Roberto Calvi

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Roberto Calvi

Roberto Calvi (Milano, 13 aprile 1920Londra, 18 giugno 1982) è stato un banchiere italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gioventù[modifica | modifica wikitesto]

Suo padre era un dirigente della Banca Commerciale Italiana, dove poi verrà assunto anche lui[1]. Dopo il diploma in ragioneria si iscrisse nel 1939 alla facoltà di Economia e commercio dell'Università Bocconi dedicandosi nel contempo ad attività politiche, dirigendo l'Ufficio Stampa e Propaganda dei Gruppi Universitari Fascisti. Non riuscì a concludere gli studi universitari a causa della guerra e, nel 1940, venne arruolato come sottotenente di cavalleria nei lancieri di Novara e mobilitato sul fronte russo, dove affrontò anche la ritirata; al termine del conflitto ottenne un posto alla Banca Commerciale ma vi rimase brevemente fino al 1947 quando venne assunto come impiegato dal Banco Ambrosiano grazie ai buoni rapporti del padre con uno dei dirigenti della banca, Alessandro Canesi (futuro direttore generale nel 1959 e dal 1965 presidente).

Carriera nel mondo finanziario[modifica | modifica wikitesto]

Il Banco era una banca privata strettamente legata allo IOR, la banca vaticana. Lavorando nel settore esteri della banca acquisì una notevole esperienza nell'ambito dei paradisi fiscali. Nel 1958 divenne assistente personale di Canesi. Nel 1960, con la riorganizzazione del settore esteri, venne nominato responsabile per le operazioni di carattere finanziario; ottenne anche molti incarichi in consigli di amministrazione di diverse controllate estere del Banco Ambrosiano. Nel 1971 divenne direttore generale, vicepresidente nel 1974 e presidente nel 1975, carica grazie alla quale riuscì ad avviare una serie di speculazioni finanziarie per lanciare il Banco Ambrosiano nella finanza internazionale. Fondamentali, a questo scopo, le amicizie con membri della loggia massonica deviata P2, di cui in seguito fece parte, e i rapporti con esponenti del mondo degli affari, della mafia e della politica, sia italiana sia di diversi paesi latino-americani. Nel 1968 conobbe Michele Sindona, divenendone socio in affari; nel 1975 Sindona gli presentò Licio Gelli e Calvi entrò nella loggia P2 il 23 agosto di quell'anno e fu registrato col numero di serie 519.

La consacrazione come membro del cosiddetto "salotto buono della finanza italiana" si concretizzò con il suo ingresso nel consiglio di amministrazione della Bocconi, in qualità di vicepresidente di Giovanni Spadolini, il quale era molto insofferente della sua presenza. Risalgono a questo periodo (1979-1982) donazioni di centinaia di milioni di lire del Banco Ambrosiano, per mezzo di sue controllate (Banca Cattolica del Veneto e Credito Varesino), all'università[2]. Tali rapporti con l'ateneo italiano suscitarono polemiche e un'interrogazione parlamentare da parte dei Radicali nel 1982[3].

In poco tempo divenne uno dei finanzieri più aggressivi, intrecciando una fitta rete di società fantasma create in paradisi fiscali con lo IOR: acquistò la svizzera Banca del Gottardo, fondò una finanziaria in Lussemburgo, la Banco Ambrosiano Holding, con l'arcivescovo Paul Marcinkus fondò la Cisalpine Overseas nelle Bahamas e, insieme al tecnico informatico Gerard Soisson ideò un meccanismo di compensazione dei conti fra istituzioni bancarie; gli obblighi internazionali di riserva frazionaria vennero in questo modo applicati solo al saldo dei crediti tra due banche, a quella delle due che aveva il saldo positivo (saldo creditore). Su richiesta del Vaticano, finanziò «paesi e associazioni politico-religiose», soprattutto nell'Europa orientale. Nel 1978 alcuni ispettori della Banca d'Italia analizzarono la situazione del Banco Ambrosiano e ne denunciarono molte irregolarità, segnalate al giudice Emilio Alessandrini, il quale venne ucciso il 29 gennaio 1979 da un commando di terroristi di Prima Linea. Il 24 marzo il governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi e il vice direttore generale Mario Sarcinelli, artefici dell'ispezione, vennero accusati dai magistrati Luciano Infelisi e Antonio Alibrandi di alcune irregolarità e arrestati ma poi vennero completamente prosciolti nel 1983, in seguito all'accertamento dell'assoluta infondatezza delle accuse mosse a loro carico.

