Banda Carità

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Banda Carità è la denominazione gergale con la quale divenne noto il Reparto dei Servizi Speciali di Firenze, poi rinominato Ufficio Polizia Investigativa, formalmente dipendente dalla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, fondato e capeggiato da Mario Carità, nel corso dell'ultimo biennio della seconda guerra mondiale.

Fu il gruppo che inflisse i maggiori danni all'organizzazione partigiana in Toscana e nel Veneto. Era il braccio armato dell'antiresistenza e i suoi metodi erano brutali e includevano attentati, infiltrazioni, provocazioni, esecuzioni sommarie e l'uso costante della tortura. Inoltre cercavano di corrompere i fiancheggiatori e persino i partigiani. Un caso classico era l'infiltrazione nelle bande partigiane o l'assassinio dell'élite intellettuale (come fece all'Università di Padova). Secondo la testimonianza del tenente Giovanni Castaldelli, lo scopo era quello di «creare una polizia militare con il compito di scoprire e contrastare ogni favoreggiamento ai piani militari del nemico».[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Firenze: la costituzione del Reparto Servizi Speciali[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 settembre 1943, in seguito alla liberazione di Mussolini, a Firenze fu ricostituita la 92ª Legione Camicie Nere della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (poi confluita con altri corpi nella Guardia Nazionale Repubblicana) e, al suo interno, venne creato l'R.S.S. (sigla di Reparto dei Servizi Speciali), una sorta di ufficio politico investigativo, con ampia autonomia operativa.[2]

Il comandante Seniore Mario Carità era supportato da uno stato maggiore formato dal colonnello dell'aeronautica Gildo Simini, dal capitano Roberto Lawley, dai tenenti Piero Koch, Eugenio Varano, Armando Tela e Ferdinando Manzella[3]. Il reparto diventerà famoso come "la Banda Carità", nota per le violenze e le torture, che contava su un organico di circa di una sessantina di elementi, suddivisi in tre squadre: la "Manente", comandata da Erno Manente, che si autodefiniva "la squadraccia degli assassini"; la "Perotto", chiamata anche "la squadra della labbrata", e infine la squadra dei quattro santi[4]. Il reparto, in coordinamento con le SS, assunse in seguito la denominazione ufficiale di "Ufficio Polizia Investigativa". Formalmente irregimentato come organo della Polizia Repubblicana, dipendeva operativamente dai comandi Ordnungs-Polizei SS[5] in Italia.

Le sedi toscane

Il primo quartier generale del reparto a Firenze fu in un villino requisito a una famiglia israelita, in via Benedetto Varchi, al numero civico 22 [6]. Si trasferì poi a villa Malatesta, in via Ugo Foscolo ed infine nel gennaio 1944 presso il famigerato stabile, chiamato in seguito "Villa Triste", in Via Bolognese al numero 67, in quello che oggi è Largo Fanciullacci. La formazione ebbe a disposizione presidi anche presso il Parterre di piazza Ciano, l'Hotel Excelsior e l'Hotel Savoia, oltre alla facoltosa dimora della famiglia Carità in via Giusti, frutto di un sequestro ai danni di un agiato ebreo fiorentino. Carità si spostava fra i vari presidi in abiti borghesi e impiegava diverse auto percorrendo sempre itinerari differenti, e se necessario sotto la copertura di un'autoambulanza, costantemente sotto scorta della sua guardia del corpo Antonio Corradeschi insieme ad altri due militi armati di mitra.

Carità, come altri capi fascisti (per esempio Gino Bardi, Gaetano Colotti, Guglielmo Pollastrini) aveva una visione di netta intransigenza nel rinato spirito fascista repubblicano della RSI. La sua rabbia si concentrava non solo contro gli antifascisti ma anche contro la vecchia classe dirigente fascista del periodo del ventennio; significativa era la sua avversione al filosofo Giovanni Gentile. Infatti Gentile, un tempo "filosofo ufficiale del fascismo" e aderente comunque alla RSI, disapprovò gli eccessi criminali di Carità che allora operava a Firenze, minacciando di denunciarlo[7], tanto che in un primo tempo si pensò che l'attentato che costò la vita a Gentile - in realtà eseguito da gappisti comandati da Bruno Fanciullacci - fosse stato commesso proprio da componenti della banda, allo scopo di porre fine alle proteste del filosofo verso le loro violenze[8].

L'azione della Banda fu talmente efferata che Carità dovette perfino, il 14 dicembre 1943, scrivere una lettera di giustificazione a Mussolini, al quale ricordò che solo con la violenza era diventato Duce.

Attività nel Veneto e a Padova[modifica | modifica wikitesto]

Dopo lo sfondamento del vallo difensivo germanico da parte delle Forze Alleate, il maggiore e la sua unità smobilitarono da Firenze e ripiegarono verso il nord dopo aver rapinato 55 milioni di lire dalla sede cittadina della Banca d'Italia e saccheggiato il tesoro della Sinagoga, una galleria di quadri, oltre a mobili e preziosi delle famiglie ebree. Dopo l'attività svolta a Firenze si trasferì prima nel rodigino a Bergantino e successivamente, su richiesta del questore Menna, a Padova dove operò presso Palazzo Giusti, in via san Francesco 55, dal luglio del 1944 fino alla fine della guerra con la nuova denominazione di "Comando Supremo Pubblica Sicurezza e Servizio Segreto in Italia - Reparto Speciale Italiano" alle dirette dipendenze della SS. L'attività di polizia che Carità con il suo RSS svolse a Padova non fu quella di una normale formazione militare della RSI, ma ebbe un obiettivo di guerra "non convenzionale". Il suo ruolo era più politico che militare ed operò con azioni di raccolta di informazioni e di infiltrazione tra i resistenti[9].

