Risiera di San Sabba

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Campo di concentramento
Risiera di San Sabba
Trieste-Risiera di San Sabba-DSCF1481.JPG
Ingresso alla Risiera di San Sabba
Ubicazione
StatoItalia Italia
LocalitàTrieste
Indirizzovia Giovanni Palatucci 5
Coordinate45°37′15.6″N 13°47′20.4″E / 45.621°N 13.789°E45.621; 13.789
Caratteristiche
TipoMonumento nazionale - museo storico
IstituzioneMonumento nazionale: 1965
Museo civico: 1975
ProprietàComune di Trieste
Visitatori125 536 (2018)
Sito web

La Risiera di San Sabba è stato un campo di concentramento nazista, situato nella città di Trieste, utilizzato come campo di detenzione di polizia (Polizeihaftlager), nonché per il transito o l'uccisione di un gran numero di detenuti, in prevalenza prigionieri politici ed ebrei.

Oltre ai prigionieri destinati ad essere uccisi o deportati, vi furono imprigionati anche diversi civili catturati nei rastrellamenti o destinati al lavoro forzato. Le vittime (stimate fra le 3000 e le 5000, sulla scorta delle testimonianze raccolte) venivano fucilate, uccise con un colpo di mazza alla nuca, impiccate oppure avvelenate con i gas di scarico di furgoni appositamente attrezzati. A causa di queste uccisioni, la risiera di San Sabba viene alle volte impropriamente definita campo di sterminio (in tedesco Vernichtungslager), anche se questa definizione è riservata dalla storiografia internazionale ad una serie di strutture - quasi esclusivamente situate in Polonia - la cui principale o esclusiva attività era quella dell'eliminazione fisica dei deportati[1].

Del lager faceva parte un forno crematorio, di concezione rudimentale, che veniva utilizzato per bruciare i cadaveri.

Dal 1965 la risiera è stata dichiarata monumento nazionale, e dal 1975 è divenuta museo civico[2][3].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

In seguito all'armistizio di Cassibile, le province italiane di Udine, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana vennero sottoposte al diretto controllo del Terzo Reich con il nome di Zona d'operazioni del Litorale adriatico (OZAK).[4]

Tale zona faceva parte formalmente della Repubblica sociale italiana, ma l'amministrazione del territorio - considerato come zona d'operazione bellica - fu affidata e sottomessa al controllo dell'alto commissario Friedrich Rainer, già Gauleiter della Carinzia.

Il complesso di edifici che costituivano lo stabilimento per la pilatura del riso era stato costruito nel 1898 nel rione di San Sabba (più correttamente "San Saba"), alla periferia della città e fu trasformato inizialmente in un campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l'8 settembre: venne denominato Stalag 339.[5]

Successivamente, al termine dell'ottobre 1943, il complesso diviene un Polizeihaftlager (campo di detenzione di polizia), utilizzato come centro di raccolta di detenuti in attesa di essere deportati in Germania ed in Polonia e come deposito dei beni razziati e sequestrati ai deportati ed ai condannati a morte. Nel campo venivano anche detenuti ed eliminati sloveni, croati, partigiani, detenuti politici, Testimoni di Geova[6][7] ed ebrei.

Supervisore della risiera fu l'ufficiale delle SS Odilo Globočnik, triestino di nascita, in precedenza stretto collaboratore di Reinhard Heydrich e responsabile dei campi di sterminio attivati nel Governatorato Generale, nel quadro dell'operazione Reinhard, in cui erano stati uccisi oltre 1,2 milioni di ebrei[8]. Nella sua attività era aiutato da membri dell'Einsatzkommando Reinhard, guidati da August Dietrich Allers, mentre Joseph Oberhauser era il comandante della risiera. Entrambi avevano iniziato operando nel Tiergarten 4, che in Germania e Austria organizzava l'eutanasia dei minorati mentali e fisici (100.000 secondo il tribunale di Norimberga) e proseguito nei campi di Treblinka, Sobibor e Belzec[9].

