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Camorra

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Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Camorra (disambigua).

La camorra è un'organizzazione criminale originaria della Campania, tra le più antiche e potenti in Italia, con radici storiche che risalgono all’Ottocento, periodo in cui ha esercitato una forte influenza sui ceti popolari e plebei napoletani. Pur essendo nata e sviluppatasi principalmente in quell’epoca, il termine continua a essere utilizzato per indicare alcune caratteristiche comuni a forme criminali ricorrenti nella città di Napoli e in Campania.[1] Oggi è organizzata in gruppi autonomi, detti clan, coinvolti in attività illecite come il traffico di droga, le estorsioni, gli appalti pubblici e il riciclaggio di denaro; i clan si infiltrano anche nella politica locale.[2]

Etimologia del termine

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«Dissi di una simil setta. La camorra infatti, nel significato generale del vocabolo, designa ben altro che l'associazione [...] Il vocabolo si applica a tutti gli abusi di forza o di influenza.
«Far la camorra», nel linguaggio ordinario, significa prelevar un diritto arbitrario e fraudolento.»

L’origine del termine «camorra» è dibattuta.

La parola compare per la prima volta in un atto ufficiale nel 1735. Si tratta di una “Prammatica” (una direttiva con valore di legge) nella quale si autorizzavano a Napoli solo otto case da gioco. “Camorra avanti palazzo” era una di queste, aperta fin dal Seicento di fronte al Palazzo Reale.[3]

Secondo l’Enciclopedia Treccani e il linguista Massimo Pittau, esso deriverebbe per assonanza dalla città biblica di Gomorra, cambiando gradualmente il significato da «vizio» o «malaffare» a quello di «delinquenza».[4][5] Abele De Blasio, docente all’Università di Napoli, la collegò invece al termine «Gamurra», usato nel XIII secolo per indicare mercenari sardi al servizio della Repubblica di Pisa[6].

Altre interpretazioni la collegano a una bisca del XVII secolo o a un documento del Regno di Napoli del 1735, in cui indica la «tassa sul gioco» versata ai protettori dei locali di gioco d'azzardo.[7] Alcuni la connettono alla gamurra, un indumento simile alla chamarra spagnola portato dai lazzaroni (ceti popolari urbani) napoletani, frequente nelle commedie dell’epoca per indicare giacchette corte o abiti leggeri.[8][9]

Altri studiosi vedono un legame con la parola «morra» (gioco tradizionale di strada), intesa come «banda» o «folla», da cui deriverebbe l’espressione «c’ ’a morra» («con la banda»), pur significando talvolta anche «rissa». Alcuni autori campani propongono invece l’etimologia da «ca’ morra» («capo della morra»), in riferimento al ruolo del guappo (delinquente di quartiere che risolveva controversie locali) nella Napoli del Settecento nel dirimere dispute tra i giocatori della morra.[10]

Le prime notizie documentate della camorra risalgono al 1820; prima di tale data il termine non era associato a un’organizzazione criminale. L’unico indizio di una sua possibile esistenza precedente è fornito dal nome adottato dalla setta “Bella società riformata”, che suggerisce la continuità con un’organizzazione antecedente. La camorra si configurava come un gruppo organizzato segreto, caratterizzata da elementi di solidarietà e mutua assistenza tra i membri. I riti di iniziazione, basati sull’obbedienza, presentano analogie con quelli della massoneria. La plebe napoletana, esclusa da qualsiasi forma di rappresentanza economica o politica, esercitava la propria influenza esclusivamente attraverso sommosse e rivolte cicliche, che segnavano la vita della città. In questo contesto, la camorra assunse il ruolo di sorta di “corporazione” o partito della plebe, spesso definito “partito dei violenti”. L’organizzazione si sviluppò nelle province di Napoli, Salerno e Caserta, mantenendo una presenza significativa fino alla fine dell'Ottocento.[11][12]

Alcune ipotesi storiche meno accreditate suggeriscono che la camorra possa avere radici più antiche, risalenti a gruppi armati formatisi a Cagliari nel XIII secolo sotto il controllo di Pisa, incaricati di mantenere l’ordine pubblico. Secondo queste ipotesi, tali strutture di potere si sarebbero poi diffuse in Campania nel XVI secolo, durante il governatorato spagnolo.[13][14] Già nel XVII secolo erano attivi i presunti progenitori della camorra ottocentesca, i cosiddetti "compagnoni", piccoli gruppi che vivevano alle spalle delle prostitute, controllavano il gioco d'azzardo e commettevano rapine. Ogni quartiere napoletano disponeva di un gruppo proprio, talvolta comprendente anche qualche nobile. Il principale luogo d’incontro era la "Taverna del Crispano”, presso l’attuale Stazione di Napoli Centrale. Accanto ai "compagnoni" operavano i "cappiatori" (ladri di strada) e i "campeatori" (rapinatori armati di coltello). Alla fine del secolo, Napoli registrava numerose condanne capitali e corporali per i membri di queste bande. Tra i criminali più noti del vicereame spagnolo vi fu Cesare Riccardi, detto “abate Cesare”, a capo di una banda di malviventi.[15]

Secondo il medico e storico napoletano Salvatore De Renzi (1800–1872), nella sua analisi della carestia nel Regno di Napoli del 1764, la presenza di gruppi di camorristi avrebbe contribuito a turbare il mercato del grano e di altri generi alimentari, accaparrandoli a fini speculativi. De Renzi osservava che «nel seno stesso delle amministrazioni si costituivano numerose consorterie di camorristi, i quali cercavano di profittare dei pubblici bisogni; le carestie avvenivano allora come effetto di deplorevoli sistemi annonari e quale conseguenza della immoralità degli uomini ed erano meno scusabili della stessa peste». La citazione riflette la percezione sociale e storica della criminalità legata al commercio alimentare nel XVIII secolo, ma non implica che la camorra ottocentesca fosse già organizzata con la stessa struttura formale.[16]

Nel territorio napoletano l’organizzazione si radicò rapidamente, specialmente nei quartieri più popolosi, sviluppando una struttura basata su famiglie o clan diretti da membri dei ceti sociali più bassi. Questi gruppi controllavano le bische per conto dei ceti alti, ma allo stesso tempo commettevano soprusi e altri illeciti ai danni della popolazione.[17]

La Bella Società Riformata

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Uomini e donne della camorra sfregiati (disegni del 1906).

La Bella Società Riformata - oppure “Società della Umirtà” (Società dell’omertà) o, ancora, “Annurata Suggità” (Onorata società)[18] - si costituì ufficialmente nel 1820 a Napoli, con una cerimonia presso la chiesa di Santa Caterina a Formiello, nei pressi di Porta Capuana. L’organizzazione rappresentava la formalizzazione della camorra dei dodici quartieri della città e si articolava in una struttura gerarchica complessa: al vertice vi era un capo, scelto tra i membri nativi di Porta Capuana, affiancato da dodici "capi-società", ciascuno responsabile di un quartiere. La struttura prevedeva inoltre segretari-tesorieri e sottogruppi locali. L’accesso alla società avveniva mediante riti di iniziazione, ispirati, secondo alcune fonti, ai metodi della Carboneria. La camorra esercitava un controllo esteso sulle attività economiche locali, sia lecite sia illecite, tra cui il gioco d'azzardo, le bische e le case di tolleranza, riscuotendo tangenti e percentuali sui proventi. Analogamente, era presente nelle carceri, dove i nuovi detenuti erano soggetti a un tributo simbolico che sanciva l’accettazione delle regole interne. Verso la metà del XIX secolo, accanto alla camorra tradizionale, emersero gruppi più autonomi, detti "guappi di sciammeria", distinti per spavalderia e difesa dei deboli, ma comunque soggetti alla stessa omertà sociale che caratterizzava la camorra. La camorra ottocentesca aveva un’influenza significativa sui quartieri popolari e sulle province circostanti, esercitando un vero e proprio ruolo di “contropotere” semi-legale. Alcune fonti storiche riportano che le autorità borboniche si servirono di membri della camorra per gestire l’ordine pubblico in occasione di rivolte, mentre, dopo l’unificazione italiana, la nuova amministrazione non riuscì a estirpare completamente l’organizzazione, che continuò a operare nelle carceri e nei quartieri cittadini.[19]

Questa organizzazione si distingueva per i suoi riti, descritti come oscuri e pittoreschi, che includevano una sfida al coltello noto, a seconda dei casi, come zumpata o dichiaramento. Le fasi preliminari della zumpata erano l'«appìcceco» (il litigio), il ragionamento, tentativo di composizione della controversia, banchetto e poi duello. Se il combattimento era all'arma bianca, si poteva tenere in una qualsiasi zona affollata; l'utilizzo di una pistola richiedeva, invece, un luogo solitario.[20]

In origine il sodalizio si occupò principalmente della riscossione del pizzo da alcuni dei numerosi biscazzieri, che affollano le strade dei quartieri popolari di Napoli. Ben presto, però, il fenomeno dilagò e le estorsioni iniziarono a danneggiare la quasi totalità dei commercianti. Nonostante le violenze e i crimini perpetrati, i camorristi godono della benevolenza del popolo al quale, in una situazione come quella post-unitaria di totale disinteresse delle istituzioni per i problemi sociali, garantiscono un minimo di "giustizia".[21] La Bella Società riscuoteva il pizzo in diverse forme: il “barattolo”, pari al 20% dei guadagni dei gestori di bische; tasse particolari sulla prostituzione e sul gioco piccolo (lotto clandestino); e lo “sbruffo”, una tangente applicata a tutte le altre attività economiche.[22]

Potere e repressione nel regno dei Borbone

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Lo stesso argomento in dettaglio: Borbone.
I camorristi, illustrazione di Pasquale Mattej (1858) tratta da Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti di Francesco de Bourcard. L'immagine raffigura camorristi napoletani dell'Ottocento, in pieno periodo borbonico.

Durante il regno di Francesco I, la camorra ricevette un certo favore da parte della casa reale; tra gli affiliati vi erano anche Michelangelo Viglia, valletto del re, e la cameriera della regina, Caterina De Simone.[23]

Nei primi anni del regno di Ferdinando II, acquisì notorietà Michele Aitollo, detto "Michele 'a Nubiltà" (Michele la nobiltà), il quale presiedeva il giovedì una sorta di corte di giustizia in un "basso" napoletano, per dirimere controversie tra persone del popolo minuto; in alcune circostanze, tale funzione lo portava a pronunciarsi anche su casi segnalati da Luigi Salvatores, commissario di Pubblica Sicurezza del rione Porto, e persino da Gennaro Piscopo, prefetto di polizia.[24] Intorno al 1840, Aniello Ausiello di Porta Capuana esercitò un’influenza predominante nella sua zona, traendo profitto dalla partecipazione alle aste periodiche dell’esercito per la vendita dei cavalli di scarto.[25]

Secondo lo storico Marc Monnier, "la camorra fu rispettata, usata spesso sotto i Borbone fino al 1848. Essa formava una specie di polizia scismatica, meglio istruita sui delitti comuni della polizia ortodossa, che occupavasi soltanto dei delitti politici. [...] Inoltre la camorra [...] era incaricata della polizia delle prigioni, dei mercati, delle bische, dei lupanari e di tutti i luoghi malfamati della città".[26] Con lo scoppio della rivoluzione del 1848, alcuni camorristi di rilievo, tra cui Luigi Cozzolino detto il "Persianaro", Michele Russomartino detto il "Piazziere", Andrea Esposito detto “Andreuccio di Porta Nolana” e Salvatore Colombo, capo della camorra del quartiere Mercato, aderirono ai liberali nella lotta anti-assolutista, partecipando agli scontri di piazza.[27]

Le azioni di tali camorristi contribuirono all’avvio delle prime repressioni sistematiche della camorra a Napoli, condotte dai ministri della polizia Gaetano Peccheneda (1849-1850) e Luigi Ajossa (1859-1860). L’interesse crescente della polizia borbonica per motivi politici portò a scoprire attività estorsive dei camorristi in diversi settori, dai mercati alimentari ai servizi di trasporto, all’oreficeria e al contrabbando, oltre alle consuete attività nelle carceri e nel gioco d'azzardo.[28] In questo periodo si verificò anche il primo delitto eccellente: l’omicidio in carcere dell’ispettore Michele Ruggiero, conseguente al deterioramento dei rapporti tra la camorra e i funzionari dello Stato borbonico.[29]

Il ruolo nell'unificazione italiana

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Lo stesso argomento in dettaglio: Proclamazione del Regno d'Italia e Liborio Romano.
Salvatore De Crescenzo, illustrazione anonima (ca. 1860). Capo della camorra a Napoli durante la transizione dal regno borbonico al governo garibaldino.

Dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia nel 1860, durante la transizione dal regime borbonico al governo garibaldino a Napoli, il politico Liborio Romano, incaricato dai Borbone in un periodo di emergenza, si servì temporaneamente dei camorristi per mantenere l’ordine pubblico, evitando saccheggi della popolazione in assenza di forze di polizia funzionanti.[30]

Il primo capo ufficialmente riconosciuto della camorra fu Salvatore De Crescenzo, detto "Tore 'e Crescienzo", già noto alle cronache giudiziarie dal 1849 per episodi di violenza e omicidio. Nel 1861, durante la detenzione a Ponza, si verificò la prima scissione interna della camorra in occasione di un piano cospirativo contro il governo, che coinvolse anche il clero e diversi affiliati. Alcuni camorristi si dissociarono e fornirono informazioni alle autorità, contribuendo al fallimento del complotto; furono comunque trasferiti nel carcere di Castelcapuano, dove furono vittime di ritorsioni da parte del gruppo guidato da De Crescenzo.[31][32]

Il nuovo sottosegretario degli Interni, Silvio Spaventa, con il prefetto di Polizia Filippo De Blasio, interruppe la collaborazione con la camorra e promosse una rigorosa azione repressiva per ripristinare la legalità.[33]

«Il 17 novembre furono arrestati per misura di polizia e condotti a Castel Capuano undici camorristi su disposizione del nuovo prefetto Filippo De Blasio [...]. A partire dalla seconda metà di novembre iniziò così, durante la luogotenenza Farini e sotto la guida di Silvio Spaventa, un nuovo ciclo repressivo (rimasto paradigmatico come il primo rigoroso dello Stato liberale), che avrebbe portato lungo i mesi successivi all’arresto di molti camorristi in vari punti della città e dell’immediata provincia, e alla contestuale epurazione delle forze di polizia.»

All’alba del Novecento

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Lo stesso argomento in dettaglio: Fascismo, Pasquale Simonetti e Assunta Maresca.
Processo Cuocolo a Viterbo (1911-1912): la maggior parte degli imputati nella grande gabbia; a destra, nella piccola gabbia, il teste chiave Gennaro Abbatemaggio.

All’alba del Novecento la camorra napoletana entrò in una fase di radicamento urbano e politico che ne rafforzò il controllo su mercati, appalti e intermediazioni della vita cittadina. Il quadro che emerge dalle ricerche storiche e dalle relazioni ufficiali è quello di un’organizzazione diffusa, non piramidale, capace di mettere a profitto le trasformazioni della città (urbanizzazione, “risanamento”, migrazioni interne) e le opacità dell’amministrazione locale. Le relazioni della Commissione parlamentare antimafia ricordano come già a fine Ottocento–primi Novecento il fenomeno assuma tratti di «criminalità politica» in grado di orientare segmenti della macchina comunale e dei servizi pubblici, preludio di quella che gli osservatori dell’epoca definirono “camorra amministrativa”.[34]

Un momento chiave di questo periodo fu l'Inchiesta Saredo (1901), una commissione reale che analizzò i conti, le concessioni e i rapporti di potere all’interno del Comune di Napoli. Gli studiosi hanno messo in evidenza come l’inchiesta rivelasse legami stabili tra notabili, uomini d’affari, funzionari pubblici e ambienti camorristici, soprattutto nei settori dove si gestivano rendite e profitti facili, come macelli, mercati, servizi di nettezza urbana e riscossioni comunali. Ricerche successive e documenti d’archivio hanno confermato che queste connessioni erano una componente strutturale dell’economia cittadina dell’epoca.[35]

Il punto di svolta pubblico è rappresentato dal caso Cuocolo (omicidio di Gennaro Cuocolo e della moglie, 1906) e dal processo celebrato a Viterbo (1911–1912), costruito dall’accusa come processo “alla camorra” più che ai singoli imputati. Le ricerche universitarie e i dossier istituzionali ricostruiscono: l’ampiezza del procedimento (decine di imputati e 30.000 pagine di atti), i metodi investigativi eccezionali del capitano dei Carabinieri Carlo Fabbroni, l’enorme risonanza mediatica e internazionale, nonché le condanne pesantissime inflitte ai vertici camorristici. Pur tra successive controversie storiografiche (ritrattazioni del principale testimone, contestazioni garantiste), il processo segnò un indebolimento dell’onorata società tradizionale e un temporaneo arretramento delle sue capacità di influenza.[36]

La sera del 25 maggio 1915, nelle Caverne delle Fontanelle del rione Sanità, i camorristi, guidati da Gaetano Del Giudice, dichiararono lo scioglimento della Bella Società Riformata, già fortemente decimata dal processo Cuocolo.[30]

Dopo il processo e fino alla Prima guerra mondiale, la camorra non scomparve ma cambiò forma: perse la struttura unitaria tradizionale e si divise in gruppi locali più piccoli e flessibili, capaci di riattivarsi secondo le occasioni offerte dall’economia cittadina, come lavori pubblici, traffici portuali e contrabbando. Gli storici (Barbagallo, Behan) sottolineano che questa trasformazione preparò gli sviluppi successivi, quando il regime fascista colpì duramente capi e reti, senza però riuscire a cancellare del tutto le conoscenze criminali e le relazioni clientelari radicate in città.[37][38]

Il ventennio fascista

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Il periodo fascista (1922–1943) rappresentò una fase complessa nella storia della camorra. Il regime puntò a controllare ogni forma di violenza e criminalità, imponendo un ordine nuovo anche nelle città meridionali. Napoli e la Campania furono aree di particolare attenzione: qui la camorra aveva una lunga tradizione e una forte radicazione sociale.[39]

Mussolini concesse la grazia a diversi condannati per reati legati alla criminalità organizzata, convinto che, nel nuovo contesto dittatoriale, questi individui non avrebbero più costituito un pericolo.[40] Alcuni ex delinquenti furono integrati nelle squadre fasciste, talvolta beneficiando di una certa tolleranza nei confronti del loro passato criminale.[41]

Negli anni successivi alla nascita del fascismo, a Napoli si svilupparono tensioni tra diverse correnti interne al partito, come il movimentismo di Aurelio Padovani e le tendenze istituzionali di Paolo Greco. In questo contesto, in alcuni quartieri si osservò la partecipazione di individui legati alla malavita locale all’organizzazione delle squadre fasciste e al controllo dei sindacati padronali.[42]

In particolare, alcuni camorristi locali furono coinvolti nell’attività di sorveglianza e repressione di attività considerate sovversive. Nel contesto della crescita fascista, personaggi come Arturo Cocco e Salvatore Cinicola assunsero ruoli di intermediazione tra la polizia e i quartieri di origine, mentre altri furono impiegati in operazioni di controllo nelle fabbriche e nei porti, come i fratelli Vittorio e Armando Aubry a Bagnoli.[41]

A partire dalla metà degli anni trenta, il regime fascista avviò una politica più rigorosa nei confronti della criminalità organizzata, con invii al confino di centinaia di individui considerati pericolosi o non collaborativi.[43]

Il secondo dopoguerra

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"Venditrice di sigarette", fotografia di David Seymour scattata a Napoli nel 1948. Mostra una bambina che vende sigarette di contrabbando nella Galleria Umberto I, offrendo un esempio dell’importanza del traffico di tabacco e dei piccoli contrabbandieri nella città nel secondo dopoguerra.

Durante il secondo dopoguerra, la camorra napoletana assunse caratteristiche diverse rispetto al periodo fascista. La mancanza di una struttura verticistica consolidata, unita al crescente inserimento dei camorristi nei traffici illeciti internazionali, determinò una trasformazione del sistema criminale locale.[43]

In questo periodo, la camorra consolidò il proprio controllo su settori economici chiave, come i mercati generali, l’edilizia, la gestione dei rifiuti e il contrabbando di sigarette.[44][45]

Il boom edilizio degli anni cinquanta e sessanta e le grandi opere pubbliche finanziate per la ricostruzione postbellica offrirono nuove opportunità di guadagno, attraverso l’infiltrazione negli appalti e la speculazione urbanistica, che consentirono ai clan di radicarsi nei processi di trasformazione del territorio.[46] Parallelamente, il controllo del gioco d'azzardo, delle bische clandestine e del racket delle estorsioni garantì ulteriori flussi di denaro e strumenti di pressione sociale sulle attività economiche locali.[47][48]

Clan emergenti, tra cui quello di Antonio Spavone, detto "o' malommo", iniziarono a strutturarsi in modo più organizzato, pur mantenendo autonomia territoriale, mentre le rivalità tra gruppi determinarono frequenti faide con omicidi e atti di intimidazione.[49]

Il fenomeno si caratterizzò anche per una crescente infiltrazione nelle istituzioni locali e nei rapporti con imprenditori e politici, che favorì l’accesso a appalti pubblici e protezioni, consolidando ulteriormente il potere dei clan.[50]

Tra le figure più rilevanti della camorra postbellica si annoverano Pasquale Simonetti (detto Pascalone 'e Nola), che controllava i mercati generali di Napoli, e sua moglie Assunta Maresca (detta Pupetta), che dopo l’uccisione del marito divenne protagonista di una vicenda di risonanza nazionale, simbolo della notorietà pubblica assunta dalla camorra nel dopoguerra.[51][52]

Inoltre, la camorra iniziò a tessere legami con reti criminali internazionali, ampliando i traffici illeciti e consolidando la propria capacità di adattamento e sopravvivenza in un contesto economico e sociale in rapida evoluzione.[53]

Questo periodo rappresenta dunque una fase cruciale nella storia della camorra napoletana, caratterizzata da consolidamento del potere territoriale, espansione economica e crescente visibilità pubblica, che preparò il terreno per le successive evoluzioni organizzative del fenomeno criminale.[54]

Anni '60: il consolidamento e il ruolo strategico nel contrabbando

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All’inizio degli anni ’60, Napoli si afferma come un nodo cruciale per la criminalità organizzata. La chiusura del porto franco di Tangeri in Marocco nel 1961 sposta i depositi delle società di tabacco verso le coste iugoslave e albanesi, aumentando il ruolo strategico del porto partenopeo nel contrabbando di sigarette. Il traffico, però, non è più semplice come prima. I pagamenti vengono richiesti in anticipo — metà del costo del carico e del noleggio della nave — e lo sbarco è consentito solo fino al limite delle acque territoriali. Per gestire questi vincoli servono capitali ingenti e una struttura organizzativa solida, fornita in gran parte dalla mafia siciliana. In questo scenario, Napoli diventa il centro nevralgico del contrabbando, attirando l’attenzione delle cosche e dei clan marsigliesi, e generando tensioni e scontri per il controllo dei traffici. La camorra sfrutta la città come base strategica e rafforza i legami con esponenti della criminalità locale, come Michele Zaza, i fratelli Nuvoletta e Antonio Bardellino. Così, negli anni sessanta, la camorra non è più soltanto un fenomeno locale: si struttura e si prepara a crescere, gettando le fondamenta della sua espansione negli anni successivi.[55]

Anni ’70: ascesa dei grandi clan e guerre interne

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Negli anni settanta l’economia criminale napoletana ruotò innanzitutto attorno al contrabbando di sigarette, che fece di Napoli un "hub" europeo già dalla prima metà del decennio.[56] Il protagonismo di questo traffico nacque però nel decennio precedente, quando la città divenne terreno di scontro tra gruppi mafiosi siciliani e reti marsigliesi (“i Marsigliesi”), con l’inserimento di figure camorriste locali destinate a emergere. Il soggiorno obbligato di esponenti di Cosa nostra in Campania consolidò legami operativi con camorristi napoletani e casertani, tra cui Zaza, Nuvoletta e Bardellino.[57]

In questo contesto si affermò la figura di Raffaele Cutolo, che nella seconda metà del decennio strutturò la Nuova Camorra Organizzata (NCO) come risposta “campana” al predominio siciliano nel contrabbando e come proposta di un’organizzazione gerarchica capace di disciplinare una galassia di bande.[58][59] La NCO rappresentò il modello della “camorra di massa”, basata su reclutamento esteso, rituali e controllo capillare delle estorsioni e dei traffici, in contrapposizione alla “camorra-impresa” orientata agli affari e ai partenariati con Cosa nostra.[1]

Accanto alla NCO crebbe il peso dei clan imprenditoriali legati (o contigui) a Cosa nostra e al grande contrabbando: tra questi spiccò Michele Zaza, camorrista-contrabbandiere che divenne “uomo d’onore” per i siciliani e snodo dei traffici di “bionde” tra Tirreno e Napoli.[45][60]

Nel frattempo il clan Nuvoletta di Marano, fortemente intrecciato con Cosa nostra, consolidò un profilo di potere e relazioni che ne farà un cardine delle alleanze anti-cutoliane.[58][59] Nell'area di Giugliano si affermarono i Mallardo con capacità di controllo territoriale che risalgono proprio a questo decennio.[61] A Secondigliano, il gruppo Licciardi si collocò tra i protagonisti destinati a contare nella contrapposizione alla NCO, maturando — già dalla fine del decennio — l’idea di aggregare cartelli camorristici del versante settentrionale della città.[62]

