Sandro Pertini

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Sandro Pertini
Pertini ritratto.jpg

Presidente della Repubblica Italiana
Durata mandato 9 luglio 1978 –
29 giugno 1985
Primo ministro Giulio Andreotti
Francesco Cossiga
Arnaldo Forlani
Giovanni Spadolini
Amintore Fanfani
Bettino Craxi
Predecessore Giovanni Leone
Successore Francesco Cossiga

Presidente della Camera dei deputati
Durata mandato 5 giugno 1968 –
4 luglio 1976
Predecessore Brunetto Bucciarelli-Ducci
Successore Pietro Ingrao

Segretario del Partito Socialista Italiano
Durata mandato 2 agosto 1945 - 18 dicembre 1945
Predecessore Pietro Nenni
Successore Rodolfo Morandi

Deputato dell'Assemblea Costituente
Gruppo
parlamentare
Socialista
Circoscrizione CUN
Incarichi parlamentari
  • Membro della giunta delle elezioni (26 giugno 1946 – 31 gennaio 1948)
  • Membro della commissione per la Costituzione (19 luglio 1946 – 25 luglio 1946)
  • Membro della commissione degli "undici" (19 febbraio 1947 – 19 aprile 1947)
Sito istituzionale

Senatore della Repubblica Italiana
Senatore a vita
Durata mandato 29 giugno 1985 –
24 febbraio 1990
Legislature I, IX, X (fino al 24/02/1990)
Gruppo
parlamentare
Partito Socialista Italiano
Incarichi parlamentari
  • Presidente del Gruppo PSI (8 maggio 1948 – 24 giugno 1953)
  • Membro della giunta delle elezioni (8 maggio 1948 – 24 giugno 1953)
  • Membro della terza Commissione permanente (Affari esteri e colonie) (17 giugno 1948 – 6 luglio 1948)
  • Membro della quarta Commissione permanente (Difesa) (7 luglio 1948 – 4 agosto 1948)
  • Presidente della quarta Commissione permanente (Difesa) (5 agosto 1948 – 24 giugno 1953)
  • Membro della Commissione speciale ddl funerali e tumulazione V.E. Orlando (3 dicembre 1952 – 5 gennaio 1953)
  • Membro della Commissione di vigilanza sulle condizioni dei detenuti negli stabilimenti carcerari (5 aprile 1949 – 20 ottobre 1949)
  • Membro del Gruppo PSI (29 giugno 1985 – 1º luglio 1987)
  • Membro terza Commissione permanente (Affari esteri) (9 luglio 1985 – 1º luglio 1987)
  • Presidente provvisorio del Senato (2 luglio 1987 – 2 luglio 1987)
  • Membro del Gruppo PSI (9 luglio 1987 – 24 febbraio 1990)
  • Membro terza Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione) (1º agosto 1987 – 27 settembre 1989)
  • Membro terza Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione) (27 settembre 1989 – 24 febbraio 1990)
Sito istituzionale

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature II, III, IV, V, VI, VII (fino al 07/07/1978)
Gruppo
parlamentare
PSI
Circoscrizione Genova - Imperia - La Spezia - Savona
Incarichi parlamentari
Presidente della Camera dei deputati (5 giugno 1968 – 25 maggio 1976)
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Unitario, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Partito Socialista Italiano
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza e in scienze sociali
Università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
Professione avvocato, giornalista
Firma Firma di Sandro Pertini
« Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà.[1] »
(Sandro Pertini)

Alessandro Giuseppe Antonio[2] Pertini, detto Sandro (San Giovanni di Stella, 25 settembre 1896Roma, 24 febbraio 1990), è stato un politico, giornalista e partigiano italiano.

Fu il settimo Presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985, secondo socialista (dopo Giuseppe Saragat[3]) e unico esponente del PSI a ricoprire la carica.

Durante la prima guerra mondiale, Pertini combatté sul fronte dell'Isonzo, e per diversi meriti sul campo gli fu conferita una medaglia d'argento al valor militare nel 1917. Nel primo dopoguerra aderì al Partito Socialista Unitario di Filippo Turati e si distinse per la sua energica opposizione al fascismo. Perseguitato per il suo impegno politico contro la dittatura di Mussolini, nel 1925 fu condannato a otto mesi di carcere, e quindi costretto all'esilio in Francia per evitare l'assegnazione per 5 anni al confino. Continuò la sua attività antifascista anche all'estero e per questo, dopo essere rientrato sotto falso nome in Italia nel 1929, fu arrestato e condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato prima alla reclusione e successivamente al confino.

Solo nel 1943, alla caduta del regime fascista, fu liberato. Contribuì a ricostruire il vecchio PSI fondando insieme a Pietro Nenni e Lelio Basso il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Il 10 settembre 1943 artecipò alla battaglia di Porta San Paolo nel tentativo di difendere Roma dall'occupazione tedesca. Divenne in seguito una delle personalità di primo piano della Resistenza e fu membro della giunta militare del Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del PSIUP. A Roma fu catturato dalle SS e condannato a morte; riuscì a salvarsi evadendo dal carcere di Regina Coeli assieme a Giuseppe Saragat e ad altri cinque esponenti socialisti grazie a un intervento dei partigiani delle Brigate Matteotti. Nella lotta di Resistenza fu attivo a Roma, in Toscana, Val d'Aosta e Lombardia, distinguendosi in diverse azioni che gli valsero una medaglia d'oro al valor militare. Nell'aprile 1945 partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l'insurrezione di Milano e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e gli altri gerarchi fascisti.

Nell'Italia repubblicana fu eletto deputato all'Assemblea Costituente per i socialisti, quindi senatore nella prima legislatura e deputato in quelle successive, sempre rieletto dal 1953 al 1976. Ricoprì per due legislature consecutive, dal 1968 al 1976, la carica di Presidente della Camera dei deputati, infine fu eletto Presidente della Repubblica Italiana l'8 luglio 1978.

Andando spesso oltre il "basso profilo" tipico del ruolo istituzionale ricoperto, il suo mandato presidenziale fu caratterizzato da una forte impronta personale che gli valse una notevole popolarità, tanto da essere ricordato come il "presidente più amato dagli italiani".[4][5][6]

Come Capo dello Stato conferì l'incarico a sei Presidenti del Consiglio: Giulio Andreotti (del quale respinse le dimissioni di cortesia presentate nel 1978), Francesco Cossiga (1979-1980), Arnaldo Forlani (1980-1981), Giovanni Spadolini (1981-1982), Amintore Fanfani (1982-1983) e Bettino Craxi (1983-1987).

Nominò cinque senatori a vita: Leo Valiani nel 1980, Eduardo De Filippo nel 1981, Camilla Ravera nel 1982 (prima donna senatrice a vita), Carlo Bo e Norberto Bobbio nel 1984; infine nominò tre Giudici della Corte costituzionale: nel 1978 Virgilio Andrioli, nel 1980 Giuseppe Ferrari e nel 1982 Giovanni Conso.

In qualità di Presidente della Repubblica nel 1979 conferì, per la prima volta dal 1945, il mandato di formare il nuovo governo a un esponente laico, il repubblicano Ugo La Malfa, incaricando quindi, con successo, nel 1981, il segretario del PRI Giovanni Spadolini (primo non democristiano ad assumere la guida del governo dal 1945), e nel 1983 il segretario del PSI Bettino Craxi (primo uomo politico socialista a essere nominato presidente del Consiglio nella storia d'Italia).

Durante e dopo il periodo presidenziale non rinnovò la tessera del PSI, al fine di presentarsi al di sopra delle parti, pur senza rinnegare il suo essere socialista. Del resto, lasciato il Quirinale al termine del suo mandato presidenziale e rientrato in Parlamento come senatore a vita di diritto, si iscrisse al Gruppo senatoriale del Partito Socialista Italiano.

Indice

Nascita e formazione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Giuseppe Antonio Pertini, detto "Sandro", nacque a Stella[7] alle ore 17:00 di venerdì 25 settembre 1896[2] da una famiglia benestante (il padre Alberto Gianandrea, nato a Savona il 26 gennaio 1853 e morto giovane a Stella il 16 maggio 1908, era proprietario terriero), quarto di cinque fratelli arrivati all'età adulta (su tredici): il primogenito Giuseppe Luigi Pietro, detto "Gigi", nato a Savona il 16 gennaio 1882[8] e morto nella stessa città il 2 febbraio 1975, pittore; Maria Adelaide Antonietta, detta "Marion", nata a Stella il 3 ottobre 1898[9] e deceduta a Genova il 4 aprile 1981, che sposò il diplomatico italiano Aldo Tonna; Giuseppe Luigi, detto "Pippo", nato a Stella l'8 agosto 1890[10] e ivi morto il 27 agosto 1930, ufficiale di carriera; ed Eugenio Carlo, detto "Genio", nato a Stella il 19 ottobre 1894[11], il quale, durante la seconda guerra mondiale, fu deportato nel campo di concentramento di Flossenbürg, dove morì il 20 aprile 1945.

Sandro, in piedi, con la madre, il padre, la sorella Marion e il fratello Eugenio

Sandro Pertini, molto legato alla madre Maria Giovanna Adelaide Muzio, nata a Savona il 20 dicembre 1854 e morta a Stella il 31 gennaio 1945, fece i primi studi presso il collegio dei salesiani "Don Bosco" di Varazze, poi al Liceo Ginnasio "Gabriello Chiabrera" di Savona, dove ebbe come professore di filosofia Adelchi Baratono, socialista riformista e collaboratore di Critica Sociale di Filippo Turati, che contribuì ad avvicinarlo agli ambienti del movimento operaio ligure[12]. Del professor Baratono Pertini conserverà un insegnamento al quale rimarrà fedele:

« Se non vuoi mai smarrire la strada giusta resta sempre a fianco della classe lavoratrice nei giorni di sole e nei giorni di tempesta. »
(Discorso del Presidente Pertini ai lavoratori dell'Italsider. Savona, 20 gennaio 1979[13][14])

Scoppiata la Grande Guerra, nel novembre 1915 fu chiamato alle armi e assegnato alla 1ª Compagnia Automobilisti del 25º reggimento di artiglieria da campagna di stanza a Torino, dove giunse il 2 dicembre.

Pertini aspirante ufficiale del Regio Esercito alla Scuola Mitraglieri Fiat di Brescia.

Seppur in possesso della licenza ginnasiale, prestò inizialmente servizio come soldato semplice, essendosi rifiutato, come molti altri socialisti neutralisti del periodo, di fare il corso per ufficiali. Il 7 aprile 1917, tuttavia, venne inviato sul fronte dell'Isonzo e, a seguito di una direttiva del generale Cadorna che obbligava i possessori di titolo di studio a prestare servizio come ufficiali, frequentò il corso a Peri di Dolcè.[15]

Venne dunque inviato a combattere in prima linea come sottotenente di complemento, distinguendosi per alcuni atti di eroismo: per aver guidato, nell'agosto del 1917, un assalto al monte Jelenik durante la battaglia della Bainsizza gli fu conferita la medaglia d'argento al valor militare

Tuttavia, dopo la guerra non gli fu consegnata la decorazione: il regime fascista occultò tale merito a causa della sua militanza antifascista[16].

Nell'ottobre 1917 partecipò alla rotta di Caporetto, di cui avrebbe sempre serbato un ricordo vivissimo. Dopo aver trascorso l'ultimo anno del conflitto nel settore del Pasubio, durante il quale venne anche nominato tenente, il 4 novembre 1918 fece ingresso a Trento alla testa del suo plotone di mitraglieri. Dopo aver prestato servizio ancora per qualche mese in Dalmazia, Pertini fu congedato nel marzo 1920.

Nel settembre 1919 aveva intanto conseguito la maturità classica, come privatista, presso il Liceo "Gian Domenico Cassini" di Sanremo.

Dopo aver sostenuto dodici esami alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Genova, nel marzo 1923, ventiseienne, si iscrisse alla stessa facoltà nell'ateneo di Modena: qui sostenne in tre mesi i rimanenti sei esami.

Si laureò il 12 luglio 1923, con punteggio 105/110, con la tesi L'industria siderurgica in Italia[17].

Si trasferì in seguito a Firenze, ospite del fratello Luigi Giuseppe, e si iscrisse all'Istituto di Scienze sociali "Cesare Alfieri", conseguendo il 2 dicembre 1924 la seconda[18] laurea, in Scienze sociali, con una tesi dal titolo La cooperazione[19] e la votazione finale di 84/110.

L'adesione al socialismo e le prime lotte antifasciste[modifica | modifica wikitesto]

Pertini nei primi anni venti del XX secolo.

Non è chiara l'epoca di adesione di Pertini al Partito Socialista Italiano.

Secondo quanto riportato in diverse sue biografie (quella pubblicata nel sito web dell'Associazione Sandro Pertini[20], quella pubblicata nel sito web della Fondazione Pertini[21] e quella pubblicata nel sito web del Circolo Sandro Pertini di Genova[22]), egli, già nel 1918, al termine del primo conflitto mondiale, si iscrisse al Partito socialista italiano presso la federazione di Savona. Inoltre (sempre secondo quanto riportato nei siti web della Fondazione Pertini e del Circolo Pertini di Genova), nel 1919 sarebbe stato eletto consigliere a Stella nella lista socialista. Avrebbe poi partecipato, nel 1921, in qualità di delegato della federazione savonese, al XVII congresso del PSI a Livorno, nel corso del quale si verificò la scissione comunista, e, quindi, il 1º ottobre 1922, sarebbe stato uno dei promotori della costituzione del PSU, assieme a Filippo Turati, Giacomo Matteotti e Claudio Treves.

I registri dei verbali del Consiglio Comunale di Stella testimoniano però che Pertini venne eletto consigliere comunale di quella località il 24 ottobre 1920, facendo egli parte di una lista composta da esponenti dell'Unione Liberale Ligure, dell'Associazione Liberale Democratica, del Partito dei Combattenti e del Partito Popolare Italiano. Come testimoniato ancora da quei documenti, egli rimase in carica fino alla primavera del 1922, epoca in cui rassegnò le dimissioni.[23] In base a ciò, si deve quindi escludere che egli possa aver partecipato al XVII Congresso del PSI di Livorno.[24]

Sempre nel 1920 Pertini aveva fondato a Stella la locale sezione dell’Associazione Nazionale Combattenti, divenendone il primo Presidente: un incarico che avrebbe ricoperto fino al maggio del 1922, succedendogli poi suo fratello Pippo.[25]

Tra il 1923 e il 1924, entrato in contatto a Firenze con gli ambienti dell'interventismo democratico e socialista vicini a Gaetano Salvemini, ai fratelli Rosselli e a Ernesto Rossi, avrebbe preso parte, in quel periodo, alle iniziative del movimento di opposizione al fascismo "Italia Libera", al quale si sarebbe iscritto il 9 agosto 1924 presso la sezione di Savona, salvo poi iscriversi, appena 9 giorni dopo, il 18 agosto 1924, al Partito Socialista Unitario, presso la federazione di Savona, sull'onda dell'emozione e dello sdegno per il ritrovamento, due giorni prima, del cadavere di Giacomo Matteotti, che di quel partito era il Segretario.

Il CESP - Centro Espositivo "Sandro Pertini" di Firenze riporta, tra i vari documenti pubblicati nel proprio sito web[26], il testo della lettera del giugno 1924 (non è indicato il gorno) che Pertini inviò da Firenze all'avv. Diana Crispi, Segretario della Sezione Unitaria di Savona:

« Mio ottimo amico. Ho la mano che mi trema, non so se per il grande dolore o per la troppa ira che oggi l'animo mio racchiude. Non posso più rimanere fuori dal vostro partito, sarebbe vigliaccheria. Pertanto, pronto ad ogni sacrificio, anche a quello della mia stessa vita, con ferma fede, alimentata oggi dal sangue del grande Martire dell'idea socialista, umilmente ti chiedo di farmi accogliere nelle vostre file. Questo ti chiedo dalla terra che diede al delitto il sicario Dumini, per la seconda volta indegna patria di Dante, che, se tra noi tornasse, nuovamente se n'andrebbe fuggiasco, ma volontario, non più per le contrade d'Italia, trasformate oggi in "bolgie caine", bensì oltre i confini, dopo averne ancora una volta ripetuto agli uomini con più disgusto e più amarezza, l'accorata invettiva: «ahi! serva Italia di dolore ostello nave senza nocchiero in gran tempesta non donna di provincia ma bordello». Ti chiedo ancora di volermi rilasciare la Tessera con la sacra data della scomparsa del povero Matteotti [16 agosto 1924 – N.d.E.]: questo potrai facilmente concedermi tu, che sai come da lungo tempo il mio animo nel suo segreto gelosamente custodisca, come purissima religione, la idea socialista. La sacra data suonerà sempre per me ammonimento e comando. E valga il presente dolore a purificare i nostri animi rendendoli maggiormente degni del domani, e la giusta ira a rafforzare la nostra fede, rendendoci maggiormente pronti per la lotta non lontana. Raccogliamoci nella memoria del grande Martire attendendo la nostra ora. Solo così vano non sarà tanto sacrificio. Ti stringo caramente la mano.

tuo Sandro Pertini »

Comunque siano andate le cose, è certo che a partire dall'estate del 1924 Pertini fu iscritto al Partito Socialista Unitario di Filippo Turati, di ispirazione riformista.

Ostile al regime fascista fin dall'inizio, per la sua attività politica fu bersaglio di aggressioni squadriste: il suo studio di avvocato a Savona fu devastato più volte[27], mentre in un'altra occasione fu picchiato perché indossava una cravatta rossa, oppure ancora per aver deposto una corona di alloro dedicata alla memoria di Giacomo Matteotti[28].

Il 22 maggio 1925, Pertini venne arrestato per aver distribuito un opuscolo clandestino, stampato a sue spese, dal titolo Sotto il barbaro dominio fascista[15], in cui denunciava le responsabilità della monarchia verso l'instaurazione del regime fascista, le illegalità e le violenze del fascismo stesso, nonché la sfiducia nell'operato del Senato del Regno, composto in maggioranza da filofascisti, chiamato a giudicare in Alta Corte di Giustizia l'eventuale complicità del generale Emilio De Bono riguardo all'omicidio di Giacomo Matteotti.

In seguito a questo, fu aperto a suo nome un fascicolo al Casellario Politico Centrale[29] e venne accusato di «istigazione all'odio tra le classi sociali» secondo l'articolo 120 del Codice Zanardelli, oltre che dei reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa della irresponsabilità del re per gli atti di governo.

Nell'interrogatorio dopo l'arresto, in quello condotto dal procuratore del Re e all'udienza pubblica davanti al Tribunale di Savona, Pertini rivendicò il proprio operato assumendosi ogni responsabilità e dicendosi disposto a proseguire nella lotta contro il fascismo e per il socialismo e la libertà, qualunque fosse la condanna.[30]

Il 3 giugno 1925 fu condannato a otto mesi di detenzione e al pagamento di un'ammenda per i reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa regia, ma fu assolto per l'accusa di istigazione all'odio di classe. La condanna non attenuò la sua attività, che riprese appena liberato.

Nel novembre 1926, dopo il fallito attentato di Anteo Zamboni a Mussolini, come altri antifascisti in tutta Italia, fu oggetto di nuove violenze da parte dei fascisti (il 31 ottobre 1926, dopo un comizio, durante un'aggressione di squadristi gli era stato spezzato il braccio destro[22]) e si trovò costretto ad abbandonare Savona per riparare a Milano. Il 4 dicembre 1926, in applicazione delle cosiddette leggi eccezionali "fascistissime", Pertini, definito «un avversario irriducibile dell'attuale Regime», venne assegnato dalla Commissione provinciale di Genova al confino di polizia per cinque anni, il massimo della pena previsto dalla legge.[31]

L'esilio in Francia[modifica | modifica wikitesto]

1926 - Lorenzo De Bova, Filippo Turati, Carlo Rosselli, Sandro Pertini e Ferruccio Parri a Calvi in Corsica dopo la fuga in motoscafo da Savona.

Per sfuggire alla cattura, nell'autunno del 1926, espatriò clandestinamente in Francia assieme a Filippo Turati, con un'operazione organizzata da Carlo Rosselli e Ferruccio Parri, con l'aiuto, tra gli altri, di Adriano Olivetti[32]. La fuga avvenne con una traversata su un motoscafo guidato da Italo Oxilia[33] partito da Savona la sera dell'11 dicembre, e giunto nel porto di Calvi, in Corsica, la mattina successiva; gli altri componenti del gruppo sarebbero stati invece arrestati e processati al loro rientro in Italia, mentre Pertini e Turati furono condannati in contumacia a dieci mesi di arresto ciascuno[34].

Pertini in esilio a Nizza, con i compagni di lavoro.

Dopo aver passato alcuni mesi a Parigi, si stabilì definitivamente a Nizza nel febbraio 1927, mantenendosi con lavori diversi (dal manovale al muratore e fino alla comparsa cinematografica), e divenne un esponente di spicco tra gli esiliati, svolgendo attività di propaganda contro il regime fascista, con scritti e conferenze, nonché partecipando alle riunioni della Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo e a quelle della Concentrazione Antifascista[35].

Nell'aprile del 1928 impiantò, in un villino preso in affitto a Èze, vicino Nizza, una stazione radio clandestina allo scopo di mantenersi in corrispondenza con i compagni in Italia, per potere comunicare e ricevere notizie; ottenne i fondi dalla vendita di una sua masseria in Italia. Scoperto dalla polizia francese, subì un procedimento penale e fu condannato a un mese di reclusione, pena poi sospesa con la condizionale, dietro il pagamento di un'ammenda[36].

Il suo esilio francese terminò nella primavera del 1929, quando il 22 marzo partì da Nizza e, dopo essere passato per Parigi, dove si incontrò con i massimi dirigenti della Concentrazione antifascista, e per Ginevra, dove si recò presso l'abitazione dell'esponente repubblicano Giuseppe Chiostergi e frequentò anche l'anarchico Camillo Berneri, munito di passaporto falso recante la sua fotografia e intestato al nome del cittadino svizzero Luigi Roncaglia, fattogli avere da Randolfo Pacciardi, varcò la frontiera dalla stazione di Chiasso nel pomeriggio del 26 marzo 1929, e rientrò in Italia.

Lo storico massone Aldo Mola afferma che durante l'esilio in Francia Pertini ebbe rapporti con l'obbedienza massonica del Grande Oriente d'Italia in esilio, ma la notizia di una sua eventuale affiliazione non trova riscontro nella documentazione archivistica concernente la permanenza di Pertini in Francia, né nella pubblicistica coeva, né, infine, nella letteratura storica sull'esilio francese del futuro presidente della Repubblica.[37]

Il rientro in Italia, la cattura, il carcere e il confino[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe ed Eugenio Pertini

Non si conosce molto dei fratelli di Pertini, tuttavia su due di essi, Giuseppe ed Eugenio, la cui vicenda si sviluppa appunto tra gli anni dell'antifascismo e della Resistenza, Sandro Pertini gettò una luce in una famosa intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973.[38] Giuseppe Pertini, fratello maggiore di Sandro, fu ufficiale di carriera durante la prima guerra mondiale. Nel 1923 si iscrisse al Partito Fascista; tra i due fratelli si produsse così una frattura che si ricompose parzialmente solo nel 1925, dopo il primo arresto di Sandro. Dopo il secondo arresto, nel 1926, Giuseppe abbandonò il fascismo. Di lì a poco sarebbe morto, di infarto, a 41 anni: "di crepacuore" dirà in seguito Pertini.

