Pietro Koch

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Pietro Koch

Pietro Koch (Benevento, 18 agosto 1918Roma, 5 giugno 1945) è stato un militare e ufficiale di polizia politica[1] italiano. Negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, fu a capo di un reparto speciale di polizia della Repubblica sociale italiana, noto anche come Banda Koch, che operò principalmente a Roma e in seguito, brevemente, anche a Milano, macchiandosi di numerosi crimini contro nemici catturati e oppositori politici, come torture e omicidi.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

« L’ex granatiere Pietro Koch di padre tedesco è probabilmente, tra tutti i leader emersi durante la Repubblica sociale italiana, il più famoso, per non dire il più famigerato. »
(Massimiliano Griner - La "banda Koch". Il reparto speciale di polizia 1943-44 (2))

Pietro Koch era figlio di Otto Rinaldo Koch, un commerciante di vini ex ufficiale della marina tedesca, sposatosi con Olga Politi. La famiglia negli anni trenta si trasferì da Benevento a Roma, dove Pietro si diplomò al liceo Gioberti per poi iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza. Il richiamo alle armi lo costrinse ad abbandonare gli studi intrapresi. Nel 1938 diventò ufficiale di complemento dei Granatieri di Sardegna. Nei primi mesi del 1940 fu posto in congedo e non venne chiamato alle armi fino alla primavera del 1943.

In questi tre anni visse tra Roma e Perugia come mediatore di compravendite immobiliari e agricole. La Prefettura di Perugia lo segnalò, nell'ottobre 1942, per «una non indifferente attività truffaldina» (1- pg.155). Nel 1940 si era sposato con Enza Gregori, ma il matrimonio naufragò in pochi mesi a causa della relazione con Tamara Cerri, una ragazza sedicenne conosciuta a Firenze.

Nella primavera del 1943 fu richiamato alle armi nel 2º Reggimento "Granatieri di Sardegna" e l'8 settembre 1943 era a Livorno con il suo reparto in attesa di imbarcarsi per la Sardegna. Dopo l'8 settembre si spostò a Firenze e si iscrisse al Partito Fascista Repubblicano ed entrò nel "Reparto Speciale di Sicurezza" di Mario Carità. Le incertezze del periodo sono riportate in tre lettere di Pietro Koch alla sorella, pervenute, dopo la Liberazione, ad un giovane funzionario del Partito Comunista Italiano, Luca Canali, che le pubblicò parafrasate nella sua autobiografia [2]. In esse, si manifesta lo sbandamento di un giovane ragazzo che poi decide di aderire con convinzione fanatica alla repressione nazi-fascista.

Si mise subito in evidenza con la cattura, presso un albergo cittadino, del colonnello Marino, già aiutante del generale di corpo d'armata Mario Caracciolo di Feroleto, l'ex comandante della 5ª Armata che aveva tentato la difesa di Firenze. Attraverso questa azione fu notato da Mussolini. Mario Caracciolo di Feroleto, uno dei pochi generali che si erano opposti ai tedeschi, si era rifugiato a Roma presso il convento vaticano di San Sebastiano, sotto tutela di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.

Il capitano delle SS di via Tasso, Kurt Schutze, del gruppo di Herbert Kappler, autorizzò Koch a violare il territorio Vaticano, così la sua banda, attraverso uno stratagemma e l'appoggio esterno delle SS, riuscì ad arrestare il generale. Le SS, dopo averlo schedato lo lasciarono a Koch che lo trasferì a Firenze presso la sede della cosiddetta Banda Carità. Il risultato di questa azione gli permise di avere le autorizzazioni dal capo della Polizia della RSI di Salò, Tullio Tamburini, per costituirsi un suo reparto speciale.

La cosiddetta "Banda Koch"[modifica | modifica sorgente]

Attività a Roma[modifica | modifica sorgente]

« Tutti quei che a Roma stanno / per la patria con gran danno / a tramare contro il Duce / che il fascismo ogn'or conduce / han da far con una banda / Pietro Koch la comanda. »
(Inno della Banda Koch[3])

Nel dicembre 1943 Koch si trovava a Roma e si presentò al capo della Polizia Repubblicana, affermando di avere incarico dal generale Luna di riferire che il generale ricercato, Caracciolo, era nascosto presso il convento di San Sebastiano.