La crescente concorrenza su estorsioni e contrabbando produsse conflittualità armata già alla fine di questi anni, preludio della grande guerra camorristica degli inizi degli anni ’80.[58]

Proprio tra fine di questo decennio e i primissimi anni di quello successivo nacque, “d’intesa con Cosa nostra”, la Nuova Famiglia (NF) — asse Bardellino-Nuvoletta-Alfieri — concepita per contrastare l’espansione della NCO sul territorio campano.[59]

Gli scontri tra NCO e cartelli “imprenditoriali” (Zaza, Nuvoletta, Bardellino e alleati) si alimentarono della rendita del contrabbando e della ricerca di egemonia sui quartieri popolari e sulle aree di sbarco, trasformando Napoli e il suo hinterland in un campo di battaglia criminale.[45][58]

Dal punto di vista socio-economico, la crisi occupazionale e l’emarginazione urbana dei “terribili anni ’70” a Napoli offrirono alla camorra manodopera e consenso di prossimità, facilitando il reclutamento di massa e la gestione del contrabbando come “ammortizzatore sociale” illegale.[45][63]

Nel complesso, la seconda metà del decennio vide quindi la bipolarizzazione del sistema: da un lato l’organizzazione gerarchica di Cutolo; dall’altro i clan-impresa legati a reti di contrabbando e ad alleanze con Cosa nostra, che si coaguleranno nella Nuova Famiglia.[1][58]

Anni '80 e '90: il narcotraffico

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Sul finire del Novecento, la camorra passò da una forte presenza nel contrabbando (anni ’60–’70) a un ruolo centrale nel traffico internazionale di stupefacenti, in particolare cocaina; il narcotraffico portò trasformazioni strutturali quali concentrazione di capitali, internazionalizzazione delle reti e un salto di qualità nelle capacità logistiche e finanziarie dei clan.[64][65]

Don Riboldi e la protesta studentesca contro la camorra

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Nel novembre 1982, dopo una serie di omicidi, il vescovo di Acerra, Monsignor Antonio Riboldi, partecipò a un'assemblea studentesca nel teatro vescovile della città e dichiarò: "Io ho deciso di non vivere come una talpa, non so voi. Da stasera uscirò per strada senza paura".[66] Il suo appello alla sfida contro la camorra fu raccolto dagli studenti, che organizzarono un'assemblea ad Ottaviano, paese natale di Raffaele Cutolo, capo della NCO (Nuova Camorra Organizzata). Il 12 novembre circa un migliaio di studenti marciarono per le strade di Ottaviano con il vescovo Riboldi, radunandosi poi nel cortile del liceo classico Diaz.[67]

Nei giorni successivi furono organizzati altri cortei in Campania e il 17 dicembre 1982 si svolse una marcia di diversi chilometri da Somma Vesuviana a Ottaviano, a cui parteciparono oltre diecimila persone. Alla testa del corteo, oltre a Riboldi, erano presenti il vescovo di Nola, Monsignor Giuseppe Costanzo, il segretario regionale del PdUP, Raffaele Tecce, il segretario del PCI, Antonio Bassolino, e il segretario nazionale della CGIL, Luciano Lama. Operai del distretto industriale di Pomigliano d'Arco aderirono con uno sciopero di quattro ore. Dal palco parlò uno studente del liceo classico di Pomigliano, Pietro Perone, poi diventato giornalista e autore del libro Don Riboldi il coraggio tradito.[68]

La manifestazione ebbe grande risonanza sulla stampa e nei telegiornali della Rai,[69] diventando nota come "la marcia dei diecimila ragazzi che sfidarono la camorra".[70]

Nei mesi successivi, la mobilitazione si estese a livello nazionale con cortei e assemblee in diverse città, culminando l'11 febbraio 1983 a Napoli in una grande manifestazione contro mafia, camorra e 'ndrangheta.[71] L'anno successivo gli studenti furono ricevuti a Roma dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Nel 2022, in occasione del quarantennale, furono organizzati incontri per ricordare la figura di Riboldi e la stagione di mobilitazione anticamorra.

Il maxi-blitz del 1983 e il maxi-processo alla NCO

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Cutolo e altri imputati al maxiprocesso alla NCO del 1985.

Nella notte tra il 16 e il 17 giugno 1983, un maxi-blitz della magistratura e delle forze dell’ordine interessò i presunti affiliati alla NCO. Furono emessi oltre 850 mandati di cattura a carico di persone in tutta Italia, destando enorme clamore. Tra gli arrestati — o destinatari degli ordini — figuravano anche personaggi noti della politica e dello spettacolo, come Enzo Tortora (successivamente scagionato), Franco Califano, Renato Vallanzasca e alcuni terroristi, tutti accusati di fiancheggiamento. Si giunse alla redazione dei mandati di arresto grazie soprattutto alle testimonianze spontanee dei pentiti Pasquale Barra (detto “’o animale”) e Giovanni Pandico.[72] L’operazione fu definita dalla stampa “il venerdì nero della Camorra”, espressione che sottolinea l’impatto mediatico e simbolico dell’evento.[73]

Dalle indagini successive al maxi-blitz del 17 giugno 1983, che portarono alla raccolta di materiali e prove culminanti con il processo principale, mosse il "maxiprocesso" alla NCO. Il procedimento fu formalizzato con un’ordinanza di rinvio a giudizio depositata l’8 novembre 1985, che ne accelerò l’avvio giudiziario.[74]

ll maxiprocesso ebbe un impatto significativo sulla lotta contro la camorra, segnando l'inizio di un utilizzo sistematico del pentitismo come strumento di contrasto organizzato. Inflisse un colpo mortale alla NCO, che stava già subendo il ridimensionamento a causa della faida con la Nuova Famiglia.[75]

Il triangolo Sud America — Africa — Europa

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Dalla metà degli anni ottanta si consolidò la “finestra europea” per la cocaina sudamericana: gruppi camorristici napoletani strinsero accordi diretti con produttori e broker sudamericani e africani per importare grandi partite di cocaina verso i porti e le coste italiane ed europee.[65] Umberto Ammaturo fu un esempio di un trafficante napoletano che in quel periodo costruì canali diretti verso il Perù e l’America Latina, favorendo un flusso significativo di cocaina verso l’Italia e l’Europa.[76] I clan “imprenditoriali” di aree come Marano, Secondigliano e Caserta (es. Nuvoletta, Licciardi, Casalesi/Mallardo[77] e altri) sfruttarono i proventi della droga per rafforzare il controllo del territorio e finanziare attività di riciclaggio e investimenti immobiliari.[64]

Le rotte principali triangolavano Sud America — Africa (alcune tappe di transito) — Europa; vennero usati container commerciali, navi di piccolo cabotaggio e corrieri umani, nonché false spedizioni commerciali per occultare carichi di cocaina.[65] Alcuni investigatori e fonti giudiziarie dell’epoca evidenziarono l’uso di porti e scali secondari e la complicità/connivenza di reti logistiche transnazionali (operatori portuali, spedizionieri) per rendere più agevole lo sbarco e la diffusione della droga in Europa.[64] I capitali derivanti dalla cocaina vennero reinvestiti in attività lecite (edilizia, turismo, imprese di trasporto) e in filoni di "economia grigia"; già negli anni ’90 il Parlamento e le procure segnalano modalità complesse di riciclaggio che richiedono interventi normativi e procedurali.[78]

L'enorme giro di denaro della droga accentuò la competizione tra clan; la ricerca del controllo delle piazze di spaccio e delle rotte internazionali portò a omicidi mirati, attentati e guerre interne che segnarono tutto questo ventennio.[64][76] In molti casi i rapporti con Cosa nostra e (più tardi) contatti con gruppi sudamericani mostrarono una crescente «integrazione» operativa tra mafie tradizionali e gruppi camorristici imprenditoriali.[65]

La risposta dello Stato con la DIA e il ruolo dei pentiti

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A fronte dell’escalation, lo Stato italiano rafforzò strumenti investigativi e giudiziari: tra gli organi creati/rafforzati in questo periodo vi è la Direzione Investigativa Antimafia (DIA), istituita formalmente nel 1991 come struttura interforze per contrastare la criminalità organizzata.[79] Commissioni parlamentari e procure (anche con l’uso dei collaboratori di giustizia negli anni ’90) produssero indagini che portarono a sequestri patrimoniali e a processi per traffico internazionale di stupefacenti e riciclaggio. La collaborazione di grandi trafficanti divenuti «pentiti» alla fine degli anni ’80–inizio ’90 (es. convertiti alla collaborazione dopo arresti in Sudamerica o in Italia) fornì elementi chiave per smantellare reti di approvvigionamento e per perseguire livelli alti dell’organizzazione criminale[78][80]

L'esperimento della Nuova Mafia Campana

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Nel 1992, Carmine Alfieri tentò di strutturare la Camorra campana in modo più centralizzato, ispirandosi al modello siciliano della Cosa nostra. Fondò la Nuova Mafia Campana (NMC), un'organizzazione gerarchica che mirava a unificare i clan sotto un comando centrale. Documenti ufficiali descrivono una rete gerarchica che operò principalmente nell'area del nolano, con diramazioni in tutta la Campania. Questo tentativo rappresentò l'ultima incursione significativa verso una struttura verticistica nella storia della Camorra. La NMC, però, non ebbe lunga vita e si dissolse rapidamente. La Camorra continuò a operare principalmente attraverso un sistema orizzontale, con bande territoriali autonome spesso in conflitto tra loro. Tuttavia, alcuni clan, come i Casalesi, riuscirono a mantenere una struttura più centralizzata. Le intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, come Pasquale Galasso, fornirono prove decisive per smantellare questa organizzazione. Nonostante la fine della NMC, l'influenza di Carmine Alfieri sulla Camorra rimase significativa. La sua collaborazione con la giustizia negli anni successivi rivelò dettagli cruciali sulle dinamiche interne dei clan e sui legami con la politica locale.[81][82][83]

Le trasformazioni di quel ventennio — internazionalizzazione del business della droga, disponibilità di capitali e rafforzamento delle capacità finanziarie e imprenditoriali dei clan — plasmarono la Camorra che arriverà agli anni 2000: più forte sul piano economico, più capace di penetrare mercati legali e internazionali.[65]

Il XXI secolo e le faide

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Lo stesso argomento in dettaglio: Prima faida di Scampia e Seconda faida di Scampia.

All'inizio degli anni 2000 la camorra manteneva un notevole potere, favorito anche da legami politici, che le consentiva di controllare diverse attività economiche, in particolare nell'area napoletana e casertana. L'organizzazione contava migliaia di affiliati, suddivisi in oltre 150 clan attivi in tutta la Campania, con ramificazioni anche all'estero, tra cui Paesi Bassi, Spagna, Francia e Marocco.[84]

Le principali attività criminali comprendevano l’infiltrazione negli appalti pubblici, l’immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione, il riciclaggio di denaro, l’usura e il traffico di droga. I rapporti tra clan erano caratterizzati da frequenti alleanze e conflitti violenti che spesso sfociavano in omicidi e agguati. In quegli anni si è registrato anche un ritorno al contrabbando di sigarette, in particolare nell’area nord di Napoli, dove il gruppo Sacco-Bocchetti-Lo Russo, uscito dall’Alleanza di Secondigliano, ha ripreso spazio investendo in questa attività, mentre i canali della droga restavano sotto il controllo di altri clan, soprattutto gli Amato-Pagano. Il 4 agosto 2021 è stato arrestato a Dubai il narcotrafficante Raffaele Imperiale, ricercato dal 2016 e ritenuto alleato degli Amato-Pagano per lo spaccio di cocaina.[85]

A Napoli città il fenomeno è rimasto più contenuto, seppure in crescita, con una presenza significativa del clan Mazzarella nelle zone di Mercato e Case Nuove. La presenza camorristica è stata documentata anche all’estero, in particolare in Germania, Belgio, Austria, Portogallo, Regno Unito, Irlanda, Paesi Bassi, Finlandia, Danimarca e nell’ex Jugoslavia, nonché in Canada, Stati Uniti e America Latina, dove i clan secondiglianesi hanno investito in attività commerciali e immobiliari.[86]

Negli anni 2004 e 2005, la cosiddetta faida di Scampia ha avuto grande rilievo nella criminalità organizzata napoletana. Il conflitto interno al clan Di Lauro scoppiò quando alcuni affiliati (detti "scissionisti") decisero di gestire autonomamente lo spaccio di stupefacenti, sottraendo introiti al boss Paolo Di Lauro, detto "Ciruzzo 'o milionario".[87] La faida coinvolse anche altri clan separatisi dal gruppo originario, come quello guidato da Vincenzo Pariante, dando vita a nuovi gruppi camorristici.[88] L’impatto della guerra fu drammatico: si registrarono oltre settanta morti, tra cui numerose vittime innocenti colpite per errore o perché parenti e conoscenti di affiliati. Tra queste si ricordano Dario Scherillo, Attilio Romanò e Antonio Landieri.[87] Il conflitto segnò profondamente la comunità di Scampia, mettendo in luce la frammentazione interna al clan Di Lauro e la nascita di nuovi gruppi criminali, che avrebbero poi continuato a operare nella gestione del traffico di droga e delle altre attività illecite nella zona.[89]

