono la morte nel campo o che sopravvissero alla Shoah, furono moltissimi se si considera che Theresienstadt fu un campo "atipico" rispetto tutti gli altri campi di transito, concentramento e sterminio della Germania nazista. Moltissimi gli «intellettuali famosi» ebrei, gli artisti, i pittori, gli scrittori e i musicisti provenienti da tutta Europa[54][55]. Quello proposto è quindi "un campione" fra centinaia di questi noti personaggi.

Il poeta francesce Robert Desnos a Theresienstadt nel 1945
  • Agata Goti Herskovits Bauer, una fra le più attive ed instancabili testimoni della Shoah italiana. Arrestata il 2 maggio 1944, aveva venti anni, passa per il carcere di Varese, quello di Como e quello di San Vittore a Milano. Dal binario 21 transita quindi per il Campo di Fossoli per giungere, il 23 maggio 1944 al campo di concentramento di Auschwitz. Trasferita a Wilischtahl nel novembre del 1944 è ancora trasferita al Campo di concentramento di Theresienstadt, dove resterà fino alla sua liberazione il 9 maggio 1945. La giovane Agata (Goti) sarà l'unica superstite della sua famiglia, infatti, i genitori Luigi e Rebecca furono al loro arrivo ad Auschwitz immediatamente avviati alle camere a gas, il fratello Tiberio morirà ad aprile-maggio del 1945 nel Campo di concentramento di Buchenwald. Sopravvissuta.
  • Alice Herz-Sommer, celebre pianista ceca, sopravvissuta.
  • Karel Ančerl, direttore di orchesta ceco di fama internazionale[56] Sopravvissuto.
  • Robert Desnos, poeta e scrittore francese di Parigi nato il 4 luglio 1900 e morto di tifo l' 8 giugno 1945 a 44 anni a Theresienstadt.
  • Max Herrmann, docente universitario, storico tedesco, nato il 14 maggio 1865 a Berlino e morto il 17 novembre 1942 a Theresienstadt.
  • Viktor Ullmann, (Český Těšín, 1º gennaio 1898) è stato un compositore, direttore d'orchestra e pianista austriaco, ebreo di origini slesiane. Trovò la morte il 18 ottobre del 1944 ad Auschwitz, ovvero due giorni dopo il suo trasferimento da Theresienstadt.
  • Rafael Schächter (25 maggio 1905), compositore cecoslovacco, pianista e direttore d'orchestra di origine ebraica, organizzatore della vita culturale nel campo di concentramento di Theresienstadt. Trasferito da Terezin ad Auschwitz, trova la morte durante la marcia della morte per l'evacuazione del campo di sterminio nel 1945).
  • Pavel Haas, compositore ceco, morto ad Aschwitz nel 1944, due mesi dopo la realizzazione del film propaganda su Theresienstadt.
  • Hans Krasa, compositore ceco, morto ad Auschwitz nel 1944.
  • Gideon Klein, compositore e pianista ceco, muore nel 1945 a Fürstengrube sottocampo di Auschwitz III.
  • Zikmund Schul, compositore tedesco, morto a Theresienstadt nel 1944.
  • Benjamin Murmelstein, ultimo decano degli ebrei di Theresienstadt, riscoperto grazie ad una lunga e sorprendente intervista con Claude Lanzmann nel film-documentario "L'ultimo degli Ingiusti" (2013).

Film e documentari[modifica | modifica wikitesto]