Crisi del Banco Ambrosiano[modifica | modifica wikitesto]

In seguito il Banco si trovò ad affrontare una prima crisi di liquidità che si risolse grazie a finanziamenti della BNL e dell'ENI per circa 150 milioni di dollari; una seconda crisi di liquidità nel 1980 fu risolta grazie a un nuovo finanziamento dell'ENI di 50 milioni di dollari, per ottenere i quali Calvi, come risulta dagli atti processuali, pagò tangenti a Claudio Martelli[4] e Bettino Craxi[5]. Nel 1981 con la scoperta della loggia P2 Calvi rimase senza protezioni e cercò l'aiuto del Vaticano e dello IOR, ma poco meno di due mesi dopo, il 21 maggio, venne arrestato per reati valutari, processato e condannato.

In attesa del processo di appello, Calvi fu messo in libertà tornando a presiedere il Banco. Nel tentativo di trovare fondi per il salvataggio, strinse rapporti con Flavio Carboni, un finanziere legato a Licio Gelli, al boss mafioso Pippo Calò e alla banda della Magliana, con il quale entrò in operazioni di riciclaggio di denaro sporco[6]; Carboni venne poi condannato con altri come mandante del tentato omicidio di Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano, al quale era passata la gestione della banca dopo l'arresto di Calvi[7].

Rosone fu vittima di un attentato da parte di Danilo Abbruciati, un boss della banda della Magliana, perché aveva cominciato a tenere ordine nei conti della banca, anche vietando ulteriori crediti senza garanzia concessi a Flavio Carboni[8]. Lo stesso Carboni, durante il processo, dichiarò:

«Non capisco che interesse potevo avere a fare del male a Calvi. Al contrario, potevo avere l'interesse opposto, visto che mi aspettavo da lui un premio piuttosto consistente»

(Corriere della Sera[6])

La situazione comunque precipitò e Calvi e Carboni cercarono ancora l'intervento dello IOR, che rifiutò di fornire aiuto di fronte ai numerosi fatti criminosi che via via emergevano.

Morte di Calvi[modifica | modifica wikitesto]

Il Blackfriars Bridge a Londra, sotto al quale Roberto Calvi fu ritrovato impiccato

Il 9 giugno 1982 Calvi da Milano giunse a Roma in aereo, dove incontrò Carboni con il quale avrebbe organizzato la fuga verso l'estero. L'11 giugno si diresse a Venezia, per poi raggiungere Trieste e successivamente la Jugoslavia da dove proseguì per Klagenfurt in Austria; il 14 giugno incontrò Carboni al confine con la Svizzera, per poi partire il 15 giugno verso Londra dall'aeroporto di Innsbruck; il 16 giugno Carboni partì da Amsterdam per raggiungere Calvi a Londra[9].

Il 18 giugno Calvi venne trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi (51°30′34″N 0°06′16″W / 51.509444°N 0.104444°W51.509444; -0.104444) in circostanze che vennero ritenute sospette, con dei mattoni nelle tasche, le mani legate dietro la schiena e 15.000 dollari addosso. Fu trovato anche un passaporto con le generalità modificate in "Gian Roberto Calvini". Nelle sue tasche venne ritrovato anche un foglio con alcuni nominativi: quello dell'industriale Filippo Fratalocchi (noto produttore di apparati di guerra elettronica e presidente di Elettronica S.p.A.), del politico democristiano Mario Ferrari Aggradi, del piduista Giovanni Fabbri, di Cecilia Fanfani, dell'amico di Sindona ed ex consigliere del Banco di Roma Fortunato Federici, del piduista e dirigente della BNL Alberto Ferrari, del piduista e dirigente del settore valute del Ministero del commercio con l'estero Ruggero Firrao e del Ministro delle finanze del PSI Rino Formica[10].