Tra il 2005 e il 2006, si verificò la cosiddetta "faida della Sanità", un conflitto tra il clan Misso del Rione Sanità e alcuni scissionisti guidati da Salvatore Torino, vicino ai clan di Secondigliano. Il bilancio fu di circa quindici morti e diversi feriti in due mesi.[90]

Il 7 febbraio 2008 è stato arrestato Vincenzo Licciardi, ritenuto il capo dell’Alleanza di Secondigliano e inserito tra i 30 latitanti più pericolosi d’Italia.[91]

Secondo le ricostruzioni giornalistiche, tra il 1979 e il 2005 la camorra è stata responsabile di migliaia di omicidi, con circa 3.600 vittime complessive, tra cui numerosi innocenti.[86][92] Nel periodo considerato, il numero di morti attribuiti alla camorra ha superato quello provocato da Cosa nostra, 'ndrangheta, mafia russa, mafia albanese e da organizzazioni terroristiche come l’ETA, nonché dalle stragi di Stato avvenute in Italia.[92]

I clan hanno inoltre tratto vantaggio dai progetti infrastrutturali sviluppati in Campania, come la costruzione della metropolitana di Aversa e del previsto aeroporto di Grazzanise, individuati come possibili obiettivi di infiltrazione economica.[93]

Presenza e organizzazione dei clan camorristici in Campania

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Nell’area nord di Napoli, nei quartieri di Secondigliano, Scampia, Piscinola, Miano e Chiaiano, opera l’«Alleanza di Secondigliano», un cartello formato dalle famiglie Licciardi, Contini, Bosti e Mallardo, con gli stessi Di Lauro come garanti esterni.[94]

Nel centro città, il clan Mazzarella controlla l’area est fino a Ponticelli,[95] mentre nei Quartieri Spagnoli la situazione si è stabilizzata dopo le faide degli anni ’90 tra clan Mariano e clan Di Biasi.[96]

La zona occidentale di Napoli, tra Rione Traiano, Pianura e Vomero, ospita diversi clan, tra cui il cartello Nuova camorra Flegrea, duramente colpito nel 2005 grazie al pentito Bruno Rossi.[97]

Nell’hinterland vesuviano e nel nolano operano storici clan locali. La morte o l’arresto di molti capi storici ha favorito l’espansione di gruppi locali, come nella zona orientale e in comuni come Marigliano e Somma Vesuviana.[98]

In Campania, il clan dei Casalesi dell’agro aversano (provincia di Caserta), attivo anche in Europa, gestito dalle famiglie Schiavone e Bidognetti, opera come cartello con famiglie alleate nelle varie province. Tra gli altri clan della provincia si segnala il clan Belforte a Caserta, Marcianise e Maddaloni.[99]

A Salerno operano il clan D'Agostino-Panella e altri gruppi nel quartiere Mariconda.[100] Nella provincia di Salerno, in particolare nell’agro nocerino-sarnese, a Cava de' Tirreni, nella Valle dell'Irno e nella Piana del Sele, sono presenti diversi clan.[101]

Nelle province di Avellino e Benevento operano piccoli gruppi locali e clan storici come Cava, Graziano a Quindici, e clan Pagnozzi e clan Sparandeo nel Sannio.[102][103]

Secondo la Procura Antimafia di Napoli, Antonio La Torre, fratello del boss Augusto, ha sviluppato in Scozia attività commerciali di rilievo.[104] Il clan Contini fa parte dell’«Alleanza di Secondigliano», insieme a clan Mallardo e clan Licciardi.[105]

La camorra è organizzata in modo pulviscolare con centinaia di famiglie, o clan, ognuna delle quali è più o meno influente a livello territoriale in quasi tutti i comuni della provincia di Napoli e in molti comuni della regione, in particolare della provincia di Caserta. Queste organizzazioni si uniscono e si dividono con grande facilità rendendo ulteriormente difficoltoso il lavoro di "smantellamento" degli inquirenti e delle forze dell'ordine. Questa struttura, caratteristica della camorra fin dal dopoguerra, fu sostituita solo in un'occasione e solo temporaneamente: durante la lotta tra Nuova Camorra Organizzata (NCO) e Nuova Famiglia (NF), un conflitto scatenato da Raffaele Cutolo nel corso del quale la stragrande maggioranza dei clan dovette scegliere con chi schierarsi.

Tutte le volte che si è tentato di riorganizzare la camorra con una struttura gerarchica verticale si è preso come modello Cosa nostra. Questi tentativi sono sempre falliti per la tendenza dei capi delle varie famiglie a non ricevere ordini dall'alto. Per tale ragione è improprio parlare di camorra come di un fenomeno criminale unitario e organico. Lo stesso termine "camorra", quale entità criminale unitaria, è fuorviante, data la natura estremamente frammentata e caotica della malavita napoletana. Fanno eccezione alcuni determinati cartelli di alleanze, come quello dei Casalesi che è formato da una struttura verticistica composta da una dozzina di cosche con a capo 3 famiglie (Schiavone, Bidognetti, Zagaria-Iovine) e una cassa comune, o come l'Alleanza di Secondigliano. Ma anche all'interno di questi stessi cartelli sono nate, negli anni, violente faide che hanno coinvolto le stesse famiglie interne ai gruppi.

Secondo recenti dati forniti dall'Eurispes, sembra che la camorra guadagni:

Attività illeciteValore
Traffico di droga14 230 milioni €
Imprese e appalti pubblici7 582 milioni €
Estorsione e usura5 362 milioni €
Traffico di armi4 066 milioni €
Prostituzione2 258 milioni €

Il giro d'affari complessivo delle famiglie napoletane si aggirerebbe intorno ai 12 miliardi e mezzo l'anno.

I dati Eurispes appaiono tuttavia incompleti poiché non considerano due settori cardine dell'economia camorrista: innanzitutto la produzione e la distribuzione di falsi (abbigliamento, CD-DVD, prodotti tecnologici) con canali e sedi in tutti i continenti.

Altro importante settore è quello dello smaltimento illegale dei rifiuti, sia industriali che urbani, attività estremamente lucrosa che secondo alcuni sta conducendo vaste zone di campagna nelle province di Napoli e Caserta verso un progressivo degrado ambientale. A titolo di esempio, che la campagna fra i comuni di Acerra, Marigliano e Nola, una volta rinomata in tutta la penisola come fra le più verdi e fertili, è da taluni ora indicata con il termine di "triangolo della morte".

Il 25 luglio 2011 gli Stati Uniti d'America hanno varato un nuovo piano per il contrasto della criminalità internazionale (strategy to combat transnational organized crime) ed hanno individuato le 4 principali organizzazioni transnazionali più pericolose per l'economia americana posizionando la camorra al secondo posto dopo i Brother Circle russi e prima della Yakuza giapponese e dei Los Zetas messicani con un giro d'affari di 45 miliardi di dollari.[106] Le attività principali della camorra, secondo il governo americano, sarebbero la distribuzione di falsi e il narcotraffico. Per avere un'idea della pericolosità economica della camorra negli Stati Uniti basta pensare che altre organizzazioni italiane che hanno una presenza storica in America, come Cosa nostra e 'ndrangheta, non vengono neanche menzionate.[107]

Secondo lo studio del 2013 condotto da Transcrime, centro di ricerca dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, i ricavi delle mafie italiane ammonterebbero a circa 25,7 miliardi di euro l'anno. Di questi, il 35% è appannaggio della Camorra, il 33% della 'ndrangheta, il 18% di Cosa nostra e l'11% della Sacra corona unita. La Camorra avrebbe perciò la fetta di ricavi più larga all'interno del mercato criminale italiano, superando di poco le organizzazioni calabresi e quasi "doppiando" quelle siciliane.[108]

Traffico e smaltimento dei rifiuti

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Terra dei Fuochi

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La definizione di Terra dei fuochi comprende un territorio di 1076 km², nel quale sono situati 57 comuni, nei quali risiedono circa 2 milioni e mezzo di abitanti: 33 comuni sono situati nella provincia di Napoli e 24 comuni sono ubicati nella provincia di Caserta. È compresa circa un terzo della provincia napoletana, mentre del casertano è colpita soprattutto la parte meridionale e sud-occidentale.[109] Una catena montuosa enorme che – come fosse stata fatta esplodere – si è dispersa per la parte maggiore nel sud Italia, nelle prime quattro regioni con il più alto numero di reati ambientali: Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Lo stesso elenco di quando si parla dei territori con i maggiori sodalizi criminali, con il maggior tasso di disoccupazione e con la partecipazione più alta ai concorsi per volontari nell'esercito e nelle forze di polizia. Un elenco sempre uguale, perenne, immutabile. Il casertano, la terra dei Mazzoni, tra il Garigliano e il Lago Patria, per trent'anni ha assorbito tonnellate di rifiuti, tossici e ordinari.[110] In generale, una correlazione significativa tra esposizioni ambientali e tumori è di difficile (se non impossibile) applicazione, in quanto intervengono in gioco molti altri fattori, come la cattiva alimentazione, il fumo, la familiarità, i controlli ospedalieri, i ricoveri e la diagnosi precoce.[111] Tuttavia, numerosi studi hanno rimosso ogni dubbio sull'aumento di casi di tumore nella popolazione locale rispetto alla media nazionale e la presenza di materiali inquinanti e cancerogeni nel corpo di chi è malato di tumore.

Uno studio del 2012 sul Registro tumori infantili della Campania ha evidenziato un aumento statisticamente significativo del numero di casi di neoplasie tiroidee.[112]

Nel 2019 è stata confermata la presenza di metalli pesanti (dall'acclarato nesso causale con lo sviluppo di tumori) nei malati di tumore residenti a Giugliano, Qualiano, Castel Volturno e nel quartiere Pianura di Napoli (zone simbolo della Terra dei Fuochi), in quantità superiori che nei soggetti sani e "del tutto fuori norma".[113][114][115] Lo studio, chiamato Veritas e condotto dallo Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine della Temple University di Philadelphia e dall'Istituto nazionale tumori (Fondazione Giovanni Pascale), è stato presentato in Parlamento.[113]

I rapporti con le istituzioni

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Numerosi sono stati in passato i contatti tra i gruppi camorristici e la politica locale e nazionale. All'inizio degli anni novanta i pentiti Pasquale Galasso e Carmine Alfieri fecero dichiarazioni che misero sotto accusa Antonio Gava, potente capo della corrente dorotea e dirigente della Democrazia Cristiana, successivamente assolto. Secondo l'ex procuratore di Napoli Giandomenico Lepore, il 30% dei politici campani è colluso con la camorra.[116] Il dato incrementa notevolmente se si conta che, solo nella Provincia di Napoli, di 51 comuni su 92 sono stati sciolti o interessati da provvedimenti per infiltrazioni camorristiche, con pesanti condizionamenti sulla spesa pubblica e l'imprenditoria legata agli appalti.[117]

Dal 1991, data dell´entrata in vigore della legge, ad oggi sono stati sciolti per camorra in Campania circa 86 comuni. Una media di 4 comuni ogni anno.[118]

L'infiltrazione

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L'organizzazione riuscì ad infiltrarsi in numerosi comuni della regione, che poi vennero sciolti, alcuni furono:

Le giunte comunali non sono le uniche istituzioni ad essere state oggetto di scioglimento per infiltrazioni camorristiche. Nell'ottobre del 2005, infatti, primo caso in Italia, fu sciolta dal Consiglio dei Ministri l'Azienda sanitaria locale "Napoli 4", che comprendeva ben 35 comuni del napoletano suddivisi in 11 distretti sanitari: Poggiomarino, Casalnuovo di Napoli, Nola, Marigliano, Roccarainola, San Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Palma Campania, Volla, Acerra e Pomigliano d'Arco, per un bacino di utenti di circa seicentomila abitanti.[129]

