Piero Zuccheretti

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Piero Zuccheretti (7 maggio 1931Roma, 23 marzo 1944) fu una delle vittime civili dell'attentato di via Rasella del 23 marzo 1944.

La sua sorte è stata oggetto di aspre controversie anche di carattere giudiziale. Altre polemiche riguardano una fotografia che secondo alcuni autori[1] ritrarrebbe i suoi resti, la quale è stata dichiarata falsa da una sentenza, a sua volta contestata da un'inchiesta giornalistica successiva.

La morte del ragazzo ha ispirato un'opera dell'artista statunitense Cy Twombly[2].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La sua estrazione sociale era modesta; il padre era macellaio[3]; il nonno materno esercitò l'attività di fotografo, gestendo a partire dal 1929 un piccolo laboratorio fotografico nel centro di Roma[4]. I due gemelli Giovanni e Piero furono divisi alla nascita: Piero fu subito affidato al nonno[5]. Dall'età di undici anni fino alla morte, Piero lavorò come apprendista in un negozio di ottico in via degli Avignonesi[6].

I due fratelli erano affettivamente molto legati. Nei ricordi del fratello Giovanni, Piero «aveva un carattere molto forte, era molto svelto, per esempio se c'era qualcuno che me voleva menà, veniva lui, me difendeva da tutti»[5].

La morte[modifica | modifica wikitesto]

La zona di via Rasella con l'indicazione del luogo dell'esplosione e del punto dove sarebbero stati fotografati i resti di Zuccheretti

La dinamica della sua morte non è chiara. Il ragazzo si recava al lavoro presso una ditta di ottica che si trovava in via degli Avignonesi, strada parallela a via Rasella.

Piero Zuccheretti venne investito in pieno dall'esplosione del carretto minato innescato da Rosario Bentivegna in via Rasella, rimanendo ucciso sul colpo[7]. Il corpo del ragazzo fu dilaniato dalla violenza dell'esplosione[8] e il tronco proiettato per decine di metri[9].

Secondo il fratello della vittima (in un'intervista raccolta da Pierangelo Maurizio)[10], Piero Zuccheretti scendeva per via Rasella, proveniente da via delle Quattro Fontane, attratto dai canti della compagnia del Polizeiregiment "Bozen" che proprio in quel momento stava imboccando via Rasella proveniente da via del Traforo, in direzione esattamente opposta a quella nella quale si allontanava l'attentatore dopo aver acceso la miccia. Secondo Bentivegna, tuttavia, egli non avrebbe visto il bambino avvicinarsi alla bomba[11].

Bentivegna e De Simone, in un libro pubblicato nel 1996, scrivono: «Quel giorno Piero andava al lavoro, ma chissà per quale motivo saltò la fermata del bus davanti al Messaggero, dove scendeva sempre, e scese invece a quella successiva, in piazza Barberini angolo con via Quattro Fontane. E chissà per quale altro motivo, invece di girare subito per via degli Avignonesi si spinse fino a via Rasella, la strada successiva. Vi giunse proprio nell'istante in cui gli ultimi centimetri della miccia stavano bruciando, i due gappisti Paolo ed Elena si erano già defilati dietro l'angolo, il fronte della colonna tedesca stava avanzando verso di lui cantando e nulla esisteva più, tra lui e il carrettino bomba, che potesse fermarlo. Forse fu proprio il rombo del passo cadenzato dei soldati del Bozen, e la loro canzone di guerra ad attirare il ragazzino verso via Rasella»[12].

Scrive Alessandro Portelli: «Il 23 marzo 1944, Pietro Zuccheretti girava l'angolo fra via del Boccaccio e via Rasella per andare a lavorare e veniva dilaniato dall'esplosione[13]».

Secondo il gappista Pasquale Balsamo, che partecipò all'attacco, un gruppo di bambini seguiva la colonna di militari che stava cantando, ma egli stesso e il partigiano Fernando Vitagliano li cacciarono via calciando lontano il loro pallone[14]. Diversa e più particolareggiata la versione resa dallo stesso Balsamo nel 1954: «una frotta di bambini si era accodata alla colonna nazista per giocare ai soldati. Fu un attimo terribile per tutti. Era troppo tardi per procrastinare di un solo secondo l'azione; il segnale, ormai, era stato dato. I due gappisti fecero appena in tempo a "rapire" uno di quegli ignari bambini e trascinarsi piangenti per il gioco guastato, tutti gli altri»[15].

