Ciro Cirillo

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Ciro Cirillo

Presidente della Regione Campania
Durata mandato 1979 –
1980
Predecessore Gaspare Russo
Successore Emilio De Feo

Presidente della Provincia di Napoli
Durata mandato 1969 –
1975
Predecessore Antonio Gava
Successore Giuseppe Iacono

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana

Ciro Cirillo (Napoli, 15 febbraio 1921Torre del Greco, 30 luglio 2017) è stato un politico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini e la carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Impiegato alla camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura a Napoli, fu un esponente della corrente di Antonio Gava della Democrazia Cristiana e negli anni sessanta ricoprì a lungo la carica di segretario provinciale del partito. Nel 1969 divenne Presidente della Provincia di Napoli e restò in carica fino al 1975[1]. Eletto successivamente Presidente della Regione Campania nel 1979, nel 1981 è assessore regionale ai lavori pubblici nella stessa regione. Dopo il terremoto dell'Irpinia del 1980, Cirillo diventò vicepresidente del Comitato tecnico per la ricostruzione[2].

Il rapimento e liberazione[modifica | modifica wikitesto]

Ciro Cirillo durante la sua prigionia dopo il rapimento ad opera delle Brigate Rosse nel 1981.

Il 27 aprile 1981 alle ore 21:45 nel proprio garage di casa di via Cimaglia a Torre del Greco, Cirillo fu sequestrato da un commando di cinque appartenenti alle Brigate Rosse, capeggiati da Giovanni Senzani[3]. Durante il conflitto a fuoco morirono l'agente di scorta maresciallo di P.S. Luigi Carbone e l'autista Mario Cancello, mentre viene gambizzato il segretario dell'allora assessore campano all'urbanistica, Ciro Fiorillo[4]. In cambio della liberazione Senzani chiese e ottenne la requisizione degli alloggi sfitti di Napoli (per sistemarvi i senzatetto), indennità per i terremotati, la pubblicazione dei comunicati e dei verbali a cui Cirillo si doveva sottomettere[2].

Il 24 luglio 1981 Ciro Cirillo fu rilasciato in un palazzo abbandonato in via Stadera a Poggioreale. Il giorno prima le Brigate Rosse comunicarono la liberazione perché era stato pagato un riscatto di un miliardo e 450 milioni di lire «raccolti da amici», come sostenne lo stesso Cirillo[2]. Il pagamento del riscatto era avvenuto il 21 luglio sul tram per Centocelle a Roma ed era stato portato da un amico della famiglia proprietaria di una tv privata napoletana, che sarà poi inglobata da Mediaset[5].

Il sequestro dell'assessore napoletano fu al centro di durissime polemiche poiché, a differenza del sequestro Moro, la DC optò per la trattativa con i terroristi, sia pur sottobanco e senza carattere di ufficialità[2]. Coloro che nel 1978 erano favorevoli alla trattativa osservarono che il fronte della fermezza non aveva obbedito a un principio sacro e inviolabile, ma a motivazioni contingenti che furono tranquillamente trasgredite pochi anni dopo[2].

Le dichiarazioni postume[modifica | modifica wikitesto]

La sua liberazione avvenne tramite intrecci mai del tutto chiariti tra BR, la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo[6] e i servizi segreti, in quel momento ancora affidati a funzionari e ufficiali iscritti alla P2[2], con la mediazione del faccendiere Francesco Pazienza, legato al SISMI[7]: per quella vicenda l'ordinanza del giudice Carlo Alemi, nel 1988, chiamò in causa anche Antonio Gava.

Il giorno dopo il rapimento il SISDE chiese e ottenne l'autorizzazione per avere contatti con Cutolo, detenuto nel carcere di Ascoli Piceno. All'appuntamento si erano recati Giuliano Granata (sindaco di Giugliano ed ex segretario di Cirillo) e Vincenzo Casillo, luogotenente di Cutolo. Successivamente ci furono altri incontri, e con altre persone[2]. Il caso Cirillo si arricchì di un altro «giallo»: l'Unità pubblicò un documento del Ministero dell'Interno in cui c'era scritto che alcuni militanti DC locali (Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca) erano intervenuti nei negoziati. Si trattò di un falso fatto pervenire al quotidiano da Luigi Rotondi, personaggio ambiguo arrestato nel 1984 per presunta appartenenza alla camorra[8].

Nel processo-stralcio il Tribunale di Napoli assolse tutti gli imputati con l'eccezione di Cutolo, condannato per tentata estorsione[3].

Vent'anni dopo il suo sequestro, Cirillo concesse un'intervista al giornalista Giuseppe D'Avanzo, in cui affermò d'aver scritto la sua verità sulla sua vicenda e di averla depositata presso il suo notaio con la volontà di volerla rendere nota solo dopo la sua morte, cosa poi smentita in un'intervista al quotidiano Il Mattino di Napoli[9]: inoltre disse che una volta tornato in libertà il suo partito gli chiese di farsi da parte e di ritirarsi dalla politica, cosa che egli fece seppur a malincuore[6].

Letteratura e cinema[modifica | modifica wikitesto]

La vicenda del sequestro Cirillo è riportata nel romanzo Il camorrista di Giuseppe Marrazzo, al quale è ispirato il film omonimo di Giuseppe Tornatore. Nella pellicola l'episodio viene in parte modificato (lo stesso nome dell'assessore viene storpiato in Mesillo).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Consiglieri Provinciali e Giunte (elezioni 1960-1992) (da "La Provincia di Napoli") (PDF), bicentenario.provincia.napoli.it. URL consultato il 6 maggio 2013.
  2. ^ a b c d e f g Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango, Milano, Rizzoli, 1993.
  3. ^ a b Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  4. ^ Fu rapito dalla Br, Ciro Cirillo festeggia 90 anni, metropolisweb.it, 12 marzo 2011. URL consultato il 4 febbraio 2016.
  5. ^ Trentennale del sequestro Cirillo: trattativa tra servizi, Cutolo e brigatisti, in Corriere del Mezzogiorno.it, 27 aprile 2011. URL consultato il 4 febbraio 2016.
  6. ^ a b Giuseppe D'Avanzo, Cirillo, i misteri del sequestro "La mia verità è dal notaio", in Repubblica.it, 12 aprile 2001. URL consultato il 17 febbraio 2008.
  7. ^ Francesco Pazienza, Il disubbidiente, Milano, Longanesi, 1999.
  8. ^ Giorgio Galli, Storia del partito armato, Milano, Rizzoli, 1986.
  9. ^ Cirillo: «Il vero bersaglio dei giudici era Gava», in Il Mattino, 29 luglio 2015. URL consultato il 4 febbraio 2016.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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