Faide tra clan

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  • prima faida di Afragola, tra i Moccia e i Giugliano: avvenne prima dello scontro fra la NCO e la NF; all'epoca i due eserciti in guerra erano i Moccia e i Giugliano, anch'essi di Afragola. Raffaele Cutolo avrebbe voluto fare un favore alla famiglia Moccia facendo ammazzare l'avvocato Giulio Battimelli.
  • faida tra la NCO e la Nuova Famiglia: guerra che scoppiò dopo che l'8 dicembre 1978 le principali famiglie malavitose napoletane decisero di confederarsi in un unico cartello denominato Nuova Famiglia per combattere lo strapotere di Raffaele Cutolo. Fu, di gran lunga, la più violenta per numero di morti ammazzati: nel 1979 si registrarono 71 omicidi, 134 l'anno successivo, 193 nel 1981, 237 nel 1982, 238 nel 1983, 114 nel 1984 (più di 1.500 in tutto). La guerra iniziò già nel 1978, anche se di fatto fu il 1980, a sancire l'inizio dell'eccidio che si sarebbe venuto a verificare nel periodo 1978-1983, ovvero quando in ballo non ci fu più solo la scelta di Cutolo di distaccarsi dai siciliani, ma i soldi provenienti dal dopo-terremoto dell'Irpinia nel 1980, la Fratellanza napoletana o Onorata fratellanza, come si chiamava fino a quel momento, diventò la Nuova Famiglia o NF e non inglobò più solamente i clan Giuliano, Vollaro e Fabbrocino, che fino a quel momento avevano combattuto Cutolo, ma a poco a poco li seguirono anche gli Zaza, gli Alfieri, i Galasso, i Bardellino (i futuri Casalesi), i Nuvoletta, i Gionta, nel 1981 anche i Misso e via via molti altri. La guerra si concluse dopo il maxi-blitz contro la NCO avvenuto il 17 giugno 1983, anche se ci furono dei colpi di coda alla fine del 1983 e intorno alla metà del 1984 come l'omicidio di Gateano Ruffa (22 ottobre 1983), l'omicidio di Giovanni Bifulco (30 dicembre 1983) e l'omicidio di Vincenzo Palumbo e Rosa Martino (14 maggio 1984), tutti ovviamente cutoliani dato che la NCO non poteva più reagire per mancanza di un’organizzazione interna. La guerra fu vinta nel 1983 dalla Nuova Famiglia.
  • faida tra i Giuliano e i Misso: combattuta tra il 1979 e il 1984, iniziò quando Luigi Giuliano chiese al suo vecchio amico Giuseppe Misso di schierarsi in suo favore contro Cutolo, ma questi si rifiutò perché non voleva schierarsi con nessuna delle due fazioni, allora i Giuliano per ripicca gli chiesero il pizzo e la risposta di Misso fu alquanto brusca in quanto sequestrò i parenti di Giuliano in un basso e li picchiò. Nonostante ciò, nel 1981 Giuseppe Misso decise di schierarsi contro Cutolo, ma la guerra di camorra andò avanti lo stesso, infatti il 24 settembre 1983 avvenne il triplice omicidio di Domenico Cella, Ciro Lollo e Ciro Guazzo, uccisi alla Sanità. Motivo dell'azione: una rappresaglia contro il clan rivale dei Giuliano che aveva imposto la chiusura delle sedi del Movimento Sociale alla Sanità.
  • faida tra i Giuliano e i Contini: combattuta nel 1984 tra il clan Giuliano e il nascente gruppo di Edoardo Contini e Patrizio Bosti (condannati poi proprio per un duplice omicidio avvenuto nel contesto di questa faida, quello dei fratelli Gennaro e Antonio Giglio). Il tutto cominciò per una storia di controllo di una bisca della zona dell'Arenaccia.[130]
  • faida all'interno della Nuova Famiglia: combattuta tra i Nuvoletta-Gionta e la Nuova Famiglia (Alfieri, Galasso, Fabbrocino, Bardellino e Vastarella) negli anni 1983-85. Tutti questi dapprima alleati per sconfiggere i cutoliani, ma a scatenare la faida furono le rispettive alleanze siciliane (i Nuvoletta coi Corleonesi mentre la Nuova Famiglia con gli scappati Badalamenti-Buscetta-Ferlito). Questo violento scontro portò a vari azioni stragisti, come quella di Poggio Vallesana compiuta dai Nuvoletta in cui quest'ultimi strangolarono, finirono a proiettili e poi applicarono la lupara bianca contro i Vastarella, tecnica appresa dagli alleati siciliani Corleonesi. L'eccidio, è stato una risposta sia per la strage di Torre Annunziata sia per l'omicidio di Ciro Nuvoletta (situazione che approfittò Antonio Bardellino per far credere che i Vastarella parteciparono nell'omicidio Nuvoletta).[131] La faida finisce nel 1985, quando i Nuvoletta decisero vendere alla polizia l'alleato nascente Valentino Gionta e per non perdere l'alleanza con Gionta, i Nuvoletta decisero l'uccisione del giornalista Giancarlo Siani perché denunciò in un suo giornale che l'arresto di Gionta non era altro che arrivare a pace con il clan Alfieri
  • faida di Quindici: faida più che decennale tra le famiglie Graziano e Cava del comune di Quindici, in provincia di Avellino. Iniziata negli anni ottanta, si protrae ancora oggi.[132]
  • prima faida di Castellammare: Umberto Mario Imparato contro il clan D'Alessandro. Questa faida portò a diverse decine di agguati mortali, tra cui quello del 21 aprile 1989 in cui morirono 4 guardaspalle di Michele D'Alessandro mentre quest'ultimo si salvò per miracolo in viale delle Terme a Castellammare di Stabia.[133]
  • prima faida dei Quartieri Spagnoli: combattuta tra i clan Mariano, detti i picuozzi, e Di Blasi, detti i faiano, alla fine degli anni ottanta; fu una delle guerre più cruenti di quel periodo, gli agguati mortali furono diverse decine.[134][135]
  • faida tra i Giuliano e l'Alleanza di Secondigliano: violento scontro avvenuto tra i due potenti gruppi nel 1990. Culminò con l'omicidio di Gennaro Pandolfi, dei Giuliano, e del figlio Nunzio Pandolfi, di appena due anni.[136]
  • faida tra i Gallo-Cavalieri e i Gionta: combattuta tra il clan Gionta e il clan Gallo-Cavalieri di Torre Annunziata. A scatenare la faida, che continua tuttora, malgrado le inchieste della Procura Antimafia e l'incessante lavoro degli investigatori, fu il duplice omicidio di due affiliati ai Gallo, uccisi nel dicembre 1990, cui fece seguito, pochi giorni dopo, l'agguato in cui persero la vita altre due persone appartenenti al gruppo dei Gionta. Dopo anni di tregua tra i due clan, a seguito di un lancio di un uovo nel periodo di carnevale e il successivo pestaggio subito da un ragazzo del clan Gionta, nel 2006 la faida è riesplosa, arrivando all'apice nel 2007 con 4 morti in 2 giorni, dopo alcuni episodi verificatisi nel 2013, agguati e omicidi cruenti ai danni dei Gionta, la faida sembra nuovamente cessata.[137][138]
  • prima faida di Pianura: svoltasi tra il 1991 e il 2000 tra il clan Lago e i clan Contino e Marfella, questi ultimi due alleati. Il primo atto risale al 1991: il 21 aprile, a Pianura, furono assassinati due spacciatori. Dopo l'arresto e il pentimento del boss Giuseppe Contino, a continuare l'opera è stato il clan Marfella. In questa seconda fase del conflitto è da inserire il duplice omicidio di Luigi Sequino e Paolo Castaldi, due ragazzi innocenti ammazzati per errore sotto l'abitazione dei Lago, perché scambiati dai sicari dei Marfella per due vedette del clan rivale.
  • prima faida di Ercolano: guerra tra gli Esposito e gli Ascione, combattuta quasi interamente nel 1990; iniziò con l'omicidio del boss Antonio Esposito e uscirono perdenti gli Esposito dopo l'agguato mortale ai danni del reggente del clan Salvatore Esposito (1960 - 1993), anche se di fatto l'omicidio di Delfino Del Prete, aveva già deciso le sorti della guerra.[139]
  • faida tra i Misso e l'Alleanza di Secondigliano: faida portata avanti dal boss Giuseppe Misso e dai vertici dell'Alleanza di Secondigliano. La situazione degenerò dopo il duplice omicidio di Alfonso Galeota e Assunta Sarno, moglie di Giuseppe Misso, nel 1992.[140]
  • Faida di Mugnano: Combattuta nei primi anni '90 tra il clan Ruocco e il rivale De Gennaro, supportato dai Di Lauro; coinvolse Secondigliano quando i Ruocco decisero di uccidere i fratelli Prestieri, compiendo quel massacro noto come Strage del Monterosa (maggio 1992).
  • seconda faida dei Quartieri Spagnoli: dopo la prima faida, che si concluse senza un vincitore netto, i Mariano dovettero affrontare un gruppo di scissionisti al proprio interno guidati dai boss Antonio Ranieri (detto Polifemo, poi ammazzato) e Salvatore Cardillo (detto Beckenbauer); questi ultimi due furono seguiti da un nugolo di fedelissimi. La violenta faida che ne seguì portò di fatto alla dissoluzione dello stesso clan Mariano a seguito di numerosi omicidi, pentimenti e blitz con decine di arresti negli anni 1993 e 1994.[135][141][142][143]
  • seconda faida di Ercolano: faida decennale che vede coinvolti i clan Ascione e Birra. È una delle faide più cruenti in termini morti ammazzati. In ballo ormai non c'è più soltanto il controllo del territorio: la guerra di camorra va avanti perché tra i malavitosi delle due famiglie c'è un odio profondo e radicato. Nella faida sono coinvolti anche i Papale. Dopo anni di lotta tra i due clan e gli innumerevoli arresti che hanno decimato entrambe le fazioni, ad aver vinto la faida sarebbero gli Ascione-Papale, sebbene in un primo momento si desse come camorra vincente la "cuparella", tanto è che per un certo periodo anche gli Ascione-Papale hanno dovuto rifornirsi di droga da loro. La vera svolta fu nel 2007, dopo l'omicidio di Antonio Papale, quando i "Bottone" decisero di vendicare il fratello morto, tant'è vero che dopo tale episodio si conteranno 10 omicidi e altrettanti tentati omicidi avvenuti tra il marzo 2007 e il gennaio 2011, tutti contro il clan Birra, mentre quest'ultimo non riuscirà a mettere a segno nemmeno un omicidio in favore loro. Il clan Birra, di fatto, non esiste più - alcuni dei suoi componenti sono diventati collaboratori di giustizia, altri sono in carcere, altri ancora sono stati uccisi - mentre il clan Ascione è ancora operante a Ercolano, forte dell'alleanza con i Falanga di Torre del Greco.[144][145]
  • prima faida interna ai Casalesi: combattuta nella seconda metà degli anni novanta tra la famiglia Bidognetti e il clan scissionista capeggiato da Antonio Cantiello. La faida provocò il rogo di San Giuseppe quando, nella notte di San Giuseppe del 1997, fu incendiato il bar Tropical ad Ischitella (il cui gestore aveva rifiutato, per ordine degli stessi Bidognetti, di installare all'interno dell'esercizio alcuni video-poker commissionati dalla famiglia Cantiello), in cui morì, bruciato vivo, il giovane cameriere del locale, Francesco Salvo.[146]
  • seconda faida interna ai Casalesi: scontro tra le famiglie del cartello e la fazione scissionista guidata dal boss Giuseppe Quadrano (poi pentitosi).[147][148]
  • faida tra i Licciardi e i Prestieri: conosciuta anche come la faida della minigonna, fu combattuta tra i clan Prestieri e Licciardi e portò ad una ventina di morti in pochi mesi. Tutto cominciò in una discoteca per una battuta di troppo tra due gruppi di giovani riguardo al vestito troppo succinto di una ragazza. I due gruppi di giovani appartenevano a clan di camorra, questo portò prima alla morte del giovane Vincenzo Esposito detto 'o principino, pupillo della famiglia Licciardi, e poi a quella di numerosi affiliati dei Prestieri come ritorsione.[149]
  • faida tra i Mazzarella e i Rinaldi: un tempo alleati, i Mazzarella da un lato e dall'altro i Rinaldi, famiglia storica del Rione Villa di San Giovanni a Teduccio, fino al 1989 fedelissimi di Vincenzo Mazzarella e fratelli. Tutto filò liscio fino a quando un boss dei Rinaldi non cominciò ad essere troppo ingombrante e fu ucciso. Quest'agguato portò ad una guerra con decine di morti protrattasi fino ad oggi.[150]
  • faida tra gli Altamura e i Formicola: conflitto violentissimo durato anni svoltosi nel territorio di San Giovanni a Teduccio. Più che per motivi di predominio criminale, la faida è stata combattuta per rancori di tipo familiare. La guerra decapitò entrambe le famiglie, compresi i due boss, e si fece sempre più feroce.[151]
