Caso Moro

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Rapimento di Aldo Moro
Aldo Moro br.jpg
Aldo Moro nella prima foto diffusa dalle Brigate Rosse durante il sequestro.
Stato Italia Italia
Luogo Roma
Obiettivo Il presidente della DC Aldo Moro
Data 16 marzo - 9 maggio 1978
Tipo Sequestro, omicidio
Morti 6 (Moro e 5 membri della scorta)
Responsabili Brigate Rosse
Motivazione Terrorismo

Per caso Moro si intende l'insieme delle vicende relative all'agguato, al sequestro, alla prigionia e all'uccisione di Aldo Moro, nonché alle ipotesi sull'intera vicenda e alle ricostruzioni degli eventi, spesso discordanti fra loro.

La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l'auto che trasportava Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei deputati fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un nucleo armato delle Brigate Rosse.

In pochi secondi, sparando con armi automatiche, i brigatisti rossi uccisero i due Carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci), i tre poliziotti che viaggiavano sull'auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.

Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto «tribunale del popolo» istituito dalle Brigate Rosse e dopo aver chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, Moro fu ucciso.

Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, a poca distanza[1] dalla sede nazionale del Partito Comunista Italiano e da Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana.

Il sequestro[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cronaca del sequestro Moro.

L'agguato[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Agguato di via Fani.
I corpi senza vita dell'autista e della guardia del corpo di Moro.

Lo scontro a fuoco[modifica | modifica wikitesto]

La tecnica utilizzata per l'agguato fu quella denominata «a cancelletto», utilizzata in precedenza anche dall'organizzazione terroristica tedesca RAF. La tecnica prevedeva di intercettare una colonna di automobili attraverso il blocco di quella di testa, immobilizzando poi la colonna bloccando l'auto di coda.

La colonna con Aldo Moro era composta da due auto: quella su cui viaggiava l'uomo politico e quella di scorta, che lo seguiva. Il piano venne attuato da 11 persone (come emerse dalle indagini giudiziarie, ma il numero e l'identità dei reali partecipanti è stato messo più volte in dubbio e anche le confessioni dei brigatisti sono state contraddittorie su alcuni punti)[2].

Alle 8:45 i componenti del nucleo armato brigatista, di cui i quattro incaricati di sparare indossavano uniformi da avieri civili[3], si disposero all'estremità di via Mario Fani, una stretta strada in discesa nel quartiere Trionfale, all'incrocio con via Stresa. Mario Moretti, componente del Comitato Esecutivo delle Brigate Rosse e principale dirigente della colonna romana, si appostò nella parte alta della strada, sul lato destro, alla guida di una Fiat 128 con targa falsa del Corpo diplomatico. Davanti alla macchina di Moretti si posizionò un'altra Fiat 128 con a bordo Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Entrambe le auto erano rivolte in direzione dell'incrocio.

Sul lato opposto venne parcheggiata una terza Fiat 128, alla cui guida vi era Barbara Balzerani, rivolta invece verso via Stresa, nella direzione di provenienza dell'auto di Moro. A qualche metro dall'incrocio con via Fani, lungo via Stresa, era posizionata la quarta e ultima auto, una Fiat 132 blu guidata da Bruno Seghetti. Il gruppo di fuoco, composto da quattro brigatisti, era appostato dietro le siepi di un locale, il bar Olivetti, chiuso per lavori, ubicato sull'angolo dell'incrocio.

Moro uscì dalla sua casa, in viale del Forte Trionfale, poco prima delle 9:00, salendo su di una Fiat 130 blu, alla cui guida vi era l'appuntato Domenico Ricci e, seduto accanto a lui, il maresciallo Oreste Leonardi, capo scorta, considerato la guardia del corpo più fidata. La 130 era seguita da un'Alfetta bianca, con a bordo gli altri uomini che componevano la scorta: il vice brigadiere Francesco Zizzi e gli agenti di Polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.

L'agguato scattò non appena il convoglio su cui viaggiava Moro imboccò via Fani dall'alto, dirigendosi verso il basso e fu Rita Algranati a segnalare l'arrivo delle due auto, con un mazzo di fiori.

Targa commemorativa dei cinque agenti della scorta uccisi in via Fani.

La macchina di Moretti si mise davanti all'auto di Moro e, giunta all'incrocio, si arrestò di colpo in mezzo alla strada; rimane non chiaro se la Fiat 128 CD avesse i segnali di frenata disattivati[4]. La 130 con all'interno Aldo Moro si fermò dietro all'auto di Moretti, trovandosi bloccata dall'Alfetta della scorta, che la stava seguendo a breve distanza. La macchina di Moro e quella della scorta furono quindi intrappolate dalla 128 di Lojacono e Casimirri, che si mise di traverso dietro l'auto della scorta di Moro.

A questo punto entrò in azione il gruppo di fuoco: da dietro le siepi sbucarono quattro uomini vestiti con uniformi del personale Alitalia sparando con pistole mitragliatrici. Dalle indagini giudiziarie questi vennero identificati in: Valerio Morucci, esponente molto noto dell'estremismo romano ritenuto un esperto di armi, Raffaele Fiore, proveniente dalla colonna brigatista di Torino, Prospero Gallinari, clandestino e ricercato dopo essere evaso nel 1977 dal carcere di Treviso, e Franco Bonisoli, proveniente dalla colonna di Milano. Erano tutti e quattro militanti fortemente determinati e già provati in precedenti azioni di fuoco[5]. L'azione si ispirò a un'analoga tecnica della RAF, i terroristi di estrema sinistra tedesca. Alcuni testimoni riferirono di aver udito urlare in una lingua sconosciuta, forse in tedesco[6].

I quattro brigatisti che, travestiti da assistenti di volo, spararono sulla scorta: Valerio Morucci «Matteo», Raffaele Fiore «Marcello», Prospero Gallinari «Giuseppe» e Franco Bonisoli «Luigi».

Secondo la prima perizia del 1978 sarebbero stati sparati in tutto 91 colpi, 45 dei quali avrebbero colpito gli uomini della scorta, e 49 di questi, di cui peraltro solo 19 a segno, sarebbero stati esplosi da una stessa arma, 22 da una seconda arma del medesimo modello (entrambe erano delle pistole mitragliatrici residuati bellici FNAB-43) e i restanti 20 dalle altre quattro armi: due pistole, un mitra TZ-45 e un mitra Beretta M12. Peraltro la perizia del 1993 non ha confermato questi dati e non è stata in grado di attribuire tutti i 49 colpi allo stesso FNAB-43; è possibile, come affermato da Valerio Morucci, che essi appartenessero a entrambi i mitra di questo tipo in possesso dei brigatisti, utilizzati dallo stesso Morucci e da Bonisoli[7].

I quattro brigatisti, travestiti da assistenti di volo, si portarono molto vicini alle due auto ferme allo stop; Morucci e Fiore spararono contro la Fiat 130 con Moro a bordo mentre Gallinari e Bonisoli aprirono il fuoco contro l'Alfetta di scorta. Secondo le ricostruzioni dei brigatisti, tutti e quattro i mitra si sarebbero successivamente inceppati: Morucci riuscì a eliminare subito il maresciallo Leonardi ma poi si trovò in difficoltà con il suo mitra, l'arma di Fiore invece si sarebbe inceppata subito e quindi l'appuntato Ricci inizialmente sopravvisse e poté tentare varie disperate manovre per svincolare l'auto dalla trappola; una Mini Minor parcheggiata sulla destra della strada intralciò ulteriormente ogni movimento. In pochi secondi Valerio Morucci risolse i problemi con la sua arma e ritornò vicino alla Fiat 130 uccidendo con una raffica anche l'autista di Moro[8].

Contemporaneamente Gallinari e Bonisoli spararono contro gli uomini della scorta sull'Alfetta: Rivera e Zizzi furono subito mortalmente feriti ma Iozzino, relativamente riparato sul sedile posteriore destro, poté uscire dall'auto e rispondere al fuoco con la sua pistola favorito anche dall'inceppamento dei mitra dei due brigatisti. In breve Gallinari e Bonisoli impugnarono le loro pistole e anche l'ultimo agente fu ucciso e cadde a terra sulla strada[9].

Il giorno dell'agguato i fucili mitragliatori in dotazione agli agenti di scorta di Moro si trovavano riposti nei bagagliai delle auto[10]. Durante il processo presso la Corte d'assise di Roma la moglie di Moro, Eleonora Chiavarelli, spiegò che i mitra della scorta si trovavano nei bagagliai per il fatto che «questa gente le armi non le sapeva usare perché non facevano mai esercitazioni di tiro, non avevano abitudine a maneggiarle, tanto che il mitra stava nel portabagagli. Leonardi ne parlava sempre. "Questa gente – diceva – non può avere un'arma che non sa usare. Deve saperla usare. Deve tenerla come si deve. La deve tenere a portata di mano. La radio deve funzionare, invece non funziona." Per mesi si è andati avanti così. Il maresciallo Leonardi e l'appuntato Ricci non si aspettavano un agguato, in quanto le loro armi erano riposte nel borsello e uno dei due borselli, addirittura, era in una foderina di plastica.»[11]; quest'ultima frase è stata smentita dalla vedova del maresciallo Leonardi, la quale dichiarò che il marito «ultimamente andava in giro armato perché si era accorto che una macchina lo seguiva.»[11].

Davanti alla Corte d'appello di Roma Valerio Morucci raccontò che «l'organizzazione era pronta per il 16 mattina, uno dei giorni in cui l'on. Moro sarebbe potuto passare in via Fani. Non c'era certezza, avrebbe anche potuto fare un'altra strada. Era stato verificato che passava lì alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Non c'era stata una verifica da mesi. Quindi il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l'azione, sperando, dal punto di vista operativo, ovviamente, che passasse di lì quella mattina. Altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo e poi ancora il giorno dopo, fino a quando non si fosse ritenuto che la presenza di tutte queste persone, su quel luogo per più giorni, avrebbe comportato sicuramente il rischio di un allarme»[12].

La fuga[modifica | modifica wikitesto]

Subito dopo lo scontro a fuoco, Raffaele Fiore fece uscire Aldo Moro dalla Fiat 130 e, aiutato da Mario Moretti, lo fece entrare nella Fiat 132 blu che Bruno Seghetti aveva avvicinato allo stop; subito dopo i due brigatisti salirono a bordo e l'auto si allontanò lungo via Stresa subito seguita dalla 128 bianca di Casimirri e Lojacono su cui era salito anche Gallinari. Infine Valerio Morucci raccolse dalla Fiat 130 due delle borse di Moro e passò alla guida della Fiat 128 blu che si mosse, con a bordo anche la Balzerani e Bonisoli, dietro le altre due auto. L'azione era durata appena tre minuti, dalle ore 9:02 alle ore 9:05[13].

Le tre auto si diressero lungo via Stresa quindi proseguirono per via Trionfale attraverso piazza Monte Gaudio; dopo aver percorso via Trionfale e aver attraversato largo Cervinia, le tre auto effettuarono una svolta repentina su via Belli, una strada secondaria parzialmente occultata dalla vegetazione, quindi imboccarono via Casale de Bustis, un'altra strada secondaria il cui accesso era chiuso da una sbarra bloccata da una catena[14]. Questa deviazione a sorpresa permise ai brigatisti di far perdere le loro tracce; le auto poterono, dopo aver percorso questa strada, proseguire per via Serranti e raggiunsero via Massimi. Più avanti, in via Bitossi, era pronto un furgone grigio chiaro Fiat 850T, Morucci lasciò la Fiat 128 blu, prese le due borse di Moro e passò alla guida del furgone; tutti gli automezzi proseguirono per via Bernardini[15]. Le tre auto e il furgone con Morucci alla guida raggiunsero piazza Madonna del Cenacolo, il punto scelto per il trasbordo dell'ostaggio; qui Aldo Moro venne fatto salire sul furgone dove era pronta una cassa di legno[6].

Mentre le auto furono portate tutte e tre in via Licinio Calvo e abbandonate[16], in piazza Madonna del Cenacolo, tra le 9:20 e le 9:25, il gruppo si sciolse. Fiore, Bonisoli e la Balzerani, dopo aver raggiunto via Licinio Calvo, si allontanarono a piedi. Secondo il racconto dei brigatisti, da piazza Madonna del Cenacolo il furgone guidato da Moretti, con il sequestrato nella cassa di legno, e una Citroën Dyane con Morucci e Seghetti si diressero fino al parcheggio sotterraneo della Standa dei Colli Portuensi, nella zona ovest di Roma, che raggiunsero dopo circa venti minuti. Nel parcheggio sotterraneo, dove erano già in attesa Prospero Gallinari e Germano Maccari. la cassa con il sequestrato fu trasferita senza destare sospetti dal furgone su una Citroën Ami 8. Sarebbero stati Moretti, Gallinari e Maccari a portare la Ami 8 con la cassa fino in via Montalcini 8, l'appartamento apprestato per fungere da luogo di detenzione di Aldo Moro[17].