Liana Gigliozzi (nata nel 1941), in un'intervista raccolta nel 1997, ricorda: «Vedemmo due uomini risalire la strada, erano vestiti da spazzini. Uno dei due, ho poi saputo, era Rosario Bentivegna. "Andate via, bambini" ci dissero. Sentii una spinta, qualcuno ci scaraventò, a me e mio fratello, nel negozio del calzolaio» che si trovava all'angolo con via Quattro Fontane. Dopo aver riportato la testimonianza di Pasquale Balsamo, Portelli scrive: «A metà di via Rasella, un altro bambino è meno fortunato. Forse mentre Bentivegna si allontanava verso via Quattro Fontane, Pietro Zuccheretti sbucava alle sue spalle dall'angolo di via del Boccaccio vicino al carretto[16]» (via del Boccaccio è la strada che unisce via degli Avignonesi a via Rasella).

Sulla sua tomba al cimitero del Verano una lapide recita: «Piero. L'odio degli uomini ti uccise vittima innocente di un odioso conflitto. Perdesti la tua giovane vita nell'eccidio di via Rasella, lasciando in straziato dolore la mamma, il papà, il fratello, gli zii, il nonno»[17]. Nel maggio 1996, dopo l'inizio del processo a carico di Erich Priebke, la tomba di Zuccheretti divenne luogo di una commemorazione da parte di alcuni esponenti di Alleanza Nazionale, i quali vi deposero una corona di fiori[18].

Storiografia e memorialistica[modifica | modifica wikitesto]

Il necrologio di Piero Zuccheretti e l'annuncio del suo funerale pubblicati sul Messaggero rispettivamente il 25 e il 27 marzo

La morte di Piero Zuccheretti non è mai menzionata né nelle prime edizioni del volume di Robert Katz Morte a Roma, né nella prima edizione del libro di memorie di Rosario Bentivegna Achtung, Banditen!. Secondo l'ex gappista, inizialmente egli sarebbe stato convinto che non vi fossero state vittime civili nell'attentato[19], mentre dopo esserne venuto a conoscenza, ne scrisse anch'egli[20][21].

Carla Capponi, che partecipò all'azione gappista, dal 22 settembre 1944 moglie di Rosario Bentivegna, ricorda invece di aver appreso della morte di un ragazzo da un necrologio pubblicato su "Il Messaggero", ma di aver ritenuto che il bambino fosse stato ucciso dai colpi sparati dai tedeschi. Tuttavia il necrologio di Zuccheretti, pubblicato sul quotidiano romano il 25 marzo, incolpava la «cieca violenza di provocatori sovversivi»[22].

Il libro di Alessandro Portelli L'ordine è già stato eseguito, pubblicato in prima edizione nel 1999, contiene una lunga intervista resa all'autore dal fratello gemello di Piero Zuccheretti, Giovanni, il quale fra l'altro accusa Rosario Bentivegna di avere visto il piccolo Piero stare accanto al carrettino che conteneva la bomba proprio nel momento in cui lo stesso Bentivegna ne causava l'esplosione. In occasione del processo contro Erich Priebke, Giovanni Zuccheretti venne contattato dall'avvocato di quest'ultimo per testimoniare[23].

Portelli, dopo aver ricordato che nel 1997, durante il processo a Priebke, la morte di Zuccheretti divenne uno degli argomenti principali di una campagna d'opinione condotta dalla destra contro i gappisti[20], rileva come, in ogni caso, durante il dopoguerra il destino di Zuccheretti abbia costituito a lungo oggetto di omissioni e reticenze da parte della sinistra. Egli sottolinea come Piero Zuccheretti non sia nominato né in Morte a Roma di Robert Katz (1967), né in Achtung Banditen! di Bentivegna (1983); eppure, «che per l'esplosione della bomba fossero morti due civili fra cui un bambino risultava già dalla sentenza Kappler nel 1948»[24]. Citando una testimonianza di Bentivegna secondo cui quest'ultimo a lungo non seppe nulla della morte di Zuccheretti, Portelli commenta: «questo rende l'omissione ancora più pesante, perché ne fa il segno non di una menzogna personale ma di una tendenza più ampia a dimenticare»[20].

Commenta Portelli: «Col senno di poi, è facile dire che Piero Zuccheretti avrebbe dovuto essere non solo riconosciuto, ma rivendicato, come un'altra delle tante vittime, sia pure indirette, della guerra e dell'occupazione tedesca [...]; che l'Italia antifascista avrebbe dovuto intitolargli lapidi e strade. Ma allora si sarebbe dovuto non solo ammettere, ma proclamare, che la resistenza era stata una guerra, con le sue conseguenze indesiderate, persino con i suoi errori. Ma per poterlo fare ci sarebbe voluta un'altra egemonia, un altro contesto politico; in piena guerra fredda, con il fronte antifascista diviso, la resistenza sotto attacco, le discriminazioni ai comunisti e i processi ai partigiani, una cosa del genere era forse impensabile»[25].