  • faida tra i Cuccaro e i Formicola: guerra a cui sono riconducibili diversi episodi di sangue. Alla base dei sanguinosi contrasti c'è l'agguato mortale contro Salvatore Cuccaro, potente numero uno della cosca familiare di Barra nonostante avesse soltanto 31 anni, avvenuto il 3 novembre del 1996.[152]
  • prima faida di Forcella: detta anche "faida tra la Forcella di sopra e la Forcella di sotto", fu uno scontro interno al clan Giuliano che ebbe luogo a metà anni novanta; da una parte i figli di Pio Vittorio Giuliano, dall'altra i figli di Giuseppe Giuliano. Ci andò di mezzo, tra gli altri, anche il patriarca Giuseppe, detto zì Peppe, 63 anni, ammazzato nel corso di un clamoroso agguato a Forcella il 9 luglio del 1998.[153]
  • prima faida della Sanità: fu combattuta negli anni 1997 e 1998 tra il clan Misso e i clan, alleati tra loro, Tolomelli e Vastarella. Dopo numerosi omicidi, tra cui quello del boss Luigi Vastarella, vi fu l'atto finale con lo scoppio di un'autobomba, una Fiat Uno imbottita di tritolo, che avrebbe dovuto uccidere due boss dei Misso e che invece portò ad undici feriti innocenti.[154][155]
  • faida tra i Sarno e i De Luca Bossa: questa faida può essere considerata come una sorta di "spin-off" della faida tra i Misso e l'Alleanza di Secondigliano, essendo i primi alleati dei Sarno e i secondi inglobati nell'Alleanza. Dopo numerosi omicidi, la faida culminò con l'autobomba di Ponticelli del 1998, in cui morì un nipote del boss Vincenzo Sarno (vittima designata dell'agguato).[156]
  • terza faida dei Quartieri Spagnoli: fu la guerra combattuta, tra fine anni novanta e inizio anni duemila, tra il clan Di Biasi, rimasto il clan dominante ai Quartieri Spagnoli dopo la dipartita interna dei Mariano, e i Russo, figli del boss Domenico Russo, detto Mimì dei cani. Numerosi omicidi tra cui quelli dei due patriarchi, Francesco Di Biasi, padre dei faiano, e lo stesso Domenico Russo.[135][157]
  • faida dei quartieri collinari Vomero-Arenella: combattuta nei due quartieri bene della città, fino ad allora considerati immuni dalla malavita organizzata; verso la metà degli anni novanta lo storico clan capeggiato da Giovanni Alfano si scisse, formando due distinti schieramenti. Da un lato, gli affiliati di vecchia militanza al gruppo Alfano, dall'altro quelli rimasti fedeli al pluri-pregiudicato Antonio Caiazzo. Diversi sono stati gli omicidi commessi nel corso della faida, conclusasi, però, con un ultimo efferato delitto, tristemente noto come la strage dell'Arenella, avvenuta l'11 giugno 1997, in cui perdeva la vita l'innocente Silvia Ruotolo, che si trovò nel mezzo della sparatoria in quanto stava riportando il figlio a casa dopo averlo ripreso all'uscita della sua scuola, il tutto sotto gli occhi dell'altra figlia della donna, che assistette alla morte della madre dalla terrazza di casa sua; la donna era cugina dei giornalisti Guido e Sandro Ruotolo. Le immediate indagini portavano, in tempo record, all'arresto di tutti i componenti del commando e del mandante: Giovanni Alfano.[158]
  • seconda faida di Forcella: scoppiò in seguito all'avvento dei Mazzarella a Forcella; alcuni componenti dei Giuliano (tra cui Ciro Giuliano 'o Barone[159]) non accettarono di buon grado l'entrata in scena dei Mazzarella. Inevitabile la spaccatura all'interno dell'organizzazione e soprattutto all'interno della famiglia; i Mazzarella si allearono con alcuni personaggi di buon livello della camorra. Dall'altra si organizzarono, per combattere il clan Mazzarella, altri giovanissimi imparentati con i Giuliano. Questo portò ad alcuni omicidi, tra cui quello dello stesso Ciro Giuliano e di Annalisa Durante, vittima quattordicenne innocente morta in un agguato con obiettivo un nipote della famiglia Giuliano.[160]
  • terza faida interna ai Casalesi: combattuta dal 2003 al 2007 tra le famiglie Tavoletta-Ucciero e Schiavone-Bidognetti. Vide la "strage di San Michele", del 29 settembre 2003, con due morti ammazzati e tre feriti in un solo agguato.[161][162][163]
  • faida di Chiaiano: conflitto svoltosi nel corso del 2003 e 2004 a Chiaiano tra il clan Stabile e il clan Lo Russo, in precedenza alleati sotto la bandiera dell'Alleanza di Secondigliano. Tra gli agguati mortali, si ricorda quello avvenuto sulla Tangenziale di Napoli il 1º giugno del 2004, quando vennero uccisi un uomo che si trovava su un'ambulanza perché ferito a causa di un precedente agguato, e il secondo che lo seguiva in auto.[164]
  • seconda faida di Castellammare: combattuta tra il clan D'Alessandro, predominante a Castellammare di Stabia, e il clan Omobono-Scarpa dal 2003 al 2005.[165]
  • Prima faida di Scampia: guerra svoltasi tra l'ottobre 2004 e il settembre 2005 che portò a quasi un centinaio di morti ammazzati, è stata, dopo quella combattuta negli anni ottanta tra la NCO cutoliana e la Nuova Famiglia, la faida camorristica che suscitò maggior clamore mediatico e che accese nuovamente i riflettori dei mass-media nazionali e internazionali sulla malavita organizzata napoletana dopo molti anni di disinteressamento; il conflitto si scatenò quando vari gruppi scissionisti del clan Di Lauro decisero di staccarsi dalla casa madre dopo che i figli del boss Paolo Di Lauro avevano deciso di sostituire alcuni dei leader storici nei principali ruoli chiave con gente a loro più fidata. Questa guerra stravolse gli equilibri criminali della zona nord di Napoli e portò alla nascita di altri gruppi criminali indipendenti, tutti federati nel cosiddetto cartello degli Scissionisti di Secondigliano (detti anche Spagnoli, a causa della latitanza in Spagna di uno dei leader del sodalizio), chiamato in seguito anche clan Amato-Pagano. Tra i tanti omicidi avvenuti all'interno della faida, uno dei più cruenti fu quello di Gelsomina Verde, una ragazza di 21 anni totalmente estranea ad ambienti criminali, torturata, uccisa e poi bruciata dai sicari del clan Di Lauro, solo perché ex fidanzata di uno scissionista.[166]
  • faida tra gli Aprea e i Celeste-Guarino: combattuta nella zona di Barra tra il clan Aprea e quella che secondo gli investigatori era la fazione scissionista dei Celeste-Guarino negli anni 2005 e 2006.[167]
  • faida tra il clan Mazzara e il clan Caterino-Ferriero: svoltosi nel comune di Cesa tra il 2005 e il 2009 per il controllo degli affari illeciti nel territorio comunale.[168]
  • seconda faida della Sanità: combattuta dal 2005 al 2007 tra il clan Misso e la fazione scissionista dei Torino, appoggiati dai Lo Russo di Miano. Con più di venti omicidi in due anni, stravolse completamente gli equilibri della camorra nella zona della Sanità, di Materdei, dei Tribunali. Questa faida portò alla dissoluzione di entrambi i gruppi, dopo i pentimenti dei boss Emiliano Zapata Misso, Giuseppe Misso junior e Michelangelo Mazza per i Misso, e di Salvatore Torino e altri elementi di spicco per la fazione opposta.[169][170][171]
  • Seconda faida di Scampia: iniziata ad agosto 2012 e finita a dicembre dello stesso anno, contò decine di vittime. La nuova faida vedeva contrapposto il cartello degli Scissionisti ad una sua fazione interna, i cui componenti del clan sono stati ribattezzati Girati della Vanella Grassi (dal nome della via del quartiere dove hanno la base operativa e dal termine girato che in gergo camorristico significa colui che ha tradito) oppure gruppo della Vanella Grassi (soprannominata anche così in gergo camorristico) che si sono alleati con il clan Di Lauro (clan spodestato dagli Scissionisti a seguito della faida precedente); tra le vittime ci sono stati il boss degli scissionisti Gaetano Marino (fratello del boss Gennaro Marino detto Genny 'o McKay), ucciso il 23 agosto del 2012 a Terracina dove si trovava in vacanza con la famiglia,[172] Pasquale Romano, ragazzo innocente ammazzato per errore il 15 ottobre 2012 a Napoli nel quartiere di Marianella, perché scambiato per uno spacciatore (vero bersaglio dei killer) a cui assomigliava[173] e Luigi Lucenti, pregiudicato di 50 anni ucciso con tre colpi di pistola il 5 dicembre 2012 da due killer in un cortile di un asilo di Scampia (dove in quel momento era in corso l'annuale concerto natalizio dei piccoli alunni), dove si era rifugiato per sfuggire all'agguato; proprio questo episodio causò molto scalpore e indignazione nell'opinione pubblica, tanto che la faida s'interruppe proprio a seguito di esso (tale episodio ha inoltre ispirato la scena finale della prima stagione della serie televisiva Gomorra - La serie). I vincitori di questa faida furono i Girati, dato che il 15 dicembre 2012 il lancio di alcune bombe a mano da parte degli Abete-Abbinante-Notturno fece calare gli appoggi tra la gente di Scampia al clan e ne decretò la sconfitta dal punto di vista militare.
  • seconda faida di Pianura: iniziata a fine giugno 2013 e finita nel medesimo anno. La faida conta molte vittime.[174]
  • terza faida di Forcella: iniziata a marzo 2013 e terminata il 2 luglio 2015 con l'omicidio del baby-boss Emanuele Sibillo (ottobre 1995 - 2 luglio 2015), la faida vedeva contrapposti da un lato il clan Giuliano (figli e nipoti di Giuseppe), il clan Mazzarella, il clan Del Prete ed il clan Buonerba, dall'altro la cosiddetta Paranza dei Bambini, così chiamata per via della giovane o giovanissima età dei suoi componenti, afferenti al cartello camorristico formato dai giovani della famiglia Giuliano (nipoti e pronipoti di Pio Vittorio), in conflitto con i loro parenti da molti anni, affiancati dai clan Sibillo, Brunetti e Amirante, quest'ultimi alleati del clan Ferraiuolo-Stolder e appoggiati esternamente dal gruppo Rinaldi di San Giovanni a Teduccio, per il controllo dei rioni di Forcella, Maddalena e Duchesca. La faida si conclude con la cacciata dei Mazzarella a San Giovanni a Teduccio e la vittoria della Paranza dei Bambini a Forcella, nonostante l'agguato mortale ai danni del boss Sibillo.[175][176]
  • terza faida di Scampia: iniziata ad ottobre 2015 e tuttora in corso, più che una nuova faida, è la prosecuzione di quella precedente, conclusasi senza vincitori né vinti, ma solamente interrotta a causa della grande attenzione mediatica derivata da alcuni episodi di sangue verificatisi al suo interno; dalla ripresa delle ostilità si contano già diversi agguati mortali da parte di entrambe le fazioni (composte prevalentemente da giovanissimi e da donne, che hanno preso il posto dei boss arrestati e/o assassinati).[177]
  • Faida di Miano: iniziata nel settembre 2016 e tuttora in corso, vede contrapposti i clan Nappello (costola dell'estinto clan Lo Russo) e Stabile-Ferrara di Chiaiano; i primi sono sostenuti dai Licciardi, infatti dietro la mattanza di Miano ci sarebbe la regia occulta dei Licciardi.[178]
  • Faida tra i Vollaro e i Mazzarella: con l'omicidio di Ciro D'Anna, avvenuto il 23 dicembre 2019, è emersa la notizia che il clan Vollaro sarebbe in guerra con il clan Mazzarella a causa degli interessi di quest'ultimo nell'espandere i loro territori nella zona di influenza dei Vollaro, ovvero la città di Portici, storica roccaforte del clan. In passato c'erano già stati degli omicidi che si inquadrano nell'attuale scontro, risalenti addirittura all'anno 2012, dall'omicidio di Vincenzo Cotugno, per poi passare all'omicidio di Lucio Sannino nel 2014, l'omicidio di Vincenzo Provvisiero nel 2017 e infine i tentati omicidi di Carlo Vollaro, nel 2018, e di Giovanni Chivasso, nel 2019.[179][180]