Eugenio Pertini
Eugenio Pertini, quasi coetaneo di Sandro, era sempre stato molto legato a lui. Ancora giovane emigrò in America per lavoro, per tornare durante il periodo di prigionia del fratello. Un giorno del 1944 gli giunse la notizia (falsa) che Sandro era stato fucilato a Forte Boccea[39]. In seguito a ciò Eugenio si iscrisse al Partito Comunista ed entrò nella Resistenza; arrestato mentre attaccava dei manifesti contro i nazisti fu portato prima nel campo di transito di Bolzano e quindi a Flossenbürg, dove morì, fucilato, il 20 aprile del 1945.[40]

Il suo scopo era quello di riorganizzare le file del partito socialista e stabilire contatti con gli altri partiti antifascisti, tra cui i democratici di "Nuova Libertà".

In contatto con gli antifascisti della "Concentrazione", visitò Novara, Torino, Genova, La Spezia, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Bologna, Roma, Firenze e Napoli, ed alla fine, nelle relazioni inviate a Parigi, comunicò che era possibile potenziare la rete socialista. Conclusione diversa da quella pessimista di Fernando De Rosa, che aveva viaggiato attraverso la penisola prima di lui.[41]

Si recò in seguito a Milano per progettare un attentato alla vita di Mussolini, ed incontrò a questo scopo l'ingegner Vincenzo Calace che, come dichiarò in seguito, «gli confidò di essere in grado di costruire bombe a orologeria ad alto potenziale». Il progetto prevedeva di servirsi delle fognature sotto Palazzo Venezia, ma fu scartato poiché attraverso amici di Ernesto Rossi si scoprì che erano sorvegliate e protette da allarmi. Pertini tentò comunque di proseguire nel suo intento: incontrò a Roma il socialista Giuseppe Bruno per raccogliere informazioni e, una volta rientrato a Milano, fissò un incontro con Rossi.[42] Il 14 aprile 1929 andò a Pisa per incontrarlo ma, in corso Vittorio Emanuele (attuale corso Italia), fu riconosciuto per caso da un esponente fascista di Savona, tale Icadio Saroldi, e fu quindi arrestato da un piccolo gruppo di camicie nere[36][43][44][45].

Pertini ha così ricordato una delle sue giornate di carcere all'ergastolo di Santo Stefano

Targa dedicata al Presidente Pertini sull'isola di Santo Stefano

«La sveglia suona: è l'alba. Dal mare giunge un canto d'amore, da lontano il suono delle campane di Ventotene. Guardo il cielo, azzurro come non mai, senza una nuvola, e d'improvviso un soffio di vento mi investe, denso di profumo dei fiori sbocciati durante la notte. È l'inizio della primavera. Quei suoni, e il profumo del vento, e il cielo terso, mi danno un senso di vertigine.
Ricado sul mio giaciglio. Acuto, doloroso, mi batte nelle vene il rimpianto della mia giovinezza che giorno per giorno, tra queste mura, si spegne.
La volontà lotta contro il doloroso smarrimento. È un attimo: mi rialzo, mi getto l'acqua gelida in viso. Lo smarrimento è vinto, la solita vita riprende: rifare il letto, pulire la cella, far ginnastica, leggere, studiare...».[46][47]
Il carcere di Santo Stefano come si presenta oggi

Il 30 novembre 1929 fu condannato dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato a dieci anni e nove mesi di reclusione e a tre anni di vigilanza speciale, per aver «svolto all'estero attività tali da recare nocumento agl'interessi nazionali», nonché per «contraffazione di passaporto straniero»[35]. Durante il processo Pertini rifiutò di difendersi, non riconoscendo l'autorità di quel tribunale e considerandolo solo un'espressione di partito, esortando invece la corte a passare direttamente alla condanna già stabilita. Durante la pronuncia della sentenza si alzò gridando: «Abbasso il fascismo! Viva il socialismo!»[22].

Fu internato nel carcere dell'isola di Santo Stefano, ma dopo poco più di un anno di detenzione, il 10 dicembre 1930, fu trasferito, a causa delle precarie condizioni di salute, alla casa penale di Turi. A causare il trasferimento non fu estranea una campagna di proteste e denunce all'estero, in particolare in Francia, dopo che alcune notizie sulla sua salute erano trapelate all'esterno, grazie ad alcuni compagni di carcere comunisti[48].

A Turi, unico socialista recluso, condivise la cella con Athos Lisa e Giovanni Lai. Conobbe inoltre Antonio Gramsci, al quale fu stretto da grande amicizia e ammirazione intellettuale e dalla condivisione delle sofferenze della reclusione: ne divenne confidente, amico e sostenitore. Pertini stesso fu anche autore di diverse proteste e lettere finalizzate ad alleviare le condizioni carcerarie cui era sottoposto Gramsci[22].

Nel novembre del 1931 fu trasferito presso il sanatorio giudiziario di Pianosa ma, nonostante il trasferimento, le sue condizioni di salute non migliorarono ancora, al punto che la madre, spinta da amici e conoscenti che le descrissero il figlio in gravi condizioni di salute, presentò domanda di grazia alle autorità. Pertini, non riconoscendo l'autorità fascista e quindi il tribunale che lo aveva condannato, si dissociò pubblicamente dalla domanda di grazia con parole molto dure, sia per la madre che per il presidente del Tribunale Speciale[22][49].

« Perché mamma, perché? Qui nella mia cella di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna - quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso che tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l'amore, che io sento per la mia idea?[50] »

Durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa, si verificò, tra gli altri, un grave scontro tra lui e l'agente di custodia Antonio Cuttano la mattina del 1º ottobre 1932, per cui sarebbe stato condannato dalla pretura di Portoferraio, il 9 novembre 1933, alla pena di 9 mesi e 24 giorni di reclusione per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, oltre al pagamento delle spese processuali. La pena venne quindi confermata in secondo grado dal Tribunale di appello di Livorno il 16 febbraio 1934, e infine, in via definitiva, dalla seconda sezione penale della Corte di Cassazione il 30 gennaio 1935.

Nel corso della sua permanenza in carcere, Pertini intrattenne inoltre una fitta corrispondenza epistolare con la sua fidanzata dell'epoca Matilde Ferrari, oltreché con la madre Maria Muzio e il suo avvocato di fiducia Gerolamo Isetta.

Il 10 settembre 1935, dopo sei anni di prigione, venne trasferito a Ponza come confinato politico[51] e il 20 settembre 1940, pur avendo ormai scontato la sua condanna, giudicato «elemento pericolosissimo per l'ordine nazionale», venne riassegnato al confino per altri cinque anni da trascorrere a Ventotene[52] dove incontrò, tra gli altri, Altiero Spinelli, Umberto Terracini, Pietro Secchia, Ernesto Rossi, Luigi Longo, Mauro Scoccimarro, Camilla Ravera e Riccardo Bauer. Durante il periodo del confino subì un altro processo per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, ma, per la prima volta da quando il fascismo era andato al potere, fu assolto dal Tribunale di Napoli, presieduto dal giudice Giuseppe Ricciulli, il 17 giugno 1937, perché il fatto non sussisteva, oltre che da altre imputazioni minori per insufficienza di prove. L'11 settembre 1941, dietro sua richiesta, fu condotto a Savona, presso le locali carceri giudiziarie, per poter riabbracciare l'anziana madre.

A Ventotene Pertini si interessò inoltre alle condizioni di salute di alcuni compagni di confino. Il 3 maggio 1942, ad esempio, inoltrò un esposto all'Ufficio confino politico del Ministero dell'Interno per lamentarsi della scarsa assistenza sanitaria prestata dalle autorità a Ernesto Bicutri[53][54], affetto da una grave forma di tubercolosi, di cui chiese inutilmente il trasferimento presso un sanatorio.

Nel 1938, gli fu dedicata la tessera del PSI, assieme a Rodolfo Morandi e a Antonio Pesenti, prigionieri anche loro nelle carceri fasciste[55].

La Resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Resistenza italiana.

A Roma, prima e dopo l'8 settembre[modifica | modifica wikitesto]

La liberazione dal confino di Ventotene[modifica | modifica wikitesto]

Riacquistò la libertà solo il 13 agosto 1943, pochi giorni dopo la caduta del fascismo. Inizialmente il provvedimento di scarcerazione del governo Badoglio aveva escluso i confinati comunisti e anarchici[56].
Pertini si adoperò quindi per ottenere in breve tempo anche la loro liberazione, prima inviando dall'isola, assieme agli altri membri del Comitato dei confinati (tra i quali Altiero Spinelli, Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro) un telegramma a Badoglio[57], poi, una volta a Roma, assieme a Bruno Buozzi, assillando le autorità governative:

« Un giorno il direttore [del confino di Ventotene, il commissario Marcello Guida, che diventò poi Questore di Milano e che Pertini, divenuto presidente della Camera, nel 1970 si rifiuterà di incontrare - N.d.E.] mi mandò a chiamare: «Ho una bella notizia per voi. E' arrivato un telegramma che dispone per la vostra liberazione». «Grazie», dissi, «però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi». Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini e altri mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, e così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni.

Li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio.
Minacciammo uno sciopero generale, e l'argomento li convinse. »

(Sandro Pertini[58])

Si recò quindi a Stella a trovare la madre:

« Quando arrivò l'ultimo [confinato - N.d.E] di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Stava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. «Che cosa fa, signora?» le domandavano. «Aspetto Sandro», rispondeva[58]. »
« Mi fermai a casa sua tre giorni e poi tornai a Roma. Fu quella l’ultima volta che la vidi[59]. »

La partecipazione alla nascita del PSIUP[modifica | modifica wikitesto]

Poi ritornò subito a Roma, per contribuire alla ricostruzione del partito socialista e riprendere la lotta antifascista; il 23 agosto partecipò infatti alla fondazione del PSIUP - Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, nato dall'unione del PSI con il MUP, con Pietro Nenni come segretario.[60]

Il 25 fu eletto con Carlo Andreoni vicesegretario, per occuparsi dell'organizzazione militare del partito a Roma. In seguito fece parte, per conto del PSIUP, della giunta militare del CLN con Giorgio Amendola (PCI), Riccardo Bauer (PdA), Giuseppe Spataro (DC), Manlio Brosio (PLI) e Mario Cevolotto (DL).

La partecipazione agli scontri di Porta San Paolo[modifica | modifica wikitesto]

Il 10 settembre partecipò ai combattimenti contro i tedeschi a Porta San Paolo per la difesa di Roma, insieme al dirigente sindacale Bruno Buozzi[61], i futuri ministri Emilio Lussu, Mario Zagari e Giuliano Vassalli, Giuseppe Gracceva (futuro comandante delle Brigate Matteotti di Roma) e Alfredo Monaco[58][62].

Anche per tale azione, verrà conferita a Pertini la medaglia d'oro al valor militare.

L'arresto e l'evasione dal cercere di Regina Coeli con Giuseppe Saragat[modifica | modifica wikitesto]

Sandro Pertini e Giuseppe Saragat in una foto del 1979. I due esponenti socialisti, futuri Presidenti della Repubblica, furono fatti evadere il 24 gennaio 1944 dal carcere romano di Regina Coeli da un gruppo delle Brigate Matteotti.

Dopo l'occupazione tedesca di Roma, entrò in clandestinità. Il 15 ottobre, al termine di una riunione del direttivo del PSIUP, venne catturato dalle SS assieme a Giuseppe Saragat e ad altri esponenti socialisti. Entrambi furono condannati a morte per la loro attività partigiana, ma la sentenza non venne eseguita grazie all'audace azione dei partigiani delle Brigate Matteotti che, il 24 gennaio 1944, permise la loro fuga dal carcere di Regina Coeli.

L'azione, dai connotati rocamboleschi, fu ideata e diretta da Peppino Gracceva e Giuliano Vassalli; quest'ultimo e Massimo Severo Giannini avevano lavorato fino all'8 settembre, come avvocati, nella Procura presso il Tribunale militare di Roma e avevano mantenuto contatti con impiegati e funzionari. Con l'aiuto di diversi partigiani socialisti: il giovane avvocato Filippo Lupis, Peppino Sapiengo, Vito Maiorca, Luciano Ficca[63] e, dall'interno della prigione, Ugo Gala, Alfredo Monaco, medico del carcere, e sua moglie Marcella Ficca[64], si riuscì per prima cosa a far passare l'incartamento processuale contro Saragat e Pertini dalla giustizia militare tedesca a quella italiana e, quindi, a far passare i detenuti dal 3° "braccio" tedesco del carcere al 6° "braccio" italiano. Dirà Giuseppe Saragat: «Si rifletta che da quel braccio si usciva in un modo solo: per andare di fronte al plotone di esecuzione. Qualche volta si poteva uscire già morti per le percosse subite dagli aguzzini durante gli interrogatori. Se Pertini e io ne siamo usciti miracolosamente in un terzo modo – e fu caso unico – è faccenda che non riguarda né Pertini né me, ma un gruppo di valorosi partigiani che rischiarono la loro vita per salvare la nostra.»[65].

Vennero poi realizzati dei falsi ordini di scarcerazione per la liberazione dei due leader socialisti e dei loro coimputati (a conferma dell'ordine arrivò anche una falsa telefonata dalla questura, fatta dall'avv. Lupis con l'aiuto di Marcella Ficca). I due membri dell’Esecutivo del PSIUP furono dunque scarcerati insieme a Luigi Andreoni, Torquato Lunedei, Ulisse Ducci, Luigi Allori e Carlo Bracco.[66]
Pertini stesso narrò in seguito questi fatti nelle sue memorie[67] e in un'intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973[38].

La complessa preparazione dell'operazione segreta fu descritta su un numero dell'Avanti! edito a Roma dopo la liberazione della città il 4 giugno 1944[68]; il quotidiano socialista descrisse nei particolari la «evasione da “Regina Coeli di Alessandro Pertini e Giuseppe Saragat (membri dell’Esecutivo del Partito Socialista) e di cinque altri compagni. Dalla metà di ottobre 1943, da quando i nostri compagni erano stati catturati dai segugi di Bernasconi[69] (a cui in quell’occasione per puro caso era sfuggito Pietro Nenni), essi giacevano a “Regina Coeli”». Quindi, secondo l'Avanti!, i protagonisti della fuga dal carcere furono sette e tutti appartenenti al Partito socialista.

Sicuramente conosciuto come militante socialista era Ulisse Ducci, un antifascista di lungo corso, nominato da Bruno Buozzi fiduciario sindacale per la provincia di Piombino, nel corso di un incontro all’albergo "Moderno" di Roma nel periodo dei "quarantacinque giorni" del primo Governo Badoglio. Tornato a Piombino, Ducci partecipò alla battaglia che i militari italiani e la popolazione civile ingaggiarono il 10 settembre 1943 contro l’occupazione tedesca della città. Fuggito poi a Roma nell’ottobre del 1943, redasse una relazione sulla battaglia di Piombino che voleva consegnare a Pertini e Buozzi. Il manoscritto fu ritrovato dalla polizia nazifascista, dopo che una spia non solo era riuscita a individuare Ducci ma, attraverso di lui, a giungere all’arresto di Pertini, Saragat ed altri[70]. Ducci nascondeva però un trascorso da collaboratore dell’OVRA[71]. Interrogato dai militari fascisti, Ducci non solo confessò il motivo della sua venuta a Roma, ma in cambio di una ricompensa monetaria, poi regolarmente versata alla moglie, si disse disponibile ad aiutare la polizia «nella ricerca di Nenni e di Buozzi»[72]. Secondo lo storico Gabriele Mammarella[73], «allo stato attuale delle ricerche non è dato sapere quanto effettivamente questa offerta di collaborazione di Ducci si sia concretizzata. Nondimeno, data l’evoluzione dei fatti, è estremamente improbabile che abbia avuto seguito.. In compenso, messo a disposizione della polizia nazista, Ducci collaborò anche con la Gestapo, non lesinando di rivelare i retroscena dei colloqui avuti con Buozzi nell’agosto precedente»[74].

Di Luigi Andreoni l'Avanti! riferisce che il suo nome risultava assieme a quelli di Pertini e Saragat come cointestario del fascicolo processuale presso il Tribunale militare italiano che Massimo Severo Giannini e Giuliano Vassalli provvedettero a visionare[75], il che fa propendere per un suo ruolo nell'organizzazione clandestina del PSIUP, forse anche per una sua possibile parentela con il vice-segretario del partito, Carlo Andreoni.

Quanto a Carlo Bracco il quotidiano socialista riferisce che, dopo la scarcerazione, «Pertini, Saragat e Bracco riprendevano immediatamente il loro posto di combattimento affrontando di nuovo senza tregua i pericoli della cospirazione e della Resistenza»,

Quanto a Torquato Lunedei, l'Avanti! dichiara che egli fu «arrestato perché scambiato per Nenni e unito poi al processo degli altri come socialista», il che lascerebbe pensare che, pur trattandosi di un antifascista, egli non appartenesse al PSIUP.

Nella sua intervista alla Fallaci, Pertini parla solo di sei “scarcerati” e definisce gli altri quattro antifascisti (oltre a se stesso e a Saragat) come quattro ufficiali badogliani, aggiungendo che dovette impuntarsi per farli uscire insieme a lui e Saragat e che quando Nenni lo seppe avrebbe sbottato: Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c'è abituato».[76].
Data l'autorevolezza della fonte, in molti siti si parla di cinque ufficiali badogliani, riprendendo la qualificazione politica indicata da Pertini, ma correggendo il numero dei fuggitivi, con quello effettivo. Non è dato comprendere il motivo delle dichiarazioni di Pertini: semplice “poca memoria”, dato il lungo tempo trascorso dagli eventi rievocati? Eliminazione dal novero degli antifascisti liberati di quell'Ulisse Ducci, ambigua figura di socialista doppiogiochista? Non conoscenza del fatto che i cinque ufficiali badogliani erano in realtà compagni socialisti come li qualifica l'Avanti! edito poco dopo la liberazione di Roma?

Una cosa è certa: l'evasione dal carcere dei sette antifascisti salvò con tutta probabilità la loro vita: non v'è dubbio infatti che, se ancora detenuti alla data del 24 marzo 1944, i loro nominativi sarebbero stati inclusi nell'elenco dei Todeskandidaten (condannati a morte o colpevoli di reati passibili di condanna a morte) da fucilare per rappresaglia alle Fosse Ardeatine.

L'attività di responsabile militare del PSIUP e i rapporti con Giorgio Amendola[modifica | modifica wikitesto]

In una lettera del 2 marzo 1944 indirizzata al centro dirigente del PCI di Milano[77], Giorgio Amendola riferì che i rapporti dei socialisti con il PCI in quella fase non erano buoni. Amendola scrisse che il patto di unità d'azione tra i due partiti era allora «del tutto inoperante». Tra le varie condotte che i socialisti rimproveravano ai comunisti, il dirigente comunista elencò: «quando incontriamo tra i socialisti resistenze all'azione non sappiamo transigere e temporeggiare e procediamo per conto nostro». Secondo Amendola le rimostranze dei socialisti «non sono valide e non rispondono a realtà». Scrisse inoltre che Sandro Pertini, responsabile militare del PSIUP, «mordeva il freno» e, «geloso delle prove crescenti di capacità e di audacia date dai Gap, chiese che si concordasse un'azione armata unitaria».

Pertanto, si iniziò a progettare un'azione militare congiunta fra Gap comunisti e Brigate Matteotti socialiste per il 23 marzo 1944, venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci italiani di combattimento, avvenuta il 23 marzo 1919. Per l'occasione i fascisti – sotto la guida del segretario locale del Partito Fascista Repubblicano (PFR), Giuseppe Pizzirani – avevano programmato una grande adunata a Roma presso il Teatro Adriano in piazza Cavour, dove avrebbe tenuto un discorso il cieco di guerra Carlo Borsani e da cui poi sarebbe dovuto partire un corteo diretto al palazzo dell'ex ministero delle Corporazioni in via Veneto. In base all'accordo tra Pertini ed Amendola fu dunque previsto che il corteo fascista sarebbe stato attaccato in due punti diversi dai GAP e da una squadra delle Brigate Matteotti socialiste. Secondo Amendola[78], il percorso del corteo fu diviso in due settori, assegnando ai socialisti quello iniziale (da piazza Cavour a via del Corso) e ai GAP quello finale. Al contrario, secondo Franco Calamandrei[79] e Carla Capponi[80], sarebbero stati i GAP a colpire in piazza Cavour, con un ordigno esplosivo uguale a quello poi usato in via Rasella che, trasportato in una carrozzina per bambini da Carla Capponi, sarebbe stato fatto esplodere tra i fascisti all'uscita dal teatro. L'azione fu poi cancellata quando giunse la notizia che il generale tedesco Kurt Mälzer, comandante militare della piazza di Roma, prevedendo la possibilità di un attentato analogo a quello messo in atto dai GAP in via Tomacelli il 10 marzo, aveva annullato il corteo fascista, disponendo che tutte le celebrazioni si tenessero al chiuso nell'ex ministero delle Corporazioni.

Dopo che si seppe dai giornali che i fascisti il 23 marzo non avrebbero sfilato[81], i GAP decisero di colpire in quel giorno un reparto tedesco, l'11ª Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment "Bozen", composto da 156 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, che, quasi quotidianamente, intorno alle due del pomeriggio attraversava in colonna il centro della Capitale, di ritorno dall'addestramento al poligono di tiro di Tor di Quinto, diretta al Palazzo del Viminale (già sede del Ministero dell'Interno) dove era acquartierato. Il "Bozen" era formato da altoatesini arruolati nella polizia dopo che, nell'ottobre 1943, la provincia di Bolzano era stata occupata dai tedeschi e inserita nella cosiddetta Zona d'operazioni delle Prealpi, sulla quale la sovranità della RSI era nominale. Il "Bozen" rappresentava per i gappisti un bersaglio relativamente facile[82] ed era già stato individuato come destinatario di un possibile attentato.

Le reazioni di Pertini all'attentato di via Rasella[modifica | modifica wikitesto]

Pertanto, il 23 marzo ebbe luogo, ad opera di partigiani gappisti, l'attentato di via Rasella contro una compagnia di militari tedeschi del Polizeiregiment "Bozen", che causò trentatré caduti. Il giorno successivo i tedeschi eseguirono per rappresaglia l'eccidio delle Fosse Ardeatine, uccidendo 335 uomini tra prigionieri politici, ebrei e persone rastrellate a caso nei dintorni di via Rasella.