I processi[modifica | modifica wikitesto]

Il processo Kappler[modifica | modifica wikitesto]

Durante il processo all'esecutore dell'eccidio delle Fosse Ardeatine Herbert Kappler, fu chiamato a deporre come testimone Giorgio Amendola, dirigente del PCI e comandante dei GAP romani, il quale aveva ideato e ordinato l'attentato di via Rasella. Alla domanda del presidente del tribunale «Ma nel compiere questi attentati vi preoccupavate che non venissero colpiti anche dei civili?», Amendola rispose:

« Per questo solo motivo usavamo in genere degli esplosivi di limitata capacità e provvedevamo ad avvertire i civili della zona dove l'attentato veniva eseguito. A via Rasella non un civile morì per lo scoppio della bomba: se qualcuno fu colpito lo si deve alla feroce quanto inutile reazione dei tedeschi che non spararono sui gappisti che li avevano attaccati, ma su inermi borghesi[26]. »

Il teste Filippo Mancini affermò invece di aver visto due vittime italiane dell'esplosione, indicandole come «un bambino ed un vecchio»[26].

La sentenza di primo grado, emessa il 20 luglio 1948, contiene in narrativa un accenno a Zuccheretti: «Sul luogo rimanevano uccisi, oltre ai militari tedeschi, due civili, dei quali per uno (un bambino) si è accertato, dato il particolare laceramento del corpo, che la morte avvenne a seguito dello scoppio della bomba»[27].

Il procedimento del 1998[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 aprile 1998, a chiusura di un procedimento penale avviato dalle denunce presentate nel 1996 dai legali dei familiari di due delle due vittime civili dell'attacco partigiano, Luigi Iaquinti[28] e Giovanni Zuccheretti (procedimento che, già durante il suo svolgimento, era stato accompagnato da durissime polemiche[29][30]), il GIP Maurizio Pacioni del Tribunale di Roma dichiarò che l'attentato di via Rasella non fu «un legittimo atto di guerra», ma una strage perseguibile penalmente, concludendo tuttavia con un provvedimento di archiviazione poiché «l'attentato può essere configurato come una strage, ma rientra sotto l'amnistia emanata con il Regio decreto del 5 aprile 1944», in quanto il suo fine rispondeva all'obiettivo di «liberare l'Italia dai nazisti»[31].

I partigiani coinvolti nel procedimento - Rosario Bentivegna, Carla Capponi e Pasquale Balsamo - ricorsero, contestando fra l'altro la qualificazione dell'attentato come strage (anziché come atto legittimo di guerra). Con sentenza della Cassazione Penale, Sezione I Penale n. 1560 del 1999, la Corte accoglieva il ricorso e annullava l'archiviazione del reato per estinzione causa intervenuta amnistia, sostituendola con la non previsione del fatto come reato[32].

La controversia sulla foto[modifica | modifica wikitesto]

La pubblicazione della foto[modifica | modifica wikitesto]

La foto che ritrarrebbe i resti di Piero Zuccheretti

In prossimità dell'inizio del processo contro Erich Priebke, sui media italiani si aprì un vivace dibattito riguardante sia le responsabilità morali per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, sia la liceità e l'opportunità dell'attentato di via Rasella[33]. Vari organi di stampa, perlopiù di orientamento conservatore o revisionista, condussero un'accesa campagna d'opinione contro i gappisti che avevano compiuto l'attentato[34][35][36], talora anche basandosi su posizioni che ricalcavano le tesi difensive proposte dallo stesso Priebke[37].

Il 24 aprile 1996 il quotidiano "Il Tempo" pubblicò una fotografia che mostrava un tronco e una testa umana, sostenendo che si trattava dei resti mortali di Piero Zuccheretti. La foto accompagnava un articolo di Pierangelo Maurizio in cui veniva riportata una testimonianza di Giovanni Zuccheretti, fratello gemello di Piero. Giovanni sosteneva di aver ricevuto la fotografia qualche anno prima, da alcuni conoscenti; ipotizzava che, al momento dell'esplosione, il piccolo Piero fosse seduto sopra il carrettino contenente la bomba, e affermava che i partigiani l'avessero visto senza però fare nulla per salvarlo[38]. Altre fotografie ritraevano i presunti resti del corpo e una panoramica di via Rasella dopo l'esplosione, con - indicato da una freccia - il punto ove sarebbe stato ritrovato il corpo di Zuccheretti[39].

Il 26 aprile lo stesso quotidiano pubblicò un altro articolo di Pierangelo Maurizio contenente un'intervista a Gustavo Mayone, nipote di Leonardo Mayone che all'epoca dei fatti lavorava in via Rasella come tipografo. Leonardo sarebbe riuscito a sfuggire al rastrellamento tedesco dopo l'attentato, e avrebbe custodito per decenni le fotografie di cui sopra. Nell'intervista Gustavo Mayone affermava che suo zio Leonardo non gli aveva mai voluto confidare da chi avesse avuto quelle fotografie, scattate (a detta dello stesso Leonardo) da un suo amico fotografo[40].