Immediatamente la notizia dell'agguato si diffuse in ogni angolo del paese. Le attività quotidiane furono bruscamente sospese: a Roma i negozi abbassarono le saracinesche, in tutte le scuole d'Italia gli studenti uscirono dalle aule scolastiche riunendosi in assemblee spontanee, mentre le trasmissioni televisive e radiofoniche furono interrotte da notiziari in edizione straordinaria. L'agguato e il rapimento furono rivendicati alle ore 10:10 con una telefonata, effettuata da Valerio Morucci, all'agenzia ANSA dettando un messaggio: «Questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della Democrazia cristiana, Moro, ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga. Seguirà comunicato. Firmato Brigate rosse»[12].

Alle 10:30 i tre maggiori sindacati italiani, CGIL, CISL e UIL, proclamarono uno sciopero generale dalle 11:00 a mezzanotte, mentre nelle fabbriche e negli uffici i lavoratori annunciarono scioperi spontanei, e migliaia di lavoratori andarono di loro iniziativa a presidiare le sedi dei partiti[12].

Mario Ferrandi, militante di Prima Linea soprannominato «Coniglio», raccontò che quando si diffuse la notizia del rapimento di Aldo Moro e dell'uccisione della scorta (durante una manifestazione dei lavoratori dell'UNIDAL messi in cassa integrazione) ci fu un momento di stupore, seguito da uno di euforia e inquietudine perché c'era la sensazione che stesse accadendo qualcosa di talmente grosso che le cose non sarebbero state più le stesse[11], e ricordò che gli studenti presenti al corteo spesero i soldi della cassa del circolo giovanile per comprare lo spumante e brindare con i lavoratori della mensa[11].

Alle 10:50 un messaggio firmato dalla colonna brigatista Walter Alasia venne ricevuto dalla sede torinese dell'ANSA: i brigatisti chiesero entro 48 ore la liberazione dei loro compagni detenuti a Torino, oltre a quelli di Azione Rivoluzionaria e dei NAP, specificando che in caso contrario avrebbero ucciso l'ostaggio[12].

L'obiettivo delle Brigate Rosse[modifica | modifica wikitesto]

Due giorni dopo, mentre in San Lorenzo al Verano si celebravano i funerali degli uomini della scorta, venne fatto ritrovare il primo dei nove comunicati che le BR inviarono durante i 55 giorni del sequestro[12]:

« Giovedì 16 marzo, un nucleo armato delle Brigate rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati corpi speciali, è stata completamente annientata. Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la Dc è stata artefice nel nostro Paese – dalle politiche sanguinarie degli anni Cinquanta alla svolta del centrosinistra fino ai giorni nostri con l'accordo a sei – ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l'esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste. »
(Brigate Rosse, primo comunicato.)
Mario Moretti, componente del Comitato Esecutivo delle Brigate Rosse e principale dirigente della colonna romana durante il sequestro.

Si è detto che Moro fu rapito perché con lui le Brigate Rosse volevano colpire l'artefice della solidarietà nazionale, e dell'avvicinamento tra DC e PCI, la cui espressione fu il governo Andreotti IV. L'ottica delle BR, in realtà, era diversa: il rapimento in effetti non fu realizzato per colpire il regista di quella fase politica. Il loro scopo era più generale e rientrava nella loro particolare analisi di quella fase storica: colpire la DC (regime democristiano), cardine in Italia dello Stato imperialista delle multinazionali (SIM), mentre il PCI rappresentava non tanto il nemico da attaccare quanto un concorrente da battere[18]. Nell'ottica brigatista, infatti, il successo della loro azione avrebbe interrotto «la lunga marcia comunista verso le istituzioni», per affermare la prospettiva dello scontro rivoluzionario e porre le basi del controllo BR della sinistra italiana per una lotta contro il capitalismo. In questo il loro obiettivo di lotta al capitalismo era simile a quello della RAF tedesca, come venne indicato in seguito nella ricostruzione del rapimento, fatta nel fumetto pubblicato dalla rivista Metropolis[19], ove viene fatto un parallelo con il sequestro Hanns-Martin Schleyer, concluso anch'esso con l'uccisione del prigioniero.

Stando a quanto ha dichiarato successivamente Mario Moretti, per le BR era rilevante che Moro fosse presidente della DC e che fosse da trent'anni al governo[20]. Un altro brigatista presente in via Fani, Franco Bonisoli, disse che l'organizzazione aveva anche studiato la possibilità di rapire Giulio Andreotti, ma che poi abbandonò questa opzione perché questi godeva di una protezione di polizia troppo forte per le capacità dei brigatisti. Per le Brigate Rosse, dunque, era uguale rapire Moro o Andreotti: l'importante era colpire un simbolo del potere[12]. Anche Alberto Franceschini, brigatista arrestato nel 1974 e autore del rapimento Sossi, raccontò che negli anni precedenti al sequestro Moro andò a Roma per verificare quante possibilità ci fossero per sequestrare Andreotti, spiegando che «se si voleva realmente colpire il cuore dello Stato bisognava andare a Roma perché a Roma c'erano i luoghi fisici e le persone importanti.»[11].

La prigionia[modifica | modifica wikitesto]

Anna Laura Braghetti, «Camilla», la insospettabile proprietaria dell'appartamento di via Montalcini 8.

In tempi successivi si ipotizzò che, durante il periodo della detenzione, la «prigione» di Moro fosse conosciuta: si parlò dell'appartamento, sito in via Gradoli a Roma, utilizzato da Mario Moretti e da Barbara Balzerani, noto da tempo sia alle istituzioni sia alla 'Ndrangheta, ma questo sito era probabilmente troppo piccolo per poter contenere un nascondiglio da adibire a prigione ed era spesso lasciato incustodito, oltre al fatto che, essendo in affitto, poteva essere soggetto a visite da parte del padrone di casa.

Germano Maccari, l'ingegner «Luigi Altobelli» dell'appartamento di via Montalcini.

Durante i processi che seguirono la cattura dei brigatisti, risultò dalle loro testimonianze che la «prigione del popolo» in cui si trovava Aldo Moro fosse situata in un appartamento di via Camillo Montalcini 8, sempre a Roma, acquistata nel 1977 con i soldi provenienti dal sequestro di Pietro Costa, dalla brigatista Anna Laura Braghetti. Durante il sequestro, nell'appartamento vissero con l'ostaggio la Braghetti, l'insospettabile proprietaria, il suo apparente fidanzato, l'«ingegnere Luigi Altobelli» che era in realtà il brigatista Germano Maccari, esperto militante romano amico di Morucci, e Prospero Gallinari, brigatista clandestino che, essendo già ricercato, rimase per tutti i giorni del rapimento chiuso dentro l'appartamento e funse da carceriere di Moro. Mario Moretti, che viveva in prevalenza in via Gradoli insieme a Barbara Balzerani, si recava quasi tutti i giorni in via Montalcini per interrogare l'ostaggio ed elaborare, in collegamento con gli altri membri del Comitato Esecutivo, la gestione politica del sequestro.

Lo stesso covo pochi mesi dopo venne scoperto e tenuto sotto controllo dall'UCIGOS, cosa che costrinse i brigatisti, che si erano resi conto di essere pedinati, a vendere e smantellare l'appartamento entro i primi di ottobre[21][22][23][24].

Lettere dalla prigionia[modifica | modifica wikitesto]

« Caro Zaccagnini,

scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la D.C., la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m'ero tanto adoperato a costituire. »

(Lettera a Benigno Zaccagnini recapitata il 4 aprile.)
« Il papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo. »
(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978[25].)
« Siamo ormai credo al momento conclusivo... Resta solo da riconoscere che tu avevi ragione... vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della DC con il suo assurdo e incredibile comportamento... si deve rifiutare eventuale medaglia... c'è in questo momento un'infinita tenerezza per voi... uniti nel mio ricordo vivere insieme... vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo. »
(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978[25].)

Durante il periodo della sua detenzione, Moro scrisse 86 lettere ai principali esponenti della Democrazia Cristiana, alla famiglia e all'allora Papa Paolo VI (che avrebbe poi presenziato alla solenne messa funebre di Stato nella basilica di San Giovanni in Laterano, peraltro celebrata senza il feretro del cadavere, negato dalla famiglia in polemica con la conduzione della vicenda). Alcune arrivarono a destinazione, altre non furono mai recapitate e vennero ritrovate in seguito nel covo di via Monte Nevoso. Attraverso le lettere Moro cerca di aprire una trattativa con i colleghi di partito e con le massime cariche dello Stato.

È stato ipotizzato che in queste lettere Moro abbia inviato messaggi criptici alla sua famiglia e ai suoi colleghi di partito. Non immaginando che i brigatisti la renderanno pubblica, in una lettera inspiegabilmente domanda: «Vi è forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca?» (lettera di Aldo Moro su Paolo Emilio Taviani senza destinatario, recapitata tra il 9 e il 10 aprile e allegata al comunicato delle Brigate Rosse numero 5); altra ipotesi, avanzata dallo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, è che nelle lettere medesime Moro avesse l'intenzione di inviare agli investigatori messaggi sulla localizzazione del covo, per segnalare che esso (almeno nei primi giorni del sequestro) si trovasse nella città di Roma: «Io sono qui in discreta salute» (lettera di Aldo Moro del 27 marzo 1978, non recapitata a sua moglie Eleonora Moro). La stessa moglie, sentita come testimone durante il processo, disse che in alcuni passaggi Moro faceva capire di trovarsi nella Capitale[12].

Nella lettera recapitata l'8 aprile scaglia un vero e proprio anatema: «Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro».

La lettera scritta a Zaccagnini era indirettamente rivolta al PCI, in quanto c'era anche scritto: «I comunisti non dovevano dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che mi ero tanto adoprato a costruire.»[11].

Pochi mesi dopo l'uccisione dell'ostaggio copie di alcune lettere non ancora note furono trovate dagli uomini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa (ucciso dalla mafia nel 1982) in una casa che i terroristi utilizzavano a Milano (nota come «covo di via Monte Nevoso») mentre altre furono trovate nello stesso appartamento nel 1990, durante i lavori di ristrutturazione dell'abitazione.

Buona parte del mondo politico di allora riteneva, tuttavia, che Moro non avesse piena libertà di scrittura: le lettere sarebbero state da considerarsi, se non dettate, quantomeno controllate o ispirate dai brigatisti. Anche alcuni appartenenti al «comitato degli esperti» voluto da Cossiga, tra cui il criminologo Franco Ferracuti, in un primo tempo affermarono che Moro era stato sottoposto a tecniche di lavaggio del cervello da parte delle BR[26][27]. Certe affermazioni di Moro, per esempio i passaggi in cui parla di scambi di «prigionieri», al plurale, fanno supporre che le Brigate Rosse gli avessero lasciato intendere di non essere l'unica persona sequestrata. È possibile che l'ostaggio ritenesse che anche alcuni uomini della sua scorta o forse altre personalità rapite altrove, fossero nelle sue medesime condizioni e che quindi gli eventuali tentativi di accordo per la liberazione che cercava di portare avanti dovessero riguardare tutti gli ipotetici sequestrati[28]. Cossiga ammetterà tuttavia, anni dopo, di essere stato lui a scrivere parte del discorso tenuto da Giulio Andreotti in cui si affermava che le lettere di Moro erano da considerarsi «non moralmente autentiche»[29].

Giovanni Spadolini cercò di giustificare il tono e il contenuto delle lettere, sostenendo che erano state scritte sotto imposizione[30], ma dalle inchieste e dalle testimonianze è emerso che Moro non fu mai torturato o minacciato durante il sequestro[30], e a tal proposito Indro Montanelli criticò severamente le lettere scritte dal presidente democristiano durante la prigionia, affermando che «tutti a questo mondo hanno diritto alla paura. Ma un uomo di Stato (e lo Stato italiano era Moro) non può cercare d'indurre lo Stato ad una trattativa con dei terroristi che, oltre tutto, nel colpo di via Fani avevano lasciato sul selciato cinque cadaveri fra carabinieri e poliziotti»[31].