Amendola[83] affermò, come diversi altri protagonisti della vicenda, che l'attentato di via Rasella fosse stato solo un'«azione di riserva», decisa a seguito dell'impossibilità di colpire il corteo fascista il 23 marzo. Tuttavia, dal diario di Calamandrei emerge che in realtà l'attacco al "Bozen" fu pianificato in maniera completamente autonoma, risultando eseguito il giorno dell'anniversario dei Fasci del tutto casualmente[84]. Secondo Mario Fiorentini[85], tre gappisti si erano appostati a via Rasella per colpire il "Bozen" già in «un pomeriggio della seconda settimana di marzo», ma avevano dovuto rinunciare all'attacco a causa della mancata apparizione della colonna in quel giorno e nei successivi.

Diversamente dall'attacco programmato contro il corteo fascista, nessun altro membro della giunta militare del CLN fu preventivamente informato del progetto dell'attacco al "Bozen", tantomeno Pertini. In seguito Amendola attribuì la mancata comunicazione del piano alla consuetudine ed a «ragioni di sicurezza cospirativa»[86]. Alberto ed Elisa Benzoni ritengono invece che il piano, per i rischi di rappresaglia che comportava, «non poteva assolutamente essere comunicato agli altri perché non poteva in alcun modo essere da loro condiviso»[87].

Ad attentato realizzato, Amendola scrisse che Pertini era «furioso», ma solo «per non essere stato messo al corrente del progetto dell'azione di riserva»[88].

Nel pomeriggio del 26 marzo si riunì la giunta militare del CLN, nel bel mezzo della crisi che da febbraio attraversava l'organismo politico e che, proprio la mattina del 24 marzo, aveva spinto il suo presidente Ivanoe Bonomi a rassegnare le dimissioni, sospettando che le sinistre stessero preparando un governo rivoluzionario[89]. Secondo le memorie di Giorgio Amendola, durante la riunione egli chiese che fosse emanato un comunicato che, oltre a condannare l'eccidio delle Fosse Ardeatine, rivendicasse l'azione partigiana in Via Rasella. Quest'ultima proposta trovò l'opposizione del delegato della Democrazia Cristiana, Giuseppe Spataro, il quale contestò l'opportunità dell'attentato e, al contrario, chiese un comunicato di dissociazione, proponendo inoltre che ogni futura azione fosse preventivamente approvata dalla giunta. Nell'«aspra discussione» che ne scaturì, Amendola replicò che, nel caso in cui la proposta democristiana fosse stata approvata, i comunisti sarebbero stati «costretti a prendere la [loro] libertà d'azione, anche a costo di uscire dal CLN». Poiché le deliberazioni venivano prese solo all'unanimità, nessuna delle due mozioni fu approvata, cosicché Amendola dichiarò «con una certa indignazione» che i comunisti si sarebbero autonomamente assunti – «con fierezza» – la responsabilità dell'attentato. La rivendicazione del PCI avvenne su l'Unità clandestina del 30 marzo tramite un comunicato dei GAP scritto da Mario Alicata (datato 26 marzo), in cui tra l'altro si affermava che, in risposta al «comunicato bugiardo ed intimidatorio del comando tedesco», le azioni gappiste a Roma non sarebbero cessate «fino alla totale evacuazione della capitale da parte dei tedeschi»[90].

Su sollecitazione del segretario socialista Pietro Nenni, il 31 marzo Bonomi accettò di scrivere a nome del CLN «una nota di indignazione e di protesta» verso la strage delle Fosse Ardeatine. Il comunicato fu il risultato di un compromesso trovato dopo una serie di riunioni, discussioni e proposte di mediazioni, delle quali in mancanza di documentazione non è mai stato possibile ricostruire l'andamento. Sebbene comparve sulla stampa clandestina a metà aprile, per nascondere l'esitazione e il dissenso interni era retrodatato al 28 marzo[91]. Definito l'attentato «un atto di guerra di patrioti italiani», il comunicato del CLN vedeva nell'eccidio «l'estrema reazione della belva ferita che si sente vicina a cadere», alla quale le «forze armate di tutti i popoli liberi», ossia gli eserciti alleati avanzanti, avrebbero presto inferto «l'ultimo colpo», senza alcun riferimento alla prosecuzione delle azioni partigiane invocata dal comunicato comunista.

Vari ex partigiani socialisti, tra cui Matteo Matteotti e Leo Solari, negli anni novanta hanno sostenuto che all'epoca Pertini, in due riunioni con alti dirigenti del suo partito alla fine di marzo e alla fine di aprile 1944 (poco prima della sua partenza per il nord), avrebbe duramente criticato l'azione come espressione di avventurismo irresponsabile. In particolare, Matteotti (all'epoca segretario della Federazione Giovanile Socialista e membro di una formazione armata socialista comandata da Eugenio Colorni) ha dichiarato che Pertini era contrario ad attaccare un reparto militare tedesco, temendo «che ci fossero delle rappresaglie sproporzionate rispetto all'efficacia dell'azione», ed era favorevole ad organizzare una manifestazione di protesta davanti alla sede de Il Messaggero per il rispetto della città aperta, in modo che «il coraggio della gente si potesse manifestare con una chiara protesta contro le truppe occupanti, ma con l'intento di non arrivare ad uno scontro armato»[92][93]. Tali testimonianze sembrano trovare riscontro nella lettera della direzione romana del PCI datata 30 marzo 1944, nella quale è scritto (secondo Alberto ed Elisa Benzoni[94] riferendosi «con ogni probabilità» a Pertini) che il delegato socialista aveva «assunto un atteggiamento inqualificabile di protesta e disapprovazione».

Nelle sue dichiarazioni pubbliche Pertini si attenne alla posizione ufficiale assunta dal CLN (peraltro su proposta del Segretario del suo partito), preoccupato «dall'esigenza di difendere l'unità antifascista in una vicenda marcata dall'ombra terribile delle Ardeatine»[95].

Nel 1948 nel corso del processo contro il colonnello delle SS Herbert Kappler per la strage delle Fosse Ardeatine, Amendola, Pertini e l'azionista Riccardo Bauer, in qualità di allora responsabili militari rispettivamente del PCI, del PSIUP e del Partito d'Azione, dichiararono che l'attentato di via Rasella era stato conforme alle «direttive di carattere generale» della giunta militare[96].

Nuovamente, nel 1983, mentre ricopriva la carica di Presidente della Repubblica, Pertini dichiarò: «Le azioni contro i tedeschi erano coperte dal segreto cospirativo. L'azione di via Rasella fu fatta dai Gap comunisti. Naturalmente io non ne ero al corrente. L'ho però totalmente approvata quando ne venni a conoscenza. Il nemico doveva essere colpito dovunque si trovava. Questa era la legge della guerra partigiana. Perciò fui d'accordo, a posteriori, con la decisione che era partita da Giorgio Amendola».[97].

Paradossalmente, proprio le dichiarazioni pubbliche di Pertini sulla legittimità dell'attentato, sulla cui opportunità pure nutriva personalmente dubbi e remore, gli valsero l'infondata attribuzione di un suo coinvolgimento nella decisione dell'azione gappista.

Nel 1949 alcuni familiari di vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine intentarono una causa civile per danni contro gli esecutori dell'attentato di via Rasella Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei, Carlo Salinari, Carla Capponi, e contro Giorgio Amendola, Sandro Pertini e Riccardo Bauer, considerati, in quanto responsabili militari, rispettivamente, del Partito Comunista Italiano, del PSIUP e del Partito d'Azione, ispiratori e organizzatori dell'attentato[98]. Il Tribunale di Roma, con sentenza in data 26 maggio-9 giugno 1950, respinse la richiesta di risarcimento e riconobbe che l'attentato «fu un legittimo atto di guerra», per cui «né gli esecutori né gli organizzatori possono rispondere civilmente dell'eccidio disposto a titolo di rappresaglia dal comando germanico»[99]. Con sentenza in data 5 maggio 1954, la Corte d'Appello civile di Roma confermò la sentenza di primo grado.[100]. Con sentenza emanata in data 11 maggio 1957 e pubblicata il successivo 2 agosto, la Corte di Cassazione ribadì il carattere di legittima azione di guerra dell'attentato, disattendendo la tesi dei ricorrenti secondo i quali non avrebbe potuto trattarsi di atto di guerra in quanto all'epoca Roma era città aperta[101].

L'affermazione circa una corresponsabilità di Pertini nella decisione di realizzare l'attentato gli è stata poi ricorrentemente rivolta in maniera polemica dai suoi avversari politici: nel 1982, in seguito alla consegna di due medaglie al valor militare a Rosario Bentivegna (una d'argento e una di bronzo, conferitegli nel 1950), la stampa di destra accusò Pertini di aver ordinato l'attentato[102] (riprendendo tale versione da un libro di Attilio Tamaro del 1950).

Durante un dibattito parlamentare sul processo penale agli ex gappisti nel 1997, anche il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick del governo Prodi dichiarò, erroneamente: «L'azione di via Rasella fu decisa dal Comando dei gruppi di azione patriottica di Roma, che aveva come dirigenti persone della statura di Sandro Pertini e di Giorgio Amendola, tra i padri della patria»[103].

La contrarietà alla "svolta di Salerno"[modifica | modifica wikitesto]

Assieme a Ugo La Malfa (allora esponente del Partito d'Azione) Pertini fu uno strenuo oppositore della svolta di Salerno rispetto alla pregiudiziale repubblicana.[104]

Poco prima della cattura di Bruno Buozzi (avvenuta il 13 aprile 1944), il comunista Giorgio Amendola registrò quello che risulta essere l’ultimo parere politico espresso dal vecchio riformista prima della sua morte. Erano i primi di aprile. Amendola e Pertini si incontrarono in Via Po. La discussione si fece subito accesa. Sintetizzando la posizione prevalente nel Partito socialista, Pertini dichiarò la sua netta contrarietà alle nuove posizione espresse dai comunisti in seguito alla "svolta di Salerno". «Mentre urlavamo – ricorda Amendola – si avvicinò Buozzi, proveniente da piazza Quadrata [attuale piazza Buenos Aires - N.d.E.] . "Ma siete pazzi – ci investì – gridate come ossessi, vi si sente da piazza Quadrata". Informato dell’oggetto della discussione, disse che l’iniziativa di Togliatti gli era sembrata saggia e che egli si augurava che si concludesse in modo positivo. "Vedi – esclamò Sandro – solo i riformisti vi danno ragione", e si allontanò senza salutare»[105].

Quella di Pertini era peraltro la posizione, sia pure con diverse sfumature, di tutto il gruppo dirigente del PSIUP, ignaro delle decisioni assunte nella conferenza di Teheran (28 novembre - 1º dicembre 1943), nella quale i "tre grandi" iniziarono a prefigurare la divisione delle sfere d'influenza delle tre grandi potenze in Europa[106], e quindi convinto della possibilità di una evoluzione in senso socialista della lotta di Liberazione e del nuovo assetto istituzionale dell'Italia.

Dalla liberazione di Roma a quella di Firenze[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio del 1944, Pertini si diresse a Milano con Guido Mazzali per partecipare attivamente alla Resistenza come membro della giunta militare centrale del CLNAI e con l'intento politico di riorganizzare il partito socialista e la propaganda clandestina nelle regioni settentrionali[22].

Nel luglio del 1944, dopo la liberazione di Roma, venne richiamato da Nenni nella capitale. Gli ordini erano di mettersi in contatto, a Genova, con il monarchico Edgardo Sogno che lo avrebbe messo in contatto con gli alleati per farlo rientrare a Roma con un volo dalla Corsica. La situazione tuttavia si complicò: arrivato a Genova non trovò l'imbarcazione per raggiungere la Corsica, quindi cercò di attivarsi con Sogno per una soluzione alternativa[107].

Firenze, via Ghibellina 109, la casa in cui fu nascosto Sandro Pertini

Pertini, che aveva dei contatti con i partigiani di La Spezia, partì per la città ligure con l'intento di trovare lì il mezzo adatto al viaggio. E così fu, ma occorreva aspettare qualche giorno.

Tornò a Genova, ma venne a sapere che Sogno aveva già trovato un motoscafo ed era partito con altre persone per la Corsica lasciandolo al suo destino. Pertini si trovò quindi abbandonato, in territorio occupato, con una condanna a morte pendente e, nella sua Liguria, facilmente riconoscibile, con l'ordine di rientrare a Roma.

Decise di riparare nuovamente a La Spezia per cercare comunque di raggiungere la capitale: riuscì ad ottenere, da un industriale che riforniva i tedeschi, un lasciapassare per raggiungere Prato, dopodiché da solo raggiunse Firenze a piedi.[107]

Firenze, Via ghibellina 109. La targa ricorda che nella casa fu nascosto Sandro Pertini

A Firenze si mise in contatto con il professore Gaetano Pieraccini, nel suo studio di via Cavour, grazie al quale riuscì a trovare rifugio in via Ghibellina 109, presso la famiglia Bartoletti.

L'11 agosto prese parte agli scontri per la liberazione della città, organizzando l'azione del partito socialista e la stampa delle prime copie dell'Avanti!:

« Mi rivedo così tra il luglio e l'agosto 1944 alla vigilia dell'insurrezione, in Firenze, dove il mio destino mi aveva portato... Lo stato di emergenza dichiarato dai tedeschi, disumano ed implacabile, durava ormai da più di una settimana. Le rappresaglie naziste si succedevano alle rappresaglie, le fucilazioni alle fucilazioni, la vita diventava ogni giorno più dura e più difficile; le speranze si spegnevano nei nostri cuori; molti di noi si sentivano già nell'ombra della morte. Quel martirio sembrava non avere più fine, quando improvvisamente all'alba dell'undici agosto, la "Martinella" - il vecchio campanone di Palazzo Vecchio - suonò a distesa; risposero festose tutte le campane di Firenze. Era il segnale della riscossa. Scendemmo, allora, tutti i piazza; i fratelli nostri d'oltre Arno passarono sulla destra, i partigiani scesero dalle colline, la libertà finalmente splendeva nel cielo di Firenze. Ci mettemmo subito al lavoro; tutti i compagni si prodigavano in modo commovente. Il nostro fu il primo Partito a pubblicare un manifesto rivolto alla cittadinanza e pensammo di fare uscire immediatamente l'Avanti! sotto la direzione del compagno Albertoni... Nel pomeriggio dell'undici agosto noi tutti uscimmo dalla sede del Partito di via San Gallo con pacchi di Avanti! ancora freschi di inchiostro e ci trasformammo in strilloni. L'Avanti! andò a ruba. Ricordo un vecchio operaio. Mi venne incontro con le braccia tese chiedendomi con voce tremante un Avanti!. Il suo volto, splendente di una luce che si irradiava dal suo animo, sembrava improvvisamente ringiovanire. Preso l'Avanti! se lo portò alla bocca, baciò la testata piangendo come un fanciullo. Sembrava un figlio che dopo anni di forzata lontananza ritrova la madre[108]. »

Il rientro al Nord e la liberazione di Milano[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Caduta della Repubblica Sociale Italiana e Morte di Mussolini.

Arrivato a Roma capì presto che la sua presenza era inutile e manifestò l'intenzione di tornare al nord, dove era il segretario del Partito Socialista per tutta l'Italia occupata e faceva parte del Comitato di Liberazione Nazionale per l'Alta Italia - CLNAI in rappresentanza del partito[109].

Il falso documento di identità intestato a Nicola Durano di Siracusa utilizzato da Pertini durante la Resistenza

Gli furono forniti dei documenti falsi, una patente di guida a nome di Nicola Durano, e con un volo aereo venne trasferito da Napoli a Lione, poi a Digione e, una volta arrivato a Chamonix, entrò in contatto con la Resistenza francese. Il percorso di rientro fu previsto attraverso il Monte Bianco e fu condotto sul Col du Midi assieme a Cerilo Spinelli, il fratello di Altiero, con una teleferica portamerci, per poi intraprendere l'attraversamento della Mer de Glace e prendere contatto con i partigiani valdostani, grazie all'aiuto del campione francese di sci Émile Allais. Arrivò ad Aosta e poi ad Ivrea, evitando pattuglie e posti di blocco dei tedeschi, fino a Torino e quindi a Milano[110].

Il 29 marzo del 1945 costituì, con Leo Valiani per il Partito d'Azione ed Emilio Sereni per il PCI (supplente di Luigi Longo), un comitato militare insurrezionale in seno al CLNAI con lo scopo di preparare l'insurrezione di Milano e l'occupazione della città. Il 25 aprile 1945 fu lo stesso Pertini a proclamare alla radio[111] lo sciopero generale insurrezionale della città:

« Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire. »
Aiuto
Sandro Pertini (info file)
Milano 25 aprile 1945 - proclamazione dello sciopero generale contro i nazi-fascisti

Alle 8 del mattino del 25 aprile, il Comitato di Liberazione Nazionale dell'Alta Italia si riunì presso il collegio dei Salesiani in via Copernico a Milano. L'esecutivo, presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani (presenti tra gli altri anche Rodolfo Morandi – che venne designato presidente del CLNAI –, Giustino Arpesani e Achille Marazza), proclamò ufficialmente l'insurrezione, la presa di tutti i poteri da parte del CLNAI e la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti[112] (tra cui ovviamente Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo). Il decreto, trasmesso via radio, recitava:

« I membri del governo fascista ed i gerarchi del fascismo colpevoli di aver soppresso le garanzie costituzionali e di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del Paese e di averlo condotto all'attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e nei casi meno gravi con l'ergastolo. »
(Decreto del CLNAI, 25 aprile 1945)

Tale risoluzione era però in conflitto con l'articolo 29 dell'armistizio di Cassibile, secondo il quale Mussolini avrebbe dovuto essere consegnato agli Alleati:

« Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando militare alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle Forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo verranno osservati[113]. »

Quello stesso giorno, presso l'arcivescovado di Milano, ci fu comunque un tentativo di mediazione richiesto da Mussolini e favorito dal cardinale Ildefonso Schuster. Don Giuseppe Bicchierai, segretario dell'arcivescovo, s'incaricò di contattare il CLNAI; alla riunione con Mussolini (con lui, tra gli altri, Rodolfo Graziani e Carlo Tiengo), nel primo pomeriggio, parteciparono inizialmente Raffaele Cadorna (comandante del Corpo volontari della libertà), Riccardo Lombardi del Partito d'Azione, Giustino Arpesani del Partito Liberale e Achille Marazza della Democrazia Cristiana. Pertini non fu rintracciato in quanto era impegnato in un comizio nella fabbrica insorta della Borletti[114][115]. Nel colloquio cominciò a palesarsi la possibilità di un accordo: il CLNAI avrebbe accettato la resa, garantendo la vita ai fascisti, considerando Mussolini prigioniero di guerra e quindi consegnandolo agli Alleati[116]. Ad un certo punto però giunse la notizia che i tedeschi avevano già avviato trattative con gli alleati anglo-americani: Mussolini adirato disse di essere stato tradito dai tedeschi e abbandonò la riunione, con la promessa di comunicare entro un'ora le sue intenzioni.[117]

In quegli istanti giunsero alla spicciolata Sandro Pertini, Leo Valiani ed Emilio Sereni, del comitato militare insurrezionale del CLNAI. Pertini, armato di pistola, incrociò sulle scale, per la prima e unica volta, Mussolini che scendeva, ma non lo riconobbe; in seguito scrisse sull'Avanti!: «lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto».[118] Anni dopo, sulle colonne dello stesso giornale, dichiarò: «Se lo avessi riconosciuto lo avrei abbattuto lì, a colpi di rivoltella».[115] Tuttavia in altre interviste (a Gianni Bisiach nel 1977 e ad Enzo Biagi nel 1983) Pertini smentì questa versione:

« No, questa no, è una sciocchezza, che non ho fatto, né potevo fare (...) Mentre salivo lo scalone ho visto scendere un gruppo di persone. Mi giro, e ho riconosciuto Mussolini. (...) Vedo scendere un gruppo di persone e riconosco Mussolini. (...) Mussolini veniva giù... torvo in volto, il volto disfatto, molto accigliato, irritato anzi. »
(Intervista di Gianni Bisiach[119])
« Mentre parlavo agli operai, arrivò un compagno tutto trafelato che mi disse: "C'è Mussolini che si sta incontrando all'arcivescovado con Lombardi, Cadorna e gli altri". Io rimasi sorpreso, dopo pochi minuti arrivai all'Arcivescovado. Salendo il grande scalone (non è vero che avessi la rivoltella in mano, storie romanzate), vedo un gruppo che scende vestito con l'orbace e tra questi c'era Mussolini. Era molto emaciato, pallido, irriconoscibile, non era più il baldanzoso delle fotografie. »
(Intervista di Enzo Biagi[120])

Giunto nella sala dell'arcivescovado, si ebbe tra Pertini (appoggiato da Sereni) e gli altri un veemente scambio di battute: Pertini chiese alla delegazione perché non avessero arrestato subito Mussolini[117]; richiese inoltre che Mussolini, una volta arresosi al CLNAI, fosse consegnato ad un tribunale del popolo e non agli alleati[116]. Carlo Tiengo, che era rimasto in arcivescovado, a questo punto telefonò a Mussolini comunicandogli le intenzioni dei due delegati del PSIUP e del PCI; ottenuta la risposta comunicò ai delegati e all'arcivescovo il rifiuto ad arrendersi di Mussolini[116], che la sera stessa partì in direzione del Lago di Como.

Pertini associò sempre in massima parte a quell'intervento all'arcivescovado la causa del fallimento della trattativa e la conseguente morte del Duce. In particolare, nel 1965 scrisse:

« Da tutto questo appare chiaro che il mio intervento presso il cardinale (intervento appoggiato solo dal compagno Emilio Sereni, ma con molta energia) spinse Mussolini a non arrendersi. E soprattutto appare chiaro che se la sera del 25 aprile il compagno Sereni ed io non fossimo andati all'arcivescovado e se quindi Mussolini si fosse arreso al CLNAI sarebbe stato consegnato al colonnello inglese Max Salvadori[121], il che voleva dire consegnarlo di fatto agli alleati (ed oggi sarebbe qui, a Montecitorio...).[122] »
26 aprile 1945. Pertini tiene un affollato comizio nella Milano appena liberata.

Tuttavia, secondo altre fonti, tale evento non avrebbe avuto un'influenza decisiva su una decisione (quella della partenza), di fatto già stabilita[123].

Il giorno dopo Pertini tenne un affollato comizio in Piazza Duomo.

Poco dopo, a Radio Milano Libera, annunciò la vittoria dell'insurrezione e l'imminente fine della guerra.