« Tamburini volle affidare a me l'incarico di arrestarlo. Lo feci. Allora mi fu offerto di prendere il comando di un reparto di polizia: Accettai. »
(dalla deposizione dello stesso Pietro Koch rilasciata dopo il suo arresto definitivo)

Una volta costituita la squadra speciale, che prese la denominazione ufficiale di "Reparto Speciale di Polizia Repubblicana", si aggregarono anche diversi elementi della Banda Carità fino ad arrivare a circa una settantina di unità tra i quali anche dei sacerdoti. La composizione era la più varia. La bibliografia ricorda: i preti Ildefonso Troya dell'ordine dei Benedettini Vallombrosiani (dopo la sospensione a divinis) e Pasquino Perfetti, l'avvocato Augusto Trinca Armati del foro di Perugia (a capo dell'Ufficio Legale del reparto), il giornalista Vito Videtta, l'esperto dei servizi segreti Francesco Argentino detto "Dottor Franco", Armando Tela (con il ruolo di vice-comandante). Tra gli agenti del reparto ci furono anche degli ex arrestati che collaborarono, come il gappista Guglielmo Blasi. C'erano anche diverse donne: Alba Cimini, Marcella Stopponi e Daisy Marchi, una soubrette che fu per un periodo anche l'amante di Koch.

La formazione ottenne alcuni rapidi e clamorosi successi con irruzioni e perquisizioni nelle sedi della Chiesa. Gli arresti eccellenti nei conventi, la cattura di Giovanni Roveda e poi la cattura, su segnalazione del collaboratore di Koch Francesco Argentino, del professor Pilo Albertelli che fu torturato e poi fucilato alle Fosse Ardeatine, produssero impressione nel comando SS.

« La prima operazione del reparto che, senza timore di essere tacciati di immodestia, ha compiuto in brevissimo tempo, forse la più brillante operazione politica e militare del momento, è stata quella di aver potuto dare al nostro Governo e al Comando Alleato, un quadro reale delle mene politiche militari che portarono alla disorganizzazione dell'Esercito Italiano. Ciò con l'arresto di un altro generale responsabile anch'egli in gran parte dell'accaduto e che, nel dicembre del 1943, seguitava ancora a vivere a Roma sotto le mentite spoglie di frate francescano: il generale d'Armata Mario Caracciolo da Feroleto, già comandante della V armata [...] A breve distanza di tempo seguiva l'azione svolta in profondità presso un gruppo di conventi: Russicum, Istituto Lombardo, Istituto Orientale e come risultato si ebbe la cattura del presidente del Comitato Centrale del Partito comunista Italiano: Giovanni Roveda»
(Dal rapporto informativo di Pietro Koch al generale tedesco Kurt Maeltzer a seguito delle operazioni nelle sedi della Chiesa)

La prima sede provvisoria del reparto si attestò brevemente a via Tasso 115, dove era acquartierato il Comando SS della Città aperta. Ma già in gennaio si trasferì nella palazzina di via Principe Amedeo 2, presso la pensione Oltremare, dove occupò tre appartamenti uniti. Il vero e proprio alloggio di Koch era nella stanza matrimoniale n°1, nella stanza n°15 invece si trovava il suo ufficio dove avvenivano gli interrogatori, nella stanza n°16 attigua si trovavano le due segretarie Anita e Marcella.

Tra gennaio e maggio 1944 la banda decimò le file degli antifascisti di Roma, tra i quali ben 23 esponenti del Partito d'Azione, che subì la pressione maggiore, di cui 21 furono fucilati alle Fosse Ardeatine.

Koch, la notte tra il 3 e il 4 febbraio, coordinò l'assalto dei suoi uomini al convento annesso alla Basilica di S. Paolo, che portò all'arresto di 67 persone fra ebrei, renitenti alla leva, ex-funzionari di polizia e militari di rango del ex-Regio Esercito (generali Monti e Fortunato) che vi avevano trovato rifugio[4].

Il 17 marzo 1944 viene fermato il tenente aus. di P.S. Maurizio Giglio, che manteneva contatti radio con il "Regno del Sud" e secondo le accuse di Koch con l'Armata del generale Clark. Fu sottoposto per giorni a brutale tortura in sei interrogatori consecutivi insieme all'agente di P.S. Giovanni Scottu che lo accompagnava; a questi eventi assisté anche il questore capitolino Caruso. Giglio ridotto in fin di vita, fu accompagnato a braccia a Regina Coeli, la sera del 23 marzo. Consegnato quindi ai tedeschi per l’esecuzione della rappresaglia conseguente all’azione partigiana di Via Rasella, dove un intero reparto tedesco era stato annientato, fu condotto in una cava di pozzolana alla periferia di Roma, presso le Fosse Ardeatine e, il giorno 24 marzo 1944, fu ucciso con un colpo alla nuca. Scottu riuscirà a sopravvivere e al termine della guerra formulerà un implacabile atto di accusa contro la banda.