Il giorno prima si era suicidata la sua segretaria personale, Graziella Corrocher, lanciandosi dal quarto piano dell'edificio sede del Banco Ambrosiano.

Indagini sulla morte[modifica | modifica wikitesto]

Per la magistratura inglese la morte di Calvi venne archiviata come suicidio, come affermato da una perizia medico-legale. Sei mesi dopo, la Corte Suprema del Regno Unito annullò la sentenza per vizi formali e sostanziali e il giudice che l'aveva emessa venne incriminato per irregolarità; il secondo processo britannico lasciò aperta sia la porta del suicidio, sia quella dell'omicidio. Lo scrittore Leonardo Sciascia, in un articolo del 24 luglio 1982 comparso sul quotidiano Il Globo, sostenne che Calvi si fosse suicidato e giudicò assurda l'ipotesi dell'omicidio.[11][perché dovrebbe essere qui rilevante l'opinione di Sciascia?]

Calvi venne tumulato nel cimitero di Drezzo, frazione del comune di Colverde, in provincia di Como, dove aveva la sua villa[12][13][14][15].

Nel 1988 iniziò in Italia una causa civile che stabilì che Roberto Calvi era stato ucciso e impose a un'assicurazione il risarcimento di 3 milioni di dollari alla famiglia. Il 2 febbraio 1989 Clara Canetti, vedova di Calvi, nel corso di una puntata della trasmissione televisiva Samarcanda affermò che il marito le avrebbe confidato che il vero capo della loggia P2 era l'onorevole Giulio Andreotti, il quale lo avrebbe minacciato indirettamente attraverso Giuseppe Ciarrapico in seguito al crack del Banco Ambrosiano e gli avrebbe fatto dei discorsi che lo turbarono[16][17]: di tali affermazioni però non sono mai stati raccolti riscontri attendibili, anche se è accertato che Calvi, prima di partire per Londra dove venne ritrovato morto, incontrò realmente Andreotti e Ciarrapico, che lo invitarono a cena per discutere di alcune divergenze che lui aveva avuto con Orazio Bagnasco, nuovo vicepresidente del Banco Ambrosiano[18][19].

A dicembre del 1998 la salma di Calvi venne esumata per un esame medico-legale deciso dalla procura di Roma; cogliendo questa occasione, a fine esame la famiglia decise di portare Calvi a Tremenico, in provincia di Lecco, nel locale cimitero nella tomba di famiglia[20].

In Inghilterra, nel settembre 2003, è stato aperto un nuovo procedimento legale sulla morte di Calvi.

Il processo in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Una prima indagine della procura di Milano archiviò la morte come suicidio. Nel momento in cui, nel 1992, la procura di Roma venne in possesso di nuovi elementi, la Cassazione decise il passaggio della competenza da Milano a Roma. Il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia infatti aveva dichiarato che Calvi e Licio Gelli avevano investito denaro sporco nello IOR e nel Banco Ambrosiano per conto del boss mafioso Pippo Calò, che curava gli interessi finanziari del clan dei Corleonesi[19][21]. A proposito, Marino Mannoia dichiarò:

«Calvi fu strangolato da Francesco Di Carlo su ordine di Pippo Calò. Calvi si era impadronito di una grossa somma di danaro che apparteneva a Licio Gelli e a Pippo Calò. Prima di fare fuori Calvi, Calò e Gelli erano riusciti a recuperare decine di miliardi e, quel che più conta, Calò si era tolto una preoccupazione perché Calvi si era dimostrato inaffidabile[22]»

