Bambini di Buchenwald

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Bambini dell'Olocausto.

Bambini e ragazzi sopravvissuti a Buchenwald, scortati fuori del campo dai soldati americani

I bambini di Buchenwald sono un gruppo di 904 bambini e adolescenti sopravvissuti al campo di concentramento di Buchenwald. La maggior parte di loro si salvarono grazie alla solidarietà di alcuni prigionieri più anziani che si organizzarono per la loro salvezza, riuscendo a proteggerli fino alla Liberazione. Tra i bambini sopravvissuti c'erano anche Elie Wiesel, Yisrael Meir Lau, Thomas Geve e Gert Schramm, il più giovane prigioniero di colore del campo.

La sopravvivenza a Buchenwald[modifica | modifica wikitesto]

Quando l'11 aprile 1945 giunsero a Buchenwald le truppe di liberazione americane, fra i 21.000 sopravvissuti c'erano 904 giovanissimi prigionieri (in maggioranza ebrei).[1] Si trattava principalmente di adolescenti tra i 13 e i 17 anni, ma tra loro erano anche bambini fra i 6 e i 12 anni. I due più piccoli (Stefan Jerzy Zweig e Joseph Schleifstein) avevano 4 anni. Fu di gran lunga il gruppo di bambini sopravvissuti più numeroso scoperto nei territori dell'Olocausto. La maggior parte di essi erano alloggiati in due baracche: la numero 8 del campo grande e la numero 66 del Piccolo Campo, altri erano nelle 23 e 49. A rendere il caso ancora più eccezionale è che ciò avveniva in un campo di lavoro nel cuore della Germania nazista dove non si sarebbero dovuti trovare ebrei e tantomeno bambini inabili al lavoro.[2] Inoltre, i bambini liberati erano tutti veterani dei campi di concentramento, già segnati da anni di privazioni; molti di loro erano giunti a Buchenwald a fine gennaio 1945, esausti dopo estenuanti marce della morte. Eppure la maggioranza di loro al momento della Liberazione fu trovata in condizioni meno disperate di molti altri prigionieri nel resto del campo.[3]

Il caso, unico in tutta la storia dei campi di concentramento nazisti, aveva le sue ragioni.

Alcuni dei più piccoli tra i bambini di Buchelwald dopo la liberazione
Joseph Schleifstein a Buchenwald, dopo la liberazione
Alcuni adolescenti dopo la liberazione

A proteggere questi bambini e adolescenti in quelle baracche, furono alcuni coraggiosi detenuti, spesso di soli pochi anni più grandi di loro. Molti dei Kapò di Buchenwald erano stati reclutati tra i prigionieri politici comunisti e questo aiutò a formare una resistenza coesa e attiva all'interno del campo, perché molti dei bambini di Buchenwald fossero protetti dallo sterminio, dal lavoro coatto e dal trasferimento ad altri campi di concentramento.

Già nell'autunno del 1939, i detenuti politici riunitosi attorno al comunista Robert Siewert avevano salvato numerosi adolescenti polacchi creando per loro una "scuola per muratori". Nel luglio del 1943, ancora grazie all'iniziativa dei "politici", fu fondata la baracca 8 come un rifugio per 160 adolescenti polacchi, russi e ucraini nel campo. Si riuscì ad ottenere per loro delle migliori condizioni di vita, carichi di lavoro meno pesanti e l'esonero dagli appelli all'aperto. Fu a questa baracca che furono aggregati anche i primi 70 bambini e adolescenti ebrei che nell'estate 1944 erano cominciati ad arrivare al campo con i trasporti dall'Ungheria e quindi nei mesi successivi dalla Polonia (tra cui i piccoli Stefan Jerzy Zweig e Yisrael Meir Lau).[4] I capi della baracca 8 erano Franz Leitner, comunista austriaco di Vienna, e Wilhelm Hammann, comunista tedesco di Hesse.[5]

