Piero Zuccheretti

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Piero Zuccheretti (7 maggio 1931Roma, 23 marzo 1944) è una delle vittime civili dell'attentato di via Rasella del 23 marzo 1944. Nel secondo dopoguerra la sua sorte è stata oggetto di aspre controversie, prima con un procedimento civile e un processo a carico dei gappisti responsabili dell'attacco partigiano (rispettivamente nel 1950 e nel 1996), quindi per le polemiche attorno ad una fotografia scattata a quelli che alcuni autori[1] hanno indicato come suoi resti e che una sentenza ha dichiarato "un falso". La morte del ragazzo ha ispirato un'opera dell'artista statunitense Cy Twombly[2].

La morte[modifica | modifica sorgente]

Piero Zuccheretti venne investito in pieno dall'esplosione del carretto minato innescato da Rosario Bentivegna a Via Rasella, rimanendo ucciso sul colpo[3]. La meccanica delle circostanze della sua morte non è chiara: il ragazzo si recava al lavoro presso una ditta di ottica che si trovava in via degli Avignonesi, strada parallela a via Rasella.

Scrive Alessandro Portelli: "Il 23 marzo 1944, Pietro Zuccheretti girava l'angolo fra via del Boccaccio e via Rasella per andare a lavorare e veniva dilaniato dall'esplosione" (pag. 95). "A metà via Rasella un altro bambino è meno fortunato. Forse mentre Bentivegna si allontanava verso via Quattro Fontane, Pietro Zuccheretti sbucava alle sue spalle dall'angolo di via del Boccaccio vicino al carretto" (pag. 191)[4], (via del Boccaccio è la strada che unisce via degli Avignonesi a via Rasella). Secondo il fratello della vittima, in una testimonianza raccolta da Pierangelo Maurizio[5], Piero Zuccheretti scendeva invece per via Rasella, proveniente da via delle Quattro Fontane, attratto dai canti della compagnia del Polizeiregiment "Bozen" (anche secondo il gappista Pasquale Balsamo, che partecipò all'attacco, un gruppo di bambini seguiva la colonna di militari che stava cantando, ma i tedeschi li cacciarono via calciando lontano il loro pallone[6]) che proprio in quel momento stava imboccando via Rasella proveniente da via del Traforo, in direzione esattamente opposta a quella nella quale si allontanava l'attentatore dopo aver acceso la miccia. Secondo Bentivegna, tuttavia, egli non avrebbe visto il bambino avvicinarsi alla bomba[7].

Nelle prime edizioni dei volumi di Robert Katz Morte a Roma e nelle memorie di Rosario Bentivegna (Achtung Banditen) la morte di Piero Zuccheretti non è mai nominata: secondo l'ex gappista, inizialmente egli sarebbe stato convinto che non vi fossero state vittime civili nell'attentato[8], mentre dopo esserne venuto a conoscenza, ne scrisse anch'egli[9].

La zona di via Rasella con l'indicazione del luogo dell'esplosione e del punto dove sarebbero stati fotografati i resti di Zuccheretti

Carla Capponi, che partecipò all'azione come "palo" su via delle Quattro Fontane e che il 20 settembre successivo divenne moglie di Bentivegna, invece ricorda di aver appreso della morte di un ragazzo da un necrologio pubblicato su "Il Messaggero" tre giorni dopo[10].

Il corpo del ragazzo fu dilaniato dalla violenza dell'esplosione[11] e il tronco proiettato per decine di metri.[12]

Il processo per il risarcimento[modifica | modifica sorgente]

Nel 1950 alcuni congiunti delle vittime dell'attentato di Via Rasella e della successiva rappresaglia delle Fosse Ardeatine citarono in giudizio gli esecutori materiali del GAP e i membri della Giunta Militare del CLN romano Bauer, Amendola e Pertini sulla scorta dell'articolo 422 del Codice Penale. Il 26 maggio 1950 il Tribunale Civile di Roma respingeva la richiesta di risarcimento.

Il processo d'appello si concluse il 5 maggio 1954 con la conferma della sentenza di I grado. La Corte d'Appello di Roma respingeva il ricorso affermando: "I competenti organi dello Stato non hanno ravvisato alcun carattere illecito nell'attentato di via Rasella, ma anzi hanno ritenuto gli autori degni del pubblico riconoscimento[13], che trae seco la concessione di decorazioni al valore. [...] Non vi sono quindi rei da una parte, ma combattenti"[14].

L'11 maggio 1957 la Corte di Cassazione a Sezioni Unite con sentenza n. 3053 pubblicata il 19 luglio 1957 dichiarò inammissibile il ricorso proposto contro la sentenza d'appello e concluse dichiarando l'attentato di via Rasella "un legittimo atto di guerra".

