Giuliano Vassalli

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Giuliano Vassalli
Giuliano Vassalli.jpg

Presidente della Corte costituzionale
Durata mandato 11 novembre 1999 –
13 febbraio 2000
Predecessore Renato Granata
Successore Cesare Mirabelli

Ministro di grazia e giustizia
Durata mandato 28 luglio 1987 –
2 febbraio 1991
Presidente Giovanni Goria
Ciriaco De Mita
Giulio Andreotti
Predecessore Virginio Rognoni
Successore Claudio Martelli

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature V
Circoscrizione Lazio
Collegio Roma
Sito istituzionale

Senatore della Repubblica Italiana
Legislature IX
Gruppo
parlamentare
Partito Socialista Italiano
Circoscrizione Lazio
Collegio Sora - Cassino
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Socialista Italiano
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Professione avvocato, docente universitario

Giuliano Vassalli (Perugia, 25 aprile 1915Roma, 21 ottobre 2009) è stato un partigiano, giurista e politico italiano, presidente della Corte costituzionale dall'11 novembre 1999 al 13 febbraio 2000. Durante la resistenza romana, ideò e organizzò l'evasione di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat dal carcere di Regina Coeli. Fu prigioniero in Via Tasso. La sua attività politica e di giurista è legata all'introduzione del Codice di procedura penale italiano del 1990, detto: "Codice Vassalli". Professore emerito all'Università di Roma "La Sapienza", è stato socio nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe delle scienze morali, categoria VI delle scienze giuridiche.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio del civilista Filippo, compie gli studi universitari negli anni del fascismo (durante i quali lo troviamo iscritto ai GUF, partecipando anche ad un Littoriale della cultura e dell'arte). Si laurea in giurisprudenza all'Università di Roma nel 1936, relatore il penalista Arturo Rocco, già principale redattore degli omonimi codice penale e codice di procedura penale. Quest'ultimo, nel 1990, sarà sostituito con quello redatto secondo i principi più democratici e moderni del suo allievo Vassalli.

L'impegno nella Resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'8 settembre 1943, Vassalli entrò nella resistenza romana come esponente del Partito socialista. Dall'ottobre 1943 alla fine di gennaio del 1944 fece parte della giunta militare centrale del CLN.

Il 24 gennaio 1944 organizzò l'azione di un gruppo di partigiani delle Brigate Matteotti che permise la fuga di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, assieme ad altri cinque patrioti socialisti, dal carcere di Regina Coeli. L'azione, dai connotati rocamboleschi, fu ideata e diretta da Vassalli con l'aiuto di diversi partigiani, tra cui Massimo Severo Giannini, Giuseppe Gracceva, Filippo Lupis, Ugo Gala, Alfredo Monaco, medico del carcere, e sua moglie Marcella Ficca Monaco[1][2]. Si riuscì così prima a far passare Saragat e Pertini dal "braccio" tedesco del carcere a quello italiano e quindi a produrre degli ordini di scarcerazione falsi, redatti dallo stesso Vassalli. I due leader del PSIUP furono dunque scarcerati insieme agli altri esponenti socialisti Luigi Andreoni, Luigi Allori, Carlo Bracco, Ulisse Ducci, Torquato Lunedei. Pertini stesso narrò in seguito questi fatti nelle sue memorie[3] e in un'intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973[4]. Quest'audace azione partigiana salvò probabilmente la vita dei due futuri Presidenti della Repubblica che, se ancora incarcerati a Regina Coeli, sarebbero stati sicuramente inseriti nell'elenco dei detenuti politici da fucilare alle Fosse Ardeatine.

Vassalli fu poi fatto prigioniero a Roma dai nazisti nell'aprile 1944. Viene recluso nel carcere nazista di via Tasso dove fu anche sottoposto a pesanti torture da parte delle SS. Fu liberato per intercessione di papa Pio XII alla vigilia dell'arrivo a Roma delle forze armate angloamericane il 4 giugno 1944[5].