Nonostante non avesse conseguito la laurea in legge, Koch cominciò ad essere chiamato dai suoi sottoposti semplicemente come "dottore", tipico appellativo rivolto ai funzionari di questura.

Roma, via Romagna. Memoria della pensione Jaccarino e degli orrori della banda Koch sull'edificio costruito in luogo della pensione Jaccarino.

Dopo l'attentato a via Rasella, la sede del comando non fu più ritenuta adeguata, e il reparto, armi alla mano, prese possesso alla mezzanotte del 21 aprile della pensione Jaccarino, un palazzetto signorile sito in via Romagna 38. Da qui Koch, attraverso numerosi arresti e interrogatori brutali, ottenne in breve tempo il nome di Franco Calamandrei e degli altri coinvolti e ricostruì l'esatta dinamica dell'attentato gappista, di cui diede notizia al generale tedesco Kurt Maeltzer, comandante della Wehrmacht nella capitale, con un dettagliato rapporto. Nella lettera Koch testimonia anche l'avversione riscontrata da parte di molte SS e l'ostruzione di certi fascisti, lamenta una irruzione nella vecchia sede del suo reparto e il tentativo di individuare la nuova, la minaccia di un arresto nei suoi confronti, annunciando che è stato disposto un servizio di sorveglianza in modo da prevenire eventuali atti ostili.

« una prima volta diffidato di non rimanere a Roma ed una seconda di non tornare da Firenze a Roma. Una terza venne addirittura predisposto per il suo arresto. Tuttociò ad opera delle SS germaniche. »
(Dal rapporto di Pietro Koch al generale tedesco Kurt Maeltzer a seguito dell'indagine per l'attentato di via Rasella)

In aprile del 1944 la banda arrestò anche Luchino Visconti. Il regista milanese, scarcerato dopo pochi giorni grazie all'intercessione dell'attrice Maria Denis, fu uno dei principali testimoni nella requisitoria del processo che portò alla fucilazione di Koch, raccontando i particolari sui metodi d'interrogatorio della banda.

« Quando venni arrestato il Koch diede ordine che venissi fucilato nella notte. Per otto giorni, rinchiuso nel cosiddetto "buco" della pensione Jaccarino, attesi che la sentenza, continuamente confermata dall'aguzzino, fosse eseguita. Una sera Caruso [il questore di Roma, ndr.] venne in visita alla pensione e Koch, per divertirsi un poco, gli mostrò due patrioti che avevano appena finito di subire la tortura. Successivamente venni trasferito a quello che nel gergo della Jaccarino veniva definito "l'ammasso": uno stanzone fetido, con un po' di paglia in terra. »
(Dalla deposizione testimoniale di Luchino Visconti agli atti del processo Koch)

Il 28 aprile dello stesso anno la banda, durante un tentativo di catturare un gruppo di comunisti, uccise due ignari passanti (un ragazzo, Luigi Mortelliti e una donna, Maria Di Salvo). Nel mese di maggio la banda intercettò per caso l'intellettuale socialista Eugenio Colorni. La banda gli intimò di rivelargli dove si stava recando (una riunione coi suo compagni della prima brigata Matteotti), ma Colorni si rifiutò di rispondere; fu quindi spinto verso un portone e lì colpito con sei colpi di pistola. Morì la mattina successiva all'ospedale San Giovanni.

I metodi di Koch erano caldeggiati dalle SS di Kappler, e la banda collaborò, fra appoggio cooperante e attriti intestini, col comando SS di via Tasso, diventando anche lo strumento di azioni e irruzioni nelle sedi della Chiesa, come l'assalto al convento annesso alla Basilica di S. Paolo, progettato e coordinato da Koch, avvenuto la notte tra il 3 e il 4 febbraio, che portò all'arresto di 67 persone fra ebrei, renitenti alla leva, ex-funzionari di polizia e militari di rango[4]. Queste iniziative riducevano per i tedeschi le complicazioni diplomatiche di extraterritorialità tra la Santa Sede e il Terzo Reich. Koch inoltre procurò a Kappler alcuni nominativi da inserire nella lista dei condannati a morte per rappresaglia, in risposta all'attentato di via Rasella operato dai GAP.