Il 27 aprile, fortemente convinto della necessità di condannare a morte il capo del fascismo, arrestato a Dongo il giorno precedente, disse alla radio:

« Mussolini, mentre giallo di livore e di paura tentava di varcare la frontiera svizzera, è stato arrestato. Egli dovrà essere consegnato ad un tribunale del popolo, perché lo giudichi per direttissima. E per tutte le vittime del fascismo e per il popolo italiano dal fascismo gettato in tanta rovina egli dovrà essere e sarà giustiziato. Questo noi vogliamo, nonostante che pensiamo che per quest'uomo il plotone di esecuzione sia troppo onore. Egli meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso.[124] »

Il 28 aprile Mussolini fu fucilato ed il giorno dopo il suo cadavere, insieme a quello della sua compagna Claretta Petacci ed a quelli di altri gerarchi del regime sconfitto, fu esposto all'odio della folla a Piazzale Loreto. Pertini commentò: «L'insurrezione si è disonorata».[125]

In seguito, riguardo alle vicende finali della vita del dittatore, scrisse sulle colonne dell'Avanti!:

« Mussolini si comportò come un vigliacco, senza un gesto, senza una parola di fierezza. Presentendo l'insurrezione si era rivolto al cardinale arcivescovo di Milano chiedendo di potersi ritirare in Valtellina con tremila dei suoi. Ai partigiani che lo arrestarono offrì un impero, che non aveva. Ancora all'ultimo momento piativa di aver salva la vita per parlare alla radio e denunciare Hitler che, a suo parere, lo aveva tradito nove volte.[118] »

In ottemperanza al decreto del CLN, ordinò inoltre al partigiano Corrado Bonfantini, comandante della Brigata Matteotti, la fucilazione del maresciallo Rodolfo Graziani. Il 28 aprile Bonfantini arrestò il generale fascista e si adoperò invece per salvargli la vita; il giorno dopo Graziani si consegnò agli Alleati.[126]

Gli ultimi scontri nella città si sarebbero conclusi solo il 30 aprile.[127] Per le sue attività durante la Resistenza, e in particolare per la difesa di Roma e le insurrezioni di Firenze e di Milano, Pertini verrà insignito della medaglia d'oro al valor militare.

Partigiani sfilano per le strade di Milano

Secondo Pertini, le emozioni provate durante la Liberazione di Milano furono un'esperienza che confermarono la sua idea della «capacità del popolo italiano di compiere le più grandi cose qualora fosse animato dal soffio della libertà e del socialismo»[118]. Tuttavia, come spesso egli ricordava malinconicamente, mentre il 26 aprile partecipava alla festa per l'avvenuta liberazione, suo fratello minore Eugenio veniva assassinato nel campo di concentramento di Flossenbürg[128].

Carla Voltolina

Il partigiano Giuseppe Marozin, detto "Vero", imputato del duplice omicidio degli attori fascisti Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, avvenuta il 30 aprile in via Poliziano a Milano, si è difeso scrivendo nelle sue memorie che sarebbe stato Pertini ad ordinare la fucilazione dei due famosi attori cinematografici.[129] I due avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana; Valenti era un ufficiale della famigerata Xª Flottiglia MAS, ed entrambi erano accusati di aver partecipato alle azioni del gruppo di torturatori conosciuto come "Banda Koch". [130] [131] [132] Non ci sono tuttavia altre fonti che confermino il coinvolgimento di Pertini.

L'8 giugno 1946 Pertini sposò la giornalista e staffetta partigiana Carla Voltolina, conosciuta pochi mesi prima, a Torino, dopo il passaggio del Monte Bianco per rientrare a Milano.

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Il 2 agosto del 1945 Pertini divenne segretario del PSIUP, carica che ricoprì fino al 18 dicembre dello stesso anno.

La partecipazione all'Assemblea Costituente[modifica | modifica wikitesto]

Nelle elezioni politiche del 2 giugno 1946 fu eletto deputato nella lista socialista per l'Assemblea Costituente,[133], nella quale intervenne nella stesura degli articoli del Titolo I, sui rapporti civili.

Pertini e l'amnistia Togliatti[modifica | modifica wikitesto]

Appoggiò inoltre il lavoro delle commissioni di epurazione e fu subito decisamente avverso all'attuazione dell'amnistia voluta da Togliatti nei confronti dei reati politici commessi dai responsabili dei crimini fascisti[134][135]. In tal senso, durante i lavori dell'Assemblea, intervenne il 22 luglio 1946 con un'interrogazione parlamentare nei confronti del ministro di Grazia e Giustizia Fausto Gullo, che verteva sulle motivazioni dell'interpretazione largheggiante del provvedimento di amnistia, sull'inadempimento del governo De Gasperi nell'applicare il decreto di reintegro dei lavoratori antifascisti allontanati dal lavoro per motivi politici durante il regime, sull'emanazione di provvedimenti atti a difendere la Repubblica contro i suoi nemici.[136] Il suo intervento si concluse con alcune parole molto dure nei confronti del provvedimento e della sua applicazione da parte della magistratura e del governo:

« Ricordiamo che l'epurazione è mancata: si disse che si doveva colpire in alto e non in basso, ma praticamente non si è colpito né in alto né in basso. Vediamo ora lo spettacolo di questa amnistia che raggiunge lo scopo contrario a quello per cui era stata emanata: pensiamo, quindi, che verrà un giorno in cui dovremo vergognarci di aver combattuto contro il fascismo e costituirà colpa essere stati in carcere e al confino per questo.[136] »

Il leader comunista Togliatti si sentì in dovere di intervenire subito dopo Pertini per difendere la bontà del provvedimento da lui varato quand'era stato Ministro di Grazia e Giustizia nel precedente governo Parri. Pur dichiarando di associarsi allo sdegno di Pertini per come l'amnistia era stata applicata in taluni casi, ricordò che il provvedimento di clemenza era stato approvato da tutti i partiti e minimizzò il numero delle scarcerazioni a fronte delle procedure pendenti[137].

La sua azione politica in quel periodo mirava anche al raggiungimento delle riforme sociali necessarie al recupero del paese, devastato sia dall'esperienza fascista, sia dalle tragedie della guerra, ma soprattutto al tentativo di eliminare radicalmente qualsiasi possibile rigurgito del regime mussoliniano.

Pertini e il "caso Basile"[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Emanuele Basile era stato Capo della Provincia di Genova sotto la Repubblica Sociale Italiana dal 28 ottobre 1943 al 26 giugno 1944. Nel capoluogo ligure erano presenti importanti realtà industriali (Ansaldo, Siac, Cantieri Navali, San Giorgio, Piaggio) i cui operai si impegnarono in una serie di scioperi e sabotaggi per bloccare la produzione di materiale bellico ed impedire il trasferimento degli impianti in Germania.

Poiché gli scioperi si susseguivano, il 1º marzo Basile ordinò l'affissione di un manifesto in cui minacciava, in caso di nuovo sciopero, la deportazione di un certo numero di operai, estratti a sorte, nei campi di concentramento "dell'estremo Nord"[138].

Il 16 giugno, dopo ulteriori scioperi e la serrata delle fabbriche disposta da Basile, i militari tedeschi irruppero in quattro fabbriche genovesi (la Siac, i Cantieri Navali, la San Giorgio e la Piaggio) prelevando quasi 1500 operai, che furono deportati in Germania e destinati a lavorare nelle fabbriche tedesche[139].

Due giorni dopo, il 18 giugno, escono sulla stampa cittadina due comunicati, uno del comando tedesco, l’altro di Basile che non vuole perdere l’occasione di rivendicare i suoi "meriti": «Vi avevo messo sull’avvertita… Non avete voluto ascoltarmi… Oggi più di uno di voi si pente amarissimamente di essersi lasciato sedurre ed illudere…… Intanto quei pendagli da forca che si gabellano per comunisti, si appostano all’angolo dei carruggi o all’uscita di un rifugio al cessato allarme, per colpire alla schiena uno dei nostri, borghese o militare… Meditate bene quanto sto per dire: la pazienza ha un limite…»[140].

Rimosso dall'incarico, Basile fu poi nominato Sottosegretario per l'Esercito dal 26 giugno 1944 a fine guerra, quando fu catturato dai partigiani a Sesto San Giovanni mentre cercava di raggiungere Mussolini a Milano, trasportando con sé una valigia contenente trenta milioni in valuta estera e oro provenienti dalla segreteria particolare del duce, che dovevano servire a favorire l'eventuale fuga di Mussolini e di altri gerarchi fascisti all'estero[141]. Alla radio fu data notizia della sua cattura e fucilazione[142], ma, processato dai "tribunali del popolo" e portato per due volte di fronte al plotone di esecuzione, alla fine fu risparmiato in quanto (secondo la testimonianza resa in processo da chi lo fece prigioniero) si credeva potesse fare importanti rivelazioni[143]. L'ordine di fucilarlo immediatamente era stato dato da Pertini, quale membro dell'esecutivo del Comitato di Liberazione per l'Alta Italia, ma l'ordine fu disatteso[144].

Basile venne poi prelevato dagli alleati, tratto in carcere e posto sotto processo per il reato di collaborazione con il tedesco invasore, in particolare per aver prestato «aiuto ed assistenza come capo della provincia di Genova prima e come sottosegretario alla Guerra poi»[145]. Nei capi di imputazione veniva contestato soprattutto il suo operato a Genova, città in cui si era reso responsabile della deportazione di circa 1400 operai in Germania, come provato, tra l'altro, dai diversi manifesti in cui egli minacciava l'adozione di duri provvedimenti nei confronti degli operai in caso di sciopero. Inoltre Basile era accusato della morte di undici detenuti politici nel carcere di Marassi, che erano stati condannati a morte e fucilati al Forte San Martino con sentenze del Tribunale Militare Speciale di Genova, da lui convocato tre volte per rappresaglia ad altrettanti attentati compiuti dai gappisti.

L'iter del processo fu molto tortuoso e condizionato dalla promulgazione dell'amnistia Togliatti[146][147][148]: inizialmente, nel 1945, Basile fu condannato a 20 anni dalla Corte di Assise straordinaria di Milano, ma la sentenza fu annullata dalla Corte di Cassazione. L'anno successivo la Corte di Pavia lo condannò a morte, ma anche questa volta la sentenza fu annullata dalla Cassazione. Il processo andò quindi alla Corte di Assise speciale di Venezia, da cui fu trasferito, per legitima suspicione, a quella di Napoli, che il 29 agosto 1947, su proposta del Procuratore Generale dott. Siravo, assolse Basile in quanto il reato di collaborazionismo a lui contestato si era estinto per amnistia e ne ordinò la scarcerazione[149].

L'assoluzione determinò grandi proteste soprattutto a Genova, dove fu proclamato lo sciopero generale dalle 10 alle 24[150] e nella provincia di Milano[151]. La CGIL, con un comunicato, approvò le manifestazioni di protesta[152].

Il 19 novembre 1947 fu presentata un'interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia dai socialisti Gaetano Barbareschi, Vannuccio Faralli e Sandro Pertini nella quale si chiedeva quali provvedimenti si intendessero adottare contro il Procuratore Generale di Napoli Siravo, il quale, a detta dei tre esponenti socialisti, nella requisitoria del processo Basile aveva dichiarato che le leggi eccezionali contro i fascisti erano una "mostruosità" ed aveva sostenuto che la magistratura del nord, nel giudicare i fascisti, aveva compiuto non opera di giustizia ma di vendetta, in quanto aveva subito interferenze estranee. Il Ministro di giustizia Giuseppe Grassi rispose che Siravo era un ottimo magistrato e che nel verbale della requisitoria non vi era alcun riferimento alle affermazioni attribuitegli sulle leggi contro i fascisti. Invece riguardo ai processi svoltisi al nord, il ministro rispose che Siravo faceva riferimento agli episodi di violenza che accaddero tra il pubblico e che quindi egli aveva solo fatto un apprezzamento sul clima nel quale si svolsero tali processi. Allora Faralli gridò più volte che Siravo era un fascista perché aveva fatto assolvere Basile, ma il deputato democristiano Giovanni Leone, avvocato napoletano, rispose che Siravo era il più indipendente magistrato di Napoli. Pertini riprese la parola ribadendo che Basile era stato un collaborazionista, che aveva fatto eseguire rastrellamenti di operai a Genova e che era stato uno strumento cosciente nelle mani dei nazisti; espresse quindi la sua preoccupazione per le decisioni prese dalla magistratura e proseguì affermando che ciò che meritava Basile era il plotone di esecuzione e che il problema non sarebbe esistito se i suoi compagni partigiani avessero eseguito il suo ordine di fucilarlo subito, invece di farlo cadere in mano agli alleati. Pertini riferì altre frasi, riportate dalla stampa, che sarebbero state pronunciate nella requisitoria dal PG Siravo (Basile «non era collaborazionista e se lo fosse stato, forse avrebbe avuto ragione, se si pensi come i liberatori sono stati ingrati verso il popolo italiano», «Basile, oggi imputato, potrebbe domani essere portato sugli scudi!»), corroborate da quanti, avvocati e parti civili presenti in aula, egli aveva personalmente intervistato. Il deputato napoletano democratico nazionale Amerigo Crispo rispose che nessuna delle frasi citate si trovava in quella forma nel testo stenografato della requisitoria[153].

Nell'occasione Pertini dichiarò:

« Ora, io non nego che il giudice possa anche interessarsi di politica, ma deve interessarsene quando non esercita il magistero della giustizia. Quando esercita la sua funzione di giudice, egli deve dimenticarsi di essere un uomo politico![154] »

L'impegno per evitare la "scissione di palazzo Barberini"[modifica | modifica wikitesto]

Pertini con Pietro Nenni nel 1947

Durante il XXV Congresso del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, svoltosi a Roma tra il 9 ed il 13 gennaio 1947, Pertini cercò di evitare la scissione dell'ala democratico-riformista di Giuseppe Saragat. Per giorni si pose al centro delle dispute nel tentativo di mediare tra le due correnti, ma, nonostante i suoi sforzi, «la forza delle cose», come la definì Pietro Nenni, portò alla scissione socialista, meglio nota come "scissione di palazzo Barberini", da cui nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani.

L'opposizione al "Fronte Popolare"[modifica | modifica wikitesto]

Sandro Pertini nel 1948

Nonostante fosse fautore dell'unità del movimento dei lavoratori e dell'"unità d'azione" con il Partito Comunista Italiano, Pertini era anche un fervido sostenitore dell'autonomia socialista nei confronti del PCI. In tal senso si oppose, in seno al Partito Socialista Italiano (tornato alla sua storica denominazione dopo la scissione di Palazzo Barberini), alla presentazione di liste unitarie del Fronte Democratico Popolare per le elezioni del 1948. Al XXVI Congresso di Roma del 19-22 gennaio 1948 la sua mozione contraria al Fronte fu tuttavia minoritaria: prevalse la linea di Nenni e Pertini si adeguò alla decisione della maggioranza.[15]

Pertini rientrò nella direzione nazionale del partito con il XXVIII Congresso di Firenze del maggio 1949, divenendo anche, a partire dal 1955, di nuovo vicesegretario. Sarebbe rimasto nella direzione fino al 1957, quando, al XXXII Congresso di Venezia, anche in seguito alla invasione sovietica dell'Ungheria, con la sua opposizione, venne interrotta la collaborazione con il PCI.[155]

Il voto contro la NATO e la commemorazione di Stalin[modifica | modifica wikitesto]

Nella I legislatura fu nominato senatore della Repubblica, in ossequio alla 3ª disposizione transitoria e finale della Costituzione, e divenne presidente del gruppo parlamentare socialista al Senato.

Il 27 marzo 1949, durante la 583ª seduta del Senato, Pertini dichiarò il voto contrario del suo partito all'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, perché inteso come uno strumento di guerra e in funzione antisovietica nell'intento di dividere l'Europa e di scavare un solco sempre più profondo per separare il continente europeo, e sottolineò come il Patto Atlantico avrebbe influenzato la politica interna italiana, con conseguenze negative per la classe operaia. In quella seduta difese anche la pregiudiziale pacifista del gruppo socialista, esprimendo la solidarietà nei confronti dei compagni comunisti – veri obiettivi, a suo dire, del Patto Atlantico –, concludendo con le seguenti parole:

« Oggi noi abbiamo sentito gridare "Viva l'Italia" quando voi avete posto il problema dell'indipendenza della Patria. Ma non so quanti di coloro che oggi hanno alzato questo grido, sarebbero pronti domani veramente ad impugnare le armi per difendere la Patria. Molti di costoro non le hanno sapute impugnare contro i nazisti. Le hanno impugnate invece contadini e operai, i quali si sono fatti ammazzare per la indipendenza della Patria![156] »

Nel 1953, alla morte di Stalin, il suo intervento, in qualità di presidente del gruppo senatoriale socialista, celebrò il capo dell'URSS:

« Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L'ultima sua parola è stata di pace. [...] Si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto.[157] »

Per questo elogio, avvenuto prima della dvulgazione del rapporto Kruscev con cui furono denunciati i crimini di Stalin, Pertini venne molto criticato, ad esempio da Indro Montanelli e da Marcello Veneziani; in un articolo della Fondazione Pertini si precisa che «egli nel 1953 ricordava lo Stalin difensore di Stalingrado e co-liberatore dell'Europa dalla barbarie nazista; lo Stalin al quale strinsero la mano Winston Churchill e Franklin Roosevelt» e che «Sandro Pertini ha lottato contro ogni forma di totalitarismo per la realizzazione piena di sistemi democratici fondati sulla libertà e sulla giustizia sociale» con «molte prese di posizione che Sandro Pertini assunse di petto, come era solito fare, anche contro il regime sovietico».[158]

L'impegno contro la "legge truffa"[modifica | modifica wikitesto]

Sempre nel 1953, fu tra i più strenui oppositori della cosiddetta "legge truffa",[159] pronunciando un duro intervento in Senato contro l'approvazione del provvedimento nella seduta del 10 marzo.

Fu successivamente eletto alla Camera dei deputati nel 1953, e poi ancora nel 1958, 1963, 1968, 1972 e nel 1976, nel collegio Genova-Imperia-La Spezia-Savona, per divenire presidente prima della Commissione Parlamentare per gli Affari Interni e poi di quella degli Affari Costituzionali, e nel 1963 vicepresidente della Camera dei deputati.

Il processo contro gli assassini mafiosi del sindacalista socialista Salvatore Carnevale[modifica | modifica wikitesto]

Sandro Pertini a Sciara (PA) nel 1955 in occasione dell'erezione della lapide in memoria di Salvatore Carnevale otto giorni dopo i funerali del sindacalista socialista assassinato dalla mafia.

Negli anni cinquanta, Pertini, assieme agli avvocati socialisti Nino Taormina e Nino Sorgi (che molte volte difese il quotidiano L'Ora da querele di politici collusi con la mafia), rappresentò la parte civile Francesca Serio, madre del sindacalista socialista Salvatore Carnevale, assassinato dalla mafia il 16 maggio 1955 a Sciara (PA), perché impegnato nelle lotte contadine contro il latifondismo e per la redistribuzione delle terre.[160] A seguito delle indagini svolte dal procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione (poi caduto anch'egli vittima della mafia), dell'omicidio vennero accusati quattro mafiosi di Sciara dipendenti della principessa Notarbartolo: l'amministratore del feudo Giorgio Panzeca, il magazziniere Antonio Mangiafridda, il sorvegliante Luigi Tardibuono e il campiere Giovanni Di Bella. Al collegio di parte civile si contrappose un altro futuro presidente della Repubblica, il democristiano Giovanni Leone, difensore degli imputati. Alla fine, dopo un lungo iter giudiziario tra assoluzioni e condanne in vari tribunali italiani, il 21 dicembre 1961 la Corte d'Assise presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (dove il processo era stato spostato per legitima suspicione) condannò i quattro imputati all'ergastolo, accogliendo la ricostruzione del delitto fatta da Scaglione, Pertini, Sorgi e Taormina.[161] In appello e in Cassazione il verdetto fu ribaltato e gli imputati furono assolti per insufficienza di prove.[162]

La protesta contro il congresso neo-fascista a Genova[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Fatti di Genova del 30 giugno 1960.

Pertini fu tra i politici che protestarono pubblicamente riguardo alla possibilità che si tenesse nella città di Genova, nella sua Liguria, il congresso del Movimento Sociale Italiano, con un celebre comizio tenuto nel capoluogo genovese in Piazza della Vittoria il 28 giugno 1960[163]:

« Dinanzi a queste provocazioni, dinanzi a queste discriminazioni, la folla non poteva che scendere in piazza, unita nella protesta, né potevamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fascismo e difendere la memoria dei nostri morti, riaffermando i valori della Resistenza.

Questi valori, che resteranno finché durerà in Italia una Repubblica democratica sono: la libertà, esigenza inalienabile dello spirito umano, senza distinzione di partito, di provenienza, di fede. Poi la giustizia sociale, che completa e rafforza la libertà, l'amore di Patria, che non conosce le follie imperialistiche e le aberrazioni nazionalistiche, quell'amore di Patria che ispira la solidarietà per le Patrie altrui. »

Tre giorni dopo, denunciò alla Camera i soprusi delle forze dell'ordine nei confronti dei manifestanti, sia nel capoluogo ligure, sia in altre città d'Italia.

Il diffondersi della protesta portò pochi giorni dopo ai tragici fatti della strage di Reggio Emilia.

In seguito Pertini scrisse nella presentazione di un libro[164]:

« È Genova che ha riaffermato come i valori della Resistenza costituiscano un patrimonio sacro, inalienabile della Nazione intera e che chiunque osasse calpestarli si troverebbe contro tutti gli uomini liberi, pronti a ristabilire l'antica unità al di sopra di ogni differenza ideologica e di ogni contrasto politico. »

Come esempio del suo attaccamento ai valori della Resistenza e dell'antifascismo, va ricordato un episodio avvenuto poco dopo la strage di Piazza Fontana, quando Pertini, Presidente della Camera dei deputati, si recò a Milano in visita ufficiale e si rifiutò di incontrare l'allora questore del capoluogo lombardo Marcello Guida, che egli ben conosceva essendo stato questi, durante il regime fascista, direttore del confino di Ventotene in cui Pertini aveva trascorso parte dei suoi periodi di detenzione sotto il fascismo; fu un gesto che ruppe il protocollo e che ebbe un forte rilievo mediatico. Pochi anni dopo, lo stesso Pertini, intervistato da Oriana Fallaci, aggiunse che a determinare quel gesto non fu estraneo il fatto che su Guida «gravava l'ombra della morte» dell'anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta appunto quando Guida era questore di Milano[165].

La posizione critica sul centro-sinistra[modifica | modifica wikitesto]

Pertini nel 1962

Politicamente fu tra coloro che non sostennero il centro-sinistra perché attraverso quell'accordo si sarebbero discriminati i comunisti, mettendo fine alla collaborazione tra i due principali partiti della sinistra.

In questa chiave dell'unità fra i partiti della sinistra ricostruì (retrospettivamente, in una celebre intervista a Gianni Bisiach) le vicende del negoziato all'Arcivescovado di Milano che il CLNAI aveva tenuto con il cardinale Schuster per la resa di Mussolini, prima del 25 aprile 1945: a suo dire egli si oppose al negoziato con l'argomento formale che il PCI di Longo non era stato invitato ai colloqui.

Pertini, peraltro, non costituì mai nel PSI una propria corrente e vantava rapporti travagliati (quando non pessimi) con quasi tutti gli esponenti socialisti (disse di lui il compagno di partito Riccardo Lombardi: «cuore di leone, cervello di gallina».[166]).

L'elezione a Presidente della Camera[modifica | modifica wikitesto]

Dal 1963 al 1968, durante la IV legislatura, svolse il mandato di vicepresidente della Camera.