Carriera accademica e forense[modifica | modifica wikitesto]

Avvocato e docente universitario, ordinario di diritto e procedura penale, insegna nelle università di Urbino, Pavia, Padova, Genova, Napoli e Roma dove concluderà la sua carriera accademica nel 1990. Fra i suoi allievi, Tina Lagostena Bassi, Angelo Raffaele Latagliata e Franco Coppi. È autore di una copiosa produzione giuridica in materia penalistica e processuale.

Tra i suoi successi forensi, spicca l'assoluzione, in primo grado, dei coniugi Claire Ghobrial e Yussef Bebawi, accusati dell'omicidio di Farouk Chourbagi, amante dell'imputata. Vassalli, insieme al collega Giuseppe Sotgiu, ideò la strategia difensiva che non permise ai giudici di stabilire con certezza quale dei due imputati avesse commesso il delitto, o se entrambi avessero agito di comune accordo, ottenendo per essi l'assoluzione per insufficienza di prove[6].

Ha contribuito a fondare, nel 1968, l'Unione Forense per la Tutela dei Diritti Umani.

Carriera politica[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la Liberazione è, assieme a Massimo Severo Giannini[7], tra i collaboratori più stretti di Pietro Nenni[8].

È consigliere comunale e capogruppo del Partito Socialista Italiano (PSI) a Roma dal 1962 al 1966; deputato[9] (eletto nella lista PSI-PSDI) dal 1968 al 1972; senatore e capogruppo parlamentare del PSI dal 1983 al 1987. Fa parte di tutte le commissioni insediate dal 1946 al 1968 e dal 1972 al 1978 per la revisione del codice penale e di quello di procedura penale. Da presidente della Commissione giustizia del Senato propizia l'introduzione dei limiti massimi di custodia cautelare per i detenuti in attesa di giudizio[10].

Nel 1978 il suo nome è proposto da Bettino Craxi per il Quirinale, insieme a quello di Antonio Giolitti e Sandro Pertini. Alla fine è eletto quest'ultimo. È Ministro di grazia e giustizia nel governo Goria dal 28 luglio 1987 al 13 aprile 1988, nel governo De Mita dal 13 aprile 1988 al 22 luglio 1989, nel governo Andreotti VI dal 22 luglio 1989 al 31 gennaio 1991.

Nel 1987 in qualità di Ministro di grazia e giustizia[11] presenta il disegno di legge delega per la riforma del codice di procedura penale che segue i precedenti progetti rimasti al palo a causa dello scioglimento anticipato della legislatura o di difficoltà di ordine politico. Il modello fondamentale su cui dovrà informarsi il nuovo codice è quello "accusatorio", contrapposto a quello "inquisitorio" di gran parte del codice Rocco. Il processo si risolve in un “actum tria personarum”, nel quale è il pubblico ministero che indaga ed esercita l’azione, l’imputato che si difende ed il giudice che decide, in base a prove selezionate dalle parti ed acquisite in contraddittorio. È ribadita, inoltre, la presunzione di non colpevolezza già contenuto nella Costituzione. Inoltre non è prevista la custodia cautelare dell'imputato, durante il processo, se non in casi eccezionali per la necessità di non disperdere la prova. Il nuovo codice, redatto da una commissione presieduta da Giandomenico Pisapia, è approvato nel 1988 ed entra in vigore nel 1989 (codice che tuttavia sarà sottoposto nel tempo a pesanti modificazioni). Sempre nel 1987 presenta un disegno di legge di riforma parziale del codice di procedura civile, che sarà approvato, con numerose integrazioni, nel 1990.

Nello stesso anno insedia una commissione di docenti universitari, presieduta da Antonio Pagliaro, con il mandato di mettere a punto un disegno di legge delega di riforma del codice penale (la commissione terminerà i suoi lavori presentando una proposta, alla quale seguiranno ulteriori progetti redatti da successive commissioni).

Nominato giudice costituzionale dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga il 4 febbraio 1991, giura il 13 febbraio successivo.

Alle elezioni per la presidenza della Repubblica del 1992 è il candidato di bandiera del PSI nei primi tre scrutini. All'undicesimo scrutinio la sua candidatura viene riproposta come quella ufficiale del suo partito[12]. Al 14º scrutinio ottiene l'appoggio della DC e degli altri partiti laici ed avrebbe i numeri per essere eletto ma resta al di sotto del quorum di 158 voti. Dopo di ciò ritira la sua candidatura.