Nel 1996 Francesco Di Carlo, diventato collaboratore di giustizia, negò di essere l'assassino di Calvi, ma ammise che Pippo Calò gli aveva chiesto di ucciderlo, ma che poi si organizzò diversamente e gli venne detto che «la questione era stata risolta con i napoletani»[23]: infatti, secondo il collaboratore Nino Giuffrè, i camorristi legati ai Corleonesi (Michele Zaza, i fratelli Nuvoletta e Antonio Bardellino) si erano affidati a Calvi per i loro investimenti e quindi avevano perso denaro anche loro[24]; inoltre, secondo il collaboratore Pasquale Galasso, l'esecutore dell'omicidio di Calvi fu Vincenzo Casillo, membro della Nuova Camorra Organizzata, che era passato segretamente dalla parte del clan Nuvoletta e per questo doveva fare un favore a Pippo Calò[25]. Antonio Mancini, esponente della banda della Magliana, divenuto collaboratore di giustizia, dichiarò che Calvi venne ucciso su ordine di Pippo Calò e del faccendiere Flavio Carboni, che costituiva un anello di raccordo tra la banda della Magliana, la mafia di Pippo Calò e gli esponenti della loggia P2 di Licio Gelli[26].

L'indagine proseguì con l'ordinanza di custodia cautelare emessa nel 1997 dal gip Mario Alberighi a carico di Pippo Calò e Flavio Carboni, accusati di essere i mandanti dell'omicidio. L'anno successivo, una nuova perizia sulla morte di Calvi, ordinata dal Gip Otello Lupacchini, stabilì l'infondatezza dell'ipotesi del suicidio. Il processo penale iniziò il 5 ottobre 2005 in una speciale aula approntata all'interno del carcere di Rebibbia, a Roma con imputati Pippo Calò e Flavio Carboni, accusati di omicidio, Ernesto Diotallevi, esponente della banda della Magliana, Silvano Vittor (contrabbandiere) e la compagna di Carboni, Manuela Kleinszig.

L'accusa fece leva sulle circostanze della morte di Calvi per dimostrare la colpevolezza degli imputati (tra cui una telefonata effettuata dalla camera dove alloggiava il banchiere, i tempi morti nella ricostruzione, ecc.), sulle difficoltà di accesso per un uomo di 60 anni al luogo in cui era stata legata la corda, e su una serie di perizie sul livello del Tamigi. Dall'altro lato, la difesa puntò sulla sostanziale assenza di prove contro gli imputati e sull'assenza di un movente forte per scagionare Carboni e Calò. La frase "Il Banco Ambrosiano non è mio, io sono soltanto il servitore di qualcuno", pronunciata da Roberto Calvi durante il processo per reati valutari, ha lasciato molti dubbi sugli eventi. Successive affermazioni della famiglia Calvi vorrebbero legare quella frase ad alcuni esponenti del Vaticano e alla scomparsa mai chiarita di Emanuela Orlandi nel 1983. Nel marzo 2007 il pm Luca Tescaroli aveva chiesto l'ergastolo per Pippo Calò, per Flavio Carboni, per Ernesto Diotallevi e per Silvano Vittor, accusato di essere stato uno degli esecutori materiali del delitto; assoluzione piena era stata invece richiesta per Manuela Kleinszig. Per l'accusa tre motivi principali sarebbero stati alla base del delitto: gli organizzatori dell'omicidio ritenevano che il banchiere avesse male amministrato il denaro di Cosa Nostra, sospettavano potesse rivelare i segreti del sistema di riciclaggio messo in piedi attraverso il Banco Ambrosiano e ritenevano, compiuto il delitto, di poter avere maggiore peso negoziale nei confronti di coloro che erano coinvolti con Calvi.