Gli avvenimenti più importanti furono:

  • Strage di Sant'Antimo; nel 1982 durante la guerra tra Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia fu ucciso il fratello di Giuseppe Puca detto o Giappone, Aniello Puca. Si aprì una piccola ma feroce faida a Sant'Antimo, in meno di 12 ore ci furono 6 morti: Costantino Petito alias Francuccio Puliciotto, Vincenzo Di Domenico alias O'Pazz e Mauro Marra uccisero Mattia Di Matteo, 33 anni (esecutore materiale dell'uccisione del fratello di Puca), Giovanni Cioffi, 23 anni e Franco di Domenico, 28 anni. La sera stessa vennero uccise tre donne della famiglia Di Matteo: Angela Ceparano, 48 anni; Patrizia Di Matteo, 18 anni; Francesca Di Maggio, 24 anni; rispettivamente madre, sorella e moglie di Mattia Di Matteo. Dal massacro si salva soltanto un bambino di tre anni. La polizia lo trova piangente dietro un divano accanto al corpo di sua madre Francesca. Moventi del massacro familiare erano lo sgarro fatto al Puca e il fatto che i Di Matteo conoscevano dei segreti scottanti riguardo alla NCO appresi durante i colloqui col figlio carcerato Antonio Di Matteo, in quel momento detenuto con Pasquale D'Amico nel supercarcere di Marina del Tronto ad Ascoli Piceno, dove era detenuto il superboss Raffaele Cutolo. Pochi giorni dopo la strage verrà trovato impiccato Antonio Di Matteo, in un primo momento si pensò a un suicidio, poi si saprà che fu ucciso da Pasquale D'Amico detto O'Cartunato su ordine di Cutolo.
  • Strage di Torre Annunziata o Strage di Sant'Alessandro: avvenuta a Torre Annunziata (NA), presso il circolo dei pescatori, il 26 agosto 1984, nell'ambito della faida tra le coalizioni Casalesi-Alfieri e Nuvoletta-Gionta (un tempo, tutti alleati nella faida contro la NCO di Raffaele Cutolo). Da un autobus precedentemente rubato, scesero una dozzina di killer inviati da Antonio Bardellino e Carmine Alfieri, che iniziarono a fare fuoco per circa due minuti contro il circolo dei pescatori, luogo di ritrovo abituale degli affiliati del clan Gionta. Alla fine si contarono otto morti e sette feriti gravi.
  • Strage di Croce di Cava de' Tirreni: avvenuta il 16 maggio 1987 e scaturita dalla faida tra i clan D'Agostino-Panella e Grimaldi di Salerno. Nella strage, eseguita dal clan Grimaldi, morirono Corrado Gino Ceruso, di 37 anni, cognato del boss Amedeo Panella; Ferruccio Scoppetta, 21 anni e il 24enne Vincenzo Gargano. La strage venne considerata come la risposta all'omicidio del nipote del boss Lucio Grimaldi, Giuseppe Nese, detto "Peppe o' Niro", occorso nel marzo del 1987[181].
  • Strage del Venerdì Santo di Torre del Greco: Il 1º aprile del 1988 in un locale di Torre del Greco (NA) furono uccise quattro persone, tra le quali il boss emergente Ciro Fedele; a compiere la strage furono alcuni esponenti del clan rivale dei Gargiulo che vollero così vendicare la precedente uccisione del loro capo-clan, Vincenzo Gargiulo.
  • Strage di Mariglianella: Il 27 settembre 1988, in una zona periferica del comune di Mariglianella, furono trucidati i fratelli Carmine, Michele e Carlo Pizza, rispettivamente di anni 29, 23 e 21. I tre, di Piazzolla di Nola, pregiudicati e contigui al clan Alfieri, stavano recandosi ad un incontro al quale, oltre a loro, avrebbero dovuto prender parte alcuni appartenenti al clan. Ad un certo punto, l'auto a bordo della quale viaggiavano, un'Alfa 2000, fu raggiunta da una pioggia di proiettili che li uccise. L'esecuzione fu particolarmente violenta tanto che, a uno di loro, una scarica di pallettoni staccò la testa. La strage fu ordinata da Carmine Alfieri, che condannò a morte i tre fratelli in quanto rei di volersi staccare dal suo clan per mettersi in proprio[182][183].
  • Strage di Castellammare di Stabia: il 21 aprile 1989 tra Castellammare di Stabia e Gragnano (NA), un commando al servizio del boss Imparato tentò di uccidere il boss rivale, Michele D'Alessandro, nell'agguato morirono quattro guardaspalle del D'Alessandro, mentre lui, pur rimanendo gravemente ferito, riuscì a salvarsi.
  • Strage di Ponticelli: avvenuta il 12 novembre 1989 nel Bar Sayonara di Ponticelli, quartiere della zona est di Napoli; circa sei killer spararono con armi automatiche tra la folla uccidendo sei persone e ferendone un'altra. Due delle persone decedute erano semplici passanti, totalmente estranei ad ambienti criminali.
  • Strage di Pescopagano: avvenuta a Pescopagano, frazione di Mondragone (CE), il 24 aprile 1990 all'interno del Bar Centro; alla fine si contarono cinque vittime: tre tanzaniani, un iraniano ed un italiano ucciso per errore, e sette feriti, tra cui il gestore del bar e suo figlio quattordicenne, rimasto paralizzato perché colpito ad una vertebra.[184][185][186]
  • Strage dei Quartieri Spagnoli o Strage del Venerdì Santo: compiuta il 29 marzo 1991 da esponenti del clan Mariano contro un gruppo scissionista interno, nell'agguato morirono tre persone e quattro, estranee al clan, rimasero ferite.
  • Strage di Piazza Crocelle: avvenuta a Napoli, nel quartiere industriale di Barra, il 31 agosto 1991, nata probabilmente per futili motivi e per contenere le mire espansionistiche della famiglia Liberti, vide tre morti ammazzati, due feriti (tra cui un bambino di 8 anni) ed una donna anziana morta per infarto.[187]
  • Strage di Scisciano: Il 21 novembre del 1991 alcuni killer del clan Cava, a Spartimento di Scisciano, trucidarono a colpi di Kalashnikov i cugini Eugenio (ex sindaco di Quindici, destituito per rapporti con la cosca Graziano) e Vincenzo Graziano, di 30 e 22 anni, nipoti del sindaco-boss di Quindici Raffaele Pasquale Graziano, e il 21enne Gaetano Santaniello, guardaspalle dei cugini Graziano. Il massacro, portato a termine con modalità estremamente efferate (i killer infierirono sui cadaveri dei malcapitati, arrivando a sfigurare Eugenio Graziano a colpi di kalashnikov), è stato uno dei più terribili atti della faida tra i Cava e i Graziano.[188]
  • Strage di Acerra: avvenuta ad Acerra (NA), il 1º maggio del 1992 in ambito della faida tra i Di Paolo-Carfora ed i Crimaldi-Tortora. Per vendicare l'uccisione del fratello del boss Di Paolo, un gruppo di sicari del clan uccise cinque persone e ne ferì altre due, sterminando così un'intera famiglia, compreso un ragazzino innocente di appena quindici anni.[189][190]
  • Strage del Bar Fulmine a Secondigliano: avvenuta a Napoli, nel quartiere di Secondigliano, all'ingresso del suddetto locale, il 18 maggio 1992. L'agguato costò la vita a cinque persone, mentre altre due vennero gravemente ferite. La reazione alla strage fu l'uccisione di Maria Ronga, madre del potente boss di Mugnano di Napoli Antonio Ruocco, autore dell'assalto.[191]
  • Strage di Pimonte: il 20 novembre del 1995, a Pimonte, comune dei Lattari, una zona da poco colpita da una cruenta faida che ha provocato quasi 100 morti ammazzati in due anni (quella tra gli Imparato e i D'Alessandro) e dove sono arroccati i fedelissimi del boss Mario Umberto Imparato, che fu abbattuto dalla polizia tra quelle montagne. In una masseria è in corso un summit tra camorristi del luogo, un tempo legati al defunto boss Umberto Mario Imparato e poi al fratello Francesco (rimasto vittima di 'lupara bianca'), che viene interrotto dalla Polizia e dai Reparti Speciali dei NOCS, i quali penetrano nella masseria grazie all'aiuto di un delatore in passato affiliato al clan, poi ferito a colpi di pistola dal boss Afeltra, che gli spara dopo aver intuito il tranello. Nasce un feroce conflitto a fuoco, che vede contrapposti i tre criminali con i poliziotti e Reparti Speciali dei Carabinieri. Alla fine, moriranno tre camorristi latitanti: Pasquale Afeltra, Giacomo Avitabile e Giovanni Zurlo.[192]
  • Strage di Lauro o Strage delle donne: avvenuta a Lauro (AV), provocata dalla faida decennale tra i clan Cava e Graziano. La sera del 26 maggio 2002, un'automobile che trasportava alcune donne del clan Cava viene seguita e speronata da un'altra auto guidata da Luigi Salvatore Graziano con alcune parenti, che volevano vendicare il fallito agguato ordito dalle Cava ai danni di Stefania e Chiara Graziano, le due figlie del boss Luigi Salvatore, avvenuto appena un'ora prima, a seguito del quale le Cava si erano liberate delle armi usate; trovatesi senza possibilità di difesa, queste tentarono di scappare a piedi, ma furono assalite dal fuoco dei sicari dei Graziano; alla fine si contarono tre morti (tutte donne del clan Cava, di cui una, Clarissa, aveva appena sedici anni) e cinque feriti.[193]
  • Strage di San Michele: maturata durante la faida tra il clan Tavoletta-Cantiello e la fazione dei casalesi facenti capo a Bidognetti, avvenne il 29 settembre 2003 a Villa Literno (CE); due sicari appartenenti ai Tavoletta-Cantiello tesero un agguato a cinque uomini dell'altra fazione; di questi, due morirono (Vincenzo Natale, pregiudicato di 25 anni e Giuseppe Rovescio di 24 anni) ed altri tre furono feriti.
  • Strage di Casavatore: Il 31 gennaio 2005 avvenne il triplice omicidio di Giovanni Orabona (Casavatore, 12 agosto 1981 - 31 gennaio 2005), Antonio Patrizio (Casavatore, 26 settembre 1979 - 31 gennaio 2005) e Giuseppe Pizzone (Casavatore, 4 luglio 1979 - 31 gennaio 2005), tutti e tre pregiudicati e affiliati al clan Ferone (clan vicino ai Di Lauro). La strage va a inserirsi nel contesto della prima faida di Scampia che vede contrapposti il clan Di Lauro contro quello degli Scissionisti; dopo tale episodio il clan Ferone passerà nelle file degli Scissionisti e rappresenterà l'atto conclusivo della faida che vide la vittoria di questi ultimi.
  • Strage di Castel Volturno o Strage di San Gennaro: la sera del 18 settembre 2008 vengono uccisi in un agguato ad Ischitella, frazione di Castel Volturno, sei extracomunitari da tempo residenti nella zona. L'agguato seguì l'omicidio di Antonio Celiento, avvenuto mezz'ora prima a Baia Verde (altra frazione di Castel Volturno), eseguito dallo stesso gruppo di fuoco.[194]

I rapporti con le altre organizzazioni mafiose

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Vari clan di camorra hanno intrattenuto rapporti, più o meno duraturi, con Cosa nostra. Elementi di spicco dei Corleonesi (come Luciano Leggio, Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Giovanni Brusca e Gaspare Mutolo) si allearono con i clan camorristici dei Nuvoletta, Lubrano-Ligato e Gionta mentre i rivali Carmine Alfieri e i Casalesi erano alleati dei boss perdenti come Gaetano Badalamenti, Tommaso Buscetta e i clan catanesi Ferlito-Cappello. Forti erano anche gli intrecci tra Michele Zaza (referente di Cosa nostra in Campania) e i boss palermitani Rosario Riccobono e Stefano Bontate e quelli intercorsi tra Ciro Mazzarella e il padrino catanese Pippo Calderone che, stando alle dichiarazioni di certuni collaboratori di giustizia, sarebbe stato il padrino di uno dei figli di Mazzarella.[195] Tra le due organizzazioni non sono mancati, inoltre, rapporti di inimicizia; Cosa nostra, difatti, era particolarmente invisa a Raffaele Cutolo, che si oppose alle attività dei mafiosi siciliani in Campania, da lui considerati alla stessa stregua di colonizzatori abusivi.[196]

In passato il clan Russo di Nola ha avuto legami con la mafia, in particolare negli anni '80 e '90, al tempo dell'era mafiosa dei Corleonesi. Nel 2019, la Direzione Investigativa Antimafia di Catania ha smantellato un'alleanza tra il clan Mallardo, il clan dei Casalesi e membri della potente famiglia mafiosa catanese, guidata da Vincenzo Enrico Augusto Ercolano, figlio di Giuseppe Ercolano (deceduto, ma un tempo importante membro della mafia catanese) e Grazia Santapaola, sorella dello storico boss Benedetto Santapaola. Nell'operazione la DIA ha confiscato anche 10 milioni di euro.[197]