È eletto presidente della Corte costituzionale (il 23° nella storia della Corte) l'11 novembre 1999. Cessa dalla carica di presidente e di giudice il 13 febbraio 2000.[13]

Il 24 gennaio 2002 l'Università di Bologna gli conferisce la laurea honoris causa in giurisprudenza.[14] Muore il 21 ottobre 2009 all'età di 94 anni. La notizia è diffusa ad esequie avvenute (due giorni dopo)[15].

Opere principali[modifica | modifica wikitesto]

Giuliano Vassalli è stato autore di oltre 200 pubblicazioni, in diversi settori: diritto penale, procedura penale, criminologia. Un elenco certamente non esaustivo comprende i seguenti titoli:

  • La confisca dei beni: storia recente e profili dommatici, Padova, Cedam, 1951;
  • La libertà personale nel sistema delle libertà costituzionali, in AA. VV., Scritti giuridici in memoria di Piero Calamandrei, II, Padova, Cedam, 1958;
  • Gian Domenico Pisapia, Il segreto istruttorio nel processo penale, Milano, Giuffré, 1960;
  • Dizionario di diritto e procedura penale, Milano, Giuffre, 1986;
  • La giustizia internazionale penale: studi, Milano, Giuffrè, 1995;
  • La legge penale e la sua interpretazione, il reato e la responsabilità penale, le pene e le misure di sicurezza, Milano, A. Giuffrè, 1997;
  • Il Codice penale e la sua riforma; criminologia, politica criminale e legislazione straniera; giuristi del passato, Milano, Giuffrè, 1997;
  • Formula di Radbruch e diritto penale: note sulla punizione dei delitti di Stato nella Germania postnazista e nella Germania postcomunista, Milano, Giuffrè, 2001.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
«Anima ardente di patriota si dedicò con audace instancabile attività alla lotta anti nazi-fascista. Subito dopo l'armistizio nel settembre 1943, al comando di una formazione di partigiani, ostacolò presso la Porta di San Paolo, con generosa disperata lotta, l'avanzata del tedesco invasore. Capo zona, membro del comitato militare cittadino e del C.L.N. fu ideatore, organizzatore ed esecutore coraggioso di numerose azioni di resistenza contro i tedeschi. Arrestato e trasportato nelle prigioni di Via Tasso sopportò con fierezza le sofferenze della carne martoriata, salvando con il suo silenzio l'organizzazione militare del partito. Esempio luminoso do dedizione alla Patria, di audacia, di fierezza e di elevato spirito di sacrificio.»
— Roma, settembre 1943-giugno 1944
Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— Roma, 27 dicembre 1966[16]
Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell'arte
— Roma, 2 giugno 1980[17]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. Giuliano Vassalli e Massimo Severo Giannini, Quando liberammo Pertini e Saragat dal carcere nazista[collegamento interrotto], in Patria Indipendente, pubblicazione ANPI
  2. ^ Davide Conti (a cura di), Le brigate Matteotti a Roma e nel Lazio, Roma, Edizioni Odradek, 2006, ISBN 88-86973-75-6. - Vedi anche Recensione dell'ANPI[collegamento interrotto]
  3. ^ « […] Si decide di sottrarre alla minaccia capitale Pertini, Saragat e altri cinque detenuti che sono nel braccio tedesco di Regina Coeli, sempre restando a disposizione della giustizia italiana. Gli autori del "colpo" partigiano sono Vassalli, Giannini, Lupis, Gracceva, Maiorca, Alfredo e Marcella Monaco. I primi due, entrambi professori universitari malgrado l’età giovanissima, sono stati fino all’8 settembre ufficiali al Tribunale militare di Roma. Essi non hanno abbandonato gli uffici senza provvedersi di moduli e timbri di scarcerazione. Collabora nell’azione Filippo Lupis, un giovane avvocato che, per la sua professione, può circolare senza troppa difficoltà a Regina Coeli. Gracceva, comandante partigiano, è alla testa, insieme con Vassalli, di un’organizzazione militare sorta dopo l’8 settembre. Maiorca, militante socialista, è tenente presso l’ufficio di