I comunicati e la trattativa[modifica | modifica wikitesto]

Muro con manifesto appeso all'indomani del rapimento.

Durante i 55 giorni del sequestro Moro le Brigate Rosse recapitarono nove comunicati con i quali, assieme alla risoluzione della direzione strategica, ossia l'organo direttivo della formazione armata, spiegarono i motivi del sequestro; questi erano documenti lunghi e a volte poco chiari. Nel comunicato n. 3 si lesse:

« L'interrogatorio, sui contenuti del quale abbiamo già detto, prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando; delineano con chiarezza i contorni e il corpo del "nuovo" regime che, nella ristrutturazione dello Stato Imperialista delle Multinazionali si sta instaurando nel nostro paese e che ha come perno la Democrazia Cristiana. »

E ancora:

« Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un'esplicita chiamata di "correità". »

Le Brigate Rosse proposero, attraverso il comunicato n. 8, di scambiare la vita di Moro con la libertà di alcuni terroristi in quel momento in carcere, il cosiddetto «fronte delle carceri», accettando persino di scambiare Moro con un solo brigatista incarcerato, anche se non di spicco, pur di poter aprire trattative alla pari con lo Stato[32]. Un riconoscimento venne comunque ottenuto quando Papa Paolo VI, amico personale di Moro, in data 22 aprile rivolse un drammatico appello pubblico col quale supplicava «in ginocchio» gli «uomini delle Brigate Rosse» di rendere Moro alla sua famiglia e ai suoi affetti, specificando tuttavia che ciò doveva avvenire «senza condizioni»[33].

La politica si divise in due fazioni: da una parte il fronte della fermezza, composto dalla DC, dal PSDI, dal PLI, e con particolare insistenza dal Partito repubblicano (il cui leader Ugo La Malfa proponeva il ripristino della pena di morte per i terroristi), che rifiutava qualsiasi ipotesi di trattativa, e il fronte possibilista, nel quale spiccavano Bettino Craxi, i radicali, la sinistra non comunista, i cattolici progressisti come Raniero La Valle, uomini di cultura come Leonardo Sciascia[11]. PCI e MSI, anche se con atteggiamenti diversi, erano gli estremi del «no» alla trattativa[12]. Tuttavia all'interno dei due schieramenti vi erano delle posizioni in dissenso con la linea ufficiale: una parte della DC era per il dialogo, tra cui il Capo di Stato Giovanni Leone (pronto a firmare richieste di Grazia) e il presidente del Senato Amintore Fanfani, nel PCI Umberto Terracini era per un atteggiamento «elastico», tra i socialdemocratici Giuseppe Saragat era in dissenso dalla posizione ufficiale del segretario Pier Luigi Romita, mentre tra i socialisti Sandro Pertini dichiarò di non voler assistere al funerale di Moro ma neppure a quello della Repubblica[11].

Secondo il fronte della fermezza, la scarcerazione di alcuni brigatisti avrebbe costituito una resa da parte dello Stato, non solo per l'acquiescenza a condizioni imposte dall'esterno, ma per la rinuncia all'applicazione delle sue leggi e alla certezza della pena; una trattativa coi rapitori inoltre avrebbe potuto creare un precedente per nuovi sequestri, strumentali al rilascio di altri brigatisti, o all'ottenimento di concessioni politiche, e, più in generale, una trattativa con i terroristi avrebbe rappresentato un riconoscimento politico delle Brigate Rosse; di contro la linea del dialogo avrebbe aperto alla possibilità di una rappresentanza partitica e parlamentare del loro braccio armato, e posto questioni di legittimità in merito alle loro richieste. I metodi intimidatori e violenti, e la non accettazione delle regole basilari della politica, ponevano il terrorismo al di fuori del dibattito istituzionale, indipendentemente dal merito delle loro richieste[34].

Prevalse il primo orientamento, anche in considerazione del gravissimo rischio di ordine pubblico e di coesione sociale che si sarebbe corso presso la popolazione, e in particolare, presso le Forze dell'Ordine, che in quegli anni avevano pagato un tributo di sangue già insostenibile a causa dei terroristi, anche perché durante i due mesi del sequestro le BR continuarono a spargere sangue nel Paese, uccidendo gli agenti di custodia Lorenzo Cotugno (a Torino, l'11 aprile) e Francesco De Cataldo (a Milano, il 20 aprile)[11]. Il tragico epilogo con cui si concluse il sequestro Moro anticipò comunque una presa di posizione definitiva da parte del mondo politico. Alcuni autori, tra cui il fratello di Moro, fecero notare alcune apparenti incongruenze nei comunicati delle BR. Un primo punto riguardò l'assenza di riferimenti al progetto di Moro di apertura del governo al PCI, questo nonostante il fatto che il rapimento fosse stato effettuato lo stesso giorno in cui questo governo doveva formarsi, e nonostante l'esistenza di comunicati precedenti e successivi agli eventi dove vi erano espliciti riferimenti e dichiarazioni di contrarietà al progetto da parte dei brigatisti. Anche una lettera indirizzata a Zaccagnini da parte di Moro, con un riferimento al progetto, venne fatta riscrivere in una forma in cui questo era omesso)[35].

Un secondo punto riguardava le continue rassicurazioni date nei comunicati da parte dei brigatisti secondo i quali tutto ciò che riguardava il «processo» a Moro e i suoi interrogatori sarebbe stato reso pubblico. Tuttavia, mentre nel caso di altri rapimenti, come quello del giudice Giovanni D'Urso, addetto alla direzione generale degli affari penitenziari, questa diffusione del materiale era stata effettuata, anche senza essere ribadita in maniera così forte e con materiale ben meno importante, nel caso Moro questa diffusione non si ebbe mai, e solo con la scoperta del covo di via Monte Nevoso a Milano diverrà pubblicamente noto, inizialmente in una versione ridotta, il memoriale Moro (presente solo in fotocopia) e alcune lettere inizialmente non diffuse. Gli stessi brigatisti hanno affermato di aver distrutto le bobine degli interrogatori e gli originali degli scritti di Moro, in quanto ritenuti non importanti, nonostante in questi vi fossero riferimenti all'organizzazione Gladio[36] e la connivenza di parte della DC e dello Stato nella strategia della tensione[37], che ben sembrano identificarsi con il tipo di rivelazioni che le Brigate Rosse andavano cercando[38].

Mentre Papa Paolo VI e il segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Waldheim continuarono ad appellarsi alle BR per la liberazione del prigioniero, Craxi incaricò Giuliano Vassalli per trovare, nei fascicoli pendenti, il nome di qualche brigatista che potesse essere rilasciato, in segno di buona condotta. Si pensò a Paola Besuschio, ex studentessa di Trento arrestata nel 1975: accusata di rapine «proletarie», sospettata d'aver ferito il consigliere democristiano Massimo De Carolis, era stata condannata a 15 anni e in quel momento era malata. Più tardi si pensò ad Alberto Buonoconto, un nappista anch'egli malato in carcere a Trani, ma le BR volevano che fossero scarcerati i membri ritenuti tra i più pericolosi (Ferrari, Franceschini, Ognibene, Curcio) e anche delinquenti comuni come Sante Notarnicola[11].

I comitati di crisi[modifica | modifica wikitesto]

Per fare fronte alla crisi causata dal rapimento di Moro ufficialmente furono istituiti dal Ministro dell'Interno Francesco Cossiga, lo stesso 16 marzo 1978, tre comitati di crisi[39]:

  • Un «comitato tecnico-politico-operativo», presieduto dallo stesso Cossiga e, in sua vece, dal sottosegretario Nicola Lettieri di cui facevano anche parte i comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, oltre ai direttori (da poco nominati) del Sismi e del Sisde, al segretario generale del Cesis, al direttore dell'UCIGOS e al questore di Roma.
  • Un «comitato informazione», di cui facevano parte i responsabili dei vari servizi: CESIS, SISDE, SISMI e SIOS.

Fu creato anche un terzo comitato, non ufficiale, denominato «comitato di esperti» che non si riunì mai collegialmente. Della sua esistenza si seppe solo nel maggio 1981, quando Cossiga ne rivelò l'esistenza alla Commissione Moro, senza però rivelarne le attività e le decisioni. Di questo organismo facevano parte, tra gli altri: Steve Pieczenik (funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di stato americano), il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, Vincenzo Cappelletti (direttore generale dell'Istituto per l'Enciclopedia italiana) e Giulia Conte Micheli[40][41].

Il 14 ottobre 1977 era stata approvata una legge che ristrutturava i servizi di sicurezza e divideva il SID in due parti: il SISDE e il SISMI, coordinati dal CESIS. Infine, il 31 gennaio 1978, Cossiga diede vita con un decreto all'UCIGOS[11].

Nonostante queste novità, nei mesi in cui maturò e fu eseguito il sequestro Moro non ci fu nessun servizio segreto predisposto a combattere l'eversione interna. I comitati agirono in base a norme superate: la pianificazione dei provvedimenti da adottare in caso di emergenza risaliva agli anni Cinquanta, e non era stata aggiornata neppure dopo la crescita allarmante del terrorismo. Ciò fu dovuto alla smobilitazione degli stessi servizi, alla rimozione dei migliori funzionari e ai facili permessi d'uscita concessi ai detenuti[42], e al fatto che nel Paese si era diffusa un'atmosfera di rassegnazione (se non di indulgenza) verso il terrorismo di sinistra[11], visto che nei processi gli autori di attentati ottenevano le attenuanti in quanto agivano «per motivi di particolare valore morale e sociale»[11], Prima Linea veniva considerata una semplice associazione sovversiva (anziché una banda armata)[11], mentre Magistratura democratica – o perlomeno l'ala romana[43] – nutriva ostilità verso lo Stato simpatizzando per i miti rivoluzionari[11]; al punto che il politologo Giorgio Galli affermò che il terrorismo era diventato «un fenomeno storico comprensibile (anche se non giustificabile) in una fase di trasformazione sociale ostacolata da una classe politica corrotta»[11].

Il rinvenimento del corpo[modifica | modifica wikitesto]

« Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato. »
(Dal comunicato n. 9.)
Ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani.

Dalle deposizioni rilasciate alla magistratura è emerso che non tutto il vertice brigatista fosse concorde con il verdetto di condanna a morte. Lo stesso Moretti telefonò direttamente alla moglie di Moro il 30 aprile 1978 per premere sui vertici della DC al fine di accettare la trattativa[32]: la telefonata fu ovviamente registrata dalle Forze dell'Ordine. La brigatista Adriana Faranda citò una riunione notturna tenuta a Milano e di poco precedente l'uccisione di Moro, ove ella e altri terroristi (Valerio Morucci, Franco Bonisoli[44] e forse altri) dissentirono, tanto che la decisione finale sarebbe stata messa ai voti[45].

Mario Moretti 04.04.81.jpg Valerio Morucci Brigate Rosse 76-79.jpg
Mario Moretti «Maurizio» telefonò il 30 aprile alla moglie di Moro. Valerio Morucci «Matteo» effettuò la telefonata finale del 9 maggio.

Il 3 maggio Morucci e Faranda incontrarono Moretti in piazza Barberini e ribadirono la loro contrarietà all'omicidio[12].

Il 9 maggio, dopo 55 giorni di detenzione, al termine di un «processo del popolo», Moro fu assassinato per mano di Mario Moretti, con la complicità di Germano Maccari[46][47][48][49]. Il cadavere fu ritrovato il giorno stesso in una Renault 4 rossa in via Caetani, in pieno centro di Roma.

Secondo quanto affermato dai brigatisti più di un decennio dopo l'omicidio, Moro fu fatto alzare alle 6:00 con la scusa di essere trasferito in un altro covo[50]. Franco Bonisoli ha invece raccontato che a Moro venne riferito di esser stato graziato (e quindi liberato), una bugia definita dallo stesso brigatista «pietosa», detta per «non farlo soffrire inutilmente»[12]: venne infilato in una cesta di vimini e portato nel garage del covo di via Montalcini. Fu fatto entrare nel portabagagli di una Renault 4 rossa targata Roma N57686 e venne coperto con un lenzuolo rosso. La vettura era stata rubata alcuni mesi prima[51]. Mario Moretti allora sparò alcuni colpi prima con una pistola Walther PPK calibro 9 mm x 17 corto e poi (dopo che la pistola si era inceppata) con una mitragliatrice Samopal Vzor.61 (nota come Skorpion) calibro 7,65mm, con cui sparò una raffica di 11 colpi che perforarono i polmoni dell'ostaggio, uccidendolo (per molti anni, fino alla confessione di Moretti, si pensò che a sparare fosse stato Prospero Gallinari). Alcune incongruenze riguardano le modalità dell'esecuzione: seppur la pistola che inizialmente venne adoperata per sparare a Moro poteva esser silenziata, difficilmente lo poteva essere la mitraglietta, in quanto il silenziatore non permette la soppressione totale del rumore.