Sempre su "Il Tempo" comparve una testimonianza di Guido Mariti, collega di Leonardo Mayone presso la tipografia in via Rasella. Secondo Guido Mariti, Herbert Kappler, poco dopo l'attentato, avrebbe dato ordine di scattare delle fotografie che sarebbero state immediatamente sviluppate in un laboratorio fotografico nella stessa via Rasella. Il fotografo, amico dello stesso Guido Mariti, avrebbe poi dato una copia delle fotografie a quest'ultimo, e un'altra copia a Leonardo Mayone, alla condizione che non le mostrassero mai ai genitori di Zuccheretti[41].

L'8 maggio successivo "Il Giornale" riprese la foto, in prima pagina e in grande formato, a corredo di un articolo di Francobaldo Chiocci[42] nel quale i gappisti venivano nuovamente accusati di aver proceduto con l'esecuzione dell'attentato nonostante avessero visto il bambino seduto sulla carretta con l'esplosivo[43], e si ipotizzava inoltre che i partigiani, «mentre fuggivano», avessero visto saltare in aria Piero Zuccheretti, «la testa staccata dal tronco»[44].

Secondo Alessandro Portelli, «la foto del bambino fatto a pezzi sul selciato è l'icona principale di questa campagna»[20].

Nel libro Operazione via Rasella, pubblicato nell'ottobre del 1996, Bentivegna e Cesare De Simone opinano che la foto del cadavere di Zuccheretti sia «probabilmente l'ennesimo falso. Infatti nella foto dei miseri resti umani si nota distintamente che i sampietrini della strada terminano contro il cordolo di un marciapiede; invece a via Rasella non vi erano marciapiedi, quel 23 marzo '44, come provano tutte le foto d'epoca»[45].

Frattanto la fotografia del cadavere veniva anche depositata agli atti del processo Priebke. All'udienza del 5 giugno 1997 testimoniò il figlio di Guido Volponi (uno dei rastrellati dai tedeschi in via Rasella dopo l'attentato, successivamente ucciso alle Fosse Ardeatine); il testimone affermò che la foto era autentica e dichiarò che, dopo l'eccidio delle Ardeatine, un fotografo aveva dato alla madre dello stesso teste quattro fotografie scattate in via Rasella subito dopo l'attentato, fra cui quella ritraente i resti di Zuccheretti (peraltro diversa dalle altre tre, in quanto non riportante la stampa del carattere Agfa e pertanto sviluppata su un diverso materiale)[46].

Lo storico Alessandro Portelli, che intervistò Giovanni Zuccheretti nel dicembre del 1997 - durante la preparazione di un saggio di storia orale sulle Fosse Ardeatine - testimonia nel suo libro che quest'ultimo, durante l'intervista, gli mostrò un'altra foto di Piero Zuccheretti; Portelli afferma di aver riscontrato la somiglianza fra il bambino ivi ritratto e il cadavere raffigurato nella foto di cui si discute l'autenticità[47].

Il processo per diffamazione[modifica | modifica wikitesto]

Per reagire alla campagna di stampa, Rosario Bentivegna, con atto di citazione notificato in data 14 giugno 1996, citò per danni presso il Tribunale di Milano il giornalista Chiocci, l'allora direttore de "Il Giornale" Vittorio Feltri e la casa editrice del quotidiano, la Società Europea di Edizioni S.p.A.[48]. Fra le asserzioni che Bentivegna contestava in quanto false e lesive per la sua reputazione vi erano quelle secondo cui i partigiani avessero visto Zuccheretti vicino alla bomba prima di accendere la miccia, e secondo cui il bersaglio dell'attacco gappista fosse costituito da vecchi soldati disarmati di cittadinanza italiana; inoltre Bentivegna riteneva insultante l'equivalenza morale fra lui e Priebke affermata da "Il Giornale"[49].

Con sentenza n. 6088 del 14 giugno 1999 il Tribunale di Milano respinse la richiesta di Bentivegna, affermando che gli articoli in questione rispettavano il diritto di cronaca e di critica[50]. Nella sentenza - fra l'altro - si affermava che «le condizioni del cadavere del bambino quali risultano anche dalle foto in atti della testa a terra, staccata dal tronco, sembrano giustificare la tesi della sua estrema prossimità al carretto contenente l'esplosivo»[51].