Il processo del 1998[modifica | modifica sorgente]

Il 16 aprile 1998, in seguito alle denunce presentate nel 1996 dai legali dei familiari di due delle due vittime civili dell'attacco partigiano, Francesco Iaquinti[15] e Giovanni Zuccheretti, il GIP Maurizio Pacioni del Tribunale di Roma dichiarò che l'attentato di via Rasella non è stato "un legittimo atto di guerra", ma una strage perseguibile penalmente, concludendo con un procedimento di archiviazione poiché "l'attentato può essere configurato come una strage, ma rientra sotto l'amnistia emanata con il Regio decreto del 5 aprile 1944", in quanto il suo fine rispondeva all'obiettivo di "liberare l'Italia dai nazisti"[16]. Una sentenza che provocò durissime polemiche[17].

I partigiani coinvolti nel procedimento - Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo - tuttavia ricorsero. Con sentenza della Cassazione Penale, Sezione I Penale n. 1560 del 1999: "Attentato di Via Rasella in Roma del 23 marzo 1944", la Corte annullava l'archiviazione del reato per estinzione causa intervenuta amnistia, sostituendola con la non previsione del fatto come reato[18].

La controversia sulla foto[modifica | modifica sorgente]

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Zuccheretti.jpg
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Piero Zuccheretti1.png
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Via Rasella (iscrizione).JPG
1. La foto che ritrarrebbe i resti di Piero Zuccheretti
2. Il raffronto fra la presunta fotografia dei resti di Zuccheretti e il tratto di via Rasella com'è oggi
3. Scorcio del palazzo in via Rasella all'incrocio con via delle Quattro Fontane

Il 24 aprile 1996 il quotidiano Il Tempo pubblicò una fotografia che mostrava un tronco e una testa umana, attribuendola a Piero Zuccheretti. L'8 maggio successivo Il Giornale riprese la foto a corredo di un articolo di Francobaldo Chiocci[19]. Nel corso dei processi che seguirono agli articoli pubblicati dal quotidiano la foto fu oggetto di dibattito in aula.

Secondo coloro che sostengono l'autenticità dello scatto, la foto sarebbe stata scattata dai tedeschi subito dopo l'esplosione della bomba e fatta sviluppare in tutta fretta in un laboratorio fotografico che si trovava nei pressi di Via Rasella. Nascosto per decenni perché non fosse mostrato ai genitori del bambino, lo scatto sarebbe stato consegnato al fratello gemello di Piero Zuccheretti da uno dei rastrellati del 23 marzo, il tipografo Guido Mariti[20], amico del fotografo che l'aveva sviluppato[21].

Nel 1999 Rosario Bentivegna querelò Chiocci, l'allora direttore de Il Giornale Vittorio Feltri e la Società Europea di Edizioni per diffamazione, ma con sentenza 6088 del 14 giugno 1999 la corte condannava l'ex gappista al pagamento delle spese processuali. Nella sentenza - fra l'altro - si affermava che "le condizioni del cadavere del bambino quali risultano anche dalle foto in atti della testa a terra, staccato dal tronco, sembrano giustificare la tesi della sua estrema prossimità al carretto contenente l'esplosivo".

Nell'estate del 1999 Bentivegna ottenne dal Bundesarchiv di Coblenza i 31 fotogrammi scattati da un fotografo tedesco immediatamente dopo l'attentato e ricorse in appello, accolte come prova durante l'udienza dell'11 aprile 2000 assieme ad un appunto del ricercatore italiano Carlo Gentile. Gentile concludeva il proprio appunto così: "All'epoca dell'attentato non esisteva alcun marciapiede in quella strada. Poiché a pochi centimetri dal corpo dilaniato inquadrato nell'immagine in questione appare il cordolo di un marciapiede è a mio avviso del tutto improbabile che possa essere stata scattata a via Rasella il 23 marzo 1944".