Roma, via Caetani: la targa in ricordo di Aldo Moro nel luogo del ritrovamento del corpo.

Poi, una volta eseguito il delitto, l'auto con il cadavere di Moro fu portata da Moretti e Maccari in via Caetani, senza effettuare soste intermedie, vicino alla sede della DC e del PCI, dove fu lasciata parcheggiata circa un'ora dopo. All'ultimo tratto del percorso parteciparono su una Simca anche Bruno Seghetti e Valerio Morucci in funzione di copertura. Dopo aver perso tempo a ricercare un posto sicuro per telefonare e per contattare uno dei collaboratori di Moro, verso le 12:30 Valerio Morucci riuscì a effettuare la telefonata finale con il professor Francesco Tritto, uno degli assistenti di Moro, qualificandosi inizialmente come il «dottor Nicolai». Con un tono freddo, ma corretto chiese a Tritto, «adempiendo alle ultime volontà del presidente», di comunicare subito alla famiglia che il corpo del presidente si trovava nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, «i primi numeri di targa sono N5...», in via Caetani[52].

La telefonata al professor Tritto venne intercettata e quindi furono le Forze dell'Ordine che arrivarono per prime in via Caetani. Qualche minuto prima delle 14:00, i segretari di tutti i partiti politici sapevano che il cadavere ritrovato nella Renault rossa targata Roma N57686 era proprio quello di Aldo Moro. La morte risaliva, secondo i risultati autoptici, tra le 9:00 e le 10:00 della mattina stessa[53], orario però incompatibile con la ricostruzione data dai brigatisti (per cui l'esecuzione sarebbe avvenuta tra le 7:00 e le 8:00). È da notare che il buco di alcune ore tra l'abbandono dell'auto secondo la ricostruzione dei brigatisti e le prime telefonate di rivendicazione sono giustificate dai brigatisti con il fatto che nessuno dei tentativi di Morucci di contatto telefonico, per annunciare dove era possibile ritrovare il cadavere, con conoscenti e amici di Moro, effettuati prima della telefonata al professor Tritto, era andato a buon fine[53].

Alcune testimonianze hanno affermato che la macchina era stata portata in via Michelangelo Caetani nelle prime ore del mattino, tra le 7:00 e le 8:00 e abbandonata fino a quando gli assassini ritennero opportuno avvertire. Altre testimonianze, invece, affermarono di aver visto la Renault parcheggiata soltanto intorno alle 12:30 e non prima.

In un angolo del bagagliaio, dalla parte dov'è sistemata la ruota di scorta sulla quale poggiava la testa di Moro, c'erano anche le catene da neve, e qualche ciuffo di capelli grigi. Ai piedi del cadavere c'era una busta di plastica con un bracciale e l'orologio.

Il corpo di Moro, quando è stato estratto dagli artificieri, era ripiegato e irrigidito. Indossava lo stesso abito scuro del giorno del rapimento con la camicia bianca a righine, e la cravatta ben annodata; era macchiato di sangue (ma le ferite erano approssimativamente state tamponate con dei fazzolettini[54]), e nei risvolti dei pantaloni è stata trovata una notevole quantità di sabbia e di terriccio e alcuni resti vegetali (i brigatisti sosterranno poi durante i processi di aver appositamente sporcato le scarpe e i pantaloni di sabbia per depistare eventuali indagini sulla localizzazione del covo in cui Moro era tenuto prigioniero[55]). Sotto il corpo e sul tappeto dell'auto c'erano bossoli di cartucce. Furono trovate tracce di sabbia non solo nel risvolto dei pantaloni, ma anche nei calzini.

Il fratello di Aldo Moro, Carlo Alfredo, magistrato, in un suo libro[56] propone però una teoria secondo la quale l'ultima prigione di Moro non sarebbe stata quella di via Montalcini, ma sarebbe stata situata nei pressi di una località marina, basandosi sia sulla sabbia e sui resti vegetali trovati su Moro e sull'auto, sia sulle incongruenze dei tempi tra quanto dichiarato dai brigatisti e quanto rilevato dall'autopsia. Inoltre, secondo Carlo Alfredo Moro e altri, le conclusioni dell'autopsia sul corpo, che fu trovato in buone condizioni fisiche, soprattutto in merito al tono muscolare generale, lascerebbero supporre che Moro abbia avuto, durante la detenzione, una certa libertà di movimento e la possibilità di scrivere la numerosissima mole di documenti, prodotti durante la prigionia, in una situazione relativamente agevole (sedia e tavolo), condizione ben lontana da quella che si sarebbe avuta nei pochi metri quadrati concessogli nel covo di via Montalcini. Questi risultati dell'esame autoptico, unite ad alcune contraddizioni nelle confessioni tardive dei brigatisti lasciano comunque aperti molti dubbi sul luogo o sui luoghi in cui fu detenuto in prigionia Aldo Moro e sulle dimensioni anguste della presunta cella nella «prigione del popolo»[57] .

Sandro Pertini rende omaggio alla tomba di Aldo Moro (1982).

Il cadavere presentava un'altra ferita, su una coscia, una piaga purulenta mai curata. È probabile che fosse una ferita d'arma da fuoco ricevuta il giorno dell'agguato di via Fani[58].

In seguito al ritrovamento del cadavere Cossiga si dimise da Ministro dell'Interno, mentre la famiglia Moro rifiutò ogni celebrazione ufficiale con la seguente nota: «Nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso: nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia»[11].

Per segnare il decennale della morte di Moro, nell'aprile del 1988, quando già sembrava ormai sconfitto il partito armato, le Brigate Rosse colpirono ancora, uccidendo, nella sua casa di Forlì il Senatore democristiano Roberto Ruffilli, consigliere di Ciriaco De Mita sul tema delle riforme istituzionali.

Le conseguenze politiche[modifica | modifica wikitesto]

Francobollo commemorativo emesso nel 25º anniversario della morte di Moro.

Il Caso Moro segnò profondamente la storia italiana del dopoguerra. Con il suo assassinio si chiuse definitivamente la stagione del compromesso storico e, con esso, la formula dei governi di solidarietà nazionale.

Il progetto di alleanza con il PCI non era ben visto dai partner internazionali dell'Italia. Negli anni precedenti la sua uccisione, Aldo Moro (che ricoprì la carica di Presidente del Consiglio per l'ultima volta dal 1974 al luglio 1976) cercò di fornire rassicurazioni a Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania sulla fedeltà dell'Italia all'Alleanza Atlantica anche in seguito a un'eventuale ingresso del PCI al governo. Ma il 23 marzo 1976 i Capi di Stato riuniti a Portorico per il summit del G7 gli prospettarono la probabile perdita di aiuti internazionali se il PCI fosse entrato nel governo[59]. Proprio nel 1976 gli alleati della NATO temevano la vittoria del PCI alle elezioni sulla DC. Il sorpasso non si ebbe: alle elezioni politiche del 1976 la DC raccolse il 38,71% dei voti, mentre il PCI di Berlinguer si fermò al 34,37%. I due partiti, comunque, non furono mai così vicini prima di allora.

Il 16 marzo 1978, giorno del rapimento, il governo Andreotti IV ottenne la fiducia: votarono contro soltanto Partito Liberale Italiano, Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale, Partito Radicale e Democrazia Proletaria. L'esecutivo fu un monocolore DC che si resse grazie all'appoggio esterno dei comunisti (nell'esecutivo precedente si erano invece astenuti, formando il cosiddetto «governo della non sfiducia»).

Nel 1978 Aldo Moro sarebbe stato il probabile candidato DC alla presidenza della Repubblica. Sembra chiaro che, dal Quirinale, avrebbe favorito l'alleanza DC-PCI[60]. Eliminato Moro, le BR continuarono a demolire la corrente morotea all'interno della DC, colpendo o intimorendo in diverse città italiane i suoi dirigenti locali[61]. I vertici istituzionali del partito furono fatti segno di una campagna di stampa accusatoria: Giovanni Leone, presidente della Repubblica, fu costretto a dimettersi. Alle elezioni presidenziali vinse un socialista, Sandro Pertini. Perso il Quirinale, di lì a pochi anni la Democrazia Cristiana perse anche la presidenza del Consiglio.

Sandro Pertini conferì l'incarico a leader DC fino al 1981. In questi tre anni ottennero il mandato Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Arnaldo Forlani. Il governo Andreotti nacque con la formula della «solidarietà nazionale», ma già un anno dopo la sua funzione fu considerata esaurita. Si andò ad elezioni anticipate. Alla consultazione elettorale del 1979 la DC rimase stabile mentre il PCI subì un brusco arretramento[60], come era avvenuto alle elezioni amministrative del 14 maggio 1978[11]: questo esito segnò la fine dei governi di solidarietà nazionale e la possibilità di un'entrata dei comunisti nell'esecutivo[62].

Nel 1980 la DC si riunì a congresso: furono le prime assise dopo la morte di Aldo Moro. Prevalse una linea anti-comunista: Flaminio Piccoli divenne nuovo segretario sconfiggendo il candidato moroteo Benigno Zaccagnini. Accadde proprio ciò che Moro aveva previsto nelle sue lettere dal carcere: con lui fuori gioco, fu interrotto il rapporto con Enrico Berlinguer. Nessuno dei leader DC che guidarono il partito dopo la sua morte volle raccogliere l'eredità di Moro nel rapporto con i leader comunisti[61].

Nel 1981 Giovanni Spadolini ricevette da Pertini l'incarico di formare un nuovo esecutivo e ottenne la fiducia del Parlamento, diventando così il primo «laico» a guidare il Paese dal 1945. Negli anni successivi altri tre «laici» diventarono Presidenti del Consiglio: Bettino Craxi[63] (socialista, dal 1983 al 1987), Giuliano Amato (socialista, tra il 1992 e il 1993) e Carlo Azeglio Ciampi (indipendente, tra il 1993 e il 1994). La formula adottata fu quella del pentapartito.

La morte di Moro non colpì solo il sistema politico italiano. Anche l'apparato industriale pubblico subì le conseguenze della fine del presidente democristiano. L'industria di Stato, rinata nel dopoguerra in virtù di un compromesso tra democristiani e sinistra, raggiunse grandi dimensioni e diede un forte contribuito allo sviluppo del Paese. Dopo il 1992 fu smembrata e venne ceduta in gran parte alle banche d'affari internazionali[61].

Lo Stato sconfisse le BR senza ricorrere a leggi di emergenza e senza mediazioni politiche, ma con la giustizia ordinaria e le leggi vigenti. Furono istruiti regolari processi, con la presenza di avvocati in difesa dei brigatisti e la previsione dei gradi di appello. I brigatisti rifiutarono la difesa e il processo, proclamandosi prigionieri politici e invocando il diritto di asilo. Attraverso l'applicazione ai brigatisti della legge dello Stato come a qualunque cittadino, senza riconoscere alle BR uno «status privilegiato», anche la giustizia ordinaria contribuì al loro disconoscimento politico. Mario Moretti constatò che gran parte delle loro aspettative non ebbe successo, aggiungendo che quell'esperienza si era esaurita ed era irripetibile[11][12].

La DC rimase partito di governo fino al 1994: alle elezioni politiche del 1992 scese per la prima volta sotto il 30% dei voti a causa dell'avanzata della Lega Nord nell'Italia Settentrionale, e in seguito alle inchieste di Tangentopoli che coinvolsero anche i partiti alleati (più il PCI, rinominato PDS, coinvolto a livello locale) continuò a perdere consensi. All'inizio del 1994 il partito democristiano si sciolse, cambiando nome e diventando Partito Popolare Italiano.

I processi e le condanne[modifica | modifica wikitesto]

Cattura e condanne dei brigatisti partecipanti all'agguato di via Fani e/o al sequestro Moro[modifica | modifica wikitesto]

A distanza di pochi giorni dall'epilogo della tragedia si ebbero i primi arresti di brigatisti coinvolti nell'agguato di via Fani e all'uccisione di Moro. Furono arrestati: Enrico Triaca, un tipografo che s'era messo a disposizione di Mario Moretti, poi Valerio Morucci e Adriana Faranda[11].