L'attività era poco eclatante tanto che si era creato un alone di mistero attorno a lui e alla sua struttura. Il 25 aprile 1945 il Reparto (che alla fine di febbraio era passato sotto il comando tedesco con il nome di Reparto Speciale Italiano) si disciolse. La formazione «si sciolse il 27 aprile 1945, alle ore 16 e 30».[10] Carità non tentò di fuggire oltre frontiera ma si rifugiò in un paesino verso l'Alpe di Siusi, a Castelrotto, a circa 30 km da Bolzano. Nella notte tra il 18 e il 19 maggio 1945, nel tentativo di sottrarsi alla cattura, fu ucciso in un conflitto a fuoco da due militari americani. Le versioni della sua morte sono diverse e contrastanti[11]

Pene inferte agli aderenti[modifica | modifica wikitesto]

Degli aderenti alla formazione, uno venne giustiziato per fucilazione alla schiena a Padova nell'inverno del 1945. Dal processo uscirono altre due condanne all'ergastolo e due a 30 anni di reclusione. La figlia Franca Carità fu condannata a 16 anni; la sorella del maggiore Carità, Isa, uscì assolta.

«Processati alla Corte d'Assise di Lucca nel giugno 1951, alcuni di essi furono condannati all'ergastolo, altri a pene minori, altri ancora assolti per insufficienza di prove, o con formula piena.»

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Il dramma Storie di Villa Triste è l'opera teatrale, scritta da Nicola Zavagli, che ricostruisce il processo alla banda Carità. Messa in scena per la prima volta nel 2005 a Firenze, è replicata negli anni successivi in varie città italiane, dalla Compagnia Teatri d'Imbarco.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (Diego Meldi, op. cit., pag. 176)
  2. ^ «La nascita del gruppo avvenne il 17 settembre 1943 a Firenze. Venne infatti costituita la 92ª legione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale e al suo interno un autonomo Ufficio politico investigativo, comandato Mario Carità» (Diego Meldi, op. cit., pag. 176)
  3. ^ Primo De Lazzari, Le SS italiane, Teti Editore, Milano 2002, p. 101
  4. ^ «Ma non è chiara l'appartenenza di questi gruppi al reparto di Carità: è più probabile che dipendessero, escluso la squadra Perotto, dal comando SS, pur collaborando con Carità» (Diego Meldi, op. cit., pag. 177)
  5. ^ S. Cucut, Le forze armate della RSI 1943-1945. Forze di terra, Trento, 2005, p. 202
  6. ^ Giovanni Frullini, op. cit., pag. 27
  7. ^ Raffaello Uboldi, Vigliacchi perché li uccidete?, Storia Illustrata n° 200, luglio 1974, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, pag 56: "Gentile, sdegnato, ha minacciato di denunciarlo a Mussolini"
  8. ^ Bernard Berenson, Echi e riflessioni (Diario 1941-1944), Milano, Mondadori, 1950, pp. 326-27 (alla data 22 aprile). Cfr. Turi 1995, p. 524.
  9. ^ «A Padova sembra che il gruppo avesse abbandonato le spedizioni punitive fiorentine per un utilizzo della violenza più mirato, in particolare per estorcere informazioni» (Diego Meldi, op. cit., pag. 179)
  10. ^ (Diego Meldi, op. cit., pag. 180)
  11. ^ «Intorno alla sua morte nascerà il solito mistero: si è ucciso, è stato ucciso, come è stato ucciso?» (Diego Meldi, op. cit., pag. 181)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianni Oliva, L'ombra nera, Le stragi nazifasciste che non ricordiamo più, (p. 160), Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2007
  • Massimiliano Griner, La "banda Koch". Il reparto speciale di polizia 1943-44, (p. 45), Torino, Bollati Boringhieri, 2000
  • Renzo De Felice, Mussolini, l'alleato. La guerra civile 1943-1945, (vol. II - p. 118), Torino, Einaudi, 1997
  • Diego Meldi, La Repubblica di Salò, Santarcangelo di Romagna, Casini Editore, 2008 ISBN 978-88-6410-001-2
  • Cesare Massai, Autobiografia di un gappista fiorentino, CdP, Pistoia, 2007
  • Riccardo Caporale, "La «Banda Carità». Storia del Reparto Servizi Speciali (1943-45)", Edizioni S.Marco Litotipo, Lucca, 2004.
  • Mario Lombardo, Storia Illustrata - La Repubblica di Salò - N°200, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, luglio 1974
  • Giovanni Frullini, La liberazione di Firenze, Sperling & Kupfer Editori, Milano 1982

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]