Sulla base di una serie di affermazioni riconosciute come false[22], la Corte d'Appello (il 14 maggio 2003) condannò il giornalista e la direzione della testata per diffamazione, sentenza confermata in Corte di Cassazione il 23 maggio 2007. Nella condanna si è anche stabilito che poiché la foto non sarebbe stata scattata a via Rasella, essa «è inequivocabilmente falsa». «Accertata la falsificazione della fotografia, non vi era più alcuna possibilità di accertare in quale punto si trovasse il ragazzo e in quale preciso momento egli fosse comparso nel teatro dell'esplosione (rispetto al momento in cui era stata accesa la miccia)». L'ipotesi di Carlo Gentile sulla presenza in foto del marciapiede e la conseguente sentenza d'appello sono state poi accolte anche dallo storico Robert Katz, che nella prefazione alla sesta edizione del suo saggio Morte a Roma (2004): "si vede a terra di fianco al cordolo di un marciapiede; sennonché nel 1944 non esistevano marciapiedi su entrambi i lati di via Rasella. La perizia di Carlo Gentile, esperto di fotografia che esaminò tutte le immagini del sito scattate in quella giornata, precisava che 'è assai improbabile che la foto sia stata presa in via Rasella'. La successiva sentenza della Corte d'Appello di Milano l'ha dichiarata falsa"[23]. La sentenza di Cassazione rigettava quindi - assumendo la falsità della fotografia - anche la ricostruzione della meccanica della morte di Piero Zuccheretti proposta da Il Giornale[24]. Anche Roberto Roggero[25] accoglie la tesi della presenza del marciapiede e definisce le foto che ritraggono Zuccheretti "fotomontaggi architettati a scopi propagandistici", aggiungendo in conclusione "resta da valutare con quale fine".