Il capo d'imputazione recitava:

«Gli imputati, avvalendosi delle organizzazioni di tipo mafioso denominate Cosa nostra e camorra, cagionavano la morte di Roberto Calvi al fine di: punirlo per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle predette organizzazioni; conseguire l'impunità, ottenere e conservare il profitto dei crimini commessi all'impiego e alla sostituzione di denaro di provenienza delittuosa; impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico-istituzionali della massoneria, della Loggia P2 e dello IOR, con i quali avevano gestito investimenti e finanziamenti di cospicue somme di denaro»

Il 6 giugno 2007 la seconda Corte d'assise di Roma, presieduta da Mario Lucio d'Andria, emise una sentenza di assoluzione per tutti gli imputati per il processo Calvi. Flavio Carboni, Pippo Calò, Ernesto Diotallevi e Silvano Vittor furono assolti ai sensi dell'articolo 530 c.p.p., 2º comma, ossia per insufficienza di prove. Assolta con formula piena invece Manuela Kleinszig, come chiesto dallo stesso PM. Tuttavia, secondo i giudici, la tesi del suicidio “è impossibile e assurda”. Risulta però provato che Cosa nostra utilizzava “il Banco Ambrosiano e lo IOR come tramite per massicce operazioni di riciclaggio”.

Restava aperto invece il secondo filone dell'inchiesta romana, a proposito dei mandanti dell'omicidio, tra i cui indagati figurava anche Licio Gelli.

Il 7 maggio 2010 la Corte d'assise d'appello di Roma confermò le assoluzioni di Carboni, Calò e Diotallevi per l'omicidio del banchiere. Nelle motivazioni della sentenza si legge: “Roberto Calvi è stato ammazzato, non si è ucciso[27]

A novembre 2016, su richiesta del pm Tescaroli, il giudice romano Simonetta D'Alessandro archiviò il procedimento che vedeva coinvolti, fra gli altri, Gelli, Carboni e Pazienza. Nella sentenza si legge che lo sforzo della pubblica accusa consegna comunque un’ipotesi storica dell'assassinio difficilmente sormontabile: una parte del Vaticano, ma non tutto il Vaticano; una parte di Cosa Nostra, ma non tutta Cosa Nostra; una parte della massoneria, ma non tutta la massoneria, e in una parola, la contiguità tra i soli livelli apicali in una fase strategica di politica estera, che ha bruciato capitali, che secondo i pentiti, erano di provenienza mafiosa. Il Banco Ambrosiano riciclava denaro mafioso e al contempo finanziava segretamente, in chiave anticomunista, “nel quadro di una più ampia strategia del Vaticano”, il sindacato polacco Solidarnosc e i regimi totalitari sudamericani, spiegava Tescaroli. Dunque né Calò né Marcinkus “potevano accettare il rischio” che Calvi, ormai alle strette, fallito e inseguito da un mandato di cattura, rivelasse agli inquirenti “quella tipologia di attività illecita, volta a far convogliare denari mafiosi in quelle direzioni, e l’attività di riciclaggio che attraverso il Banco veniva espletata”. Tra gli altri possibili moventi, emersi durante i lunghi anni di indagini, l’impossibilità da parte di Calvi di restituire un'ingente somma di denaro ai mafiosi. “Le rogatorie avviate verso lo Stato della Città del Vaticano hanno avuto esiti pressoché inutili”, scrive il giudice nel decreto d’archiviazione. Per questo non è stato possibile ricostruire il ruolo esatto di Marcinkus e soprattutto i flussi finanziari che legavano il Banco Ambrosiano allo IOR.

La ricostruzione di Pinotti[modifica | modifica wikitesto]

Il giornalista Ferruccio Pinotti nel libro Poteri forti (BUR, 2005) ha indagato sulla morte di Calvi, dopo avere ripetutamente ascoltato il figlio di Calvi, che per anni ha ricostruito le vicende legate alla carriera e alla misteriosa morte del padre. Pinotti descrive le operazioni finanziarie con le quali Calvi riuscì a rendere il Banco Ambrosiano padrone di se stesso, così da poterlo gestire in piena autonomia. Operazioni tuttavia che rendono Calvi ricattabile e lo costringono a erogare cospicui finanziamenti a società dipendenti dallo IOR guidato dal vescovo Paul Marcinkus.

