Amnistia Togliatti

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Palmiro Togliatti.

L'amnistia Togliatti fu un provvedimento di condono delle pene proposto alla fine della seconda guerra mondiale in Italia dal Ministro di grazia e giustizia Palmiro Togliatti, approvato dal governo italiano, promulgata con decreto presidenziale 22 giugno 1946, n.4.[1]

Umberto II appena divenne Re il 9 maggio 1946 chiese più volte al governo di emanare un decreto di amnistia; tuttavia il governo De Gasperi si oppose fermamente, reputando che il provvedimento avrebbe aumentato il consenso della monarchia nella campagna elettorale del referendum istituzionale del 2 giugno. L'amnistia comprendeva i reati comuni e politici, compresi quelli di collaborazionismo con il nemico e reati annessi ivi compreso il concorso in omicidio,[2] pene allora punibili fino ad un massimo di cinque anni, i reati commessi al Sud dopo l'8 settembre 1943 ed i reati commessi al Centro e al Nord dopo l'inizio dell'occupazione militare Alleata ed aveva efficacia per i reati commessi a tutto il giorno 18 giugno 1946.[3]

Lo scopo era la pacificazione nazionale dopo gli anni della guerra civile, ma vi furono polemiche sulla sua estensione, tanto che il 2 luglio 1946 Togliatti, con l'emanazione della circolare n. 9796/110, raccomandò interpretazioni restrittive nella concessione del beneficio.

L'elaborazione del provvedimento[modifica | modifica wikitesto]

Togliatti sviluppò il provvedimento senza coinvolgere la direzione del Partito Comunista Italiano né i suoi più stretti collaboratori[4].

Una posizione storiografica minoritaria fa propria la tesi di Pietro Secchia, il quale sostiene che Togliatti fu indotto dalla burocrazia del Ministero di Grazia e Giustizia a firmare un atto dalle formule ambigue che sarebbero poi potute essere interpretate in senso più estensivo[5].

Le reazioni dell'associazionismo partigiano[modifica | modifica wikitesto]

Il provvedimento provocò numerose proteste da parte dell'associazionismo partigiano[6]. Le reazioni maggiori avvennero in Piemonte: nella provincia di Cuneo, dal 9 luglio al 28 agosto diversi ex partigiani provenienti anche da regioni circostanti, tra cui Armando Valpreda, Maggiorino Vespa e Aldo Sappa, si arroccarono nel paese di Santa Libera presso Santo Stefano Belbo, protestando contro l'amnistia e avanzando altre richieste: il governo De Gasperi riuscì ad evitare lo scontro facendo alcune concessioni[7]. A Casale Monferrato la popolazione promulgò lo sciopero generale in protesta per la revisione della sentenza di condanna a morte nei confronti di sei fascisti tra cui Giuseppe Sardi, segretario del fascio repubblicano cittadino. La città venne presidiata da formazioni di polizia e di carabinieri a cui si aggiunsero anche dodici carri armati dell'esercito. La situazione si risolse senza scontro grazie alla mediazione del segretario della CGIL Di Vittorio[8].

Le reazioni all'interno del PCI[modifica | modifica wikitesto]

L'amnistia e le conseguenti scarcerazioni provocarono una frattura fra la base del Partito Comunista Italiano e il suo segretario Togliatti, il quale dovette più volte fornire giustificazioni e spiegazioni in merito all'interno del Partito[9].

Ulteriori provvedimenti[modifica | modifica wikitesto]

L'amnistia varata da Togliatti fu tuttavia seguita da ulteriori amnistie che allargarono ulteriormente i termini temporali e la casistica.

Il Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato n. 96 del 6 settembre 1946 estese i termini massimi al 31 luglio 1945[10].

Il 7 febbraio 1948 il governo varò un decreto, proposto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Andreotti, con cui si estinguevano i giudizi ancora pendenti dopo l'amnistia del 1946.

Il 18 settembre 1953 il governo Pella approvò l'indulto e l'amnistia proposti dal guardasigilli Antonio Azara per tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948. Furono compresi in questa seconda amnistia i reati commessi nel secondo dopoguerra italiano, arrivando a oltre tre anni dalla fine della guerra.[11]

Il 4 giugno 1966 vi fu un'ulteriore amnistia.[12]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ DECRETO PRESIDENZIALE 22 giugno 1946, n. 4. Amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari.
  2. ^ Salò Storie di sommersi e salvati, articolo de Il Corriere della Sera, del 16 dicembre 1996
  3. ^ Copia archiviata, su fondazionecipriani.it. URL consultato il 18 settembre 2007 (archiviato dall'url originale il 4 settembre 2007).
  4. ^ Franzinelli 2006, pp. 112
  5. ^ Pietro Secchia, Enzo Collotti, Archivio Pietro Secchia 1945-1973, Milano, Fondazione Feltrinelli, 1979.
  6. ^ Franzinelli 2006, pp. 95-111
  7. ^ Franzinelli 2006, pp. 102-105
  8. ^ Franzinelli 2006, pp. 109-110
  9. ^ Franzinelli 2006, pp. 111-125
  10. ^ Esso all'articolo 1 recitava: "[...] non può essere emesso un mandato di cattura, e se è stato emesso deve essere revocato, nei confronti di partigiani, dei patrioti e (degli altri cittadini che li abbiano aiutati) per i fatti da costoro commessi durante l'occupazione nazifascista e successivamente sino al 31 luglio 1945 [...]", escludendo i casi di rapina. Il Decreto fu ratificato con la Legge n. 73 del 10 febbraio 1953 (Ratifica di decreti legislativi concernenti il Ministero di grazia e giustizia, emanati dal Governo durante il periodo dell'Assemblea Costituente).
  11. ^ D.P.R. 19 dicembre 1953, n. 922.
  12. ^ D.P.R. 4 giugno 1966, n. 332.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]