  • Il Führer dona una città agli ebrei (titolo originale: Der Führer schenkt den Juden eine Stadt) conosciuto anche come Terezin: Un documentario sul reinsediamento degli ebrei (titolo riginale:Theresienstadt. Ein Dokumentarfilm aus dem jüdischen Siedlungsgebiet) di Kurt Gerron, Germania 1944, documentario propaganda, durata 80 minuti[57]
  • L'ultimo degli ingiusti (titolo originale: Le Dernier des Injustes) di Claude Lanzmann, Francia, Austria 2013, Documentario colore, durata 110 minuti[58]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ The Terezín ghetto, di Ludmila Chládková, Památnik Terazin, Terazin 2005, ISBN 978-80-86758-19-0
  2. ^ Esistono opinioni divergenti sulla classificazione di Theresienstadt. Per alcuni studiosi come Guido Jochen Fackler dell'università di Friburgo in Brisgovia «all'interno del sistema nazista [è da considerarsi] come un ghetto e non un campo di concentramento» [1]. D'altronde secondo l'Istituto Storico della Resistenza «Il ghetto di Terezín durante la seconda guerra mondiale fu il maggiore campo di concentramento sul territorio della Cecoslovacchia» [2]. Gli studiosi dell'USHMM, definiscono Theresienstadt come un "campo-ghetto" avendo avuto nel corso della sua durata, scopi diversi [3].
  3. ^ a b c Il Requiem di Terezin, di Josef Bor, prima di copertina, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  4. ^ Terezin a 60 km da Praga
  5. ^ Il Requiem di Terezin, di Josef Bor, pap. 9, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  6. ^ a b c Theresienstadt nel sito di Yad Vashem
  7. ^ La città-fortezza Terezin dedicata da Giuseppe II d'Asburgo-Lorena s ua madre Teresa (Maria Teresa d'Austria)
  8. ^ Campi di prigionia austriaci e tedeschi
  9. ^ Il Lager di Terezín nel sito dell'Istituto Storico della Resistenza (I.S.R.Pt.)
  10. ^ a b Opuscolo Del Ghetto di Terezín, di "Monumento di Terezín", trad. Sebastiano Capurso
  11. ^ Il Lager di Terezin in una scheda dell'Istituto Storico della Resistenza
  12. ^ a b Olokaustos (La fine)
  13. ^ R. Hilberg, La distruzione degli ebrei d'Europa, Torino, Einaudi (Biblioteca di cultura storica), 1999, p. 466; Olocaustos
  14. ^ Olocaustos
  15. ^ Olokaustos (la vita nei campi)
  16. ^ Theresienstadt nell' Holocaust Encyclopedia dell' USHMM
  17. ^ Theresienstadt nell' Holocaust Encyclopedia dell' USHMM
  18. ^ Theresienstadt nell' Holocaust Encyclopedia dell' USHMM
  19. ^ Matteo Corradini. La repubblica delle farfalle: Il romanzo dei ragazzi di Terezín. Milano: Rizzoli, 2013.
  20. ^ Theresienstadt nell' Holocaust Encyclopedia dell' USHMM
  21. ^ Anita Franková, Hana Povolná. Qui non ho visto farfalle: disegni e poesie dei bambini di Terezín Museo Ebraico, 2008
  22. ^ Olokaustos (Il ghetto Potëmkin)
  23. ^ Storia e biografia di Kurt Gerron nel sito di Holocaust Education & Archive Research Team
  24. ^ Il titolo corretto del film nel Theresienstadt Lexikon: Dokumentarfilm
  25. ^ Musica a Terezín 1941-1945 di Joža Karas, quarta di copertina, Il Melangolo, Genova 2011
  26. ^ The Music of Terezin nel sito della Windsor Symphony Orchesta
  27. ^ Dr Guido Jochen Fackler, etnografo di Friburgo
  28. ^ La sola Alice Herz-Sommer ne tenne più di 100 come affermato a pag.18 [4] e «l'opera per l'infanzia Brundibár di Hans Krása, su libretto di Adolf Hoffmeister venne rappresentata per ben 55 volte»[5]
  29. ^ Il Requiem di Terezin, di Josef Bor, pag. 97, (titolo originale: Terezínské Rekviem), traduzione di Bruno Meriggi, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  30. ^ Dr Guido Jochen Fackler, etnografo di Friburgo
  31. ^ 'Il Requiem di Terezin, di Josef Bor, pag. 97, (titolo originale: Terezínské Rekviem), traduzione di Bruno Meriggi, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  32. ^ La musica sfruttata per legittimare l'orrore, di Gabriele Manca, sul sito dell'ANED
  33. ^ Dr Guido Jochen Fackler, etnografo di Friburgo
  34. ^ La musica a Terezìn
  35. ^ Il Requiem di Terezin, di Josef Bor, pag. 97, (titolo originale: Terezínské Rekviem), traduzione di Bruno Meriggi, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  36. ^ Il Requiem a Terezin ne Il Sole 24 ORE
  37. ^ The Music of Terezin
  38. ^ I CD nel sito della Gramophone
  39. ^ "A Teacher's Guide to the Holocaust," University of South Florida, 2005
  40. ^ a b Il testo del Requiem
  41. ^ Il Requiem di Terezin, di Josef Bor, pp. 18, 21, 23, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  42. ^ Il Requiem di Terezin, di Josef Bor, terza di copertina, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  43. ^ Il Requiem di Terezin, di Josef Bor, seconda di copertina, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  44. ^ Un articolo del filologo Giulio Busi ne Il Sole 24 ORE 26 gennaio 2014
  45. ^ Un articolo del filologo Giulio Busi ne Il Sole 24 ORE 26 gennaio 2014
  46. ^ Un articolo del filologo Giulio Busi ne Il Sole 24 ORE 26 gennaio 2014
  47. ^ Il Requiem di Terezin, di Josef Bor, pp. 97, 98; Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  48. ^ Recensione su La musica a Terezin 1941-1945
  49. ^ Testimonianza di Adolf Engelstein al processo contro Eichmann del 18 maggio 1961, sessione 45
  50. ^ Sito ufficiale del Terezin Memorial
  51. ^ Sito ufficiale del Terezin Memorial
  52. ^ Vedi pdf anno 2014 pagg. 15-16
  53. ^ Sito ufficiale di Beit-Terezin
  54. ^ Il Requiem di Terezin, di Josef Bor(titolo originale: Terezínské Rekviem), prima di copertina, traduzione di Bruno Meriggi, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  55. ^ Il ghetto di Terezin - Arte e musica a Terezin
  56. ^ Karel Ančerl in The Guardian.
  57. ^ Il film in Mymoves
  58. ^ Il film sul sito di postmodernissmo
  59. ^ Rut Fazal
  60. ^ Sito di Rut Fazal sull'Oratorio Terezin
  61. ^ Discografia di Anne Sofie von Otter
  62. ^ Il CD nel sito della The Hebrew University of Jerusalem