Il 28 gennaio 1983 i giudici della Corte d'assise di Roma, al termine di un processo durato nove mesi, inflissero ai 63 imputati delle istruttorie Moro-uno e Moro-bis 32 ergastoli e 316 anni di carcere. Decisero anche quattro assoluzioni e tre amnistie. Furono applicate le norme di legge che concedevano un trattamento di favore ai collaboratori di giustizia, e furono riconosciute alcune attenuanti ai dissociati. Il 14 marzo 1985, nel processo d'appello, i giudici diedero maggior valore alla dissociazione (scelta fatta da Adriana Faranda e Valerio Morucci) cancellando 10 ergastoli e riducendo la pena ad alcuni imputati. Pochi mesi dopo, il 14 novembre, la Cassazione confermò sostanzialmente il giudizio d'appello[12].

Negli anni successivi furono celebrati tre nuovi processi (Moro-ter, Moro-quater e Moro-quinquies) che condannarono altri brigatisti per il loro coinvolgimento in azioni eversive svolte a Roma fino al 1982 e in alcuni risvolti del caso Moro[64].

Nei confronti dei brigatisti coinvolti direttamente nella vicenda furono emessi i seguenti giudizi:

  • Rita Algranati: ultima a essere catturata fra i terroristi coinvolti nel caso Moro, a Il Cairo nel 2004, sta scontando l'ergastolo. Fu la «staffetta» del commando brigatista in via Fani.
  • Barbara Balzerani: catturata nel 1985 e condannata all'ergastolo. In libertà vigilata dal 2006. In via Fani presidiava mitra alla mano l'incrocio con via Stresa e durante il sequestro occupava la base di via Gradoli 96 nella quale conviveva con Mario Moretti.
  • Franco Bonisoli: catturato nella base di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1º ottobre 1978, è stato condannato all'ergastolo e oggi è in semilibertà. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e alla conclusione del sequestro portò nel covo di Milano il memoriale e le lettere dello statista ritrovate in una prima tranche contestualmente al suo arresto e in una seconda tranche l'8 ottobre 1990.
  • Anna Laura Braghetti: arrestata nel 1980, condannata all'ergastolo, è in libertà condizionale dal 2002. Durante il sequestro non era ancora in clandestinità: era l'intestataria e l'inquilina «ufficiale», insieme con Germano Maccari, dell'appartamento di via Montalcini a Roma, tuttora l'unica prigione accertata di Moro.
  • Alessio Casimirri: fuggito in Nicaragua, dove gestisce il ristorante «La Cueva Del Buzo» a Managua specializzato in frutti di mare, è l'unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro né per altri reati. In via Fani presidiava con Alvaro Lojacono la parte alta della strada.
  • Raimondo Etro: catturato solo nel 1996, è stato condannato a 24 anni e 6 mesi, poi ridotti a 20 e 6 mesi. Non presente in via Fani, fu il custode delle armi usate nella strage.
  • Adriana Faranda: arrestata nel 1979, è tornata in libertà nel 1994 dopo essersi dissociata dalla lotta armata. Non è stata accertata in sede giudiziaria la sua presenza in via Fani, è stata la «postina» del sequestro Moro con Valerio Morucci.
  • Raffaele Fiore: catturato nel 1979 e condannato all'ergastolo, è in libertà condizionale dal 1997. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito.
  • Prospero Gallinari: già latitante (durante il sequestro Moro) per il sequestro del giudice Mario Sossi, è successivamente catturato nel 1979. Dal 1994 al 2007 ha ottenuto la sospensione della pena per motivi di salute, ottenendo gli arresti domiciliari. È deceduto il 14 gennaio 2013. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro era rifugiato nel covo brigatista di via Montalcini, unica prigione di Moro accertata in sede giudiziaria.
  • Alvaro Lojacono: fuggito in Svizzera non ha mai scontato un solo giorno di prigione né per il caso Moro né per l'omicidio dello studente Miki Mantakas ma soltanto per reati legati a traffici d'armi da e per la Svizzera, che non ha mai concesso la sua estradizione in Italia. In via Fani presidiava con Alessio Casimirri la parte alta della strada.
  • Germano Maccari: arrestato solo nel 1993, rimesso in libertà per decorrenza dei termini e poi riarrestato dopo aver ammesso il suo coinvolgimento nel sequestro, viene condannato a 30 anni, poi ridotti a 23, nell'ultimo processo celebrato sul caso Moro. È morto per aneurisma cerebrale nel carcere di Rebibbia il 25 agosto 2001. Insieme con Anna Laura Braghetti era l'inquilino «ufficiale» dell'appartamento di via Montalcini, unica prigione di Moro finora accertata, sotto il falso nome di «ingegner Altobelli».
  • Mario Moretti: catturato nel 1981 e condannato a 6 ergastoli. Dal 1994 è in semilibertà e lavora da oltre 14 anni per la Regione Lombardia. Capo della colonna romana delle Brigate Rosse, in via Fani era alla guida dell'auto che ha bloccato il convoglio di Moro e della scorta avviando l'imboscata. Nonostante alcune testimonianze oculari, non è stata accertato in sede giudiziaria che abbia sparato. Durante il sequestro occupava con Barbara Balzerani il covo di via Gradoli 96 e si recava quotidianamente a interrogare Moro nel luogo della sua detenzione e periodicamente a Firenze e Rapallo per riunioni con il comitato esecutivo dell'organizzazione terroristica.
  • Valerio Morucci: arrestato nel 1979 venne condannato a 30 anni dopo essersi dissociato dalla lotta armata. Rilasciato nel 1994, si occupa di informatica. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro è stato il postino delle Brigate Rosse insieme con la sua compagna Adriana Faranda.
  • Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all'ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell'aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata in seguito ad alcune irregolarità. È tuttora detenuto, e lavora per la cooperativa «32 dicembre» di Prospero Gallinari. In via Fani era alla guida dell'auto con la quale Moro venne portato via dopo l'agguato.

Le ipotesi[modifica | modifica wikitesto]

La morte di Moro è stata oggetto di diverse speculazioni e teorie. La stampa ad esempio ipotizzò, a seguito delle interviste ad alcuni brigatisti catturati, che le BR avessero puntato su Moro ritenendo che l'obiettivo precedentemente scelto dai terroristi, Giulio Andreotti, risultasse troppo protetto. Lo stesso Andreotti però smentì la fondatezza dell'assunto, pubblicamente raccontando che ogni mattina abitudinariamente si recava di buon'ora, a piedi e del tutto solo, a messa in una chiesa vicina alla sua abitazione; come obiettivo, affermò, era anche eccessivamente facile.

Anche il brigatista Valerio Morucci nelle sue deposizioni ai processi Moro ha affermato che l'obiettivo di colpire Andreotti fu abbandonato non per la protezione di cui godeva ma per il luogo estremamente centrale di Roma ove egli abitava che impediva, di fatto, qualsiasi tentativo di fuga del commando brigatista dopo l'eventuale agguato. Viepiù la scelta di rapire Aldo Moro con un'azione tanto clamorosa, secondo il Morucci, era dettata dall'impossibilità di compiere l'azione in altri luoghi frequentati dal presidente della DC.

Adriana Faranda, che partecipò alla preparazione del piano di sequestro, raccontò: «Moro, la mattina intorno alle nove, si recava nella chiesa di Santa Chiara per la messa. Partì una inchiesta massiccia e fu ideata una prima ipotesi di sequestro. Questa ipotesi non prevedeva l'uccisione della scorta, doveva effettuarsi all'interno della chiesa e con la diretta partecipazione di un nucleo di sette militanti Br. Era prevista una via di fuga che dall'interno della chiesa, passando per un corridoio di una scuola, arrivava in via Zandonai; perciò completamente fuori dalla vista di chi si trovava in piazza dei Giochi Delfici, su cui si affaccia la chiesa. Furono analizzate anche altre vie di fuga e tutte le strade che in automobile erano percorribili da via Zandonai fino ai luoghi più sicuri. Questo progetto venne abbandonato perché piazza dei Giochi Delfici si trova in una zona altamente militarizzata, e se ci si fosse accorti del sequestro in atto sarebbe potuto nascere un conflitto a fuoco che avrebbe coinvolto passanti e reso impossibile la fuga dei brigatisti coinvolti; nel piano, come copertura, si arrivava più o meno a venti persone»[12].

La colonna romana decise di intervenire bloccando l'auto di Moro lungo il percorso tra via Trionfale e la chiesa di Santa Chiara. Davanti alla chiesa Franco Bonisoli scoprì che l'auto non era blindata, così si decise di uccidere la scorta[12].

I brigatisti, inoltre, scartarono quasi subito l'ipotesi di rapire Moro all'Università per il sempre gran numero di studenti presenti.

Il possibile coinvolgimento della P2 e dei servizi segreti[modifica | modifica wikitesto]

Durante il sequestro, il giornalista Carmine Pecorelli aveva scritto più volte sulla rivista da lui diretta OP-Osservatore Politico che Roma «a duemila anni di distanza Roma avrebbe visto nuovamente le Idi di Marzo e la morte di Giulio Cesare...». Ciò in riferimento alla data di morte di Cesare (15 marzo 44 a.C.) e del rapimento di Moro (16 marzo 1978). Dopo la morte del presidente DC Pecorelli pubblicò un articolo intitolato Vergogna, buffoni!, sostenendo che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa si fosse recato da Andreotti dicendogli di conoscere la prigione di Moro, non ottenendo il via libera per il blitz a causa della contrarietà di una certa «loggia di Cristo in paradiso». La probabile allusione alla P2, organizzazione implicata in attività eversive, fu chiara soltanto dopo il ritrovamento della lista degli iscritti alla P2, avvenuto il 17 marzo 1981. In questa lista erano presenti i nominativi di diversi personaggi che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni sia durante il sequestro Moro che durante le indagini che seguirono. Alcuni erano stati promossi ai loro incarichi da pochi mesi o durante il sequestro stesso: tra questi il generale Giuseppe Santovito, direttore del SISMI, il prefetto Walter Pelosi, direttore del CESIS, il generale Giulio Grassini del SISDE, l'ammiraglio Antonino Geraci, capo del SIOS della Marina Militare, Federico Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio affari riservati del Ministero dell'interno, il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza e il generale Donato Lo Prete, capo di stato maggiore della stessa, il generale dei Carabinieri Giuseppe Siracusano (responsabile per quello che riguardava i posti di blocco effettuati nella Capitale durante le indagini sul sequestro, che vennero considerati ben poco efficaci dalla Commissione Moro)[65][66][67].

Stando a quanto riferito dal professor Vincenzo Cappelletti (uno degli esperti chiamati a formare i comitati durante il rapimento) alla commissione stragi, il professor Franco Ferracuti (uno dei sostenitori del fatto che Moro fosse stato colpito dalla sindrome di Stoccolma, che era anche un agente della CIA[68], e il cui nome risultò tra gli iscritti della P2 tessera 2137[69]) aderì alla loggia proprio durante il periodo del rapimento, su proposta del generale Grassini, per lo meno stando a quanto riferitogli dal Ferracuti stesso[70].

Licio Gelli ha affermato che la presenza di un elevato numero di affiliati alla loggia nei comitati non era dovuta a un coinvolgimento attivo della P2 nella questione, quanto al fatto che molte personalità di primo piano del tempo erano iscritte alla stessa, quindi era naturale che in questi comitati se ne trovassero diverse. Lo stesso Gelli affermò che alcuni degli iscritti presenti nei comitati probabilmente ignoravano il fatto che anche altri appartenessero alla stessa loggia P2[71].

Altro caso dubbio, che è stato dibattuto in numerose pubblicazioni sul caso Moro, è quello relativo alla presenza del colonnello Camillo Guglielmi del Sismi nelle vicinanze dell'agguato durante l'azione delle BR. La notizia della sua presenza nella Via Stresa, tenuta segreta inizialmente, verrà rivelata soltanto nel 1991 durante le indagini della Commissione Stragi, anche a seguito di una relazione presentata dal deputato di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani (allora membro della commissione) che riferiva di alcune testimonianze sul caso Moro e sul ruolo di Guglielmi come osservatore, da parte di un ex agente del SISMI (poi quasi totalmente smentite dal diretto interessato). Guglielmi affermerà di essere stato realmente in zona, ma perché invitato a pranzo da un collega che abitava nella vicina via Stresa. Secondo alcune pubblicazioni il collega, pur confermando il fatto che Guglielmi si fosse presentato a casa sua, negò che il suo arrivo fosse previsto[72]. Secondo alcune fonti (tra cui lo stesso Cipriani) Guglielmi avrebbe anche fatto parte di Gladio, tesi però fermamente smentita dallo stesso colonnello[73][74][75][76].