Quando si manifestano difficoltà finanziarie, l'Ambrosiano cerca di recuperare il denaro prestato all'Istituto vaticano senza riuscirvi. Calvi allora proverebbe a rivolgersi ad ambienti religiosi vicini all'Opus Dei, che sarebbero stati disponibili a coprire i debiti dello IOR per ottenere maggior peso in Vaticano. Tentativo senza successo, perché ostacolato da quanti, in Vaticano, temono che il potere dell'Opus Dei possa crescere e per impedirlo sono disposti a lasciare fallire il Banco Ambrosiano.

In una lettera del 5 giugno 1982 rilasciata dal figlio diversi anni dopo e pubblicata nel libro di Pinotti, Calvi scrive anche a papa Giovanni Paolo II cercando aiuto:

«Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello IOR, comprese le malefatte di Sindona...; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell'Est e dell'Ovest...; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l'espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato...»

I segreti e gli interessi economici legati alla mancata restituzione da parte dello IOR del denaro ricevuto dal Banco Ambrosiano e connessi alle operazioni finanziarie che lo IOR realizzava per conto di propri clienti italiani desiderosi di esportare valuta aggirando le norme bancarie sarebbero quindi all'origine della decisione di uccidere Roberto Calvi, che, disperato e temendo di finire in carcere, avrebbe potuto rivelare quanto sapeva ai magistrati.

Critiche alla ricostruzione[modifica | modifica wikitesto]

Questa ricostruzione è stata criticata, in particolare da parte dell'Opus Dei che ha sempre dichiarato di non aver intrattenuto rapporti con Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano.

Il 19 novembre 1982 l'allora responsabile dell'Opus Dei per l'Italia don Mario Lantini scrisse a Clara e Carlo Calvi una lettera in cui, riferendosi alle interviste da loro rilasciate al Wall Street Journal, a La Stampa e a L'Espresso riguardo «rapporti che il defunto Roberto Calvi avrebbe intrattenuto con l'Opus Dei», dichiarò che «nessuna persona per conto dell'Opus Dei ha mai intrattenuto alcun rapporto o trattativa, né direttamente né indirettamente, né con Roberto Calvi né con lo IOR». Esprimeva inoltre «la necessità di conoscere a quali elementi Loro fanno riferimento nel parlare dell'Opus Dei» e di «fornire indicazioni su persone, fatti, circostanze e precisare ogni altro dato utile al chiarimento dei fatti».[senza fonte]

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Il presunto suicidio di Calvi viene citato nel videogioco Assassin's Creed: Syndicate, nella scheda che descrive il ponte dei Frati Neri. Calvi non viene nominato, ma ci si riferisce a lui come "faccendiere italiano".[senza fonte]

Archivio[modifica | modifica wikitesto]