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Josef Bor, Il Requiem di Terezin (titolo originale: Terezínské Rekviem), traduzione di Bruno Meriggi, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2014, ISBN 978-88-368-1423-7
  • Matteo Corradini, La repubblica delle farfalle - Il romanzo dei ragazzi di Terezin, Rizzoli, Milano 2013, ISBN 978-88-17-06385-2
  • Benjamin Murmelstein, Terezin, il ghetto-modello di Eichmann, Cappelli (oggi Editrice La Scuola di Brescia), Bologna 1961; riedizione Editrice La Scuola 2013, ISBN 978-88-350-3367-7
  • Joža Karas, Musica a Terezín 1941-1945, Il Melangolo, Genova 2011
  • Mario de Micheli (a cura di), I bambini di Terezin: poesie e disegni dal Lager, 1942-1944, Lerici editore, Milano 1963
  • (EN) Gonda Redlich, The Terezin Diary of Gonda Redlich, di Saul S. Friedman, traduzione di Laurence Kutler, University Press of Kentucky, 1992, ISBN 0-8131-1804-2
  • (EN) Vera Schiff, Theresienstadt: The Town the Nazis Gave to the Jews, Lugus Productions, 1998, ISBN 978-1-896266-28-2
  • (EN) Hana Volavkova (a cura di), I Never Saw Another Butterfly: Children's Drawings and Poems from Terezin Concentration Camp 1942-1944, Schocken Books; 2 Expanded edizioni, 1995, ISBN 978-0-8052-1015-6

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