Luogo dove si trovava il forno crematorio

Per i cittadini incarcerati nella risiera, intervenne in molti casi, presso le autorità germaniche, il vescovo di Trieste, monsignor Santin; in alcuni casi con una soluzione positiva (liberazione di Giani Stuparich e famiglia) ma in altri senza successo.

I nazisti, dopo aver utilizzato per le esecuzioni i più svariati metodi, come la morte per gassazione utilizzando automezzi appositamente attrezzati, si servirono all'inizio del 1944 dell'essiccatoio della risiera, prima di trasformarlo definitivamente in un forno crematorio[2][3].

L'impianto venne utilizzato per lo smaltimento dei cadaveri a partire dal 6 aprile 1944, quando vennero cremati una settantina di cadaveri di ostaggi fucilati il giorno precedente a Villa Opicina. Da allora e fino alla data della liberazione, si stima che il forno crematorio sia stato adoperato per bruciare i corpi di oltre 3500 prigionieri. Vi furono diversi casi, come quelli delle partigiane Cecilia Deganutti e Virginia Tonelli, in cui i prigionieri furono bruciati vivi. La risiera, oltre ad essere usata come campo di smistamento di oltre 8000 deportati provenienti dalle province orientali destinati agli altri campi di concentramento nazisti, fu quindi adoperata in parte anche come luogo di detenzione, tortura ed eliminazione di prigionieri sospettati di attività sovversiva nei confronti del regime nazista.[10][11][12] Alcuni italiani delatori parteciparono attivamente nel segnalare gli ebrei triestini alle autorità naziste: il più conosciuto tra loro è sicuramente Mauro Grini, il quale servendosi di una rete di collaboratori consegnò ai nazisti, secondo lo storico Simon Levis Sullam, circa 300 ebrei[13].

Il forno crematorio e la connessa ciminiera furono abbattuti con esplosivi dai nazisti in fuga nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, nel tentativo di eliminare le prove dei loro crimini, ma sono stati descritti successivamente dai prigionieri testimoni del campo. Tra le rovine furono ritrovate ossa e ceneri umane[14]. Sul medesimo luogo, a ricordo, sorge oggi una struttura commemorativa costituita da una piastra metallica sul posto dove sorge il forno crematorio e da una stele che ricorda la presenza della ciminiera.

Riguardo alle ipotesi sui metodi di esecuzione, esse sarebbero avvenute o per gassazione attraverso automezzi appositamente attrezzati o con un colpo di mazza alla nuca (ritrovata e custodita sino al 1977 nel museo della risiera, rubata poi l'anno successivo) o per fucilazione. Non disponendo di dati certi, una stima approssimativa fa ammontare ad almeno cinquemila il numero totale delle esecuzioni.

Nel dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Il centro per rifugiati istriani di San Sabba

Finita la guerra, durante l'occupazione alleata di Trieste e nel Territorio Libero di Trieste la struttura fu utilizzata come centro di accoglienza dei rifugiati italiani dell'esodo giuliano-dalmata.

Con il D.P.R. n. 510 del 15 aprile 1965, il presidente Giuseppe Saragat dichiarò la risiera di san Sabba monumento nazionale, quale "unico esempio di lager nazista in Italia"[15].

Nel 1975 la RAI produsse un documentario inchiesta sulla risiera a cura di Emilio Ravel per il programma AZ, un fatto come e perché.

Il processo[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 febbraio 1976 davanti alla corte d'assise di Trieste ha preso il via il processo nei confronti dei responsabili, per il quale sono stati necessari trent'anni di istruttoria. Nel processo si sono costituite 60 parti civili, fra cui parenti delle vittime e Pietro Caleffi, presidente dell'Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti, rappresentate da 30 avvocati.