L'archivio del Banco Ambrosiano Veneto (1892-2000) è conservato presso l'Archivio storico Intesa Sanpaolo[28].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Roberto Calvi, su SAN - Portale degli Archivi d'impresa. URL consultato il 5 febbraio 2018.
  2. ^ Mario Pisani, Roberto Calvi e il Banco ambrosiano: da un'arringa di parte civile, CEDAM, 2010, ISBN 9788813298975. URL consultato il 17 giugno 2019.
  3. ^ L'interrogazione parlamentare, su radioradicale.it. URL consultato il 27 febbraio 2012 (archiviato dall'url originale il 22 dicembre 2015).
  4. ^ Martelli sotto inchiesta si dimette, Corriere della Sera, 11 febbraio 1993
  5. ^ Craxi al netto delle Tangenti, Marco Travaglio, 18 gennaio 2010
  6. ^ a b Calvi: indagate sorelle legate a Flavio Carboni, Corriere della Sera, 11 aprile 1997. URL consultato il 17 giugno 2009.
  7. ^ Paolo Biondani, Condannati Carboni e un boss della Magliana. Sono i mandanti del tentato omicidio di Rosone, Corriere della Sera, 15 gennaio 1994. URL consultato il 17 giugno 2009.
  8. ^ Il caso Calvi, un mistero italiano
  9. ^ Fausto Biloslavo Storia illustrata n.2 febbraio 1996 pag. 61
  10. ^ Mario Guarino, L'orgia del potere: testimonianze, scandali e rivelazioni su Silvio Berlusconi, Bari, edizioni Dedalo, 2005.
  11. ^ Leonardo Sciascia, Il Globo, 24 luglio 1982 in "A futura memoria", Bompiani, Sonzogno, 1990
  12. ^ Ticinonline - COMO: "Il banchiere di Dio", un film su Roberto Calvi. URL consultato il 21 marzo 2017.
  13. ^ Crac Ambrosiano riesumata la salma di Roberto Calvi - la Repubblica.it, in Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 21 marzo 2017.
  14. ^ Roberto Calvi, in Italia Dall'Estero. URL consultato il 21 marzo 2017 (archiviato dall'url originale il 31 luglio 2009).
  15. ^ la Repubblica/cronaca: 'Calvi: non fu suicidio' sostiene una perizia inglese, su www.repubblica.it. URL consultato il 21 marzo 2017.
  16. ^ LA VEDOVA CALVI... - la Repubblica.it
  17. ^ " Ciarrapico minaccio' Calvi, mio marito "
  18. ^ Il Pm 'Infondate Le Accuse Della Vedova Calvi' - La Repubblica.It
  19. ^ a b Il caso Calvi, un mistero italiano
  20. ^ Calvi, nuova autopsia Il figlio: Omicidio - la Repubblica.it, in Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 21 marzo 2017.
  21. ^ Mannoia: " Gelli riciclava in Vaticano i soldi di Riina "
  22. ^ CALVI, STORIA DI BANCHE E DI COSCHE - la Repubblica.it
  23. ^ Mafia wanted me to kill Calvi, says jailed gangster - Telegraph
  24. ^ Omicidio Calvi: il banchiere pericoloso per Craxi, Andreotti, P2, Ior e Cosa Nostra - Articoli Arretrati[collegamento interrotto]
  25. ^ Corriere della Sera - Omicidio Calvi: le ultime verità
  26. ^ Motivazione della sentenza per il processo per l'omicidio di Roberto Calvi - Tribunale di Roma (PDF) (archiviato dall'url originale il 2 gennaio 2014).
  27. ^ I giudici d'appello: “Calvi non si ammazzò, fu ucciso” | Blitz quotidiano
  28. ^ Banco Ambrosiano Veneto, su Sistema informativo unificato delle Soprintendenze archivistiche. URL consultato il 5 febbraio 2018.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano: fondazione, ascesa e dissesto: 1896-1982, Laterza, Roma-Bari, 2001.
  • Carlo Lucarelli. Misteri d'Italia. I casi di Blu notte. Torino, Einaudi, 2002, pp. 127–149. ISBN 88-06-15445-1.
  • Ferruccio Pinotti, Poteri forti, Bur Futuro Passato, Milano novembre 2005.
  • Mario Almerighi, I Banchieri di Dio, Editori Riuniti, 2002.
  • Ferruccio Pinotti, Finanza cattolica, Salani, Milano 2011. ISBN 978-88-6220-135-3.
  • Carlo Bellavite Pellegrini, Storia del Banco Ambrosiano. Fondazione, ascesa e dissesto 1896-1982, Laterza, Roma-Bari 2001.
  • Mario Almerighi, I banchieri di Dio. Il caso Calvi, Editori Riuniti, Roma 2002.
  • Gianfranco Piazzesi, Sandra Bonsanti, La storia di Roberto Calvi, Longanesi, Milano 1984.
  • Charles Raw, La grande truffa: Il caso Calvi e il crack del Banco Ambrosiano, Mondadori, Milano 1993.
  • Larry Gurwin, The Calvi Affair: Death of a Banker, MacMillan, London 1983. ISBN 978-0333353219

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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