Contro tale sentenza, nell'ottobre del 1999, Bentivegna presentò ricorso alla Corte d'Appello di Milano. Richiestone da Bentivegna, lo storico Carlo Gentile ottenne dall'Archivio federale (Bundesarchiv) di Coblenza una serie di trentuno fotogrammi, scattati immediatamente dopo l'attentato da un tale Koch, fotografo del servizio di propaganda dell'esercito tedesco. Le immagini furono accolte come prova durante l'udienza dell'11 aprile 2000, assieme ad un appunto dello stesso Gentile. Fra tali immagini non vi erano però quelle pubblicate da "Il Giornale" e "Il Tempo", né Gentile riteneva che queste ultime potessero aver mai fatto parte del rullino conservato al Bundesarchiv: ciò anche in considerazione della «differenza sotto l'aspetto qualitativo tra le fotografie di Koch e quelle pubblicate sui due giornali italiani»[52]. Gentile concludeva il proprio appunto con una valutazione analoga a quella contenuta nel libro di Bentivegna e De Simone del 1996: «All'epoca dell'attentato non esisteva alcun marciapiede in quella strada. Poiché a pochi centimetri dal corpo dilaniato inquadrato nell'immagine in questione appare il cordolo di un marciapiede è a mio avviso del tutto improbabile che possa essere stata scattata a via Rasella il 23 marzo 1944»[53][54].

Capovolgendo l'esito della sentenza di primo grado, la Corte d'Appello, con sentenza in data 14 maggio-20 giugno 2003, accolse il ricorso di Bentivegna e condannò Chiocci, Feltri e la Società Europea di Edizioni S.p.A. a pagare allo stesso Bentivegna la somma di Euro 45.000,00 a titolo di risarcimento danni[55].

La Corte d'Appello rilevò, negli articoli di giornale in questione, una serie di affermazioni ritenute false e lesive dell'onorabilità di Bentivegna; in particolare: la foto del cadavere di Zuccheretti fu giudicata falsa; i soldati del Polizeiregiment Bozen non erano affatto disarmati e non è vero che avessero tutti la cittadinanza italiana; i caduti civili per l'attacco partigiano furono due e non sette; l'accusa della mancata presentazione era falsa. La Corte qualificò inoltre l'attacco partigiano come un legittimo atto di guerra contro un nemico straniero[56], e condannò la parificazione morale tra partigiani e nazisti e in particolare l'equiparazione tra Priebke e Bentivegna, in quanto gravemente lesiva dell'onorabilità personale e politica di quest'ultimo[55].

Contro la sentenza di appello, che dava loro torto, Feltri e la Società Europea di Edizioni S.p.A. proposero ricorso per cassazione. Con sentenza in data 6 agosto 2007 la Sezione III Civile della Corte di Cassazione respinse il ricorso, confermando in toto la sentenza d'appello che pertanto divenne cosa giudicata[56]. Secondo la Cassazione, una volta accertata «la falsificazione della fotografia, non vi era più alcuna possibilità di accertare in quale punto si trovasse il ragazzo e in quale preciso momento egli fosse comparso nel teatro dell'esplosione (rispetto al momento in cui era stata accesa la miccia)». La sentenza di Cassazione rigettava quindi - assumendo la falsità della fotografia - anche la ricostruzione della meccanica della morte di Piero Zuccheretti proposta da "Il Giornale"[57].

Opinioni sull'autenticità della foto[modifica | modifica wikitesto]

Le conclusioni di Carlo Gentile sulla falsità della foto sono state accolte dallo storico Robert Katz, sia nel suo libro Roma città aperta (2003)[58], sia nella prefazione alla sesta edizione di Morte a Roma (2004)[59].

Nel marzo 2009 un'inchiesta giornalistica pubblicata dal mensile "Storia in rete" (numero 41), ripresa dal quotidiano "Il Tempo" del 24 marzo 2009[60], contestò le valutazioni di Carlo Gentile sostenendo che il particolare identificato dallo studioso come «cordolo di un marciapiede» sarebbe invece la modanatura del basamento del palazzo di via Rasella, a circa un metro di distanza dall'incrocio con via delle Quattro Fontane. I poveri resti sarebbero quindi stati scagliati a una decina di metri a monte del luogo dell'esplosione, dato compatibile con le testimonianze che descrivevano i resti a «venti-trenta metri più in su»[9]; lo stato dell'immobile consente ancora oggi un utile raffronto con la fotografia (rispetto ad allora è stato solo realizzato un marciapiede asfaltato).

Raffronto tra la presunta fotografia dei resti di Zuccheretti e il tratto di via Rasella all'incrocio di via Quattro Fontane indicato dall'inchiesta di Storia in rete (foto del 2009)
Dettaglio della modanatura del palazzo
Uno scorcio del palazzo. Sotto la finestra al centro della foto si vede la modanatura.

Il giurista Giuseppe Tucci, in un libro pubblicato nell'ottobre 2012, ricostruendo la campagna stampa contro Bentivegna e giudicandola rivolta a delegittimare l'intera Resistenza romana, scrive fra l'altro: «A distinguersi, però, per i toni e per il cinismo con cui vengono alterati fatti ormai giuridicamente e storicamente accertati è "il Giornale", diretto da Vittorio Feltri, che già nel 1996 inizia la sua campagna, utilizzando persino fotografie raccapriccianti della testa di un bambino, morto accidentalmente il 23 marzo 1944 in via Rasella, che poi risultarono un vero e proprio falso»[61].