Nel gennaio 1945, i detenuti politici riuscirono a convincere le SS a creare un ulteriore rifugio per gli adolescenti che ora arrivavano in massa con lo smantellamento dei campi nell'est. Fu così che fu creata la baracca 66 nel Piccolo Campo. Qui trovarono rifugio numerosi giovani adolescenti ebrei (tra cui Elie Wiesel, Robert Büchler e Felix Weinberg). A presiedere la baracca 66 erano Antonin Kalina, un comunista di Praga, e il suo vice Gustav Schiller, un comunista ebreo polacco originario di Lvov.[6] Come già nella baracca 8, grazie alla protezione loro offerta dai prigionieri "anziani", i ragazzi erano esentati dagli sfibranti appelli mattutini e dal lavoro coatto (se non per occasionali missioni di rimozione delle macerie causate dai bombardamenti nella vicina città di Weimar, dove si sapeva che i ragazzi avrebbero potuto anche trovarvi del cibo). L'organizzazione riuscì anche a far pervenire ai ragazzi del vestiario e delle razioni extra di cibo da altre zone del campo, persino a creare per loro alcuni programmi di istruzione.[7]

Il 5 aprile 1945, la baracca 66 ospitava 900 detenuti.[8] In quegli ultimi giorni di vita del campo la preoccupazione maggiore fu quella di resistere all'ordine di sopprimere tutti i prigionieri ebrei e prevenire che le baracche fossero evacuate verso altri campi di concentramento. Ai bambini ebrei fu detto di rimuovere la stella di David e di sostituirla con altri simboli di riconoscimento, mentre i Kapò falsificarono i documenti, dichiarando di non avere prigionieri ebrei. Per evitare ispezioni delle SS si fece anche girare la voce che la baracca 66 fosse infestata dal tifo. Nonostante ogni sforzo non si poté impedire che molti fossero trascinati nelle marce della morte in partenza dal campo. Il 10 aprile sembrò che tutti gli sforzi fossero inutili quando l'intera baracca 66 fu sgomberata ed i ragazzi allineati dalle guardie naziste davanti ai cancelli per abbandonare il campo ma grazie ad un provvidenziale allarme aereo Kalina poté ordinare il loro immediato ritorno nella baracca, dove essi rimasero fino alla liberazione il giorno successivo.[9]

Non tutti i ragazzi che passarono per Buchenwald poterono essere protetti dall'organizzazione. Durante i molti anni di funzionamento del campo, centinaia di bambini e adolescenti (ebrei, rom, russi o polacchi) furono trasferiti da Buchenwald a morire a Auschwitz perché "inabili" o "non piu' abili" al lavoro. 1600 furono quelli che perirono tra le 55.000 vittime di Buchenwald per fame, malattia, o in conseguenza di percosse o uccisi dalle guardie.[10] Di altri adolescenti non si poté impedire che rimanessero assegnati a squadre di lavoro coatto o che fossero trasferiti ad altri campi prima dell'arrivo degli americani. È il caso di Imre Kertész, futuro premio Nobel per le letteratura nel 2002, che descrisse la sua esperienza nel romanzo Essere senza destino (1975). Ma per 904 di loro l'11 aprile fu giorno di liberazione.

Dopo la liberazione[modifica | modifica wikitesto]

Un gruppo di bambini sopravvissuti in viaggio per la Francia
Yisrael Meir Lau (8 anni) al suo arrivo a Haifa in Israele nel 1945

La maggior parte dei bambini di Buchenwald erano orfani, e non avevano alcuna memoria o esperienza di cosa fosse una vita "normale". Circa la metà di loro fu inizialmente inviata in Francia dalla Croce Rossa e da altre agenzie, mentre due altri gruppi andarono uno in Svizzera e uno in Inghilterra. Nel 2000 Judith Hemmendinger, che fu l'educatrice di molti di loro in Francia, ricorderà quanto difficile sia stato il cammino di ritorno alla "normalità" per bambini per i quali era normale rubare per procurarsi il cibo ed era normale rigettare con sospetto gli ordini di ogni autorità esterna al loro gruppo.[11]