« I sistemi di Kappler trovarono un repellente imitatore nel tenente Pietro Koch, un criminale congenito, [...] il quale raccolse attorno a se un'accozzaglia di degenerati, tra cui alcune donne [...] i tedeschi riconobbero a questa cricca perversa la qualità di squadra speciale di polizia, dotata di larga autonomia anche se formalmente sottoposta alla questura di Roma (altra centrale di delitti, condotta dal questore Caruso, il quale, manifestamente dominato da una sorta di psicosi professionale che ottundeva in lui ogni pur modesta facoltà intellettuale ed ogni sentimento umano, non esitava ad assecondare con ebete zelo la ferocia tedesca). »
(Pietro Secchia e Filippo Frassati Storia della Resistenza, la guerra di Liberazione in Italia 1943-45, Vol. 1)

Attività a Milano[modifica | modifica sorgente]

Quando, nel giugno del 1944, Roma fu liberata dagli Alleati Koch si unì al convoglio di Eugen Dollmann diretto a nord mentre la sua banda fuggì a Milano. Il Reparto Speciale, inquadrato nelle SS italiane, si insediò presso Villa Fossati (tra le vie Paolo Uccello e Masaccio), che in città sarà nominata come "Villa Triste", attrezzandola con filo spinato, riflettori e sirene. Alcuni locali furono adibiti a stanze di tortura. Quasi tutti i componenti di Roma raggiunsero Milano, solamente alcuni furono arrestati e condannati a morte durante la loro fuga, come il questore Pietro Caruso. A Milano si inserirono anche nuovi elementi, come l'attore Osvaldo Valenti (l'uomo di collegamento fra Koch e il principe Borghese della Xª MAS), il conte-industriale Guido Stampa e altre donne (Lina Zini e Camilla Giorgiatti).

I metodi di tortura e le tecniche d'interrogatorio della banda divennero tristemente famosi e, vista la generalità di testimonianze concordi, quasi codificati:

  • l’interrogatorio avveniva nella stanza di rappresentanza di Koch alla presenza di numerosi poliziotti;
  • se un arrestato non parlava, cioè non rivelava chi fosse e quale fosse la propria attività politica, le percosse erano immediate con: lo schiaffo scientifico, la capriola (lancio della vittima contro il muro), la corsa (un percorso da denudato dalla doccia alle celle tra due file di poliziotti che colpivano). Perché la violenza mantenesse vigore e forza gli agenti si davano il cambio.
  • le percosse avvenivano con fruste di cuoio, con nervi di bue, con i caricatori (carichi delle cartucce);
  • l'isolamento avveniva nel cosiddetto buco, cioè in locali angusti e soffocanti;
  • la sospensione dei torturati: venivano legati con corde e issati in modo che il corpo non toccasse terra e lasciati così per ore;
  • la doccia bollente: le vittime venivano denudate e spinte con manici di scopa sotto un getto d’acqua bollente;
  • qualche testimonianza ha riferito anche dell’uso del manico di scopa come variante per violenze e abusi sessuali;
  • la messinscena dell’esecuzione per terrorizzare le vittime: una vera esecuzione fermata all'ultimo momento.
  • scariche elettriche, usata più raramente[5]

Via via l’ambito delle attività del Reparto di Koch si ampliarono e oltre all’azione contro gli antifascisti gli furono assegnati anche compiti di indagini interne all'apparato di regime della Repubblica di Salò. Gli sbandamenti della neonata repubblica fascista facevano emergere istanze politiche diverse. C’erano idee moderate e altre invece che arrivavano ad accusare lo stesso Mussolini di essere debole e inerte. Queste indagini, indirizzate ed autorizzate direttamente o indirettamente dal Duce, esaltarono da un lato il potere della banda, ma dall'altro crearono anche le condizioni della sua fine.

Tra gli indagati fascisti del Reparto speciale ci furono sia fascisti intransigenti come Roberto Farinacci, che fascisti moderati come il direttore de La Stampa Concetto Pettinato. Furono svolte dagli uomini di Koch anche indagini interne nei confronti dei membri della "Muti" che esercitavano una certa rivalità nei confronti della squadra speciale. Il gruppo dirigente fascista si sentì minacciato dall'autonomia di Koch e riuscì così ad avere l’avallo di Mussolini per smantellare la banda con un'azione di forza, condotta il 25 settembre 1944 proprio da parte della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, con la partecipazione di poliziotti della Milizia. Secondo alcune fonti il reparto era implicato anche in un traffico di cocaina.[6] Villa Fossati fu circondata, circa cinquanta componenti della banda vennero arrestati e fu sequestrato tutto il bottino accumulato nei mesi di attività. Il 17 dicembre 1944 Koch fu arrestato e rinchiuso al carcere di San Vittore a Milano. Successivamente, nonostante le proteste di Kappler, il Reparto fu smantellato.