L'ultimo libro di memorie di Rosario Bentivegna[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2011 fu pubblicato il libro di memorie di Rosario Bentivegna Senza fare di necessità virtù, in cui l'ex gappista ricostruisce la campagna stampa contro di lui contemporanea al processo Priebke. Bentivegna giudica «piuttosto inverosimile» la versione a suo tempo proposta da Pierangelo Maurizio circa la provenienza della foto del cadavere di Zuccheretti[62], richiama la conclusione del documento processuale di Carlo Gentile circa la presenza in tale foto del «cordolo di un marciapiede»[63], e sostiene che vi siano ulteriori «elementi da considerare» che proverebbero la falsità della foto. Secondo Bentivegna, che menziona al riguardo una perizia redatta nel 1997 dal dott. Vero Vagnozzi (consulente di balistica forense presso il Tribunale di Roma)[64], «l'adolescente, vittima delle esplosioni, doveva verosimilmente trovarsi in prossimità dell'ordigno a una distanza di qualche metro dal punto di scoppio, com'era desumibile dalla smembratura del corpo e dalle tracce di bruciatura sui capelli». Immediatamente dopo lo scoppio della bomba fatta esplodere dai gappisti vi furono parecchie altre esplosioni, dovute alle bombe a mano che i soldati del "Bozen" portavano attaccate alla cintola. Conclude Bentivegna: «Figurarsi, dunque, se dopo tante esplosioni di quel tipo potessero essere mantenute quelle incredibili condizioni di conservazione fisiognomica di una parte del capo del povero Zuccheretti. L'immagine pubblicata da "Il Giornale" e da "Il Tempo" era dunque un evidente falso»[65].

Nel 2012, dopo la morte di Bentivegna, sulle pagine di "Storia in rete" il giornalista Gian Paolo Pelizzaro deplorò che, in Senza fare di necessità virtù, l'ex gappista non avesse fatto alcuna menzione dell'inchiesta circa l'autenticità della foto pubblicata dalla stessa rivista nel 2009, «rilanciata da "Il Tempo" e "Avvenire" e acquisita anche da Wikipedia in italiano», e definì l'ultimo libro di Bentivegna una «occasione mancata»[66].