Tra gli altri, erano accusati di omicidio plurimo pluriaggravato continuato il comandante della risiera, Joseph Oberhauser, e il suo diretto superiore, l'avvocato August Dietrich Allers.[5] Altri responsabili furono giustiziati dai partigiani alla fine della seconda guerra mondiale o morirono nel corso dell'istruttoria.[5] Allers morì nel marzo del 1975.[5] Alla fine del processo, conclusosi il 29 aprile 1976, venne condannato in contumacia il solo Oberhauser, che tuttavia non scontò mai la pena: la giustizia italiana non poté chiederne l’estradizione a causa degli accordi italo-tedeschi in merito, che permettono l'estradizione solamente per i crimini commessi dopo il 1948.[5] Oberhauser rimase libero, lavorando in una birreria di Monaco di Baviera, fino alla morte, avvenuta il 22 novembre 1979, a 65 anni.[5] La sentenza è stata confermata in secondo grado il 28 febbraio 1978[16].

La Memoria: il museo e gli edifici della risiera[modifica | modifica wikitesto]

Inaugurato nel 1975, il museo venne «ristrutturato su progetto dell’architetto Romano Boico»[17]. In un opuscolo del Memoriale, Boico descrisse il suo progetto in questi termini:

«La Risiera, semidistrutta dai nazisti in fuga, era squallida, come l'ambiente circostante. Ho pensato che questo squallore totale potesse sorgere come simbolo e diventare esso stesso un monumento. Ho deciso di rimuovere e restaurare piuttosto che aggiungere. Dopo aver rimosso gli edifici diroccati ho delimitato il contesto con muri di cemento alti undici metri disposti in modo da formare un ingresso inquietante nello stesso punto dell'ingresso esistente. Il cortile murato è inteso come una basilica aconfessionale a cielo aperto. L'edificio dove venivano rinchiusi i prigionieri era completamente svuotato e le strutture portanti in legno snellite quanto sembrava necessario. Le diciassette celle e la cella della morte sono invariate. Nell'edificio centrale, a livello del cortile, si trova il Museo della Resistenza, minimale ma vivo. Sopra il Museo, le stanze dell'Associazione dei Deportati. Nel cortile c'è un terribile sentiero d'acciaio leggermente incavato: la traccia del forno, il condotto del fumo e la base del camino»

(Romano Boico[18])

Nel campo erano presenti diversi edifici che oggi non esistono più. In seguito alla trasformazione in campo profughi per gli esuli giuliano-dalmati nel 1945 e alla ristrutturazione e trasformazione in "monumento nazionale", ad oggi sono visibili:

  • La "cella della morte" dove venivano rinchiusi i prigionieri portati dalle carceri o catturati in rastrellamenti e destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore.
  • Le diciassette celle nelle quali venivano rinchiusi fino a sei prigionieri, riservate particolarmente agli sloveni e croati, ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all'esecuzione a distanza di giorni o di alcune settimane. Le due prime celle venivano usate per la tortura e per la raccolta del materiale prelevato ai prigionieri. Vi sono stati ritrovati, fra l'altro, migliaia di documenti d'identità sequestrati non solo ai detenuti e ai deportati, ma anche alle persone inviate al lavoro coatto.
  • L'edificio di quattro piani dove venivano rinchiusi in ampie camerate gli ebrei ed i prigionieri civili e militari destinati per lo più alla deportazione in Germania: uomini e donne di tutte le età e bambini anche di pochi mesi. Da qui finirono a Dachau, Auschwitz, Mauthausen, verso un destino che solo pochi hanno potuto evitare.
  • Nell'edificio centrale - un tempo usato come caserma - si trovano il forno crematorio con a fianco il museo: all'epoca i locali dell'attuale museo erano utilizzati come obitorio.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si veda in merito (EN) Aktion Reinhard Camps, su Deathcamps.org, Holocaust Education & Archive Research Team. URL consultato il 23 giugno 2016 (archiviato dall'url originale l'8 luglio 2016).
  2. ^ a b Visita il Museo, su risierasansabba.it. URL consultato il 7 novembre 2021.
  3. ^ a b Museo della Risiera di San Sabba, su Travelitalia.com. URL consultato il 20 maggio 2016 (archiviato dall'url originale il 28 gennaio 2012).
  4. ^ Daša Drndić.
  5. ^ a b c d e f Risiera di San Sabba - Monumento Nazionale - Comune di Trieste, http://www.risierasansabba.it/la-storia/. URL consultato il 2 gennaio 1918.
  6. ^ Una targa in Risiera per ricordare la persecuzione dei Testimoni di Geova, su rainews.it. URL consultato il 6 agosto 2021.
  7. ^ Nazismo: ricordare testimoni Geova, targa in Risiera Trieste, su ansa.it. URL consultato il 6 agosto 2021.
  8. ^ M. Mazower, L'impero di Hitler, pp. 399-400.
  9. ^ I luoghi che rammentano, tramandano e ammoniscono, su scienzainrete.it. URL consultato il 27 gennaio 2022.
  10. ^ Francesca Longo e Matteo Moder, 2004, pag.62.
  11. ^ autori vari, 1990, pag.194.
  12. ^ Gabrio De Szombathely, 1994, pag. 184.
  13. ^ Simon Levis Sullam, I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945, Milano, Feltrinelli, 2015, p. 100-104, ISBN 978-88-07-88748-2..
  14. ^ Polizia della Venezia Giulia, Divisione criminale investigativa, prot. 13392, Trieste 6/12/1945, Alla Procura di Stato di Trieste.
  15. ^ Decreto del presidente della Repubblica 15 aprile 1965, n. 510, in materia di "Dichiarazione di monumento nazionale della Risiera di San Sabba, in Trieste"
  16. ^ Ferdi Zidar, Riconfermato l'ergastolo per Joseph Oberhauser, in Triangolo rosso, n. 2-3, febbraio - marzo 1978, p. 6.
  17. ^ Civico Museo della Risiera di San Sabba, su risierasansabba.it. URL consultato il 27 maggio 2022.
  18. ^ Foto:La Risiera di San Sabba, I, su fcit.usf.edu. URL consultato il 27 maggio 2022.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (SL) autori vari, Krajevni leksikon Slovencev v Italiji - Tržaška pokrajina, Založništvo tržaškega tiska, Trieste, 1990.
  • Gabrio De Szombathely, Un itinerario di 2000 anni nella storia di Trieste, Trieste, Edizioni Italo Svevo, 1994.
  • Massimo Mucci, La Risiera di San Sabba. Un'architettura per la memoria, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1999.
  • Ferruccio Fölkel, La Risiera di San Sabba, Milano, BUR - Biblioteca Universale Rizzoli, 2000, ISBN 88-17-17507-2.
  • Dante Fangaresi, Dieci settimane a San Sabba, Firenze, Edizioni Polistampa, 2003, ISBN 978-88-8304-623-0.
  • Francesca Longo e Matteo Moder, Storia della Venezia Giulia 1918-1998, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2004, ISBN 88-8490-629-6.
  • autori vari, Com'è bella Trieste, Trieste, Editoriale Stampa Triestina, marzo 2011, ISBN 978-88-7174-129-1.
  • Siegfried J. Pucher, Il nazista di Trieste - Vita e crimini di Odilo Globočnik, Trieste, Beit casa editrice, 2011, ISBN 978-88-95324-19-7.
  • Tristano Matta, Il lager di San Sabba - Dall'occupazione nazista al processo di Trieste, Trieste, Beit casa editrice, 2013, ISBN 978-88-95324-30-2.
  • Giuliano Giorcelli, Il battaglione «Davide». Piemonte, Trieste San Sabba, Jgoslavia 1944-45. Cronaca e storia, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2014, ISBN 978-88-6274-559-8.
  • Daša Drndić, Trieste: un romanzo documentario, traduzione di Ljiljana Avirović, Milano, Bompiani, 2016, ISBN 978-88-452-8132-7, SBN IT\ICCU\MIL\0906460.

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