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Elezione del Presidente della Camera del 1968 ed Elezione del Presidente della Camera del 1972.

Nella V e VI legislatura, ricoprì l'incarico di presidente della Camera dei deputati, risultando il primo uomo politico non democristiano e di sinistra a ricoprire tale incarico.

Nel 1968, da poco eletto presidente della Camera, polemizzò con l'ambasciatore dell'URSS in Italia per l'invasione sovietica in Cecoslovacchia: «Sapesse che diverbio ho avuto con l’ambasciatore sovietico pei fatti di Praga! Voi ristabilite l’ordine coi carri armati, gli ho detto, proprio alla maniera dei fascisti che lo ristabilivano con le baionette. Voi volete l’ordine che c’è nelle galere, nei cimiteri! Ci siamo lasciati male. Così male che non è più venuto da me e io non sono più andato da lui»[167].

Durante l'elezione del Capo dello Stato del 1971, che si protraeva per molti scrutini senza alcun esito, da presidente del Parlamento in seduta comune vietò il controllo del voto imposto dai notabili democristiani, che pretendevano che i singoli parlamentari DC mostrassero la scheda bianca prima del suo deposito nell'urna: l'iniziativa, a salvaguardia della segretezza del voto, nell'immediato determinò una sollecitazione decisiva per lo scioglimento dei nodi politici che produssero l'elezione di Giovanni Leone, ma a lungo termine gli guadagnò la stima dell'opinione pubblica come presidente d'Assemblea che svolgeva il suo compito in modo non notarile.

Il 10 marzo 1974, la Domenica del Corriere pubblicò un'intervista concessa da Pertini a Nantas Salvalaggio. In risposta a chi lo accusava di essere un po' squilibrato, Pertini rispondeva:

« Non mi meraviglia niente. So che il mio modo di fare può essere irritante. Per esempio, poco tempo fa mi sono rifiutato di firmare il decreto di aumento di indennità ai deputati. Ma come, dico io, in un momento grave come questo, quando il padre di famiglia torna a casa con la paga decurtata dall'inflazione... voi date quest'esempio d'insensibilità? Io deploro l'iniziativa, ho detto. Ma ho subito aggiunto che, entro un'ora, potevano eleggere un altro presidente della Camera. Siete seicentoquaranta. Ne trovate subito seicentocinquanta che accettano di venire al mio posto. Ma io, con queste mani, non firmo.[168] »

Nel corso del suo mandato di presidente della Camera vennero votati dall'aula di Montecitorio numerosi importanti provvedimenti , oltre allo Statuto dei Lavoratori e alla legge sul divorzio, varati entrambi nel 1970, il 18 febbraio 1971 vi fu l'approvazione dei nuovi Regolamenti parlamentari, di cui era stato uno dei principali promotori.

L'intransigenza contro i brigatisti nel "caso Moro"[modifica | modifica wikitesto]

Nella primavera del 1978, durante il sequestro Moro, Pertini, a differenza della maggioranza del Partito socialista, fu un sostenitore della cosiddetta «linea della fermezza» nei confronti dei sequestratori del leader democristiano, ovvero fu per il rifiuto totale della trattativa con le Brigate Rosse.

La presidenza della Repubblica[modifica | modifica wikitesto]

L'elezione e il discorso d'insediamento[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Elezione del Presidente della Repubblica Italiana del 1978.
« [...] Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà [...]

L'Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della Terra [...] »

(dal discorso di insediamento di Sandro Pertini a Presidente della Repubblica del 9 luglio 1978[169])

Le votazioni per l'elezione del settimo presidente della Repubblica iniziarono il 29 giugno 1978 a seguito delle dimissioni del presidente in carica, il democristiano Giovanni Leone, annunciate agli italiani il 15 giugno attraverso un messaggio televisivo.

Nei primi tre scrutini la DC optò per la candidatura di Guido Gonella e il PCI votò in modo pressoché unanime il proprio candidato, Giorgio Amendola, mentre l'ala parlamentare socialista concentrò i propri voti su Pietro Nenni. Fino al 13º scrutinio il PCI mantenne la candidatura di Amendola senza trovare consensi; a partire dal quarto scrutinio, democristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani decisero di astenersi.[170]

Il 2 luglio il segretario del PSI Bettino Craxi propose la candidatura ufficiale di Sandro Pertini per la più alta carica dello Stato[171], in quanto:

« [...] figura eminente della democrazia repubblicana, la cui vita politica si è sempre identificata con lotte per la libertà e per la emancipazione sociale delle classi lavoratrici del Paese. »

Pertini, dal canto suo, non intendendo essere il candidato delle sole forze di sinistra, inviò una lettera a Craxi[171] con la quale sottolineava che la sua candidatura doveva essere intesa come

« [...] espressione di tutto l’arco costituzionale che rappresenta il Paese. »

La proposta del segretario socialista era chiara ed era rivolta in primo luogo alla DC, in quanto: «Dopo Leone, la Dc deve passare la mano almeno per i sette anni di presidenza e noi poniamo la candidatura di un socialista al Quirinale»[171]. I democristiani risposero di indicare un nome del partito di maggioranza relativa. Il 3 luglio i repubblicani candidarono Ugo La Malfa, senza successo. Il 3 luglio Craxi tornò alla carica con la DC per un Presidente socialista indicando altri due nomi (Antonio Giolitti e Giuliano Vassalli).

Solo dopo quindici scrutini andati a vuoto, di cui dodici con la maggioranza dei parlamentari che si astennero o votarono scheda bianca, la pressione dell'opinione pubblica spinse il segretario della DC, Benigno Zaccagnini ad accettare la candidatura di Sandro Pertini[171]. Su tale nome si accodarono anche gli altri partiti del cosiddetto "fronte costituzionale" (PCI-PSDI-PRI e PLI) e Pertini risultò eletto l'8 luglio 1978, al 16º scrutinio, con 832 voti su 995, corrispondenti all'82,3%, la più larga maggioranza della storia repubblicana.

Il giorno prima, venerdì 7 luglio, Pertini aveva acquistato un biglietto aereo per recarsi in Francia dove si trovava la moglie, con la quale avrebbe trascorso il fine settimana in quanto per lui la questione dell’elezione presidenziale era una cosa che non lo riguardava più[171].

Il Presidente neo-eletto prestò giuramento il 9 luglio successivo. Dopo aver giurato, nel suo discorso d'insediamento[169] Pertini ricordò ccme "luminosi esempi" per la sua formazione politica i nomi di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, di Carlo Rosselli, di don Minzoni e di Antonio Gramsci, suo indimenticabile compagno di carcere.

Sottolineò quindi la necessità di porre fine alle violenze del terrorismo ricordando, tra l'altro, la tragica scomparsa di Aldo Moro.

La sua elezione apparve subito un importante segno di cambiamento nella scena politica italiana, grazie al carisma e alla fiducia che esprimeva la sua figura di eroico combattente antifascista e padre fondatore della Repubblica, in un Paese ancora scosso dalla vicenda del sequestro Moro.

La grazia a Mario Toffanin[modifica | modifica wikitesto]

Tra i primi provvedimenti da capo dello Stato ci fu quello di concedere la grazia, nonostante l'assenza di pentimento da parte dell'interessato e il parere contrario della Procura di Trieste,[172] all'ex-partigiano Mario Toffanin detto "Giacca", condannato all'ergastolo nel 1954 come principale responsabile dell'eccidio di Porzûs, massacro in cui avevano perso la vita diciassette partigiani cattolici della Brigata Osoppo.[173]

Lo "stile Pertini"[modifica | modifica wikitesto]

Il suo modo di intervenire direttamente nella vita politica del Paese rappresentò una novità per il ruolo di Presidente della Repubblica. Se fino ad allora era prevalsa una lettura strettamente "notarile" dei poteri presidenziali[174], con Pertini divenne indiscutibile che ai poteri formali del Quirinale si aggiungeva il cosiddetto "potere di esternazione": quello che in seguito divenne un archetipo della funzione di stimolo del Quirinale nei confronti della politica fu, per la prima volta, esercitato senza sostanziali ostacoli nella risoluzione della controversia parasindacale dei controllori di volo[175]. Anzi, indicativo della novità del suo intervento - che indusse il Governo ad avallare una soluzione negoziale elaborata al Quirinale - fu il fatto che la stampa e la dottrina giuridica cercarono di ricondurre la vicenda nell'ambito dei poteri presidenziali, con un'evidente giustificazione a posteriori, evidenziando il fatto che i controllori dei voli aerei erano a quel tempo personale militarizzato (era proprio questa una delle principali questioni), e affermando che Pertini era intervenuto in qualità di comandante delle forze armate (ai sensi dell'articolo 87, 9º comma della Costituzione).[176]

Grazie all'indubbio prestigio di cui godeva, soprattutto tra i cittadini, fu in genere difficile per i vari esponenti politici non recepire, seppur spesso controvoglia, le sue incursioni. Questo modo di fare, portò il sistema istituzionale a rassomigliare quasi ad un'anomala repubblica presidenziale. Antonio Ghirelli, all'epoca portavoce del Quirinale, coniò l'appellativo di Repubblica pertiniana: essa fu ripresa poi dai media dell'epoca, che ne enfatizzarono l'approccio fuori degli schemi tradizionali[177] e la partecipazione ai principali eventi della vita nazionale, sia che fossero luttuosi[178], sia che fossero lieti, come avvenne con la sua partecipazione alla vittoria italiana al Mondiale di calcio del 1982 a Madrid[179].

Sandro Pertini con il governo presieduto da Arnaldo Forlani

Gli incarichi di governo ad esponenti non democristiani[modifica | modifica wikitesto]

Pertini fu il primo presidente della Repubblica a conferire l'incarico di formare il governo ad una personalità non democristiana (infatti, l'unico governo post-fascista guidato da un non democristiano, il governo Parri, era stato insediato ancora sotto la monarchia, dal Luogotenente generale del regno Umberto II di Savoia).

Nel 1979 diede l'incarico di formare il governo (senza successo) al segretario del PSI Bettino Craxi, suscitando grande scalpore negli ambienti politici e preparando così il terreno per il primo governo a guida non democristiana della Repubblica.

Nel 1981, in seguito alla caduta del governo Forlani dopo lo scoppio dello scandalo della loggia massonica segreta P2, Pertini incaricò il repubblicano Giovanni Spadolini, il quale presentò il suo governo il 28 giugno 1981. Fu una sorta di rivoluzione: dal 10 dicembre 1945, data di giuramento del primo governo De Gasperi, la presidenza del Consiglio era stata sempre affidata ad esponenti della DC, ininterrottamente per più di 35 anni.

giuramento del 1° governo Craxi il 4 agosto 1983 davanti al Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Nel 1983 diede nuovamente l'incarico di formare il governo a Craxi, che stavolta riuscì a realizzare l'intento di Pertini. Il 4 agosto 1983 il primo governo a guida socialista si presentava al Quirinale per il giuramento. Per due anni, e per la prima volta nella storia d'Italia, furono socialisti sia il Presidente della Repubblica, sia il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ciò nonostante, Pertini ebbe con Craxi rapporti altalenanti, dovuti essenzialmente alla diversa formazione e temperamento. Ad esempio, Antonio Ghirelli, allora portavoce del Quirinale, riportò che Pertini, il giorno in cui doveva conferire a Craxi l'incarico di presidente del Consiglio, notò che il segretario socialista si era presentato al Colle indossando dei jeans e gli intimò di ritornare con un abbigliamento più adeguato.[180]

Pertini spesso non condivise gli atteggiamenti craxiani, come nel caso del XLIII Congresso del PSI a Verona, il 15 maggio 1984, in cui Craxi venne rieletto segretario per acclamazione, anziché con la consueta votazione per alzata di delega. I rapporti tra i due politici comunque si mantennero sempre su un piano di cordialità e rispetto, nonostante le frequenti diversità di opinioni.

La "politica estera" di Pertini[modifica | modifica wikitesto]

Una nota fotografia di Pertini

In politica estera, caratterizzata da importanti viaggi nei Paesi alleati,[181] egli avversò le dittature, dando luogo, tra l'altro, ad una furibonda polemica coll'ultimo generale golpista argentino, Reynaldo Bignone. Questi - per tacitare le critiche internazionali contro le giunte militari responsabili della guerra sucia - nel maggio 1983 affermò sbrigativamente che i desaparecidos andavano considerati tutti morti. Pertini deplorò con veementi parole l’agghiacciante cinismo del Presidente argentino e quando il generale Bignone inviò una nota di protesta alla Farnesina, replicò: «Non mi interessa che altri capi di stato non abbiano sentito il dovere di protestare come ho protestato io. Peggio per loro. Ciascuno agisce secondo il suo intimo modo di sentire. Io ho protestato e protesto in nome dei diritti civili e umani e in difesa della memoria di inermi creature vittime di morte orrenda».[182] La circostanza fu ricordata da Norberto Bobbio come esempio della prevalenza in Pertini di una concezione etica in politica, testimoniata anche dalle seguenti parole: «La moralità dell’uomo politico consiste nell’esercitare il potere che gli è stato affidato al fine di perseguire il bene comune»[182].

Il 16 ottobre 1981, in un discorso da lui pronunciato alla FAO nella prima Giornata mondiale dell'alimentazione, affermò: «Ricchi e poveri siamo tutti legati allo stesso destino. La miseria degli altri potrebbe un giorno non lontano battere rabbiosa alla nostra porta. Esiste un legame di reciproca interdipendenza fra crescita del mondo industrializzato e sviluppo di quello emergente. Dobbiamo restituire ai popoli il senso dell’unità del pianeta»[182].

Nomine presidenziali[modifica | modifica wikitesto]

Sandro Pertini al Quirinale
Sandro Pertini al Quirinale
Governi:

VII legislatura (1976-1979)

VIII legislatura (1979-1983)

IX legislatura (1983-1987)

Giudici della Corte costituzionale:
Senatori a vita:

Con queste nomine i senatori a vita diventarono complessivamente sette. Secondo l'interpretazione di Pertini, infatti, l'art. 59 della Costituzione non intenderebbe limitare a cinque il numero di senatori a vita che possono sedere in Parlamento, ma permettere a ogni Presidente della Repubblica di nominarne fino a cinque. Tale scelta non fu contestata (forse per la qualità dei senatori a vita nominati o per la popolarità di cui Pertini godeva) e il suo successore Cossiga seguì la stessa interpretazione.[183]

Senatore a vita[modifica | modifica wikitesto]

Emma Bonino e Sandro Pertini alla Marcia per la pace a Roma nel 1985

Il 29 giugno 1985, pochi giorni prima della scadenza naturale del suo mandato, si dimise dalla carica per permettere l'immediato insediamento di Francesco Cossiga, appena eletto suo successore: subito come Presidente supplente ed in carica dal 3 luglio dopo il giuramento.

Al termine del mandato presidenziale divenne, come previsto dalla Costituzione, senatore a vita di diritto e si iscrisse al Gruppo del Psi al Senato.[184]

Come senatore a vita Pertini non svolse attività politica, né votò la fiducia ad un Presidente del Consiglio da lui precedentemente incaricato. L'unico incarico ufficiale che intraprese dopo la Presidenza della Repubblica fu la presidenza della Fondazione di Studi Storici "Filippo Turati", costituitasi a Firenze nel 1985 con l'obiettivo di conservare il patrimonio documentario del socialismo italiano. Conserverà questo incarico fino alla sua morte. Nel 1995 la Fondazione Turati ha dato vita all'Associazione Nazionale "Sandro Pertini" al fine di conservare e valorizzare l'archivio e la biblioteca personale del Presidente.[185]

Durante e dopo il periodo presidenziale non rinnovò la tessera del Partito Socialista, al fine di presentarsi al di sopra delle parti, pur senza rinnegare il suo essere socialista; del resto, anche durante il mandato aveva difeso la bandiera del socialismo italiano, intervenendo con un commento autorizzato nella cosiddetta "lite delle comari" del governo Spadolini.

Indipendente dal ruolo istituzionale che aveva ricoperto e legato piuttosto a un senso di reciproca lealtà democratica appare invece l'episodio che lo vide, nel 1988, visitare la camera ardente di Giorgio Almirante.[186]

Il 23 marzo 1987 fu colto da un malore durante i funerali del generale Licio Giorgieri, che era stato assassinato dalle Brigate Rosse, e fu ricoverato al Policlinico Umberto I; in quella occasione ricevette anche la visita del papa Giovanni Paolo II, al quale era legato da lunga amicizia[187], ma questi poté solo vederlo di sfuggita, poiché gli fu impedito dai medici, in quanto Pertini risultava sedato e non ancora fuori pericolo[188].

Pertini si rimise completamente al punto che il 2 luglio dello stesso anno si trovò a presiedere l'Aula di Palazzo Madama in occasione dell'Elezione del Presidente del Senato ad inizio della X Legislatura, incarico nel quale venne votato Giovanni Spadolini.

La notte del 24 febbraio 1990, all'età di 93 anni, si spense[189] per una complicazione in seguito ad una caduta di pochi giorni prima, nel suo appartamento privato di Roma, una mansarda affacciata sulla Fontana di Trevi. Per suo espresso desiderio, il suo corpo fu cremato e le ceneri traslate nel cimitero del suo paese natale, Stella San Giovanni.

Pertini si era sempre dichiarato ateo; nonostante ciò, nel suo studio al Quirinale aveva sempre tenuto un crocifisso: sosteneva infatti di ammirare la figura di Gesù come uomo che ha sostenuto le sue idee a costo della morte.[190] In anni più recenti, un libro di Arturo Mari del 2007, fotografo pontificio, cercò di avvalorare la tesi che Pertini volesse convertirsi in punto di morte e che chiamò il Papa, cui fu impedito di entrare nella stanza di ospedale[191]. Tale circostanza però fu fermamente smentita dalla "Fondazione Sandro Pertini", che fornì all'emittente La7 alcune registrazioni di telefonate tra la moglie Carla Voltolina e il Papa del febbraio 1990 e rilevando come non ci fu nell'occasione alcun ricovero in ospedale, e indicando infine come la circostanza riportata fosse in realtà relativa alla visita del 1987[192].

Il suo appartamento, dopo la morte della moglie Carla nel 2005, non è più stato riaffittato sino al 2011, quando Umberto Voltolina, il cognato di Pertini, in accordo con la Fondazione Pertini, restituì la casa al Comune di Roma.[193]

Pertini giornalista[modifica | modifica wikitesto]

Dall'agosto 1946 al gennaio 1947 e dal maggio 1949 all'agosto 1951[194] fu direttore del quotidiano socialista Avanti!.

Dall'aprile del 1947 al giugno del 1968 fu anche direttore del quotidiano genovese Il Lavoro.

In una pagina del sito web della Fondazione "Sandro Pertini" è ricordato che, all'Avanti!, «il Direttore Sandro Pertini, negli anni che vanno dal 1952 al 1954, dormiva nella segreteria di redazione che era stata trasformata in camera, dove aveva una rete metallica con quattro piedi di ferro aggiunti per alzarla, un materasso fatto di ritagli di stoffa e un lavabo in ferro battuto con una caraffa.»[195] Tuttavia, in nessuna fonte storica e documentale di provata attendibilità sulla vita del leader socialista ligure è rimasta traccia di tale direzione dell'Avanti dal 1952 al 1954, oltre alle due, assolutamente certe, dall'agosto 1946 al gennaio 1947, e dal maggio 1949 all'agosto 1951.

Al contrario, in Avanti! Un giornale, un'epoca di Ugo Intini[194], ex-direttore del quotidiano socialista, risulta che il direttore dell'Avanti nel periodo 1952-1954 sia stato l'on. Tullio Vecchietti.

L'episodio riferito nel sito web della Fondazione "Sandro Pertini" è probabilmente riferibile al periodo agosto 1946-gennaio 1947, quando, a causa delle distruzioni belliche, era difficile trovare a Roma un alloggio in centro a prezzi abbordabili.

Il pensiero politico di Pertini[modifica | modifica wikitesto]

Il pensiero politico di Pertini può essere efficacemente espresso da alcune frasi tratte da una sua intervista:

« Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. [...] »
( Sandro Pertini, Intervista (WMV), CESP - Centro Espositivo Sandro Pertini. URL consultato il 2 agosto 2008.[196])

La sua personalità era intrisa dei princìpi che avevano ispirato la democrazia parlamentare e repubblicana, nata dall'esperienza della Resistenza partigiana; era solito sostenere il suo rispetto della fede politica altrui tanto quanto il suo fermo rifiuto del pensiero fascista e di tutte le ideologie che rinneghino la libertà di espressione:

« Il fascismo per me non può essere considerato una fede politica [...] il fascismo è l'antitesi di tutte le fedi politiche [...], perché opprime le fedi altrui.[197] »
« Con i fascisti non si discute. Con ogni mezzo li si combatte. Il fascismo non è fede politica, come per la resistenza li ho combattuti e li combatterò sempre.[198] »

Pertini nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

« ... Il Presidente dietro i vetri un po' appannati fuma la pipa, il Presidente pensa solo agli operai, sotto la pioggia... »
(Antonello Venditti, Sotto la pioggia (1982))
Pertini e la Liguria

Una delle tante immagini gioviali del Presidente Pertini

Sandro Pertini rimase sempre legato alla sua terra d'origine, la Liguria. Nonostante i suoi impegni, specie nel periodo della presidenza della Camera, si recò spesso in visita non solo nei luoghi in cui era nato o aveva vissuto da giovane ma anche in altre città della riviera ligure e dell'entroterra, spesso palesando il suo imbarazzo per il trambusto che la sua presenza comportava nei luoghi in cui sostava, con il vistoso ed ingombrante seguito dei carabinieri di scorta. Una delle mete preferite era Camogli, nella riviera di Levante.

La sua costante presenza nei momenti cruciali della vita pubblica italiana, nelle situazioni piacevoli come nei momenti difficili, è stata probabilmente uno dei motivi della sua grande popolarità. Spesso è stato definito come il "presidente più amato dagli italiani"[4][5][6], ricordato per l'amore verso l'Italia, per il suo carisma, per il suo modo di fare schietto e ironico, per l'onestà, per l'amore verso i bambini (a cui prestava molta attenzione durante le visite giornaliere delle scolaresche al Quirinale) e per aver inaugurato un nuovo modo di rapportarsi con i cittadini, con uno stile diretto e amichevole («amici carissimi, non fate solo domande pertinenti, ma anche impertinenti: io mi chiamo Pertini... »). La schiettezza e la pragmaticità di Pertini si riflesse inoltre anche nella sua azione politica ed istituzionale, facendolo apparire come un presidente che puntava alla concretezza, rifiutando compromessi e imponendosi con il suo rigore morale.[199]

Nel periodo della sua permanenza al Colle contribuì a fare della figura del Presidente della Repubblica l'emblema dell'unità del popolo italiano. La sua statura morale contribuì al riavvicinamento dei cittadini alle istituzioni, in un momento difficile e costellato di avvenimenti delittuosi come quello degli anni di piombo.