Intitolazioni[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2017 il Comune di Tolentino gli ha dedicato una via[67].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fra questi Pierangelo Maurizio, Francobaldo Chiocci, Gian Paolo Pelizzaro.
  2. ^ Pietro Zuccheretti, twomblysrome.org. URL consultato il 1º febbraio 2015.
  3. ^ Intervista a Giovanni Zuccheretti, in Portelli 2012, p. 234.
  4. ^ Intervista a Giovanni Zuccheretti, in Portelli 2012, p. 49.
  5. ^ a b Intervista a Giovanni Zuccheretti, in Portelli 2012, p. 233.
  6. ^ Intervista a Giovanni Zuccheretti, in Portelli 2012, pp. 99-100.
  7. ^ Atto di Morte n° 583 del 30 marzo 1944
  8. ^ Portelli 2012, p. 195.
  9. ^ a b "Ore 15 del 23 marzo 1944: un carrettino da spazzini carico di morte", di Silvio Bertoldi dal "Corriere della Sera" del 29 giugno 1997, archiviostorico.corriere.it. URL consultato il 13-04-2010.. Umberto Ferrante - tipografo rastrellato dai tedeschi subito dopo l'esplosione - ricorda: «Appena usciti dalla tipografia, con le mani alzate, ci trovammo davanti a una scena che non dimenticherò mai. Il tronco di quel bambino era stato scaraventato a metà della salita; venti-trenta metri più su di Palazzo Tittoni»: Portelli 2012, p. 198.
  10. ^ Pierangelo Maurizio, Via Rasella cinquant'anni di menzogne, pp. 17 e 18.
  11. ^ "Bimbo ucciso in via Rasella". Gli ex partigiani: sciacallaggio montato ad arte, dal Corriere della Sera del 9 maggio 1996, archiviostorico.corriere.it. URL consultato il 12-04-2010.
  12. ^ Bentivegna-De Simone 1996, p. 30. Paolo ed Elena erano i nomi di battaglia, rispettivamente, di Rosario Bentivegna e di Carla Capponi.
  13. ^ Portelli 2012, p. 100.
  14. ^ Portelli 2012, pp. 194-5.
  15. ^ Pasquale Balsamo, Tutta Roma onorerà domani la memoria dei suoi 335 martiri (PDF), in l'Unità, 23 marzo 1954.
  16. ^ Portelli 2012, p. 195.
  17. ^ Cesare De Simone, Roma città prigioniera. I 271 giorni dell'occupazione nazista (8 settembre '43 - 4 giugno '44), Milano, Mursia, 1994, p. 113 n.
  18. ^ fra. gri., Corona di fiori per via Rasella, in La Stampa, 16 maggio 1996.
  19. ^ «La propaganda nemica diffuse la voce che civili, residenti o di passaggio, erano stati coinvolti nell'azione di via Rasella. Non risulta, dalle fonti storiche consultate, che in via Rasella vi siano stati caduti civili. La stessa furibonda reazione dei nazisti, immediatamente successiva all'azione dei partigiani, non sembra che abbia portato alla morte di alcun civile [...]. - All'Ufficio Anagrafico del Comune di Roma, alle date 23, 24 e 25 marzo 1944, non risultano decessi attribuibili all'azione di via Rasella»: Bentivegna 1983, p. 172 n.
  20. ^ a b c d Portelli 2012, p. 327.
  21. ^ «Il signor Angelo Baldi è l'unico civile italiano rimasto ferito nell'esplosione di via Rasella di cui si trovi traccia nei registri degli ospedali romani e, dunque, probabilmente il solo causato dalla vampata [...] I morti, invece, furono due. L'anatomopatologo dell'università, il professor Attilio Ascarelli [...] venne incaricato dai tedeschi di ricomporre le salme smembrate dei soldati morti a via Rasella. Nella sua relazione finale, Ascarelli scriverà che oltre ai militari aveva trovato "parti di corpo umano" appartenenti "con tutta probabilità" a un vecchio e a una bambina. - Dell'uomo non si è mai riusciti con certezza a stabilire l'identità. La "bambina" della relazione di Ascarelli non era una femminuccia, ma un ragazzino. Si chiamava Pietro Zuccheretti e aveva 13 anni»: Bentivegna-De Simone 1996, pp. 29-30.
  22. ^ Citato in Portelli 2012, p. 328. Il necrologio è erroneamente datato al 26 marzo.
  23. ^ Portelli 2012, pp. 233-5.
  24. ^ Portelli 2012, p. 327; Portelli precisa che in seguito Bentivegna corresse l'errore, menzionando Zuccheretti nel libro di R. Bentivegna e C. De Simone, Operazione via Rasella. Verità e menzogne, Roma, Editori Riuniti, 1996: Portelli 2012, p. 437.
  25. ^ Portelli 2012, p. 328.
  26. ^ a b La deposizione dell'on. Amendola, in La Stampa, 19 giugno 1948.
  27. ^ Tribunale militare territoriale di Roma, sentenza 20 luglio 1948. Il passo è citato in Portelli 2012, p. 437, ove si rileva che la sentenza si trova in appendice ad Attilio Ascarelli, Le Fosse Ardeatine, Anfim, Roma 1992, p. 123. Ascarelli, anatomopatologo dell'Università di Roma, a partire dal luglio 1944 curò l'esumazione e il riconoscimento delle vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.
  28. ^ Nipote del partigiano di Bandiera Rossa Antonio Chiaretti. Cfr. [1]
  29. ^ R. I., Scalfaro: un giudice non processa la storia, in Corriere della Sera, 29 giugno 1997.
  30. ^ Franco Coppola, 'Sì, cancellano la Resistenza', in la Repubblica, 29 giugno 1997.
  31. ^ Via Rasella fu una strage ma per liberare l'Italia, "La Repubblica" 16 aprile 1998, repubblica.it. URL consultato il 12-04-2010.