Indagini della DIGOS porteranno poi a scoprire che alcuni macchinari presenti nella tipografia utilizzata dai brigatisti per la stampa dei comunicati (da quasi un anno prima del rapimento), che era gestita da un brigatista (Enrico Triaca) e finanziata da Moretti, erano stati precedentemente di proprietà dello Stato: si trattava di una stampatrice AB-DIK260T, che era di proprietà del Raggruppamento Unità Speciali dell'Esercito (facente parte del SISMI) e che, seppur con un pochi anni di vita e un elevato valore, era stata venduta come rottame ferroso, e di una fotocopiatrice AB-DIK 675, precedentemente di proprietà del Ministero dei trasporti, acquistata nel 1969 e che, dopo alcuni cambi di proprietario, era stata venduta a Enrico Triaca[77][78][79].

Anche l'appartamento di via Gradoli[80] presenta alcune peculiarità. Innanzitutto fu affittato da Moretti sotto lo pseudonimo di Mario Borghi nel 1975, ma il contratto d'affitto tra «Borghi» e la controparte (Luciana Bozzi) non venne registrato. Inoltre, in quello stabile vivevano anche un confidente della polizia e diversi appartamenti erano intestati a uomini del SISMI. La palazzina fu perquisita dai Carabinieri del colonnello Varisco, ma venne saltato l'appartamento in oggetto, in quanto nel momento del controllo non risultava essere presente nessuno. Ad aggiungere ulteriori incertezze sul caso, diversa pubblicistica evidenzia che la signora Bozzi si scoprirà successivamente essere amica di Giuliana Conforto, nel cui appartamento furono arrestati i brigatisti Morucci e Faranda. Infine, Pecorelli, nel 1977, si burlò di Moretti indirizzando a Mario Borghi (residente in Via Gradoli) una cartolina da Ascoli Piceno[81] recante il messaggio «Saluti, brrrr»[82].

I tentativi dei palestinesi di proteggere l'autore del lodo Moro[modifica | modifica wikitesto]

La stazione dei servizi segreti di Beirut, guidata dal colonnello Stefano Giovannone, il 18 febbraio 1978 inviò a Roma un dispaccio della «Fonte 2000»: in esso[83] si riconferma la fedeltà del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina al lodo Moro nello stesso momento in cui si richiede di non farne menzione alla centrale OLP in Italia ed in cui si rivela che azioni terroristiche europee erano in preparazione in Italia.

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Argo 16 § L'utilizzo dell'aereo.

In ogni caso, in ben due lettere dalla prigionia Moro evoca il nome del colonnello Giovannone[84] e ne richiede il rientro in Italia: in quella a Flaminio Piccoli lo cita in rapporto alla «nota vicenda dei palestinesi» e in quella ad Erminio Pennacchini lo considera tra i protagonisti della soluzione per la quale «ai prigionieri politici dell'altra parte viene assegnato un soggiorno obbligato in Stato terzo»[85].

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di Bologna § Ipotesi alternative alla sentenza giudiziaria.

Nel giugno 2008, poi, il terrorista venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, detto «Carlos», in un'intervista all'agenzia di stampa ANSA, dichiarò che alcuni uomini del SISMI, guidati dal colonnello Stefano Giovannone (ritenuto vicino a Moro)[86], nella sera tra l'8 e il 9 maggio 1978, all'aeroporto di Beirut, tentarono un accordo per far liberare Moro: questo accordo avrebbe previsto la consegna di alcuni brigatisti incarcerati a uomini del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina sul territorio di un paese arabo. Secondo «Carlos» l'accordo, che vedeva i vertici del SISMI contrari e violava la direttiva del governo di non trattare, fallì perché l'informazione fuoriuscì dall'ufficio politico dell'OLP, probabilmente a causa di Bassam Abu Sharif, e da lì ne vennero informati i servizi di un Paese della NATO che ne informò a suo volta il SISMI. Il giorno dopo Moro venne ucciso. Sempre secondo il terrorista venezuelano gli ufficiali che avevano effettuato questo tentativo vennero allontanati dai servizi, costringendoli alle dimissioni o al pensionamento[87][88]. Lo stesso Carlos, a metà degli anni Ottanta, era stato indicato da Kyodo News, un'agenzia di stampa giapponese, in base a informazioni provenienti da una fonte non dichiarata, come uno dei possibili ispiratori del rapimento[89].

Quanto ai rapporti tra Giovannone ed il FPLP, essi risulterebbero asseverati anche da altre inchieste, come quella sulla sparizione di Graziella De Palo e Italo Toni[90].

Il possibile coinvolgimento dell'Autonomia[modifica | modifica wikitesto]

Nella seconda metà di aprile del 1978 due dirigenti del PSI, Claudio Signorile e Antonio Landolfi, s'incontrarono con Lanfranco Pace e Franco Piperno, due militanti di Autonomia Operaia in contatto con Faranda e Morucci: i due esponenti socialisti cercarono di trovare un compromesso per liberare Moro, che non avesse come passaggio obbligato la liberazione di terroristi detenuti. Antonio Savasta, brigatista diventato collaboratore di giustizia, ricordò: «C'era un tentativo politico da parte di Pace e Piperno di essere loro gli interlocutori verso lo Stato per conto della guerriglia e dei movimenti di massa che allora si erano sviluppati. Si diceva che questo tipo di trattative tra Pace e Piperno ed esponenti del Partito socialista italiano non poteva assolutamente interferire sul comportamento delle Brigate rosse perché le Brigate rosse tendevano ad una trattativa aperta con lo Stato.»[12].

L'ipotesi di collegamento tra Autonomia e BR con il delitto Moro si sviluppò l'anno successivo, in seguito agli arresti del 7 aprile: i magistrati padovani sostennero che a effettuare la telefonata del 30 aprile fosse stato Toni Negri, docente universitario e leader di A.O. Tuttavia nel 1980 i possibili collegamenti tra le due organizzazioni e il caso Moro caddero, anche grazie alle rivelazioni di Patrizio Peci, che scagionò Negri dall'accusa rivolta[91].

Il possibile coinvolgimento dell'URSS[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 1977 Sergej Sokolov, studente presso l'Università La Sapienza di Roma, avvicinò Moro per chiedergli di frequentare le sue lezioni. Nelle settimane successive, si fece notare per le domande sempre più indiscrete fatte agli assistenti circa l'auto e la scorta, tanto da suscitare anche qualche sospetto in Moro che raccomandò al suo assistente di rispondere vagamente a eventuali domande dello studente. Sergej Sokolov incontrò l'ultima volta Moro la mattina del 15 marzo. Da allora nessuno lo incontrò più. Nel 1999, in seguito allo scoppio dello scandalo Mitrokhin, si sospettò che Sergej Sokolov fosse in realtà Sergej Fedorovich Sokolov, ufficiale del KGB sotto copertura a Roma, dove iniziò a lavorare come corrispondente della TASS da Roma (report Impedian 83) nel 1981, ma che nel 1982 era stato richiamato in patria. Il senatore Paolo Guzzanti sostenne che almeno alcune tra le azioni delle Brigate Rosse furono richieste dal KGB. Guzzanti giunse a questa conclusione dopo aver presieduto per due anni la Commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin[92].

Nel maggio 1979 i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, due degli ideatori del sequestro, furono arrestati a Roma nell'appartamento di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, con il rinvenimento nell'abitazione della mitraglietta «Skorpion» (di marca cecoslovacca) usata da Moretti per assassinare Moro. Nel Dossier (report Impedian 142) si parlò di Giorgio Conforto come agente del KGB, nome in codice «Dario», capo rete dei servizi strategici del Patto di Varsavia, ma si disse anche che sia lui sia la figlia fossero estranei alle attività dei due terroristi e che, proprio in seguito alle indagini di cui sarebbe stato probabilmente oggetto dopo l'arresto dei brigatisti, i servizi sovietici decisero di «congelare» la sua attività di spia.

Francesco Cossiga durante la sua audizione alla Commissione Stragi sostenne che in un primo tempo era anche stato ipotizzato che il rapimento di Moro fosse stato effettuato su commissione dei servizi segreti degli Stati del Patto di Varsavia, ma che il comando NATO non riteneva che il politico potesse conoscere informazioni riservate sull'Alleanza Atlantica tali da considerare il suo rapimento un pericolo per la stessa (ma nel suo memoriale Moro parlerà di una struttura stay-behind, nota in Italia come organizzazione Gladio, la cui esistenza allora era ancora ufficialmente segreta). Cossiga sostenne che gli Stati Uniti, al contrario di altri Paesi alleati come la Germania Ovest, si rifiutarono di fornire all'Italia il supporto diretto delle loro agenzie di spionaggio, proprio per il fatto che il rapimento di Moro, a quanto ritenevano, non costituiva pericolo per gli interessi americani; gli Stati Uniti si limitarono quindi, su insistenza di Cossiga, a mandare in Italia Steve Pieczenik (a volte riportato come «Pieczenick»), ufficialmente uno psicologo dell'ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato statunitense, esperto in casi di rapimento, il quale riteneva si dovesse fingere una trattativa per poter proseguire le indagini e individuare i brigatisti che tenevano prigioniero Moro[93].

Altre persone, come pubblicato su un articolo di Panorama del 2005, invece affermano che almeno alcune azioni terroristiche delle Brigate Rosse erano state richieste dal KGB, il servizio segreto dell'Unione Sovietica. Tra questi Paolo Guzzanti, giunto a questa conclusione dopo aver presieduto per due anni la Commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin[94].

Il possibile coinvolgimento degli Stati Uniti[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni alcuni collaboratori di Moro hanno dichiarato che durante una visita a Washington, Moro ebbe un duro scontro con l'allora Segretario di Stato Henry Kissinger (contrario a un'eventuale entrata del PCI nel governo italiano)[95].

L'ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni il 5 luglio 2005, in un'intervista nella trasmissione Next di RaiNews24 disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani sia quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere d'aiuto nell'individuare i covi dei brigatisti. Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli Stati Uniti[96]:

« Pecorelli scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo che Moro doveva essere rapito il giorno prima [...] l'assassinio di Pecorelli potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare. »
(Intervista con Giovanni Galloni nella trasmissione Next.)

Lo stesso Galloni aveva già rilasciato dichiarazioni simili durante un'audizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998[97], in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli Stati Uniti del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici (il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dell'Europa da parte sovietica) gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro:

« Quindi, l'entrata dei comunisti in Italia nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, "life or death" come dissero, per gli Stati Uniti d'America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere. »
(Dichiarazioni di Giovanni Galloni, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 39ª seduta, 22 luglio 1998.)

La vedova di Aldo Moro, Eleonora Chiavarelli, ebbe modo di dichiarare al primo processo contro il nucleo storico delle BR, davanti al presidente Severino Santiapichi, che suo marito era inviso agli Stati Uniti fin dal 1964, quando venne varato il primo governo di centro-sinistra (Governo Moro I), e che più volte fosse stato «ammonito» da esponenti politici d'oltreoceano a non violare la cosiddetta «logica di Jalta»[98]. Le pressioni statunitensi sul marito, stante la deposizione della signora Moro, s'accentuarono dopo il 1973[98], quando Moro era impegnato nel suo progetto di allargamento della maggioranza di governo al PCI (compromesso storico). Nel settembre del 1974 fu il Segretario di Stato americano, a margine di una visita di Stato di Moro negli Stati Uniti, Henry Kissinger diede un monito ben chiaro allo statista DC avvertendolo della «pericolosità» di tale legame col PCI. E di nuovo, nel marzo 1976 gli avvertimenti si fecero più espliciti. Nell'occasione, egli fu avvicinato da un alto personaggio americano che lo apostrofò duramente.
Di fronte alla Commissione parlamentare d'inchiesta, la moglie di Moro rievocò così l'episodio: «È una delle pochissime volte in cui mio marito mi ha riferito con precisione che cosa gli avevano detto, senza svelarmi il nome della persona. [...] Adesso provo a ripeterla come la ricordo: 'Onorevole (detto in altra lingua, naturalmente), lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere'». Molte di queste teorie si basarono sull'ipotesi che la ricerca di un compromesso tra i partiti di governo e il Partito Comunista Italiano al fine di creare un governo di grande coalizione, stava profondamente disturbando quegli interessi (la cosiddetta Pax Americana). Questo, secondo alcuni osservatori, avrebbe considerato che[Verbo transitivo o intransitivo?] quanto accaduto a Moro poteva risultare vantaggioso per gli Stati Uniti.