Per un certo periodo Pertini diventò infatti "il presidente dei funerali di Stato": se il funerale di Guido Rossa, davanti a 250.000 persone, diventò l'occasione per un forte attacco alle Brigate Rosse, il momento forse più cupo fu il funerale dopo la strage di Bologna.[200] Introdusse poi il rito del "bacio alla bandiera" tricolore, che sarebbe divenuto usuale anche per i suoi successori.

Da notare come in precedenza lo stesso Pertini avesse evitato la candidatura al Colle («Non mi sarei proprio sentito a mio agio, lì al Quirinale! Infatti ogni volta che qualcuno tentava di farmi eleggere, io appoggiavo un altro candidato»).[38] La decisione di accettare l'incarico fu probabilmente dovuta alla particolare situazione politica creatasi dopo le accuse a Leone e le relative dimissioni.

Targa commemorativa dedicata al Presidente Pertini esposta sul muro della sua abitazione in Piazza di Trevi.

Pertini fu tra i presidenti che scelsero di non abitare nel Palazzo del Quirinale, e mantenne la propria residenza nel suo appartamento romano, secondo lo stesso Pertini per espresso desiderio della moglie. Visse infatti per molti anni in una mansarda di 35 m² che s'affaccia sulla fontana di Trevi. Gli abitanti del quartiere lo incontravano spesso, quando ogni mattina l'auto di servizio andava a prenderlo per condurlo "in ufficio" al Quirinale senza grandi apparati di sicurezza; per chi lo riconosceva e lo salutava, soprattutto i bambini, il Presidente aveva sempre un sorriso e un gesto di saluto.

Pertini non volle mai conseguire la patente e, escluse le occasioni ufficiali, era la moglie a fargli da autista con l'utilitaria di famiglia. Tale vettura, una Fiat 500 D rossa del 1962, fu donata dalla moglie al Comune di Torino ed è conservata nel Museo nazionale dell'automobile.

Sandro Pertini con papa Giovanni Paolo II sull'Adamello

Era inoltre solito trascorrere le sue vacanze estive a Selva di Val Gardena, alloggiando nella locale caserma dei carabinieri, per non disturbare la cittadinanza con ulteriori misure di sicurezza durante la sua permanenza. Nella vicina Val di Fassa, nel comune di Campitello è stato costruito nel 1986 il "Rifugio Sandro Pertini", nel nome dell'amicizia che legava il Presidente e il gestore del rifugio.

Nel maggio del 1980 partecipò in veste ufficiale ai funerali di Josip Broz Tito, presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, e molti ritengono che baciò la bandiera che ne avvolgeva la bara. Questo presunto gesto del bacio alla bandiera, a cui Pertini era solito, è stato in questo caso – in alcuni ambienti ed in anni più recenti – ritenuto offensivo nei confronti della comunità giuliano-dalmata poiché il regime di Tito perpetrò i massacri delle foibe e provocò l'esodo istriano[201][202]. In realtà, almeno in quella occasione, appoggiò solo un braccio sulla bara[203], baciando la bandiera in un altro momento della cerimonia.

In seguito al terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980, nell'invocare la repentina risposta dei soccorsi all'immane tragedia dei terremotati, lanciò l'appello «Fate presto», frase apparsa il giorno seguente a nove colonne sul quotidiano Il Mattino di Napoli. Dopo la sua visita in Irpinia, il 26 novembre, pochi giorni dopo la tragedia denunciò pubblicamente l'impotenza e l'inefficienza dello Stato nei soccorsi in un famoso discorso televisivo a reti unificate, in cui sottolineò la scarsità di provvedimenti legislativi in materia di protezione del territorio e di intervento in caso di calamità e denunciò quei settori dello Stato che avrebbero speculato sulle disgrazie come nel caso del terremoto del Belice.[204]

Partecipò commosso anche ai funerali del presidente egiziano Anwar al-Sadat, camminando in mezzo alla folla al seguito del feretro lungo tutto il percorso del corteo funebre e ricordandolo durante il discorso di fine anno nel 1981:

« Siamo preoccupati, noi abbiamo assistito ai funerali del Presidente Sadat assassinato dai fanatici. Stava operando per la pace nel suo Paese e fra Israele e il Mondo Arabo. Ebbene noi abbiamo assistito a quei funerali; vi abbiamo assistito con un animo colmo di angoscia. Sono situazioni che riguardano tutti noi, non possono essere circoscritte al popolo e alle Nazioni in cui si svolgono, riguardano ognuno di noi, ogni uomo che ama la libertà e ogni uomo che ha a cuore la pace.[205] »
Il presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini (terzo da sinistra), gioca a scopone scientifico con Dino Zoff (primo da sinistra), Franco Causio (secondo da sinistra) e il Commissario tecnico della nazionale calcistica italiana, Enzo Bearzot (ultimo da sinistra), sull'aereo presidenziale al ritorno in patria dalla Spagna, con la Coppa del Mondo appena vinta dagli azzurri sul suolo iberico.

Spesso si ricorda la sua presenza ai tentativi di salvataggio di Alfredino Rampi, un bambino di sei anni di Vermicino caduto in un pozzo nel 1981, e la sua esultanza allo stadio di Madrid per la vittoria ai Campionati del mondo di Calcio del 1982 (di fronte ad un impassibile re Juan Carlos). L'immagine dei festeggiamenti per la vittoria della nazionale a Madrid nel 1982 avrebbe inoltre generato, anni dopo, il nome del cocktail "Pertini", diffuso in Spagna negli ambienti studenteschi.

Nel 1982 Ronald Reagan, all'epoca presidente degli Stati Uniti, ricevette il 25 marzo a Washington il presidente italiano e scrisse in uno dei suoi diari personali: «Oggi è arrivato Sandro Pertini. Ha 84 anni ed è un fantastico gentiluomo. Abbiamo avuto un ottimo colloquio. Ama molto gli Stati Uniti. C'è stato un momento commovente quando è passato davanti al Marine che teneva la nostra bandiera. Si è fermato e l'ha baciata».[206]

Assunse sempre un atteggiamento di intransigente denuncia nei confronti della criminalità organizzata denunciando «la nefasta attività contro l'umanità» della mafia e ammonendo sempre a non confondere i fenomeni criminosi della mafia, della camorra e della 'ndrangheta con i luoghi e le popolazioni in cui sono presenti. Nel discorso di fine anno del 1982 parlò espressamente del problema mafioso, ricordando le figure di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa:

« Vi sono altri mali che tormentano il popolo italiano: la camorra e la mafia. Quello che sta succedendo in Sicilia veramente ci fa inorridire. Vi sono morti quasi ogni giorno. Bisogna stare attenti a quello che avviene in Sicilia e in Calabria e che avviene anche con la camorra a Napoli. Bisogna fare attenzione a non confondere il popolo siciliano, il popolo calabrese ed il popolo napoletano con la camorra o con la mafia. Sono una minoranza i mafiosi. E sono una minoranza anche i camorristi a Napoli.

Prova ne sia questo: quando è stato assassinato Pio La Torre, vi era tutta Palermo intorno al suo feretro. Quando è stato assassinato il generale Dalla Chiesa, con la sua dolce, soave compagna, che è stata più volte qui a trovarmi, proprio in questo studio, tutta Palermo si è stretta intorno ai due feretri per protestare.
Quindi il popolo siciliano, il popolo calabrese ed il popolo napoletano sono contro la camorra e contro la mafia.[207] »

Nel febbraio 1983, tra lo stupore generale visitò in ospedale il giovane Paolo Di Nella, militante del Fronte della Gioventù, in coma per essere stato colpito alla testa con una spranga da due giovani mentre affiggeva dei manifesti,[208] e che nei giorni successivi morì.[209]

Lo stesso anno sciolse il consiglio comunale di Limbadi in provincia di Vibo Valentia, in quanto era risultato primo degli eletti il latitante Francesco Mancuso, capo dell'omonima famiglia mafiosa. Tornò poi sulle tematiche legate alla criminalità organizzata nel suo discorso di fine anno:

« Ci preoccupa quello che si verifica con la mafia in Sicilia, la camorra nel napoletano e la 'ndrangheta – non so mai pronunciare bene questa parola – in Calabria. Però io qui mi permetto di fare questa osservazione.

Il popolo siciliano non deve essere confuso con la mafia. Il popolo siciliano è un popolo forte, popolo che ben conosco, perché negli anni passati, quando ero propagandista del mio partito, ho girato in lungo e in largo la Sicilia. Li ho conosciuti nella prima guerra mondiale i giovani siciliani, con il loro coraggio e la loro fierezza.
Il popolo siciliano è un popolo forte, generoso, intelligente. Il popolo siciliano è il figlio di almeno tre civiltà: la civiltà greca, la civiltà araba e la civiltà spagnola. È ricco di intelligenza questo popolo. Quindi non deve essere confuso con questa minoranza che è la mafia. È un bubbone che si è creato su un corpo sano.
Ebbene, con il bisturi, polizia, forze dell'ordine, governo debbono sradicare questo bubbone e gettarlo via, perché il popolo siciliano possa vivere in pace. Così si dica della 'ndrangheta in Calabria.
Io ho girato in lungo e largo la Calabria. Se vi è un popolo generoso, buono, pronto, desideroso di lavorare e di trarre dal suo lavoro il necessario per poter vivere dignitosamente, è il popolo calabrese.
Così il popolo napoletano con la camorra. Anche qui sono una minoranza i camorristi. Parlano troppo di quello che è in carcere, capo-mafia. Quello si sente un eroe. I giornali ne parlano tutti i giorni ed è chiaro che entra il giornale in carcere e lui si sente un eroe, questo sciagurato. Ma il popolo napoletano non può essere confuso con la camorra.[210] »

Pertini rende omaggio al feretro di Enrico Berlinguer

Pertini fu inoltre particolarmente partecipe durante la scomparsa di Enrico Berlinguer, tanto da partire personalmente da Roma con un volo presidenziale per poter scortare la salma nella capitale. Durante le esequie in piazza S. Giovanni, Nilde Iotti, dal palco delle autorità, ringraziò pubblicamente Pertini, scatenando un commovente applauso della folla partecipante.

Il giornalista Indro Montanelli, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 27 ottobre 1963, scrisse: «Non è necessario essere socialisti per amare e stimare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità.»[211] Tuttavia lo stesso Montanelli, rispondendo alla lettera di un lettore sul Corriere del 16 giugno 1997, scrisse un articolo critico sulla figura del defunto presidente dal titolo "Pertini? Sono altri i grandi d'Italia".[212] Il giudizio espresso dal giornalista fu definito «molto riduttivo e quasi sprezzante» dall'allora ministro Antonio Maccanico, ex collaboratore di Pertini, in una lettera inviata al quotidiano e pubblicata tre giorni dopo.[213]

Cinema e spettacolo[modifica | modifica wikitesto]

Eduardo De Filippo con Sandro Pertini

Nel film del 1974 Mussolini ultimo atto, di Carlo Lizzani, c'è un personaggio ispirato a Pertini. Lizzani in un suo libro ha scritto che l'allora presidente della Camera dei deputati, dopo aver visto il film in proiezione privata, in una lettera commentò bonariamente: «Durante quelle caldissime giornate mi fu rimproverata un'eccessiva intransigenza. Nel film, se c'è un personaggio "moscio" sono io!».

Il film, che racconta gli ultimi giorni di Mussolini, si ispira alla ricostruzione che vuole Walter Audisio, colonnello della 52ª Brigata Garibaldi, esecutore materiale dell'ordine del CLN di fucilare il Duce. Lizzani nel suo libro riporta che Pertini nella lettera gli scrisse: «E poi non fu Audisio a eseguire la «sentenza»; ma questo non si deve dire oggi».[214][215]

Ci sarà un giorno (Il giovane Pertini) di Franco Rossi è un film del 1993 che racconta la vita di Pertini (interpretato da Maurizio Crozza) nel quinquennio 1925-1930. Prodotto dalla RAI, è stato trasmesso solo nel 2010 a causa dell'opposizione della moglie.[216]

La sua popolarità fece sì che diventasse spesso anche oggetto di attenzione da parte del mondo dello spettacolo: nel cabaret televisivo degli anni ottanta, vi sono stati almeno due noti imitatori di Sandro Pertini: Alfredo Papa e Massimo Lopez. Il primo doppiava il pupazzo Sandrino che interloquiva con Lino Toffolo nel varietà di Canale 5 Risatissima. Il secondo imitava Pertini in prima persona, particolarmente negli sketch del Trio (Lopez, Marchesini, Solenghi) per l'edizione 1985-1986 di Domenica In.

Toto Cutugno lo citò nella sua canzone L'Italiano, con le parole «buongiorno Italia, gli spaghetti al dente e un partigiano come presidente», al festival di Sanremo 1983.

Pertini è stato inoltre protagonista di una striscia a fumetti (Pertini, o Pertini Partigiano) disegnata da Andrea Pazienza e pubblicata su varie testate storiche della satira italiana, tra cui Il Male, Cannibale, Frigidaire e successivamente Cuore. Le strisce e il materiale prodotto sono in seguito state pubblicate in volume da Primo Carnera Editore nel 1983 e da Baldini & Castoldi nel 1998. La striscia immergeva il Presidente negli anni della Resistenza italiana al nazismo, dipingendolo come coraggioso e pragmatico guerrigliero, affiancato e intralciato dall'inetto aiutante Paz, l'autore stesso.

Pertini è il presidente che "dietro ai vetri un po' appannati fuma la pipa" e che "pensa solo agli operai sotto la pioggia" che il cantautore romano Antonello Venditti cita nella canzone Sotto la pioggia, scritta nel 1982 e contenuta nell'omonimo album.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • La fuga di Filippo Turati, in Trent'anni di storia italiana, 1915-1945. Dall'antifascismo alla Resistenza, Torino, Einaudi, 1961.
  • Quei giorni della liberazione di Firenze. ...e la Martinella suonò..., a cura di G. Errera, Firenze, Le Monnier, 1983. ISBN 88-00-85598-9; Firenze, Pugliese, 2006. ISBN 88-86974-34-5.
  • Pertini racconta. Storia di un uomo e del suo mito, Milano, Garzanti, 1984.
  • La mia Repubblica, a cura di G. Spadolini, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 1990.
  • Scritti e discorsi di Sandro Pertini, 2 voll., a cura di S. Neri Serneri, A. Casali, G. Errera, Roma, Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per l'informazione e l'editoria, 1992.
  • Sandro Pertini, combattente per la libertà, a cura di S.Caretti e M.Degl'Innocenti, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 1996.
  • Sandro Pertini. Carteggio: 1924-1930, a cura di S.Caretti, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2005. ISBN 88-88546-55-3.
  • Discorsi parlamentari 1945-1976, a cura di M. Arnofi, Roma-Bari, Laterza, 2006. ISBN 88-420-7871-9.
  • Sandro Pertini. Lettere dal carcere: 1931-1935, a cura di S.Caretti, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2006. ISBN 88-89506-19-9.
  • Sandro Pertini. Dal confino alla Resistenza. Lettere 1935-1945, a cura di S. Caretti, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2007. ISBN 978-88-89506-13-4.
  • Sandro Pertini. Dal delitto Matteotti alla Costituente. Scritti e discorsi, 1924-1946, a cura di S. Caretti, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2008. ISBN 978-88-89506-63-9.
  • Sandro Pertini. Anni di guerra fredda. Scritti e discorsi: 1947-1949, a cura di S. Caretti, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2010. ISBN 978-88-89506-91-2.
  • Sandro Pertini. La stagione del frontismo. Scritti e discorsi: 1949-1953, a cura di S. Caretti, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2015. ISBN 978-88-86582-03-08.
  • Sandro Pertini. L'autunno del centrismo e l'alternativa socialista. Scritti e discorsi: 1953-1958, a cura di S. Caretti, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2016. ISBN 978-88-86852-03-039.
  • Bibliografia degli scritti e discorsi di Sandro Pertini, 1924-2008, a cura di A. Gandolfo, Savona, Provincia, 2008.
  • Gli uomini per essere liberi, a cura di P. Pierri, Torino, ADD, 2012. ISBN 978-88-96873-47-2.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Nella sua qualità di Presidente della Repubblica italiana è stato, dal 9 luglio 1978 al 29 giugno 1985:

Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
Capo dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine militare d'Italia
Capo dell'Ordine al merito del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine al merito del lavoro
Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine della stella della solidarietà italiana
Capo dell'Ordine di Vittorio Veneto - nastrino per uniforme ordinaria Capo dell'Ordine di Vittorio Veneto

Personalmente è stato insignito di:

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare
«Animatore instancabile della lotta per la libertà d'Italia, dopo 15 anni trascorsi tra carcere e confino, l'8 settembre 1943 si poneva alla testa degli ardimentosi civili che a fianco con i soldati dell'esercito regolare contrastarono tenacemente l'ingresso alle truppe tedesche nella Capitale. Membro della giunta militare del C.L.N. centrale, creava una delle maggiori formazioni partigiane operanti sui piano nazionale. Arrestato e individuato quale capo dell'organizzazione militare clandestina, sottoposto a duri ed estenuanti interrogatori ed a violenze fisiche con il suo fiero ed ostinato silenzio, riusciva a mantenere il segreto. Il 25 gennaio 1944 riacquistava la libertà con una fuga leggendaria dal carcere, riassumeva il suo posto di comando spostandosi continuamente in missione di estremo pericolo nelle regioni dell'Italia centrale, dove più infieriva la lotta alla quale partecipava personalmente. Nel maggio 1944 si recava in Lombardia per portarvi il suo contributo prezioso ed insostituibile di animatore e combattente, potenziando le Brigate che in ogni regione dell'Italia occupata, sotto la sua guida, divennero un formidabile strumento di lotta contro l'invasore. Di là, a fine luglio 1944, si portava in Firenze dove, alla testa dei partigiani locali, partecipava all'insurrezione vittoriosa. Rientrato in Roma liberata, chiedeva di essere inviato nell'Italia occupata e dalla Francia effettuava il passaggio del Monte Bianco. Nella Val d'Aosta (Cogne), soggetta ad un feroce rastrellamento, si univa alle formazioni partigiane distinguendosi in combattimento. Raggiunta Milano, riprendeva il suo posto nei maggiori organi direttivi della resistenza. L'insurrezione del Nord lo aveva, quale membro del Comitato insurrezionale, tra i maggiori protagonisti nelle premesse organizzative e nell'urto militare decisivo. Uomo di tempra eccezionale, sempre presente in ogni parte d'Italia ove si impugnassero le armi contro l'invasore. La sua opera di combattente audacissimo della resistenza gli assegnava uno dei posti più alti e lo rende meritevole della gratitudine nazionale nella schiera dei protagonisti del secondo Risorgimento d'Italia.»
— Roma, Firenze, Milano, 8 settembre 1943 - 25 aprile 1945.[217]
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
«Durante tre giorni di violentissime azioni offensive, senza concedersi sosta alcuna, animato da elevatissimo senso del dovere, con superlativa audacia e sprezzo del pericolo avanzava primo fra tutti verso le munite difese nemiche, vi trascinava i pochi suoi uomini e debellava una dietro l'altra le mitragliatrici avversarie numerosissime e protette in caverne. Contribuiva così efficacemente alla conquista di ben difesa posizione nemica catturando numerosi prigionieri e bottino importante. Bellissima figura di eroismo e di audacia.»
— Descia - M. Cavallo - Jelenick, 21-22-23 agosto 1917[218]

Ebbe tale decorazione per aver guidato, nell'agosto del 1917 un assalto al monte Jelenik, durante la battaglia della Bainsizza. Tuttavia, dopo la guerra, tale decorazione fu occultata dal regime fascista a causa della sua militanza socialista. Pertini seppe del conferimento solo quando divenne Presidente della Repubblica, dopo alcune ricerche dello staff dello Stato Maggiore. Alla proposta di consegna egli si rifiutò dicendo che se l'allora regime negò tale merito non riteneva giusto raccoglierlo ora vista la sua posizione di Presidente della Repubblica. L'onorificenza gli fu comunque consegnata, terminato il suo mandato presidenziale, nel suo ufficio di senatore a vita, dall'allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini[16].

Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 1918 (4 anni di campagna) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 1918 (4 anni di campagna)
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia
Medaglia commemorativa italiana della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa italiana della vittoria
Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte
— 10 luglio 1985[219]

Il 6 dicembre 1985 a Padova, presso la Sala dei Giganti dell'Università, gli è stato consegnato il "Premio Pedrocchi per la Poesia" per aver detto nel corso del Suo discorso di insediamento alla Presidenza della Repubblica, nel luglio 1978 "Si svuotino gli arsenali strumenti di morte, si riempiano i granai, strumenti di vita"[cfr. Il Mattino di Padova: 6,7, dicembre 1985; Il Gazzettino 6, 7 dicembre 1985].

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Gran Collare dell'Ordine di San Giacomo della Spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Collare dell'Ordine di San Giacomo della Spada (Portogallo)
— 17 novembre 1980
Cavaliere di Gran Croce onorario dell'Ordine del Bagno - civile (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce onorario dell'Ordine del Bagno - civile (Regno Unito)
— 14 ottobre 1980
  • Fu il primo a ricevere l'onorificenza della "Medaglia Otto Hahn per la Pace" della Società Tedesca per le Nazioni Unite (Deutsche Gesellschaft für die Vereiten Nationen, DGVN): gli fu assegnata a Berlino nel dicembre 1988 «per meriti eccezionali in favore della pace e della comprensione fra i popoli, in particolare per la sua morale politica e la praticata umanità».

Monumenti e infrastrutture dedicate a Pertini[modifica | modifica wikitesto]

Statua bronzea di Pertini a Nereto (TE).

Il primo monumento dedicato a Sandro Pertini fu inaugurato poco dopo la sua morte, nel 1990 a Milano, in via Croce Rossa, opera dell'architetto Aldo Rossi.

Altri monumenti a Pertini si ricordano nei comuni di Rimini, Nereto, Campo nell'Elba e Foligno. A Stella, dove nacque, e dove è sepolto, un suo busto è collocato davanti alla sede comunale.

A Sandro Pertini sono inoltre intitolati, tra gli altri, l'aeroporto di Torino-Caselle e l'ospedale "Sandro Pertini" di Roma, inaugurato nel 1990 nella zona di Pietralata.

A Savona è dedicato il ponte che collega Piazza Leon Pancaldo al porto (darsena).[220]

L'Associazione Nazionale Sandro Pertini tiene inoltre un dettagliato elenco, non esaustivo, delle numerose scuole, parchi, infrastrutture, centri culturali e politici, strade, piazze e manifestazioni varie, intitolate a Sandro Pertini in Italia[221].

La Fondazione Sandro Pertini[modifica | modifica wikitesto]

La "Fondazione Sandro Pertini" è stata costituita il 23 settembre 2002, a Firenze, su iniziativa della moglie del presidente, Carla Voltolina.

La firma dell'atto pubblico di costituzione è avvenuta in occasione di una cerimonia svoltasi nell'aula magna della facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" che aveva visto laurearsi, nel 1924, proprio Sandro Pertini.