Nel corso del 900 vi sono stati vari intrecci di favori e di cooperazione tra camorristi e 'ndranghetisti. Negli anni '70, in occasione della prima guerra di 'ndrangheta, il boss reggino Paolo De Stefano chiese e ottenne da Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, l'omicidio di Don Mico Tripodo, altro boss reggino in carcere a Napoli. Tra famiglie delle due organizzazioni vi furono anche doppie affiliazioni come quella del camorrista Antonio Schettini affiliato al clan di Giuseppe Flachi o di Franco Coco Trovato affiliato alla famiglia di Carmine Alfieri.[198] Roberto Cutolo, figlio di Raffaele Cutolo, fu ammazzato il 19 dicembre 1990 a Tradate, in Lombardia, da killer inviati da Franco Coco Trovato e Giuseppe Flachi, grossi esponenti della 'Ndrangheta in Lombardia, su richiesta di Mario Fabbrocino, intenzionato a vendicare il fratello, ucciso dieci anni prima per ordine di Cutolo. Per ricambiare il favore alla mafia calabrese, i Fabbrocino e gli Ascione avrebbero ucciso Salvatore Batti, storico rivale dei Trovato e dei Flachi, con i quali il gruppo criminale di Batti era in guerra per il controllo della droga a Milano. Salvatore Batti era tornato nel suo paese d'origine, San Giuseppe Vesuviano, per sfuggire alla faida con i calabresi, che stava concludendosi con la sconfitta della sua organizzazione. L'omicidio del Batti sancì, di fatto, la vittoria di Trovato, di Pepè Flachi e dei rispettivi gruppi criminali.[199]

Nel 2019, le indagini della polizia italiana rivelano legami tra il clan Contini e i fratelli Crupi, membri della potente 'ndrina Commisso. Secondo quanto riferito, entrambe le organizzazioni collaborano nel settore del traffico di droga.[200]

Banda della Magliana

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La camorra intrattiene rapporti con le associazioni mafiose operanti nella capitale, quali la Banda della Magliana, in particolare con Massimo Carminati, i Fasciani e i Casamonica. Raffaele Cutolo, nel corso di alcuni processi, indicò Nicolino Selis - uno dei capi della Banda della Magliana, che capeggiava un gruppo operante su Ostia - quale referente della NCO nella capitale. Negli anni '80 Michele Senese si trasferisce nella capitale. Grazie al suo carisma criminale, Senese ha stretto rapporti ed alleanze con altre organizzazioni criminali come quelli con la Banda della Magliana e la famiglia di Nicoletti, il cassiere della banda.[201]

Cartelli sudamericani

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I legami tra i cartelli della droga sudamericani e i clan camorristici risalgono almeno agli anni '80, avendo nel corso degli anni stabilizzati numerosi canali privilegiati della droga dal Sud America all'Europa.[202]

Secondo le indagini, il camorrista Tommaso Iacomino avrebbe negoziato con i capi dei cartelli della droga peruviani e colombiani sul traffico di cocaina.[203]

Giuseppe Gallo detto 'o pazz (il matto), boss del clan Vangone-Limelli, avrebbe contatti con narcotrafficanti colombiani in grado di raggiungere accordi per l'acquisto di ingenti quantitativi di cocaina, rifornendo diversi clan del napoletano.[204]

Nel 2016 Salvatore Iavarone, broker in Sud America rappresentante del clan Tamarisco di Torre Annunziata, è stato arrestato in Ecuador. Si ritiene che Iavarone sia il collegamento principale per la spedizione di narcotici dall'Ecuador all'Europa. Altri 28 membri furono arrestati durante questa operazione. La polizia ha anche confiscato 11 milioni di euro appartenuti a Iavarone in Ecuador.[205]

Il 4 luglio 2019 la Guardia di Finanza sequestrò nel porto di Genova 538 kg di cocaina, per un valore di 200 milioni di euro, destinati alla camorra. Secondo i rapporti, la droga è stata trovata in 19 sacchi all'interno di un container arrivato dalla Colombia. Su ciascuno dei pani c'era una falsa banconota da 500 euro, simbolo noto per essere quello di un nuovo cartello colombiano nato dalla fusione di diversi altri cartelli. Il container era diretto a Napoli ma è stato intercettato al porto di Genova.[206]

Il 18 dicembre 2019 la polizia italiana ha arrestato 12 persone, tra cui membri di un cartello internazionale della droga dedito al traffico di droga tra Colombia e Italia. Secondo le indagini, la cocaina portata dalla Colombia era pura e di alta qualità e, una volta arrivata in Italia, veniva venduta al prezzo "al dettaglio" di 200 euro al grammo, il tutto gestito da camorristi. Tra gli arrestati nell'operazione c'era Salvatore Nurcaro, noto esponente del clan Rinaldi.[207]

Triade cinese

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Secondo l'esperto di organizzazioni terroristiche e del crimine organizzato di tipo mafioso Antonio De Bonis, esiste una stretta relazione tra le triadi e la Camorra e il porto di Napoli è il punto di approdo più importante delle attività gestite dai gruppi cinesi in cooperazione con la camorra. Tra le attività illegali in cui le due organizzazioni criminali lavorano insieme ci sono il traffico di esseri umani e immigrazione clandestina finalizzata allo sfruttamento sessuale e lavorativo di cinesi sul territorio italiano, il traffico di stupefacenti e il riciclaggio di capitali illeciti attraverso l'acquisto di immobili, esercizi commerciali e imprese.[208]

Nel 2017, gli investigatori hanno scoperto un piano tra la camorra e le bande cinesi: queste esportavano rifiuti industriali dall'Italia alla Cina che hanno garantito ricavi per milioni di euro per entrambe le organizzazioni. I rifiuti industriali lasciavano Prato e arrivavano a Hong Kong. Tra i clan coinvolti in questa alleanza c'erano il clan dei Casalesi, il clan Fabbrocino e il clan Ascione.[209]

Mafia nigeriana

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I rapporti tra camorra e mafia nigeriana riguardano soprattutto il traffico di droga e la prostituzione. In particolare, i camorristi permettono ai clan nigeriani di organizzare la tratta delle donne sul territorio in cambio di una quota sui guadagni.[210]

Il 26 aprile 2021 sono stati arrestati 5 soggetti ritenuti appartenenti al gruppo camorristico "Sorianiello" accusati, a vario titolo, di omicidio, tentato omicidio, porto e detenzione illegale di armi e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti aggravati dal metodo mafioso. L'operazione è stata compiuta dai Carabinieri del comando provinciale di Napoli e del reparto territoriale di Mondragone, in provincia di Caserta. Le indagini coordinate dalla DDA hanno fatto luce sull'agguato scattato a Castel Volturno, in provincia di Caserta, il 10 settembre 2020, durante il quale venne ucciso Desmond Oviamwonyi e ferito Morris Joe Iadhosa. Oviamwonyi era rimasto coinvolto nella sottrazione di una busta di sostanza stupefacente, marijuana e cocaina, per un valore sul mercato di circa 40.000 euro. Ladhosa invece era estraneo alla vicenda. Secondo quanto accertato la spedizione punitiva venne architettata per colpire Oviamwonyi e un altro nigeriano Leo Uwadiae, con i quali i "Soraniello" avevano stipulato un patto: il pagamento di duemila euro per la restituzione della droga. Ma Oviamwonyi e Uwadiae si rifiutarono di consegnare la busta prima di avere tra le mani la somma di danaro richiesta. Il gruppo criminale decise quindi di punirli con un raid durante il quale vennero sparati numerosi colpi di pistola.[211]

Mafia albanese

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Dalla seconda relazione semestrale del 2010 della DIA vengono illustrati contatti tra la mafia albanese e il clan Mazzarella, con gli Scissionisti di Secondigliano e il clan Serino di Sarno.

Il 26 novembre 2010 a Napoli è stato ucciso Cela Aristir di 28 anni, albanese e ferito un suo connazionale di 27 anni. Da quanto appurato dai Carabinieri i due albanesi erano stati più volte minacciati poiché continuavano a non versare il "pizzo" al clan su quanto guadagnato da due donne loro protette. Il 26 novembre la coppia di "ribelli" sarebbe stata prelevata da un commando di cinque persone per essere portata davanti ai capi della cosca. Gli albanesi tentarono di scappare, ma furono raggiunti da due killer che esplosero numerosi colpi d'arma da fuoco, ferendoli entrambi in due momenti diversi. Per l'omicidio e il tentato omicidio si sono costituiti il 6 dicembre 2010 nel carcere di Benevento Fabio Crocella di 31 anni e Antonio Magri di 32, quest'ultimo ritenuto dagli inquirenti affiliato al clan dei "Mazzarella". Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, infatti, i due fermati avrebbero più volte chiesto alle vittime di pagare la somma settimanale di 700 euro a testa come ” pizzo” sullo sfruttamento della prostituzione di due connazionali. Al rifiuto opposto dagli albanesi è seguito l’agguato del 26 novembre, in vico Colonna al Lavinaio, a Napoli. Aristir, ferito gravemente alla testa, morì dopo sei giorni di agonia nell’ospedale Loreto Mare di Napoli, dove fu ricoverato insieme al connazionale.[212]

Vittime famose

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Lo stesso argomento in dettaglio: Vittime della camorra.
  • Antonio Ammaturo[non chiaro]
  • Franco Imposimato
  • Giancarlo Siani
  • Giuseppe Diana
  • Annalisa Durante
  • Gelsomina Verde
  • Attilio Romanò

Influenza culturale

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La camorra ha ispirato diversi autori cinematografici e televisivi, che ne hanno tratto racconti e documentari a partire dalla metà del XX secolo.

  • Robinù, di Michele Santoro (2016).
  • ES17 - Dio non manderà nessuno a salvarci, di Conchita Sannio e Roberto Saviano (2018).
  • King of Crime - Paolo di Lauro, boss di camorra, di Roberto Saviano (2018).
  • King of Crime - Intervista a un boss di camorra, di Roberto Saviano (2018).
  • Il giorno del giudizio - Come ho catturato l'ultimo dei Casalesi, (2019).

Le bizzarre avventure di JoJo: Vento Aureo (1995)

  • Aleni Sestito, Laura - La camorra e i bambini: un'indagine nel contesto scolastico napoletano. Milano, Italia: Unicopli, (Minori. Università), 1997. 191 p., ill., bibliography p. [185]-191, 22 cm. ISBN 88-400-0462-9; LC 97193730; BNI 97260487.
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  • Allum Percy, Potere e società a Napoli nel dopoguerra. Torino, Italia: 1979; Einaudi Editori (Collana Saggi). p. 549 (pubblicazione originale: 1973; Cambridge University Press).
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  • Baglivo, Adriano. Camorra S.p.A. - Droga, omicidi, tangenti a Napoli: dai contrabbandieri del golfo ai boss in doppiopetto. Milano, Italia: Rizzoli, 1983. 203 p., 1 map, bibliogr., index, 22 cm. BNI IT/ICCU/SBL/0316081; LC 83231816.
  • Barbagallo, Francesco. Camorra e criminalità organizzata in Campania. Napoli, Italia: Liguori, (Proposte; 26), 1988. 209 p., 22 cm. ISBN 88-207-1746-8; BNI 91005205; [IT/ICCU/CFI/0144026]; LC 89182617.
  • Barbagallo, Francesco. Il potere della camorra (1793-1998). Torino, Italia: Einaudi, (Einaudi Contemporanea; 67), 1999. xvi+208 p., bibliogr., index, 20 cm. ISBN 88-06-15100-2; LC 99509182.
  • Capacchione, Rosaria. L'oro della camorra. Milano, Italia: Rizzoli, 2008. 278 p.
  • Ciconte, Enzo, Mafia, camorra e 'ndrangheta in Emilia-Romagna. (Presentazione di Cosimo Braccesi; introduzione di Raimondo Catanzaro). Rimini, Italia: Panozzo, (Estemporanea Panozzo; 1), 1998. 283 p., 17 cm.
  • Ciconte, Enzo, Storia criminale. La resistibile ascesa di mafia, 'ndrangheta e camorra dall'Ottocento ai giorni nostri, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2008, pp. 432.
  • De Blasio, Abele. Usi e costumi dei camorristi, con prefazione di Cesare Lombroso. (2. edizione illustrata da S. de Stefano). Napoli, Italia: L. Pierro, 1897. 3+[ix]-xv+288 p., illus., 19 cm. LC 13015486.
  • De Cosa, Eugenio. Camorra e mala vita a Napoli agli inizi del Novecento. [Cerchio, Italia]: A. Polla, (I Circensi), 1989. 169 p., 17 cm. Pubblicazione originale: 1908. BNI IT/ICCU/CFI/0202505.
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  • Di Fiore, Gigi. Potere camorrista: quattro secoli di malanapoli. (Introduzione di Raffaele Bertoni). Napoli, Italia: A. Guida, 1993. 276 p., bibliogr., 21 cm. ISBN 88-7188-084-6; LC 93229665.
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  • Di Fiore Gigi. L'impero. Traffici, storie e segreti dell'occulta e potente mafia dei Casalesi, Milano, Rizzoli, 2008. 400 p, bibliogr. ISBN 978-88-17-02598-0.
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  • Gemma Tisci "Ricordi in bianco e nero" testimonianza epistolare dalla cella del boss Raffaele Cutolo - 2014 Casa Editrice kimerik, Patti

Voci correlate

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Altri progetti

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