Questa posizione era stata espressa per la prima volta nell'indagine Chi ha ucciso Aldo Moro? (1978), scritta dal giornalista statunitense Webster Tarpley e commissionata dal parlamentare della DC Giuseppe Zamberletti. Circa le parole riferite dalla moglie di Moro in seguito, durante una sua deposizione, secondo cui, prima del sequestro, «una figura politica statunitense di alto livello» disse ad Aldo Moro «o lasci perdere la tua linea politica o la pagherai cara», era da ricollegare al timore che in Italia si giungesse a una soluzione simile a quella del Cile che nel 1973 aveva subito un colpo di stato per opera del generale Augusto Pinochet, che aveva instaurato un'efferata dittatura militare. Il cambiamento era inteso come abbandono di ogni ipotesi di accordo con i comunisti. Alcuni ritengono che quella figura fosse Henry Kissinger, che già aveva parlato in termini molto diretti al Ministro degli Esteri Moro in un incontro a tu per tu nel 1974. Interpellato in merito, Kissinger ha smentito l'accaduto, a cominciare dalla data dell'ultimo diktat a latere di un meeting internazionale il 23 marzo 1976[99]. Si disse anche che Moro tenesse i contatti tra Enrico Berlinguer, segretario del PCI e Giorgio Almirante, segretario del MSI, rispettivamente i principali partiti di sinistra e di destra, con lo scopo – secondo questa ipotesi – di «raffreddare la tensione delle rispettive frange estremiste» (Brigate Rosse e Nuclei Armati Rivoluzionari), l'esatto opposto di quanto volevano gli strateghi della tensione. Di certo, tra Berlinguer e Almirante ci furono contatti personali e stima personale (come dimostrato dalla presenza di Almirante ai funerali di Berlinguer nel 1984, presenza ricambiata da Alessandro Natta ai funerali di Almirante nel 1988)[100].

Nel 2013 l'esperto statunitense Steve Pieczenik, che ufficialmente coordinava il collegamento tra i servizi segreti americani e gli omologhi italiani, ribadì in un'intervista concessa a Gianni Minoli su Radio 24 le rivelazioni precedentemente esposte nel 2008 in un suo libro, ovvero che il suo reale compito fosse quello di «manipolare alla distanza i terroristi italiani così da far in modo che le BR uccidessero Moro a ogni costo». Il PM romano Luca Palamara ha fatto acquisire agli atti il libro, del 2008, e l'intervista, del 2013, da parte della DIGOS. Le parole del consulente statunitense sono state inserite nel fascicolo processuale aperto sulla base di un esposto di Ferdinando Imposimato, avvocato che all'epoca dei fatti (1978) ricopriva la carica di Giudice istruttore. Nell'articolo del quotidiano veronese L'Arena si legge testualmente circa Imposimato: «Moro poteva esser salvato ed il covo di Via Montalcini – dov'era tenuto prigioniero lo statista – era monitorato da tempo dalle Forze dell'Ordine, ma il blitz per liberare l'esponente della DC, nonostante fosse stato preparato nei minimi dettagli, saltò all'ultimo momento». E ancora: «Steve Pieczenik costituisce un personaggio chiave in grado di fornire informazioni utili al fine di squarciare i veli ancora nebulosi ed oscuri che gravano sul Caso Moro». Palamara, che procede con un fascicolo contro ignoti, si dice particolarmente interessato alla versione resa da Steve Pieczenik, specialmente quando afferma: «Temevo, ma anche mi aspettavo, che le BR si rendessero effettivamente conto dell'errore che stavano per compiere uccidendo l'ostaggio, e che – alla fine – liberassero Moro rinunciando alla contropartita, mossa questa che avrebbe fatto fallire il mio piano e di cui io solo avrei dovuto render conto ai miei superiori: fino alla fine ho avuto il terrore che liberassero effettivamente il politico. Il sacrificio della vita di Moro era necessario».

Al vaglio del PM Palamara si trova pure un altro particolare della vicenda, il cosiddetto «giallo di via Caetani»[101]. Esso concerne l'ora in cui fu trovato, il 9 maggio 1978, il cadavere di Moro nella Renault 4 rossa in via Michelangelo Caetani. Il tutto nasce dal fatto che la telefonata brigatista di rivendicazione dell'omicidio arrivò alle ore 12:30, ma due artificieri, tra i primi a esser accorsi sul luogo, hanno spostato di un'ora e mezzo in avanti il momento di ritrovamento del corpo. Nella loro testimonianza, essi concordano che alle 11:00 in punto di quella fatidica mattina essi giunsero in via Caetani e vi trovarono già presenti l'allora Ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Questa versione dei fatti è già stata smentita da due testimoni: l'ex giornalista della Rai Franco Alfano, presente al momento dell'apertura del bagagliaio dell'auto, il quale sottolinea che l'ora del ritrovamento è quella conosciuta, e l'attrice Piera Degli Esposti. Quest'ultima, in un'intervista rilasciata al TG5 il 6 luglio 2013, dichiarò d'aver trascorso buona parte di quella mattina in via Caetani per motivi di lavoro e di non aver notato alcunché di quanto indicato dai due artificieri. Anche queste testimonianze sono state inserite nel fascicolo processuale.

Il possibile coinvolgimento di Israele[modifica | modifica wikitesto]

È stata proposta anche l'ipotesi che le Brigate Rosse fossero infiltrate, già nel 1974, da agenti segreti di Israele. Alberto Franceschini riportò una confidenza[102] fattagli durante l'ora d'aria nel carcere di Torino da Renato Curcio, secondo cui Mario Moretti era probabile fosse un infiltrato nell'organizzazione terroristica. Franceschini affermò inoltre che «quando rapimmo Mario Sossi, nel '74, eravamo in dodici. Esser in undici a dover gestire un rapimento complesso come quello di Moro mi sembra quanto meno azzardato»[senza fonte]. Mario Moretti prese in mano le redini dell'organizzazione proprio al momento della cattura di Franceschini e di Curcio, imprimendo all'organizzazione una struttura di tipo «paramilitare» e cominciando la guerra aperta contro lo Stato. Curcio smentì l'ex compagno e molti altri appartenenti all'organizzazione insurrezionale confutarono le parole di Franceschini a vario titolo. Lo stesso Moretti, in un'intervista televisiva del 1990, affermò di non aver mai visto un israeliano in vita sua[12], aggiungendo che fosse sbagliato pensare che il cambio della strategia brigatista fosse dipeso dall'arresto di alcuni militanti[103].

Il falso «comunicato n. 7» e la scoperta del covo di via Gradoli[modifica | modifica wikitesto]

Un mese dopo il sequestro, il giorno 18 aprile[104], fu rinvenuto, nascosto nel cestino dei rifiuti di un bar in piazza Indipendenza, il «comunicato n. 7» delle BR. In esso si annunciava la morte dell'ostaggio e la sua sepoltura non lontano dal Lago della Duchessa, al confine tra il Lazio e l'Abruzzo. Anche se agli inquirenti il volantino apparve poco credibile (perché scritto con linguaggio e strumenti inconsueti) furono fatte partire numerose Forze dell'Ordine per il luogo della presunta sepoltura: attorno alla riva il manto di neve era intatto, ma l'ordine di sospendere le ricerche fu dato solo due giorni dopo, quando le BR fecero trovare a Genova, Milano e Torino le copie del vero comunicato, in cui veniva dato un ultimatum di 48 ore al Governo e alla DC[12], con allegata una foto di Aldo Moro con una copia del quotidiano la Repubblica del 19 aprile, per dimostrare che il politico era ancora vivo e che la notizia della sua uccisione era falsa.

A scrivere il falso comunicato fu Antonio Chichiarelli, falsario legato alla Banda della Magliana, amico di neofascisti dei NAR e confidente dei servizi segreti, ucciso nel settembre 1984 in circostanze rimaste misteriose[12]. È da notare che lo stesso Chichiarelli parlò del comunicato a diverse persone, tra cui Luciano Dal Bello, informatore dei Carabinieri e del SISDE[105], che riferì la questione a un maresciallo dei Carabinieri, senza che tuttavia alla segnalazione fossero seguite indagini su Chichiarelli.

Le BR interpretarono quel falso comunicato come un'impossibilità di effettuare scambi di prigionieri con lo Stato. Lo rivelò Enrico Fenzi ai giudici della Corte d'assise di Roma: «Secondo le Brigate rosse, il comunicato del Lago della Duchessa era un falso del governo, della polizia, insomma del potere... ed era il segnale chiaro e inequivocabile che nessuna trattativa era possibile... che lo Stato non avrebbe mai trattato per Moro»[12].

Nello stesso giorno le Forze dell'Ordine scoprirono a Roma un appartamento in via Gradoli 96 usato come covo delle Brigate Rosse: la scoperta, avvenuta a causa di una perdita d'acqua per cui erano stati chiamati i Vigili del fuoco, si rivelerà essere causata invece da un rubinetto della doccia lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso un muro, quasi a voler far scoprire il covo, che era usato abitualmente dal brigatista Mario Moretti (il quale avrà notizia della scoperta dai giornali, che la riporteranno subito, e non vi farà ritorno). Moretti aveva affittato l'appartamento nel 1975, con l'identità dell'«ingegner Mario Borghi», e da allora l'aveva usato abitualmente (si è poi scoperto che oltre a Moretti vi hanno abitato per qualche mese anche Adriana Faranda e Valerio Morucci)[12]. La Polizia, durante la perquisizione, trovò tra l'altro la targa originale della 128 bianca usata per il tamponamento di via Fani[11].

Successivamente alla scoperta del covo vennero resi noti alcuni fatti molto particolari. Lo stabile in cui si trovava questo covo era stato già perquisito il 18 marzo, pochi giorni dopo il rapimento, nell'ambito di un controllo di alcuni appartamenti della zona, che venivano abitualmente affittati per brevi periodi[106], ma non essendoci nessuno dentro l'appartamento, gli agenti se n'erano andati senza controllarlo[67][107][108]. La vicina di casa, nel confermare che lì vi abitava «una persona distinta, forse un rappresentante, che usciva la mattina e tornava la sera tardi» (come riferirà in aula il sottufficiale incaricato del controllo), avrebbe consegnato una comunicazione destinata al dott. Elio Cioppa, vice capo della Squadra Mobile romana[67], in cui affermava che la sera prima aveva sentito dei rumori anomali, simili al codice Morse provenire dall'appartamento, ma sia il funzionario sia il sottufficiale che diresse l'operazione negarono di averlo mai ricevuto[106][107][108][109]. Nella relazione di minoranza della commissione di inchiesta sulla Loggia P2, venne fatto notare che il dott. Elio Cioppa poco tempo dopo l'uccisione di Moro venne promosso a vicedirettore del SISDE, guidato allora dal generale Giulio Grassini, iscritto alla loggia, e che pochi mesi dopo anche Cioppa sarebbe entrato a far parte della medesima[67]. La stessa vicina che aveva avvertito i rumori provenienti dall'appartamento, Lucia Mokbel, ufficialmente studentessa universitaria di origine egiziana che conviveva con il suo compagno Gianni Diana, viene indicata in diverse inchieste giornalistiche come rivelatasi poi essere impiegata come informatrice dal SISDE[110] o dalla Polizia[111]. Il verbale della perquisizione, presente agli atti del processo Moro, risulta essere stato scritto su fogli intestati «Dipartimento di Polizia», notazione che però cominciò a essere impiegata solo dal 1981, tre anni dopo la data in cui questi controlli sarebbero avvenuti[110].

Col passare del tempo divennero note altre notizie relative al covo e alla zona: nella stessa via, prima e dopo il sequestro Moro, erano presenti numerosi appartamenti utilizzati da agenti e aziende di copertura al servizio del SISMI[112] (tra cui un sottufficiale dei carabinieri in forza al SISMI, residente al numero 89, nell'edificio di fronte al 96, che era compaesano di Moretti)[111] e l'appartamento stesso era già stato segnalato e tenuto sotto controllo dall'UCIGOS da diversi anni (quindi era noto alle istituzioni), in quanto frequentato precedentemente anche da esponenti di Potere operaio e Autonomia Operaia[109][113][114]. Si è scoperto che anche il deputato democristiano Benito Cazora, nei suoi contatti avuti con esponenti del 'Ndrangheta e della malavita calabrese nel tentativo di trovare la prigione di Moro, era stato avvertito che la zona di via Gradoli (per la precisione l'informazione era stata data in automobile, fermi all'incrocio tra la via Cassia e via Gradoli) era una «zona calda» e che questo avvertimento era stato comunicato sia ai vertici della Democrazia Cristiana che agli organi di Polizia[114][115][116].