La fondazione si pone come principale obiettivo quello di promuovere e divulgare studi sull'opera e il pensiero di Sandro Pertini; inoltre, si prefigge come scopo ulteriore, ma non secondario, quello di preservare il patrimonio dell'uomo politico costituito da cimeli, libri, archivio storico, fotografie, quadri e documenti vari da destinare alla pubblica fruizione, nonché quello di diffondere i valori per i quali Pertini si era battuto durante la sua esistenza[222].

L'attuale organigramma della Fondazione è così composto:

  • Presidente: Umberto Voltolina
  • Vicepresidenti: Pietro Pierri e Diomira Pertini

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Libertà, lavoro e giustizia sociale secondo Sandro Pertini, comunicareilsociale.it. URL consultato il 3 maggio 2013.
  2. ^ a b Limitatamente al nome e alla nascita: dichiarazione effettuata da Alberto Pertini (padre), assistito da 2 testi, riportata nell'atto n.113 del Registro degli Atti di Nascita, anno 1896, del Comune di Stella (all'epoca in Provincia di Genova Circondario di Savona) verbalizzata dall'Uff. di Stato Civile Cesare B. nel settembre 1896; l'atto di nascita è conservato attualmente presso l'Archivio di Stato di Savona
  3. ^ Antonio Matasso, "Giuseppe Saragat, il socialista che seppe scegliere. URL consultato il 10 marzo 2015.
  4. ^ a b Alessio Altichieri, "Non ci sarà più un altro Pertini" la Voltolina ricorda il suo Sandro, in Corriere della Sera, 24 aprile 1992. URL consultato il 10 febbraio 2009.
  5. ^ a b Francesco La Spina, Savona-Roma nel nome di Pertini, in La Repubblica, 19 ottobre 2005. URL consultato l'11 febbraio 2009.
  6. ^ a b Giangiacomo Schiavi, "Non ci sarà più un altro Pertini" la Voltolina ricorda il suo Sandro, in Corriere della Sera, 24 aprile 1992. URL consultato il 10 febbraio 2009 (archiviato dall'url originale il ).
  7. ^ L'atto di nascita curiosamente recita "nella casa posta in Piazza" non citando la denominazione della Piazza probabilmente a causa dell'assenza di una denominazione ufficiale.
  8. ^ atto n.59 Registro atti nascita di Savona anno 1882
  9. ^ atto di nascita n.87, Registro atti di nascita del 4 ottobre 1898, Comune di Stella: conservato presso Arch. Stato di Savona
  10. ^ atto n. 72 Registro atti di nascita del Comune di Stella anno 1890: conservato presso Archivio di Stato di Savona
  11. ^ atto di nascita n.115 redatto il 20 ottobre 1894: registro degli atti di nascita del Comune di Stella conservato presso Arch. Stato Savona
  12. ^ CESP - Video Intervista
  13. ^ Massimiliano Di Mino e Pier Paolo Di Mino, pp. 47-48.
  14. ^ Centro Espositivo Sandro Pertini - Documenti: Il professor Baratono, maestro di socialismo (1979). www.pertini.it/cesp
  15. ^ a b c Fondazione Sandro Pertini - Biografia
  16. ^ a b CESP - Video Intervista
  17. ^ Giuliano Muzzioli, MODENA - Storia delle città italiane, Bari, Editori Laterza, 1993, ISBN 88-420-4176-9. p. 209 di 405
  18. ^ Per la laurea honoris causa, riconosciutagli all'Università di Oxford sessant'anni dopo, v. Trahison des clercs. The Economist (London, England), Saturday, February 2, 1985; pg. 24; Issue 7379.
  19. ^ Pertini: ritrovata la tesi di laurea 'La cooperazione' discussa nel 1924, mentelocale
  20. ^ biografia pubblicata nel sito web dell'Associazione Sandro Pertini
  21. ^ biografia pubblicata nel sito web della Fondazione Pertini
  22. ^ a b c d e f biografia, pubblicata nel sito web del Circolo Sandro Pertini di Genova
  23. ^ Archivio di Stato di Genova, Prefettura di Genova, Sala 21, Pacco n. 283, Elezioni Comunali del 1920; Comune di Stella, Atti dei Consigli Comunali del 1920-22
  24. ^ I delegati del Partito Socialista di Savona al congresso di Livorno furono Lorenzo Moizo, Mario Stiatti ed Antonio Gamalero. Bandiera Rossa (11 dicembre 1920)
  25. ^ La festa dei Combattenti a Stella San Giovanni. Il discorso dell’Onorevole Rossi e del Tenente Pertini in Il Cittadino (26 settembre 1921); Da Stella: L’inaugurazione della bandiera dei Combattenti in Il Corriere Ligure (1º ottobre 1921)
  26. ^ la richiesta di iscrizione al PSU nel sito web del CESP - Centro Espositivo "Sandro Pertini" di Firenze
  27. ^ Cfr. l'intervento di Sandro Pertini alla discussione nella seduta della I Commissione (Affari Interni) della Camera dei Deputati del 23 febbraio 1955 sulla proposta di legge "Provvidenze a favore dei perseguitati politici antifascisti o razziali e dei loro familiari superstiti", in Resoconto stenografico della seduta, pp. 404-405
  28. ^ Silvio Bertoldi, Fra i "neri" in cravatta rossa, in Oggi, 29 marzo 1973. URL consultato il 19 aprile 2009. Articolo riportato nel sito web del CESP - Centro Espositivo "Sandro Pertini" di Firenze.
  29. ^ Archivio Centrale dello Stato, CPC, b. 3881, fasc.86802
  30. ^ CESP - Documenti Arresto e interrogatorio di Pertini (1925)
  31. ^ CESP - Documenti Proposta di confino della Prefettura di Savona (25 novembre 1926) e ordinanza del 4/12/1926
  32. ^ Istituto di Studi Filosofici di Napoli - La fuga di Filippo Turati. L'esperienza del confino ad Ustica. Il processo di Savona.
  33. ^ Per la biografia si rimandano alle seguenti opere di Antonio Martino: Fuorusciti e confinati dopo l'espatrio clandestino di Filippo Turati nelle carte della R. Questura di Savona in Atti e Memorie della Società Savonese di Storia Patria, n.s., vol. XLIII, Savona 2007, pp. 453-516. e Pertini e altri socialisti savonesi nelle carte della R.Questura, Gruppo editoriale L'espresso, Roma, 2009.
  34. ^ Il testo della sentenza del cosiddetto "Processo di Savona"
  35. ^ a b CESP - Documenti Sentenza del Tribunale Speciale (1929)
  36. ^ a b CESP - Documenti Verbale dell'interrogatorio di Sandro Pertini in Italia del 14 aprile 1929
  37. ^ Aldo Mola, Storia della massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 1992, pp. 782-783.
  38. ^ a b c Intervista di Oriana Fallaci a Pertini, pubblicata su L'Europeo, 27 dicembre 1973, riportata nel sito web Oriana-Fallaci.com
  39. ^ In realtà Sandro Pertini era evaso dal carcere di Regina Coeli con Saragat il 24 gennaio, ma questa notizia era stata tenuta segreta dal regime.
  40. ^ Eugenio Pertini, Associazione Nazionale Partigiani d'Italia
  41. ^ Zucàro, p. 26.
  42. ^ Zucàro, p. 27.
  43. ^ CESP - Documenti Verbale di arresto del 14 aprile 1929
  44. ^ Intervista a Pertini del 17 marzo 1983, riportato da CESP - Documenti
  45. ^ Secondo quanto riferito da Pertini, Saroldi gli fu poi debitore della vita: "Nel 1929 mi denunciò un fascista: Icardio Saroldi. Mi riconobbe per strada, mi fece seguire, arrestare, e fu in quell’occasione che rimasi dentro quindici anni. Tutta la mia giovinezza, cara Oriana. In carcere ci sono andato coi capelli neri e ne sono uscito coi capelli grigi. Ebbene, nel 1945, subito dopo la liberazione di Milano, giunge un corriere politico da Savona e mi dice: «Icardio Saroldi è stato preso e stanno per fucilarlo». «Per quale ragione stanno per fucilarlo?», chiedo. «Perché ti ha denunciato nel 1929», risponde. «Ah, no! Se è per questo, no. Mi oppongo. Sarebbe una vendetta personale e di vendette personali io non ne ho mai volute. Io la lotta l’ho sempre vista nel suo complesso, non come lotta al singolo.» Poi do ordine di liberarlo e, qualche tempo dopo, costui manda sua moglie a ringraziarmi. Esauriti i ringraziamenti, questa moglie mi dice: «Posso chiederle un altro favore?». «Prego, signora, si figuri.» «Ecco, le dispiacerebbe farmi una dichiarazione dove afferma che mio marito non la denunciò?» Mi arrabbiai. Gridai: «No, signora, no, io sono buono ma due volte buono significa imbecille». La mandai via e... poi Saroldi entrò nel Movimento sociale. Mi spiego? Un altro non se la sarebbe presa come me, non si sarebbe meravigliato. Io invece ne soffro e mi irrigidisco..." cfr. Intervista di Sandro Pertini a Oriana Fallaci.
  46. ^ Sandro Pertini, In carcere: L'ergastolo di Santo Stefano, in Vico Faggi (a cura di), Sei condanne due evasioni, Milano, Mondadori, 1970, p. 179, 88-04-33827-X.
  47. ^ L'ergastolo di Santo Stefano. Alcuni passi del volume curato da Vico Faggi Sandro Pertini: Sei condanne due evasioni rievocano il durissimo trattamento riservato ai detenuti del carcere di Santo Stefano, su Centro Espositivo Sandro Pertini. URL consultato il 5 giugno 2016.
  48. ^ CESP - Documenti Lettera di Togliatti a Turati, 30 ottobre 1930
  49. ^ La lettera di Pertini di dissociazione dalla domanda di grazia inviata al presidente del Tribunale
  50. ^ CESP - Documenti Lettera alla madre 1933
  51. ^ CESP - Documenti Verbale di consegna della carta di permanenza, Ponza 1935
  52. ^ CESP - Documenti Ordinanza per l'assegnazione al confino, Ventotene 1940
  53. ^ “Giorno per giorno vado assistendo al progressivo aggravarsi delle disperate condizioni di salute di Ernesto Bicutri, rimanendo sempre sotto l'incubo che l'assalga una nuova crisi emottoica più fatale delle cinque precedenti crisi, in cui ogni volta l'abbiamo visto emettere sangue in tale quantità da riempire intere sputacchiere. La triste ed ingiusta sorte del compagno a me carissimo mi affligge profondamente e turba il mio animo, perché penso che se lo si fosse tempestivamente allontanato da questo maledetto clima, in cui, secondo il sanitario della colonia, devesi ricercare la causa prima dell'attuale gravissimo stato del Bicutri, e se lo si fosse, quindi, ricoverato in un sanatorio ove avrebbe ottenuto cure radicali, egli si sarebbe potuto rimettere, ed oggi non si troverebbe in così disperate condizioni. Invece, confinato qui, in quest'isola, priva di tutto ciò che è strettamente indispensabile (come ghiaccio, alimenti speciali, specialità farmaceutiche, ecc.), onde un sanitario possa seriamente intervenire per arrestare crisi emottoiche, il Bicutri non ha speranza alcuna di salvezza; e noi dobbiamo assistere alla sua prematura fine con l'animo angosciato e sdegnato senza poter porgere al compagno nostro un qualsiasi valido aiuto. È una vita umana che si spegne, mentre poteva essere salvata. Qui sta, appunto, la ragione della nostra angoscia e del nostro sdegno. E ciascuno di noi tubercolotici ha ragione di pensare che l'attenderà la stessa tristissima sorte, di cui oggi è vittima Ernesto Bicutri, se continuerà ad essere lasciato in quest'isola, ove non è possibile avere alcuna seria cura antitubercolare, ed il cui clima non può che essere di gravissimo danno agli ammalati di petto, come hanno più volte asserito il sanitario della colonia ed i sanitari che a Napoli, Gaeta e Littoria ebbero a sottoporre a visite speciali i confinati tubercolotici. È necessario, pertanto, che codesto ministero si persuada che i confinati tubercolotici non possono rimanere a Ventotene, a meno che non si voglia vederli, a uno a uno, precipitare, come Ernesto Bicutri, verso una prematura fine. Sarebbe, dunque, logico ed umano far ricoverare i confinati tubercolotici, a forma aperta, in sanatorio, e confinare gli altri in una località del continente che per il clima, per le locali risorse alimentari e per le possibilità sanitarie, sia più adatta. Se, però, codesto ministero dovesse continuare a trovarsi, per una ragione qualsiasi, non in grado di far sì che i confinati tubercolotici abbiano quelle cure di cui necessitano, dovrebbe trarne la conseguenza più logica e più giusta, che sarebbe quella di prosciogliere i confinati tubercolotici, sottoponendoli, sia pure, all'ammonizione, tanto più che secondo il regolamento di P.S. gli affetti da tubercolosi polmonare, essendo ammalati specifici, non dovrebbero essere assegnati al confino di polizia. Così, i confinati tubercolotici, restituiti alle loro famiglie, avranno finalmente l'assistenza e le cure di cui hanno tanto bisogno, e che non possono ottenere rimanendo al confino. Con osservanza.” Lettera di Pertini da Ventotene al ministero dell'Interno, sezione confinati politici (3 maggio 1942), tratta da: Sandro Pertini, "Sei condanne, due evasioni", Mondadori
  54. ^ Ernesto Bicutri, nato a Casale Monferrato (AL) il 14 gennaio 1900, fu un militante comunista e un combattente antifascista in Spagna. Emigrato in Francia nel 1929, a seguito dello scoppio della guerra civile spagnola si arruolò volontario e combattè nel 1937, come telefonista, nel Terzo Battaglione della XII Brigata internazionale "Garibaldi". Tornato in Francia, andò poi a lavorare in Germania. Nel 1941 tornò in Italia, fu arrestato e assegnato al confino a Ventotene, dove morì il 28 maggio 1942 a causa d'una tubercolosi malcurata. Presso l'istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia di Milano è presente, nel Fondo “Archivio dell'Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna”, un fascicolo a suo nome, nel quale sono conservati alcuni effetti personali a lui appartenuti, tra cui un frammento di documento d'identità francese corredato da una fotografia, datato 08 luglio 1936 (cfr. scheda del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo). La maggior parte delle informazioni biografiche su Ernesto Bicutri sono state tratte dalla scheda a lui dedicata nel sito web "SIDBRINT - Memòria Històrica Brigades Internacionals" dell'Università di Barcellona (E), che a sua volta riprende il contenuto del volume: AA.VV., La Spagna nel nostro cuore, 1936-1939: tre anni di storia da non dimenticare, Roma, AICVAS, 1996, pag. 607.
  55. ^ La Storia del PSI - Tessere socialiste; vedi anche La tessera PSI del 1938
  56. ^ Cfr. Mario Oppedisano, La vita di Sandro Pertini nel sito web del "Centro Culturale Sandro Pertini" di Genova. Dopo un primo contingente di confinati non appartenenti ai partiti della sinistra, l'unico liberato da Ventotene fu proprio Pertini, in quanto, al momento, era l'unico socialista ivi ristretto (ad esempio, Pietro Nenni si trovava al confino nella vicina isola di Ponza) e il provvedimento di scarcerazione del governo Badoglio non comprendeva comunisti e anarchici. Dapprima Pertini rifiutò di lasciare l'isola finché non fossero stati liberati tutti, poi su insistenza di molti compagni del comitato dei confinati che lo invitarono a recarsi a Roma per sollecitare Badoglio per far liberare anche gli altri, si decise a partire.
  57. ^ Cfr. Telegramma dei confinati di Ventotene del 7 agosto 1943, in Sandro Pertini, Sei condanne, due evasioni, a cura di V. Faggi, Milano, Mondadori 1970, p. 211-212, riportato nel sito web del CESP - Centro Espositivo Sandro Pertini
  58. ^ a b c Intervista di Enzo Biagi a Pertini, Quel 25 luglio 1943. Pertini, La Stampa, 7 agosto 1973, riportato nel sito web del CESP - Centro Espositivo Sandro Pertini
  59. ^ Sandro Pertini a Roma nel 1943
  60. ^ cfr. La storia del PSI - Dal 1926 al 1945
  61. ^ Trucidato a La Storta il 4 giugno 1944
  62. ^ Adriano Ossicini, Un'isola sul Tevere, Editori Riuniti, Roma, 1999, pag. 197-198
  63. ^ L'unica fonte che cita la partecipazione all'impresa di Luciano Ficca, fratello di Marcella Ficca e cognato di Alfredo Monaco, medico del carcere di Regina Coeli, è la pagina del sito web storiaxxisecolo.it dedicata alla cronologia della Resistenza romana. Dopo l'impresa di Regina Coeli Luciano Ficca venne catturato dalle SS e condotto nella famigerata prigione di via Tasso, dove, in un'occasione, venne interrogato direttamente dal capitano Erich Priebke, vice comandante del quartier generale della Gestapo a Roma. Su tale interrogatorio e sul ruolo di Priebke in via Tasso, Ficca rese una deposizione testimoniale all'udienza del 23 maggio 1997, nel corso del processo contro Priebke davanti al Tribunale militare di Roma per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, ricordando che Priebke durante l'interrogatorio lo aveva minacciato impugnando un nerbo di bue. La sentenza di condanna di primo grado emessa il 22 luglio 1997 si basò anche sulla sua testimonianza.
  64. ^ Marcella Monaco - I protagonisti della Resistenza a Roma.
  65. ^ cfr. Vico Faggi (a cura di), Sandro Pertini: sei condanne, due evasioni, Mondadori, Milano, 1978.
  66. ^ Davide Conti (cur.), Le brigate Matteotti a Roma e nel Lazio, Roma, Edizioni Odradek, 2006, ISBN 88-86973-75-6.. Vedi anche la recensione del libro di Conti, in Patria Indipendente, n.3 del 23 marzo 2008, rivista dell'ANPI.
  67. ^ « […] Si decide di sottrarre alla minaccia capitale Pertini, Saragat e altri cinque detenuti che sono nel braccio tedesco di Regina Coeli, sempre restando a disposizione della giustizia italiana. Gli autori del "colpo" partigiano sono Vassalli, Giannini, Lupis, Gracceva, Maiorca, Alfredo e Marcella Monaco. I primi due, entrambi professori universitari malgrado l’età giovanissima, sono stati fino all’8 settembre ufficiali al Tribunale militare di Roma. Essi non hanno abbandonato gli uffici senza provvedersi di moduli e timbri di scarcerazione. Collabora nell’azione Filippo Lupis, un giovane avvocato che, per la sua professione, può circolare senza troppa difficoltà a Regina Coeli. Gracceva, comandante partigiano, è alla testa, insieme con Vassalli, di un’organizzazione militare sorta dopo l’8 settembre. Maiorca, militante socialista, è tenente presso l’ufficio di polizia della PAI dove, per legge, i detenuti scarcerati debbono passare per un controllo dei documenti. Alfredo Monaco è medico a Regina Coeli e, come tale, ha sotto l’occhio ogni movimento del carcere. Marcella Monaco, infine, moglie del dottore, è addetta al luogo segreto dove i detenuti saranno portati se il colpo riesce. I soli a sapere del complotto sono Pertini e Saragat. È toccato al primo comunicare al compagno che, per loro, le cose si sono messe male, e che la condanna a morte è data come sicura […] Arriva il falso ordine di scarcerazione perfettamente strutturato, in ogni elemento burocratico, e i detenuti sono invitati dai funzionari tedeschi a preparare la loro roba per lasciare Regina Coeli. Andreoni, Bracco e gli altri perdono un po’ di tempo nei preparativi di partenza ed ecco Pertini fulminarli con lo sguardo, non potendoli avvertire con le parole […] Finalmente i detenuti sono pronti, vengono regolarmente dimessi da Regina Coeli. Il gran colpo è andato a segno… Per quattro giorni il silenzio sulla clamorosa evasione è completo; poi, improvvisamente, esso è rotto dalla "Voce dell’Italia" della BBC britannica. Parlando da Londra nella sua rubrica "Al di qua e al di là del fronte" Paolo Treves dice testualmente: «Stasera la solita rubrica non avrà luogo perché il nostro animo è commosso per l’evasione da Regina Coeli di Sandro Pertini e di Giuseppe Saragat condannati a morte dal tribunale di guerra tedesco. I nostri due compagni hanno ripreso in Roma il loro posto di lotta». Ad ascoltare Radio Londra ci sono i tedeschi, che prendono appunti. Alla notizia balzano dalle loro postazioni d’ascolto e chiamano al telefono il direttore di Regina Coeli. La risposta è che i detenuti, forniti di regolari mandati di scarcerazione, autenticamente firmati e bollati, sono stati dimessi. Identica risposta dall’ufficio della PAI. I tedeschi minacciano di fucilare tutti. Iniziano le indagini: risalgono al Tribunale militare dove constatano che l’iter cospirativo è tutto formalmente autentico, tranne la firma sul mandato di scarcerazione.» in Vico Faggi (a cura di), Sandro Pertini: sei condanne, due evasioni, Mondadori, Milano, 1978.
  68. ^ Il testo del quotidiano socialista è riportato in: Giuliano Vassalli e Massimo Severo Giannini, Quando liberammo Pertini e Saragat dal carcere nazista, in Patria Indipendente, Pubblicazione ANPI del 20 aprile 2008.