Mentre alcuni rimasero in Europa, molti partirono per gli Stati Uniti, il Canada o Israele. Un gruppo di 65 di loro raggiunse l'Australia, dove tutti gli anni hanno continuato a riunirsi tra di loro e quindi con mogli, figli e nipoti.[12]

La memoria[modifica | modifica wikitesto]

Già nel 1958 il romanzo di Bruno Apitz, Nackt unter Wölfen (Nudo fra i lupi), basato sulla sua personale esperienza a Buchenwald, attirò l'attenzione sul caso di un bambino sopravvissuto nelle baracche nascosto dal padre e da altri detenuti.[13] La storia non era frutto di fantasia e l'identità del bambino fu presto rivelata essere quella di Stefan Jerzy Zweig.

L'interesse per i bambini di Buchenwald e progressivamente cresciuto. Alla loro vicenda sono stati dedicati libri e documentari; alcuni bambini hanno pubblicato da adulti importanti libri di memorie.

Ci si è ricordati anche dei loro salvatori al campo; alcuni di loro sono tra i non-ebrei riconosciuti dall'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme come "giusti fra le nazioni" per la loro azione in favore dei bambini di Buchenwald:

  • Wilhelm Hammann (1897-1955) nel 1984,[14] e Franz Leitner (1918-2005) nel 1998,[15] i due Kapo del blocco 8, per aver protetto i molti ragazzi ebrei nella loro baracca;
  • Antonin Kalina (1902-1990) nel 2012, Kapo del blocco 66, per aver protetto i molti ragazzi ebrei nella sua baracca;[16]
  • Walter Sonntag (1902-...) nel 2003, Kapo del blocco 49, per essersi opposto all'ordine di evacuazione dei prigionieri ebrei dalla propria baracca, dove erano anche alcuni adolescenti;[17]
  • Willi Bleicher (1907-...) nel 1965, uno dei capi della resistenza comunista a Buchenwald, per aver salvato e nascosto il piccolo Stefan Jerzy Zweig;[18]
  • Feodor Mikhailichenko nel 2009, il prigioniero russo che si prese personalmente cura del piccolo Yisrael Meir Lau nella baracca 8.[19]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Children and Adolescents in Buchenwald Concentration Camp (4).
  2. ^ Saving Children at Buchenwald.
  3. ^ Gilberto Salmoni, Buchenwald una storia da scoprire, Fratelli Frilli Editori, 2016.
  4. ^ Children and Adolescents in Buchenwald Concentration Camp (2).
  5. ^ La Repubblica (27 gennaio 2009).
  6. ^ Jewish Virtual Library.
  7. ^ Saving Childrend in Buchenwald.
  8. ^ Children and Adolescents in Buchenwald Concentration Camp (3).
  9. ^ Gilberto Salmoni, Buchenwald una storia da scoprire, Fratelli Frilli Editori, 2016.
  10. ^ Children and Adolescents in Buchenwald Concentration Camp (1).
  11. ^ Judith Hemmendinger and Robert Krell. The Children of Buchenwald: Child Survivors of the Holocaust and Their Post-War Lives. Jerusalem: Gefen, 2000.
  12. ^ The Tablet (20 aprile 2015).
  13. ^ Bruno Apitz, Nudo tra i lupi, Milano: Longanesi, 2013.
  14. ^ Wilhelm Hammann, Yad Vashem.
  15. ^ Franz Leitner, Yad Vashem.
  16. ^ Antonin Kalina, Yad Vashem.
  17. ^ Walter Sonntag, Yad Vashem.
  18. ^ Willi Bleicher, Yad Vashem.
  19. ^ Feodor Mikhailichenko, Yad Vashem.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Libri di memorie[modifica | modifica wikitesto]

Studi, monografie[modifica | modifica wikitesto]

  • Judith Hemmendinger and Robert Krell. The Children of Buchenwald: Child Survivors of the Holocaust and Their Post-War Lives. Jerusalem: Gefen, 2000.
  • Bill Niven, The Buchenwald Child: Truth, Fiction, and Propaganda. Camden House (2007). ISBN 978-1-57113-339-7.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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