Il colonnello Walter Rauff, capo della Polizia del Terzo Reich per la Lombardia, il Piemonte e la Liguria, affermò: "Koch non è stato capace di vedere con esattezza la situazione di Milano, si è rivelato troppo giovane e troppo importantizzato e indipendente, ha speso troppi denari e ha suscitato le gelosie di tutti i concorrenti" (2)

Gli ultimi giorni[modifica | modifica sorgente]

La fucilazione di Pietro Koch a Forte Bravetta

Con l’aiuto dei tedeschi, Koch riuscì ad evadere il 25 aprile 1945 e da Milano si spostò a Firenze, allo scopo di ricongiungersi con Tamara Cerri, che, dopo l'arresto a Villa Fossati, era stata liberata e aveva raggiunto la sua famiglia a Firenze, per essere nuovamente catturata dagli alleati. Avuta notizia dell'arresto, il 1º giugno si presentò alla questura del capoluogo toscano dichiarando: "Se avete arrestato Tamara Cerri perché vi dica dov'è Koch, potete liberarla. Koch sono io, arrestatemi". Subito tradotto a Roma, fu processato dopo una rapida istruttoria di due giorni, con procedura d'urgenza[7]. Il processo si aprì il 4 giugno nell'aula magna della Sapienza, l'interrogatorio dell'imputato e le deposizioni dei testimoni dell'accusa (l'ex-questore Morazzini e il commissario di polizia Marittoli) e a discarico (Luchino Visconti) che si produsse in un'ulteriore accusa[non chiaro] occuparono due ore, la requisitoria del PM e l'arringa difensiva di Federico Comandini, nominato avvocato d'ufficio in quanto Presidente dell'Ordine degli avvocati di Roma, presero circa mezz'ora. Alle 11,55 l'imputato fu condotto in camera di sicurezza e alle 12,17 rientrò in aula la corte dando lettura del dispositivo della sentenza. Condannato alla pena capitale fu giustiziato presso il Forte Bravetta, alle ore 14.21 del 5 giugno 1945.

« In nome di S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte, luogotenente generale del Regno, l'Alta Corte di Giustizia nel procedimento a carico di Pietro Koch di Rinaldo, dichiara Pietro Koch colpevole del reato di cui all'art.5 del D.L. 27 luglio 1944 n°159, in relazione all'art. 51 del Codice Penale militare di guerra. In conseguenza, visti gli articoli suddetti, condanna Pietro Koch alla pena di morte mediante fucilazione alla schiena. »
(Dalla sentenza del collegio giudicante agli atti del processo Koch)

Vista la fama del personaggio, le autorità ritennero opportuno documentare l'esecuzione con una ripresa filmata che venne realizzata da Luchino Visconti.

Alcuni componenti della banda furono giustiziati nei giorni successivi al 25 aprile: (Armando Tela il 22 maggio, Augusto Trinca Armati il 18 maggio, Vito Videtta il 29 aprile). Gli altri furono in maggioranza condannati a pene detentive e ritornarono in libertà nei primi anni cinquanta, come il sacerdote Epaminonda Troya[8]. La Cerri venne scagionata dalle accuse e scarcerata da Regina Coeli il 16 marzo 1946, dopo aver diviso la cella con la collaborazionista ebrea Celeste Di Porto.[9]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Caduti della polizia: il sogno e l'incubo, Pietro Koch e Maurizio Giglio
  2. ^ Luca Canali, Autobiografia di un baro, Mondadori, Milano, 1984
  3. ^ Aldo Lualdi - La Banda Koch, Bompiani
  4. ^ a b Massimiliano Griner, La "Banda Koch", Bollati Boringhieri, Torino, 2000
  5. ^ Ottavio D'Agostino, Franco Giannantoni, Sono un fascista, fucilatemi!, pag.119
  6. ^ Danis Mack Smith, Mussolini, Milano, Rizzoli, 1983, p. 492
  7. ^ «Il 4 dello stesso mese, in un giorno, venne processato e condannato a morte» (Diego Meldi, op. cit. pag. 173)
  8. ^ Il monaco benedettino, collaboratore anche di Mario Carità, si dice, usasse «coprire le urla dei torturati suonando canzonette napoletane al pianoforte» (Diego Meldi, op. cit. pag. 178)
  9. ^ Articolo del Corriere della Sera su Celeste Di Porto

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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