  69. ^ Giuseppe Bernasconi nel 1943-1944 aveva organizzato a Roma un gruppo di miliziani fascisti particolarmente attivo e violento, formato, in parte, da ex appartenenti alla "Guardia armata di palazzo Braschi", specializzato nelle rapine e nei sequestri di persona, direttamente collegato con i vertici della Gestapo nazista nella Capitale (cfr. Zara Algardi, Il processo Caruso - Resoconto stenografico integrale - Documenti inediti e 16 fotografie fuori testo, Darsena, 1944, p. 42, citato in: Amedeo Osti Guerrazzi, "La repubblica necessaria": il fascismo repubblicano a Roma, 1943-1944, Edizioni Franco Angeli, pag.62). Bernasconi era un ex truffatore con un passato di delinquente di mestiere. Nato a Firenze nel 1899, nel 1918 aveva avuto la prima denuncia per "assenteismo" dal suo reggimento (di artiglieria di fortezza). Sempre nel 1918 aveva partecipato all'assalto di un circolo comunista. Nel 1921 era stato ricoverato in manicomio perché riconosciuto dipendente dalla cocaina. Dopo aver preso parte all'assalto squadrista del ristorante "Comparini" a Firenze, aveva iniziato una poco lucrosa professione di truffatore con sedici condanne dal 1922 al 1942. Era stato cacciato dal Pnf per indegnità morale ed aveva girovagato, negli anni Trenta, tra la Germania e la Svizzera, sempre cercando di raggirare il prossimo, ma sempre con risultati mediocri, dato che veniva regolarmente scoperto ed arrestato (cfr. Archivio di Stato di Milano, Processo Koch, b. 4, vol. 14, Cartella biografica di Bernasconi Giuseppe fu Paolo). Durante la guerra riuscì a ritagliarsi un piccolo ruolo di confidente della polizia politica. Dopo l'otto settembre fu uno dei primi ad aderire al "Fascio romano" che occupò Palazzo Braschi, quello che, fino alla fuga del governo Badoglio, era stato la sede del ministero dell'Interno. In seguito all'arresto di Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, i due capi della famigerata "banda" a loro intitolata, divenne il Capo dell'Ufficio politico e riorganizzò il servizio con i resti della "Banda" di Palazzo Braschi. «Il Bernasconi, per la sua opera basata unicamente sulla illegalità e sulla rapina, riscuoteva la fiducia del Capo della Polizia repubblichina Tamburini, nonché dell'ex Questore ausiliario [di Roma – N.d.E.] Pietro Caruso e pertanto a lui venivano affidate quelle operazioni di polizia che i funzionari di carriera disdegnavano di eseguire perché sapevano di illegalità e miravano a fini specifici di collaborazione fattiva e concreta con i nazifascisti» (dalla denuncia all'Alta Corte di Giustizia contro Giuseppe Bernasconi, citata in: Massimiliano Griner, La banda Koch. Il reparto speciale di polizia 1943-44", Bollati Boringhieri, 2000, p. 83). Bernasconi, tra le sue svariate attività, si era specializzato nella caccia e nelle denuncia di ebrei (cfr. Zara Algardi, Il processo Caruso, cit. p. 42). Ebbe un ruolo non marginale durante la fuga da Roma dei resti del Pfr, agendo in diretto contatto con Kappler e Priebke alla testa di una formazione della "Ettore Muti". Malvolentieri fu l'organizzatore di un fallito tentativo di "recupero" di Pietro Caruso, che era stato arrestato dai partigiani a Viterbo, dopo aver tentato fino all'ultimo di evitare di assumersene il rischio, fingendo di sapere che Caruso fosse al sicuro. Soltanto il 10 giugno, quando la notizia della cattura di Caruso fu confermata, fu costretto a predisporre un tentativo di salvataggio dell'ex-questore di Roma, peraltro fallito (cfr. ACS, Rsi, Segreteria del Capo della polizia, b. 62, Relazione sul movimento del reparto "Muti" da Roma a Firenze, firmato da Franco Palmizi e giunto all'Ufficio del Capo della Polizia il 17 giugno 1944). Lasciata la Capitale, si diresse prima a Firenze, dove entrò a far parte della famigerata Banda Carità, rilevando la guida dell'Ufficio Politico Investigativo (UPI) della Guardia Nazionale Repubblicana fiorentina da Mario Carità quando questi l'8 luglio 1944 si trasferì prima a Bergantino e poi a Padova. In tale veste, Bernasconi svolse indagini sull'uccisione dell'11 luglio del milite fascista dell'UPI Valerio Volpini che portarono il 15 luglio all'arresto del partigiano gappista Bruno Fanciullacci, il quale fu condotto a Villa Loria, la famigerata "Villa Triste" di Firenze. Gravemente ferito nel corso di un tentativo di fuga, Fanciullacci morì il 17 luglio (cfr. FANCIULLACCI, Bruno in Dizionario Biografico – Treccani). Nel pomeriggio del 17 luglio 1944 le milizie repubblichine guidate da Giuseppe Bernasconi attaccarono i cittadini inermi presenti nella piazza Torquato Tasso, nel quartiere fiorentino di San Frediano, causando cinque vittime: Ivo Poli (di soli otto anni), Aldo Arditi, Igino Bercigli, Corrado Frittelli e Umberto Peri; si contarono inoltre numerosi feriti più o meno gravi. Altri 17 abitanti del quartiere furono catturati e di loro si persero le tracce. Solo molti anni dopo, nel 1952, furono ritrovati i loro corpi sul greto del fiume Arno, nei pressi del parco delle Cascine: erano stati fucilati. Il 25 luglio 1944 Bernasconi si spostò a Parma e infine a Torino. Qui si installò all'albergo "Svizzera" e cercò di creare una nuova banda, sempre alle dirette dipendenze dei tedeschi, ma nel dicembre 1944 fu costretto a scappare perché accusato di varie truffe (cfr. Archivio di Stato di Milano, Processo Koch, b. 4, vol. 14, Regia Questura di Torino. Denuncia a carico dei componenti della Squadra Speciale di polizia con sede all'Albergo Svizzera, via Sacchi 4). Venne arrestato il 27 maggio 1945 e processato per i crimini commessi, ma riuscì ad evitare la condanna alla pena capitale. Fu condannato all'ergastolo, ma scontò appena una dozzina di anni. La maggior parte delle informazioni su Giuseppe Bernasconi è stata tratta da: Amedeo Osti Guerrazzi, "La repubblica necessaria": il fascismo repubblicano a Roma, 1943-1944, Edizioni Franco Angeli, pagg.92-94.
  70. ^ Ivan Tognarini, La resistenza all’occupazione tedesca della Toscana nel settembre 1943, in «Ricerche storiche» n. 24, gennaio-aprile 2003, p. 151
  71. ^ A questo proposito si veda Ivan Tognarini, Là dove impera il ribellismo: resistenza e guerra partigiana dalla battaglia di Piombino (10 settembre 1943) alla liberazione di Livorno (19 luglio 1944), Voll. II, Esi, Firenze, 1988
  72. ^ Si legga l’interrogatorio di Ducci riprodotto in La battaglia di Piombino del 10 settembre 1943 e la concessione della Medaglia d’oro al valor militare, a cura di Ivan Tognarini, in «Ricerche storiche» n. 24, gennaio-aprile 2003, p. 235
  73. ^ Cfr. Gabriele Mammarella, Bruno Buozzi 1881-1944. Una storia operaia di lotte, conquiste e sacrifici, 2014, Ediesse, pagg.322-323.
  74. ^ ACS, Tribunale speciale per la difesa dello Stato, b. 219, f. 1636, passim
  75. ^ Al fine di estrarne le precise generalità con le quali erano stati registrati al momento dell'arresto i sette incarcerati, onde poterli riportare con precisione nei falsi moduli di scarcerazione.
  76. ^ «... nell’inverno 1943-44, io ero a Regina Coeli. E c’era anche Saragat. E tutti e due eravamo condannati a morte dai tedeschi. Lo sa come facevano i tedeschi: condannavano a morte anche senza processo, in via amministrativa. Poi pescavano da quel pozzo di San Patrizio e fucilavano per rappresaglia. Io e Saragat stavamo nel braccio tedesco insieme a quattro ufficiali badogliani. E i nostri preparavano la fuga. […] Poi Gracceva mi mandò a dire che dovevo prender contatto con Monaco fingendo un attacco di appendicite, e ubbidii. Una notte mi metto a urlare oddio-sto-male-chiamate-d’urgenza-il-medico, così arriva Monaco, finge di visitarmi e intanto mi sussurra di stare pronto: si prepara la mia fuga e quella di Saragat. "No", rispondo. "No. Io e Saragat soltanto, no. Ci sono anche gli altri quattro. O tutti e sei o nulla." Monaco riferisce ai compagni, badate-che-Pertini-sta-puntando-i-piedi, i compagni riferiscono a Nenni, e Nenni dice spazientito: "Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c’è abituato. Peppino no, poveretto. Per lui è la prima volta. Pensate a Peppino, poi penseremo a Sandro". Beh, mi andò liscia ugualmente: Vassalli fabbricò i fogli di scarcerazione, Ugo Gala li fece trovare sul tavolo del direttore insieme alla posta del mattino, e uscimmo tutti e sei. Ma appena vidi Nenni glielo dissi: "Pietro, cos’è questa storia del fate-uscire-Peppino-pensate-a-Peppino-tanto-Sandro-al-carcere-c’è-abituato? E che? Siccome c’ero abituato, ci dovevo morire?"»
  77. ^ La lettera di Giorgio Amendola è riportata in Luigi Longo, I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, 1973, Editori Riuniti, Roma, pp. 349-350.
  78. ^ cfr. Giorgio Amendola, Lettere a Milano. Ricordi e documenti 1939-1945, 1973, Editori Riuniti, Roma, p. 290
  79. ^ cfr. Franco Calamandrei, La vita indivisibile. Diario 1941-1947, 1984, Editori Riuniti, Roma, pp. 155-156 (22 marzo)
  80. ^ cfr. Carla Capponi, Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista, 2009, Il Saggiatore, Milano, isbn=88-565-0124-4, pp. 226-227
  81. ^ cfr. Calamandrei, op. cit., pp. 152-155.
  82. ^ cfr. Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia. La guerra contro i civili (1943-44), 1997, Donzelli Editore, Roma, isbn=88-7989-339-4, p. 12.
  83. ^ cfr. Giorgio Amendola, op. cit., p. 290
  84. ^ cfr. Calamandrei, op. cit., p. 152-155.
  85. ^ L'intervista a Mario Fiorentini fu utilizzata come fonte in Robert Katz, Morte a Roma. La storia ancora sconosciuta del massacro delle Fosse ardeatine, 1968, Editori Riuniti, Roma, p. 40.
  86. ^ cfr. Giorgio Amendola, op. cit.
  87. ^ Alberto ed Elisa Benzoni, Attentato e rappresaglia. Il PCI e via Rasella, 1999, Marsilio, Venezia, isbn=88-317-7169-8, p. 23.
  88. ^ cfr. Giorgio Amendola, op. cit..
  89. ^ cfr. Luigi Cortesi, voce Bonomi, Ivanoe, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, vol. 12, 1971.
  90. ^ cfr. Giorgio Amendola, op. cit., pp. 295-7.
  91. ^ cfr. Robert Katz, Roma città aperta. Settembre 1943 - Giugno 1944, 2009, Il Saggiatore, Milano, isbn=88-565-0047-7, p. 312.
  92. ^ cfr. Adattamento ed elaborazione dall'intervista originale a Matteo Matteotti realizzata nel 1994 dal regista Enzo Cicchino e andata in onda durante una puntata di Mixer.
  93. ^ cfr. Intervista a Matteo Matteotti per Storia Illustrata, gennaio 1997, citata in Alberto ed Elisa Benzoni, op. cit., p. 25.
  94. ^ cfr. Alberto ed Elisa Benzoni, op. cit.
  95. ^ cfr. Alberto ed Elisa Benzoni, op. cit., p. 25.
  96. ^ cfr. Sentenza del Tribunale territoriale militare di Roma n. 631 del 20 luglio 1948.
  97. ^ cfr. Gianni Bisiach, Pertini racconta. Gli anni 1915-1945, Milano, Mondadori, 1983, pp. 130-131. Il testo è la trascrizione di un filmato tratto dalla rubrica televisiva di Gianni Bisiach Testimoni oculari, puntata 4 di 6 «La battaglia di Roma», trasmessa per la prima volta nel 1978 sulla Rete 2. Le interviste ivi contenute sono poi state inserite nel documentario «La battaglia di Roma» della serie Grandi battaglie, sempre a cura di Gianni Bisiach, andato in onda nel 1994 su Rai Uno.
  98. ^ Carlo Galante Garrone, Via Rasella davanti ai giudici, in AA.VV., Priebke e il massacro delle Ardeatine, supplemento a "L'Unità", agosto 1996.
  99. ^ «L'atto di guerra, da chiunque attuato nell'interesse della propria Nazione, non è di per sé, e per il singolo, da considerarsi illecito, salvo che tale non sia espressamente qualificato da una norma di legge interna». La mancanza di comandanti e di uniformi militari manifesti è resa inevitabile dalle condizioni di clandestinità giustificate dal tipo di combattimento; dunque via Rasella fu un atto di guerra a danno di un nemico che occupava in stato guerra il territorio, ed è da escludersi «che la morte o il ferimento dei cittadini che si trovavano casualmente in quel luogo siano stati voluti, e che sia stato voluto il successivo eccidio delle Cave Ardeatine». Cfr. Tribunale civile di Roma, sentenza del 26 maggio-9 giugno 1950.
  100. ^ Secondo la Corte, l'attentato «ebbe carattere obiettivo di fatto di guerra, essendosi verificato durante l'occupazione della città ed essendosi risolto in prevalente se non esclusivo danno delle forze armate germaniche. I competenti organi dello Stato non hanno ravvisato alcun carattere illecito nell'attentato di via Rasella, ma anzi hanno ritenuto gli autori degni del pubblico riconoscimento, che trae seco la concessione di decorazioni al valore; lo Stato ha completamente identificato le formazioni volontarie come propri organi, ha accettato gli atti di guerra da esse compiuti, ha assunto a suo carico e nei limiti consentiti dalle leggi le loro conseguenze. Non vi sono quindi rei da una parte, ma combattenti; non semplici vittime di una azione dannosa dall'altra, ma martiri caduti per la Patria». Cfr. Corte d'Appello civile di Roma, prima sezione, sentenza 5 maggio 1954, citata in Zara Algardi, Processi ai fascisti, Vallecchi, Firenze, 1973, p. 104.
  101. ^ Secondo il resoconto di Zara Algardi, la Corte ritenne provato «che la formula della "città aperta" era stata fittizia: i nazisti transitavano infatti per le vie della città con le loro colonne motorizzate e gli angloamericani la bombardarono più volte dal cielo. La dichiarazione che Roma era città aperta (...) non fu mai accettata dagli angloamericani. Né Roma fu mai rispettata come città aperta da parte della Germania, che disconosceva il legittimo governo italiano». La Corte affermò che ogni «attacco contro i tedeschi rispondeva agli incitamenti impartiti dal governo legittimo... e costituiva quindi un atto di guerra riferibile allo stesso governo». Cfr. Corte di Cassazione di Roma, Sezioni Unite, sentenza 11 maggio 1957, citata in Zara Algardi, Processi ai fascisti, Vallecchi, Firenze, 1973, p. 105. L'omissione segnalata dai puntini di sospensione è così nel testo di Algardi.
  102. ^ cfr. Beppe Niccolai, in Rosso e Nero, in Secolo d'Italia del 20 gennaio 1982
  103. ^ cfr. Camera dei Deputati, XIII legislatura, resoconto stenografico della seduta n. 222 del 2 luglio 1997, p. 19230.
  104. ^ Video-intervista nel sito web del Centro Espositivo "Sandro Pertini".
  105. ^ Giorgio Amendola, Lettera a Milano, op. cit., p. 309. riportata in Gabriele Mammarella, Bruno Buozzi 1881-1944. Una storia operaia di lotte, conquiste e sacrifici, 2014, Ediesse, pag.326.
  106. ^ R. Crockatt, Cinquant'anni di Guerra fredda, pp. 67-70.
  107. ^ a b Sandro Pertini. Quei giorni della liberazione di Firenze. Pugliese, 2006. ISBN 88-86974-34-5, riportato anche da CESP - Documenti
  108. ^ cfr. Sandro Pertini, Cinquantenario dell'Avanti!, numero unico del 25 dicembre 1946, nel sito web del Centro Espositivo "Sandro Pertini" di Firenze.
  109. ^ Sandro Pertini, Italia del Nord, l'Avanti!, 24 agosto 1944, riportato da CESP - Documenti
  110. ^ Sandro Pertini, intervista rilasciata alla Radio Televisione Aosta, Roma, 18 gennaio 1979, riportata da Gianni Bisiach (op. cit.) e da CESP - Documenti
  111. ^ CESP - Audio Audio dell'annuncio radiofonico
  112. ^ Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano - 25 aprile
  113. ^ Armistizio lungo del 29 settembre 1943
  114. ^ Leo Valiani - Quel 25 aprile in cui lo conobbi - Archivio storico del Corriere
  115. ^ a b Bandini, pp. 75-76.
  116. ^ a b c Sandro Pertini, Mussolini e Schuster, Pertini scriveva che..., in Corriere della Sera, 9 maggio 1996. URL consultato il 19 aprile 2009. Lettera scritta da Pertini a Riccardo Lombardi.
  117. ^ a b Silvio Bertoldi, Mussolini e Schuster, Pertini scriveva che..., in Corriere della Sera, 9 maggio 1996. URL consultato il 19 aprile 2009 (archiviato dall'url originale il ). Lettera scritta da Pertini a Riccardo Lombardi.
  118. ^ a b c A Milano e a Torino nella fiammata insurrezionale, in Avanti!, 6 maggio 1945, riportato da CESP - Documenti
  119. ^ Dal programma Testimoni oculari di Gianni Bisiach
  120. ^ Enzo Biagi intervista Pertini
  121. ^ Max Salvadori, cognato di Emilio Lussu, colonnello alleato in clandestinità a Milano con il compito di tenere i contatti tra i Partigiani e gli Alleati - Biografia di Max Salvadori ad opera di Leo Valiani - Archivio storico del Corriere
  122. ^ Sandro Pertini. Resistenza: patrimonio di tutti Avanti, 16 aprile 1965
  123. ^ Franco Bandini, op. cit., e G. Bianchi, F. Mezzetti, Mussolini Aprile '45: L'epilogo, Editoriale Nuova, 1985
  124. ^ Discorso del 27 aprile, dal sito del CESP.
  125. ^ Ettore Botti, Lo scempio del duce nel giorno della vergogna, in Corriere della Sera, 20 settembre 2001. URL consultato il 22 marzo 2009 (archiviato dall'url originale il ).
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  138. ^ «Genova 1º marzo 1944 PROCLAMA DEL PREFETTO FASCISTA BASILE Agli operai un ultimo avviso del Capo della Provincia Le misure delle autorità in caso di sciopero bianco o di allontanamento dal lavoro Lavoratori, c'è un vecchio proverbio che dice: Uomo avvisato è mezzo salvato. Vi avverto che qualora crediate che uno sciopero bianco possa essere preso dall'Autorità come qualcosa di perdonabile, vi sbagliate, questa volta. Sia che incrociate le braccia per poche ore, sia che disertiate il lavoro, in tutte e due i casi un certo numero di voi tratti a sorteggio verrà immediatamente, e cioè dopo poche ore, inviato, non in Germania, dove il lavoratore italiano è trattato alla medesima stregua del lavoratore di quella Nazione nostra alleata, ma nei campi di concentramento dell'estremo Nord, a meditare sul danno arrecato alla causa della Vittoria: di una Vittoria da cui dipende la redenzione della nostra Patria disonorata non dal suo popolo eroico ma dal tradimento di pochi indegni. Il capo della Provincia Carlo Emanuele Basile» in http://xoomer.virgilio.it/Barudda/Diario/note_06-44.htm
  139. ^ cfr. Paolo Arvati, Manlio Calegari, "Comunisti e partigiani: Genova 1942-45", 2001, pag. 196, riportato in A sinistra: 16 giugno, una tragedia operaia nella Resistenza
  140. ^ cfr. Paolo Arvati, 16 giugno, una tragedia operaia nella Resistenza in A sinistra
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  142. ^ Carlo Chevallard, Diario 1942-1945. Cronache del tempo di guerra, Torino 2005, pag. 512
  143. ^ cfr. Verbanus, N.23, 2002, pag. 127
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  165. ^ "Lei sa che al presidente della Repubblica, della Camera, del Senato, spetta viaggiare col saloncino, che poi è una vettura speciale attaccata al treno. Sicché vado a Milano e, quando il saloncino è fermo su un binario morto perché sto facendo colazione, il mio segretario dice: «Il questore Guida ha chiesto di ossequiarla, signor presidente». E io rispondo: «Riferisca al questore Guida che il presidente della Camera Sandro Pertini non intende riceverlo». Mica perché era stato direttore della colonia di Ventotene, sa? Non fosse stato che per Ventotene, avrei pensato: ormai tu sei questore e voglio dimenticare che hai diretto quella colonia, che vieni dal fascismo, che eri un fascista. Perché su di lui gravava, grava, l’ombra della morte di Pinelli. E a me basta che Pinelli sia morto in quel modo misterioso quando Guida era questore di Milano perché mi rifiuti di accettare gli ossequi di Guida. Oriana, io non sono capace di far compromessi!"
    in Oriana Fallaci, Intervista a Sandro Pertini, articolo de «L'Europeo», 27 dicembre 1973, riportato nel sito web oriana-fallaci.com
  166. ^ articolo su "L'espresso" di Giampaolo Pansa
  167. ^ Cfr. Oriana Fallaci, Intervista a Sandro Pertini, articolo de «L'Europeo», 27 dicembre 1973, riportato nel sito web oriana-fallaci.com
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  170. ^ Era comunque già presente un ridotto pacchetto di mischia sempre manifestatosi per Pertini: v. Giampiero Buonomo, Il rugby e l'immortalità del nome, in L'Ago e il filo online, 30 gennaio 2015.
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  182. ^ a b c Cfr. l'orazione di Norberto Bobbio pronunciata durante i festeggiamenti a Sandro Pertini organizzati alla Camera (in occasione del quarantesimo anniversario dell’avvento della Repubblica) dai parlamentari socialisti, con la partecipazione di Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio, e di Amintore Fanfani, allora nuovamente Presidente del Senato. Le parole di Bobbio sono riportate in Fabio Fabbri, Quando rientrò dal Quirinale Pertini si iscrisse al Gruppo del Psi in Avanti! online del 31-08-2015
  183. ^ Roberto Bin, Giovanni Pitruzzella, Diritto costituzionale, 7ª ed., Torino, Giappichelli Editore, 2006, ISBN 88-348-6560-X. p. 241.
  184. ^ Riferisce Fabio Fabbri, all'epoca Presidente del Gruppo dei senatori socialisti: «Dal mio studio al Senato, vedo in televisione il Presidente mentre lascia il Palazzo, curvo ma con passo fermo. È molto pallido. Così l’avevo visto quando, sette anni prima, usciva dall’aula di Montecitorio appena eletto, mentre passava in rassegna il picchetto militare che gli rendeva gli onori. Lo cerco con la voce tremante per telefono, per dirgli che lo aspetto al Senato per l’adesione al Gruppo dei senatori socialisti. Lui replica burbero: "Certo, certo, dove diamine pensavi che mi volessi iscrivere, se non al Gruppo del mio partito.". Sospiro di sollievo. Qualche malalingua aveva insinuato che potesse aderire al Gruppo degli indipendenti di sinistra». Cfr. Fabio Fabbri, Quando rientrò dal Quirinale Pertini si iscrisse al Gruppo del Psi in Avanti! Online del 31-08-2015
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente della Repubblica Italiana Successore Presidential flag of Italy (mod.1965).svg
Giovanni Leone 9 luglio 1978 - 29 giugno 1985 Francesco Cossiga
Predecessore Presidente della Camera dei deputati Successore Emblem of Italy.svg
Brunetto Bucciarelli-Ducci 5 giugno 1968 - 4 luglio 1976 Pietro Ingrao
Predecessore Segretario del Partito Socialista Italiano Successore
Pietro Nenni 2 agosto 1945 - 18 dicembre 1945 Rodolfo Morandi
Controllo di autorità VIAF: (EN7407265 · LCCN: (ENn79039970 · SBN: IT\ICCU\CFIV\003985 · ISNI: (EN0000 0001 2119 3161 · GND: (DE120135639 · BNF: (FRcb120376519 (data) · NLA: (EN35986439 · BAV: ADV10301191