polizia della PAI dove, per legge, i detenuti scarcerati debbono passare per un controllo dei documenti. Alfredo Monaco è medico a Regina Coeli e, come tale, ha sotto l’occhio ogni movimento del carcere. Marcella Monaco, infine, moglie del dottore, è addetta al luogo segreto dove i detenuti saranno portati se il colpo riesce. I soli a sapere del complotto sono Pertini e Saragat. È toccato al primo comunicare al compagno che, per loro, le cose si sono messe male, e che la condanna a morte è data come sicura […] Arriva il falso ordine di scarcerazione perfettamente strutturato, in ogni elemento burocratico, e i detenuti sono invitati dai funzionari tedeschi a preparare la loro roba per lasciare Regina Coeli. Andreoni, Bracco e gli altri perdono un po’ di tempo nei preparativi di partenza ed ecco Pertini fulminarli con lo sguardo, non potendoli avvertire con le parole […] Finalmente i detenuti sono pronti, vengono regolarmente dimessi da Regina Coeli. Il gran colpo è andato a segno… Per quattro giorni il silenzio sulla clamorosa evasione è completo; poi, improvvisamente, esso è rotto dalla "Voce dell’Italia" della BBC britannica. Parlando da Londra nella sua rubrica "Al di qua e al di là del fronte" Paolo Treves dice testualmente: «Stasera la solita rubrica non avrà luogo perché il nostro animo è commosso per l’evasione da Regina Coeli di Sandro Pertini e di Giuseppe Saragat condannati a morte dal tribunale di guerra tedesco. I nostri due compagni hanno ripreso in Roma il loro posto di lotta». Ad ascoltare Radio Londra ci sono i tedeschi, che prendono appunti. Alla notizia balzano dalle loro postazioni d’ascolto e chiamano al telefono il direttore di Regina Coeli. La risposta è che i detenuti, forniti di regolari mandati di scarcerazione, autenticamente firmati e bollati, sono stati dimessi. Identica risposta dall’ufficio della PAI. I tedeschi minacciano di fucilare tutti. Iniziano le indagini: risalgono al Tribunale militare dove constatano che l’iter cospirativo è tutto formalmente autentico, tranne la firma sul mandato di scarcerazione.» in Vico Faggi (a cura di), Sandro Pertini: sei condanne, due evasioni, Mondadori, Milano, 1978.
  4. ^ Intervista di Oriana Fallaci a Pertini, pubblicata su L'Europeo, 27 dicembre 1973, riportata nel sito dedicato ad Oriana Fallaci.
  5. ^ Dichiarazioni di Giuliano Vassalli al Processo Priebke
  6. ^ Cristiano Armati e Yari Selvetella, Roma criminale, Newton Compton Editori, Roma, 2005, pagg. 204 e succ.ve.
  7. ^ Aldo Sandulli, Al lavoro con Morandi, in Mondoperaio, n. 11-12/2015, pp. 39-40, secondo cui divennero "il principale riferimento giuridico del Psiup per l'area giuspubblicistica".
  8. ^ Giuliano Vassalli, Testimonianza. Giornale di storia costituzionale. I semestre, 2006, p. 55.
  9. ^ http://legislature.camera.it/deputati/legislatureprecedenti/Leg05/datpersonali.asp?deputato=d27050
  10. ^ "No Hope of Remission for Italian Prisoners." Financial Times [London, England] 19 June 1987: 3. The Financial Times Historical Archive, 1888-2010.
  11. ^ Wyles, John. "Anger Rises at Slow Pace of Italian Justice." Financial Times [London, England] 7 Aug. 1987: 2. The Financial Times Historical Archive, 1888-2010.
  12. ^ Graham, Robert. "Picking President Proves Tough Task for Italy's Political Parties." Financial Times [London, England] 12 May 1992: 2. The Financial Times Historical Archive, 1888-2010.
  13. ^ Sito web della Corte costituzionale: note biografiche presidente. Archiviato il 20 novembre 2012 in WebCite.
  14. ^ AlmaNews - Laurea Honoris Causa a Giuliano Vassalli
  15. ^ E' morto l'ex ministro Giuliano Vassalli, La Repubblica. URL consultato il 23 ottobre 2009.
  16. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  17. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

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