Nel marzo 2009 un'inchiesta giornalistica pubblicata dal mensile "Storia in Rete" (numero 41) e ripresa dal quotidiano "Il Tempo" del 24 marzo 2009[26] sostenne che il particolare della foto identificato da Carlo Gentile come "cordolo di un marciapiede" in realtà sarebbe la modanatura del basamento del palazzo di via Rasella all'incrocio con via delle Quattro Fontane, alcune decine di metri a monte del luogo dell'esplosione, indicando il punto dove la foto sarebbe stata scattata e sostenendo che nella foto non fosse ritratto alcun marciapiede.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Fra questi Pierangelo Maurizio, Francobaldo Chiocci, Gian Paolo Pelizzaro
  2. ^ Pietro Zuccheretti. URL consultato il 13-8-2010.
  3. ^ Atto di Morte n° 583 del 30 marzo 1944
  4. ^ L'ordine è già stato eseguito: Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria di Alessandro Portelli, p. 95 e p. 191
  5. ^ Via Rasella cinquant'anni di menzogne di Pierangelo Maurizio, pp. 17 e 18
  6. ^ Vedi "L'ordine è già stato eseguito", pag. 191
  7. ^ "Bimbo ucciso in via Rasella". Gli ex partigiani: sciacallaggio montato ad arte, dal Corriere della Sera del 9 maggio 1996. URL consultato il 12-04-2010.
  8. ^ "La propaganda nemica diffuse la voce che civili residenti o di passaggio erano stati coinvolti nell’azione di via Rasella. Non risulta dalle fonti storiche consultate[senza fonte] che in via Rasella vi siano stati caduti civili. La stessa furibonda reazione dei nazisti immediatamente successiva all’azione dei partigiani non sembra abbia portato alla morte di alcun civile [...] All’ufficio anagrafe del Comune di Roma, alla data del 22, 23 e 24 marzo 1944, non risultano decessi attribuibili all’azione di via Rasella". da Achtung Banditen, cit. da Sandro Bertelli, Il Domenicale del 7 giugno 2003
  9. ^ L'ordine è già stato eseguito: Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria di Alessandro Portelli, p. 326. Cfr, Operazione via Rasella. Verità e menzogne di Rosario Bentivegna e Cesare De Simone, Editori Riuniti, 1996: "Il signor Angelo Baldi è l’unico civile italiano rimasto ferito nell’esplosione di via Rasella di cui si trovi traccia nei registri degli ospedali romani e, dunque, probabilmente il solo causato dalla vampata [...] I morti, invece, furono due [...] Dell’uomo non si è mai riusciti con certezza a stabilire l’identità [...] un ragazzino, si chiamava Pietro Zuccarini [sic]". cit. da Sandro Bertelli, Il Domenicale del 7 giugno 2003
  10. ^ Ibidem. Il necrologio - pubblicato il 26 marzo successivo - recitava così: "La cieca violenza di provocatori sovversivi ha dilaniato il corpo e tolto all'affetto dei suoi cari Piero Zuccheretti, di soli 12 anni". Cfr. Via Rasella: l'azione partigiana e l'eccidio delle Fosse Ardeatine di Enzo Antonio Cicchino e Roberto Olivo, p. 171
  11. ^ L'ordine è già stato eseguito: Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria di Alessandro Portelli, p. p. 191; Massimo Caprara, citato da Sandro Bertelli in Il Domenicale del 7 giugno 2003: "Fra i morti una salma a lungo nascosta, quella di un bambino di tredici anni, Piero Zuccheretti, tagliato in due dalla deflagrazione".
  12. ^ "Ore 15 del 23 marzo 1944: un carrettino da spazzini carico di morte", di Silvio Bertoldi dal "Corriere della Sera" del 29 giugno 1997. URL consultato il 13-04-2010. . Anche Umberto Ferrante - tipografo rastrellato dai tedeschi subito dopo l'esplosione - ricorda: "Appena usciti dalla tipografia con le mani alzate ci trovammo davanti a una scena che non dimenticherò mai. Il tronco di quel bambino era stato scaraventato a metà della salita, venti-trenta metri più in su di Palazzo Tittoni". Cfr. L'ordine è già... cit. p. 194
  13. ^ Bentivegna, Calamandrei e Fiorentini erano infatti stati decorati di Medaglia d'Argento con decreto del Presidente del Consiglio del 13 marzo 1950
  14. ^ Cit. in P. Maurizio, Via Rasella... cit. pp. 98 e 99
  15. ^ Nipote del partigiano di Bandiera Rossa Angelo Chiaretti. Cfr. [1]
  16. ^ Via Rasella fu una strage ma per liberare l'Italia da La Repubblica del 16 aprile 1998. URL consultato il 12-04-2010.
  17. ^ Scalfaro: un giudice non processa la storia, dal "Corriere della Sera" del 29 giugno 1997. URL consultato il 13-04-2010.
  18. ^ Cass. Pen., Sezione I Penale n. 1560 del 1999: "Attentato di Via Rasella in Roma del 23 marzo 1944"
  19. ^ "Quel bimbo ucciso in via Rasella", di Francobaldo Chiocci, da Il Giornale dell'8 maggio 1996
  20. ^ Guido Mariti era impiegato nella tipografia di Via Rasella dove si stampava l'edizione clandestina de L'Avanti!. Fu ferito dall'esplosione del carrettino e quindi arrestato assieme al collega Umberto Ferrante e internato al Viminale. Cfr. L'ordine è gia... cit. pp. 94 e 102
  21. ^ Via Rasella: l'azione partigiana e l'eccidio delle Fosse Ardeatine di Enzo Antonio Cicchino e Roberto Olivo, p. 173
  22. ^ Decisione del 14 maggio-20 giugno 2003 della Corte d'appello di Milano, citate nella sentenza 6 agosto 2007, n. 17172 della Sezione III civile della Corte di cassazione
  23. ^ Robert Katz, Morte a Roma, il Saggiatore, sesta edizione, 2004
  24. ^ "Tra questi elementi, la Corte individuava la falsificazione della fotografia della testa (staccata dal tronco) dell'adolescente tredicenne, la cui morte in conseguenza dell'attentato di via Rasella nessuno poneva più in discussione. La rappresentazione fotografica della testa del ragazzo era stata molto sottolineata nell'articolo del Chiocci, ove, sia pure a mezzo delle dichiarazioni rese dal fratello, si argomentava (prospettando anche la cosa come vera) che gli attentatori ed in particolare proprio il Bentivegna avevano preferito non spegnere la miccia, pur avendo visto il ragazzo che necessariamente - dati gli effetti della esplosione sul suo corpo - doveva essere appoggiato o seduto sopra la carretta della spazzatura dove erano collocati gli ordigni esplosivi. Accertata la falsificazione della fotografia, non vi era più alcuna possibilità di accertare in quale punto si trovasse il ragazzo ed in quale preciso momento egli fosse comparso nel "teatro" dell'esplosione (rispetto al momento in cui era stata accesa la miccia)". Cfr. Corte di cassazione, Sezione III civile, Sentenza 6 agosto 2007, n. 17172. URL consultato il 15-04-2010.
  25. ^ Oneri e onori: le verità militari e politiche della guerra di liberazione in Italia, Greco&Greco, 2006, p. 418
  26. ^ "Via Rasella e il giallo del bimbo falciato" di Pierangelo Maurizio, da "Il Tempo" del 24 marzo 2009. URL consultato il 12-04-2010.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pierangelo Maurizio, Via Rasella cinquant'anni di menzogne, Maurizio Edizioni, 1996
  • Alessandro Portelli, L'ordine è già stato eseguito: Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Donzelli, 2005
  • Robert Katz, Morte a Roma, il Saggiatore, sesta edizione, 2004
  • Enzo Antonio Cicchino e Roberto Olivo, Via Rasella: l'azione partigiana e l'eccidio delle Fosse Ardeatine, Nordpress, 2007

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]