  32. ^ Cass. Pen., Sezione I Penale n. 1560 del 1999: "Attentato di Via Rasella in Roma del 23 marzo 1944"
  33. ^ Resta e Zeno-Zencovich 2013, p. 871.
  34. ^ Katz 2009, pp. 384-5.
  35. ^ Bentivegna 2011, p. 349.
  36. ^ Resta e Zeno-Zencovich 2013, p. 871, nota 88.
  37. ^ Tucci 2012, p. 335.
  38. ^ Katz 2009, pp. 385 e 457 n. Katz osserva che nel titolo dell'articolo Giovanni Zuccheretti afferma con sicurezza che Piero fosse seduto sopra il carrettino, ma dal testo dell'articolo stesso si evince invece che si tratta di una mera congettura.
  39. ^ Bentivegna 2011, p. 354.
  40. ^ Pierangelo Maurizio, Parla Gustavo Mayone: così mio zio, tipografo, ha custodito le immagini delle vittime civili, in "Il Tempo", 26 aprile 1996, citato in Bentivegna 2011, pp. 354-5. Nelle sue memorie Bentivegna afferma di aver invitato (a seguito della pubblicazione dei due articoli citati) a casa propria Pierangelo Maurizio, e che in tale occasione il giornalista avrebbe esibito allo stesso Bentivegna l'«originale ingiallito» della foto ritraente il cadavere di Zuccheretti: Bentivegna 2011, p. 355.
  41. ^ Pierangelo Maurizio, Ho visto morire quel bambino, in "Il Tempo", citato in Pelizzaro 2009, p. 43, ove la data di pubblicazione di tale articolo di Maurizio è indicata nel 26 aprile 1996. Tale data è invece indicata nel 3 maggio 1996 in Bentivegna 2011, p. 355 n.
  42. ^ Francobaldo Chiocci, I partigiani della strage di via Rasella non si fermarono davanti a un bimbo, in Il Giornale, 8 maggio 1996.
  43. ^ Il gappista di via Rasella: "polemica di sciacalli", "la Repubblica", 9 maggio 1996.
  44. ^ Francobaldo Chiocci, art. cit., citato in Katz 2009, pp. 385-6 e 457-8 n. In nota Katz osserva che il particolare secondo cui i gappisti avrebbero visto Piero Zuccheretti seduto sul carrettino è desunto dalle supposizioni di Giovanni Zuccheretti contenute nel sopra citato articolo pubblicato su "Il Tempo" del 24 aprile 1996, mentre Francobaldo Chiocci «è l'unico inventore della scena hollywoodiana in cui i partigiani vedono volare i pezzi del corpo e la testa mentre se ne stacca».
  45. ^ Bentivegna-De Simone 1996, p. 118.
  46. ^ Bentivegna 2011, pp. 361-2.
  47. ^ Portelli 2012, p. 437: «Giovanni Zuccheretti, fratello di Piero, mi ha mostrato una foto di quest'ultimo, che mi è parsa somigliante al bambino nella foto in discussione».
  48. ^ Corte di cassazione, Sezione III civile, Sentenza 6 agosto 2007, n. 17172.
  49. ^ Resta e Zeno-Zencovich 2013, p. 873.
  50. ^ Bentivegna 2011, p. 366.
  51. ^ Sentenza del Tribunale di Milano n. 6088 del 14 giugno 1999, citata in Pelizzaro 2009.
  52. ^ Appunto di Carlo Gentile, citato in Pelizzaro 2009.
  53. ^ Bentivegna 2011, pp. 366-7.
  54. ^ Pelizzaro 2009.
  55. ^ a b Decisione del 14 maggio-20 giugno 2003 della Corte d'Appello di Milano, citata nella sentenza 6 agosto 2007, n. 17172 della Sezione III civile della Corte di cassazione.
  56. ^ a b Resta e Zeno-Zencovich 2013, p. 874.
  57. ^ «Numerose circostanze esposte dal giornalista [...] non erano rispondenti al vero. - Tra questi elementi, la Corte individuava [...] la falsificazione della fotografia della testa (staccata dal tronco) dell'adolescente tredicenne, la cui morte in conseguenza dell'attentato di via Rasella nessuno poneva più in discussione. - La rappresentazione fotografica della testa del ragazzo era stata molto sottolineata nell'articolo del Chiocci, ove, sia pure a mezzo delle dichiarazioni rese dal fratello, si argomentava (prospettando anche la cosa come vera) che gli attentatori ed in particolare proprio il Bentivegna avevano preferito non spegnere la miccia, pur avendo visto il ragazzo che necessariamente - dati gli effetti della esplosione sul suo corpo - doveva essere appoggiato o seduto sopra la carretta della spazzatura dove erano collocati gli ordigni esplosivi. - Accertata la falsificazione della fotografia, non vi era più alcuna possibilità di accertare in quale punto si trovasse il ragazzo ed in quale preciso momento egli fosse comparso nel "teatro" dell'esplosione (rispetto al momento in cui era stata accesa la miccia)»: Corte di cassazione, Sezione III civile, Sentenza 6 agosto 2007, n. 17172, eius.it. URL consultato il 05-09-2017.
  58. ^ Katz 2009, p. 457.
  59. ^ Robert Katz, Morte a Roma, il Saggiatore, sesta edizione, 2004.
  60. ^ Pierangelo Maurizio, "Via Rasella e il giallo della foto del bimbo falciato", "Il Tempo", 24 marzo 2009, iltempo.it. URL consultato il 05-09-2017.
  61. ^ Tucci 2012, p. 335.
  62. ^ Bentivegna 2011, p. 355.
  63. ^ Bentivegna 2011, p. 367.
  64. ^ La perizia risulta conservata nel fondo Rosario Bentivegna presso il Senato della Repubblica: cfr. Michela Ponzani, Inventario del fondo Rosario Bentivegna 1944-2012, p. 18.
  65. ^ Bentivegna 2011, p. 368.
  66. ^ Pelizzaro 2012.
  67. ^ Comune di Tolentino, Intitolazione nuove vie, 14 marzo 2017.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]