Relativamente alla scoperta del covo, i brigatisti successivamente catturati hanno sempre parlato di una casualità, dovuta al rubinetto della doccia lasciato aperto per sbaglio, e hanno affermato che non erano a conoscenza del fatto che il covo fosse sotto controllo da parte dell'UCIGOS[24][113].

La foto allegata al vero comunicato n. 7: Aldo Moro con una copia del quotidiano la Repubblica del 19 aprile 1978.

Steve Pieczenik, l'esperto di terrorismo del Dipartimento di Stato americano, in un'intervista concessa quasi 30 anni dopo il sequestro, ha affermato che l'idea del falso comunicato era stata presa durante una riunione del comitato di crisi a cui erano presenti, tra gli altri, lui, Cossiga, alcuni esponenti dei servizi e il criminologo Franco Ferracuti, con lo scopo di preparare l'opinione pubblica italiana ed europea al probabile decesso di Moro durante il sequestro, ma di ignorare poi come la cosa sia stata realizzata concretamente[117][118].

La seduta spiritica[modifica | modifica wikitesto]

Romano Prodi, Mario Baldassarri e Alberto Clò hanno avuto un ruolo mai del tutto chiarito nel reperimento delle indicazioni su un possibile luogo di detenzione e resta tuttora alquanto oscura la vicenda della loro presunta seduta spiritica con il «piattino» effettuata il 2 aprile 1978, da cui sarebbero scaturite prima alcune parole senza senso, poi le parole Viterbo, Bolsena e Gradoli, quest'ultima («Gradoli») che appunto coincideva con il nome della strada in cui si trovava il covo impiegato da Moretti.

Il 10 giugno 1981 Romano Prodi, interrogato dalla Commissione Moro dichiarò:

« Era un giorno di pioggia, facevamo il gioco del piattino, termine che conosco poco perché era la prima volta che vedevo cose del genere. Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Nessuno ci ha badato: poi in un atlante abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno sapeva qualcosa e visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa. Se non ci fosse stato quel nome sulla carta geografica, oppure se fosse stata Mantova o New York, nessuno avrebbe riferito. Il fatto è che il nome era sconosciuto e allora ho riferito. »

L'informazione fu ritenuta attendibile dal momento che, quattro giorni dopo, il 6 aprile, la questura di Viterbo, su ordine del Viminale, organizzò un blitz armato nel borgo medievale di Gradoli, vicino Viterbo, alla ricerca della possibile prigione di Moro.

La vedova di Moro dichiarò di aver più volte indicato agli inquirenti l'esistenza di una via Gradoli a Roma, senza che questi estendessero le ricerche anche a questa, (gli inquirenti avrebbero asserito che non esisteva una simile strada negli stradari di Roma[119])[12]. Questa circostanza è stata confermata anche da altri parenti, ma è stata energicamente smentita da Francesco Cossiga, all'epoca dei fatti Ministro dell'Interno[114].

La questione sulla seduta spiritica venne riaperta nel 1998 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e le stragi: l'allora Presidente del Consiglio Prodi, dati gli impegni politici di poco precedenti alla caduta del suo governo nell'ottobre 1998, si disse indisponibile per ripetere l'audizione; si dissero disponibili Mario Baldassarri[120] (senatore di AN, viceministro per l'Economia e le Finanze dei governi Berlusconi II e Berlusconi III, al tempo del rapimento di Moro docente presso l'Università di Bologna) e Alberto Clò[109] (economista ed esperto di politiche energetiche, Ministro dell'Industria nel governo Dini e proprietario della casa di campagna dove avvenne la seduta spiritica, al tempo del rapimento di Moro assistente e poi docente di economia all'Università di Modena), anche loro presenti alla seduta spiritica. Entrambi, pur ammettendo di non credere allo spiritismo e di non aver più effettuato sedute spiritiche dopo quella, confermarono la genuinità del risultato della seduta e dichiararono che né loro né, per quanto ne sapevano, nessuno dei presenti (partecipanti al gioco del piattino o meno, oltre a loro tre erano presenti il fratello di Clò, le relative fidanzate, e i figli piccoli dei commensali) aveva conoscenze nell'ambiente dell'Autonomia bolognese o negli ambienti vicini alle BR. Alla critica relativa al fatto che qualcuno dei presenti avrebbe potuto guidare il piattino, Clò sostenne che la parola «Gradoli», così come «Bolsena» e «Viterbo», si erano formate più volte e con partecipanti diversi.

Le possibili infiltrazioni mafiose[modifica | modifica wikitesto]

È stata prospettata la possibilità che elementi della 'Ndrangheta fossero coinvolti nell'agguato di via Fani e nel sequestro. È quanto emergerebbe da una telefonata tra il segretario di Moro, Sereno Freato, e Benito Cazora, deputato della DC; quest'ultimo era entrato in contatto con un certo «Rocco», poi identificato in Salvatore Varone, che aveva dichiarato di essere a conoscenza, tramite la malavita, dell'ubicazione della prigione di Moro che egli si offriva di rivelare in cambio di favori alle norme di confino alle quali era sottoposto[121]. Il 18 aprile Varone ritornò in contatto con Cazora e richiese una foto originale di via Fani in cui egli riteneva potesse essere identificato un suo parente. Cazora ne parlò quindi a Freato ma non riuscì a ottenere la foto; non è chiaro a quale foto ci si riferisse. Inoltre Cazora non riuscì neppure a ottenere per Varone i benefici richiesti ottenendo un rifiuto sia dai funzionari ministeriali, sia da Giuseppe Pisanu, sia dal ministro Cossiga. Nonostante questo Varone diede alcune indicazioni sulla possibile prigione di Moro che però, nonostante gli accertamenti compiuti dalle autorità, si rivelarono completamente inutili[122].

Tommaso Buscetta raccontò che Salvo Lima e i cugini Salvo, su ordine di Giulio Andreotti, interessarono il boss mafioso Stefano Bontate per cercare la prigione di Moro: Bontate allora incaricò lo stesso Buscetta, all'epoca detenuto, di contattare gli esponenti delle Brigate Rosse in carcere per avere informazioni e cercò la mediazione di Giuseppe Calò, per via dei suoi legami con la banda della Magliana. Calò però chiese a Bontate di interrompere le ricerche, in quanto tra gli esponenti della DC non vi sarebbe più stata la volontà di cercare di liberare Moro[55]. Dalla testimonianza di Francesco Marino Mannoia Bontate aveva convocato Calò per chiedere il suo intervento al fine di liberare Moro[123], ma il boss rispose dicendo che Cosa nostra non avrebbe avuto alcun interesse a muoversi. All'insistenza di Bontate, Calò avrebbe scosso le spalle, rispondendo: «Stefano, ma ancora non l'hai capito che sono proprio loro, gli uomini del suo stesso partito, a non voler affatto che sia liberato... ?!». Infatti, sempre secondo Buscetta, Andreotti, che in un primo momento si era adoperato a cercare Moro, era stato indotto a cambiare ogni iniziativa dalla notizia che il prigioniero stava collaborando con le Brigate Rosse e gli stava rivolgendo pesanti accuse[123][124].

Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, ha riferito a partire dal 1990, in modo confuso e variando più volte il suo racconto dei fatti, che egli si attivò per ricercare la prigione di Moro e sarebbe entrato in contatto con l'esponente della Banda della Magliana Franco Giuseppucci. Questi dopo qualche giorno avrebbe riferito a Cutolo che Nicolino Selis, altro membro della banda, sarebbe stato a conoscenza del luogo, che si sarebbe trovato vicino a un appartamento che egli utilizzava come nascondiglio di emergenza. Cutolo avrebbe quindi comunicato all'avvocato Francesco Gangemi di poter aprire una trattativa; a dire del capo della Camorra, l'avvocato avrebbe a sua volta contattato dei politici o ambienti del Ministero dell'Interno. Il boss esplicitò che i servizi segreti italiani e non i servizi segreti deviati avevano posto il veto all'intermediazione per la salvezza dell'allora presidente della Democrazia Cristiana. Nella testimonianza di Cutolo, avendo egli preso contatti con Roma per tramite di un suo avvocato, gli fu chiesto di starsene da parte e di non impicciarsi nella faccenda. Valerio Morucci ha completamente screditato davanti alla Commissione Stragi questo confuso racconto: il brigatista ha evidenziato come i militanti dell'organizzazione fossero all'apparenza «gente normalissima in giacca e cravatta», completamente estranei all'ambiente della malavita e quindi molto difficilmente identificabili da parte della banda della Magliana. Morucci concluse: «Non eravamo una banda criminale... non ci incontravano sotto i lampioni... non facevamo traffici strani... non vedo come la banda della Magliana o chicchessia potesse individuare le brigate Rosse»[125].

Stando a quanto riferito da alcuni collaboratori di giustizia, le varie mafie italiane in un primo momento si interessarono alla questione, cercando di operare per la liberazione di Moro e/o per individuare il covo dove veniva tenuto prigioniero, anche su richiesta di alcuni interlocutori appartenenti alle istituzioni, ma dalla metà di aprile questi tentativi vennero interrotti da richieste opposte (le due posizioni non furono comunque condivise da tutti i gruppi e causarono una spaccatura all'interno di Cosa nostra tra i Corleonesi, contrari a portare avanti i tentativi di individuare la prigione di Moro, e i palermitani). Secondo quanto riportato durante uno dei processi dal giornalista Giuseppe Messina, uno dei suoi contatti con la mafia siciliana gli aveva comunicato che l'organizzazione aveva cambiato opinione sulla liberazione di Moro, in quanto questi voleva un governo aperto al PCI e questo era in contrasto con l'anticomunismo della mafia stessa[126].

Il 15 ottobre 1993 Saverio Morabito, un collaboratore di giustizia della 'Ndrangheta, ha dichiarato che in via Fani sarebbe stato presente anche Antonio Nirta, appartenente alla mafia calabrese e infiltrato nel gruppo brigatista[127]. Secondo Morabito, inoltre, Nirta sarebbe stato anche un confidente dei Carabinieri in contatto con il capitano Francesco Delfino; egli avrebbe acquisito queste informazioni nel 1987 e nel 1990 da due malavitosi, Paolo Sergi e Domenico Papalia. Sia Delfino sia Nirta hanno poi smentito queste affermazioni; inoltre le presunte rivelazioni del Morabito non sono supportate da altre fonti e sono state ritenute dalla Commissione Stragi «non ancora supportate da adeguati riscontri»[128].

La commissione parlamentare d'inchiesta del 2015 sul caso Moro nella sua prima relazione resa pubblica il 10 dicembre 2015 emerge sia la probabile connessione con un'arma dei mafiosi calabresi presente durante il sequestro sia i presunti contatti per trovare l'ubicazione di Moro salvo poi dopo la richiesta di non interessarsene più. In questo stesso periodo il boss camorrista Raffaele Cutolo confessa che durante la sua detenzione con un boss di spicco della 'ndrangheta gli sarebbero statr rivelati contatti tra i criminali calabresi e le brigate rosse. La commissione parlamentare in merito a ciò conferma che durante la detenzione Cutolo era in carcere con un boss di 'ndrangheta compatibile con quanto da lui raccontato[129][130].

Il ruolo di Carmine Pecorelli[modifica | modifica wikitesto]

Il giornalista Carmine Pecorelli, che apparentemente godeva di numerose conoscenze all'interno dei servizi segreti[131], nella sua agenzia di stampa Osservatore Politico (OP) si occupò più volte sia del rapimento Moro, sia della possibilità che Moro potesse essere in qualche modo bloccato nel suo tentativo di aprire il governo al PCI[132].

Il 15 marzo, il giorno prima del rapimento, la sua OP pubblica un articolo sibillino che, citando l'anniversario delle Idi di marzo e collegandolo con il giuramento del governo Andreotti, farebbe riferimento a un possibile nuovo Bruto (uno degli assassini di Cesare)[133].

Successivamente, durante la prigionia di Moro, Pecorelli nei suoi articoli dimostra di conoscere l'esistenza del memoriale (mesi prima del suo ritrovamento), di alcune lettere ancor prima che venissero rese pubbliche. Ipotizza la presenza di due gruppi all'interno delle BR, uno trattativista e uno invece deciso a uccidere comunque Moro, e fa trapelare il sospetto che il gruppo che ha materialmente effettuato l'agguato in via Fani non sia poi lo stesso che l'aveva pianificato e stava gestendo anche il sequestro («Aspettiamoci il peggio. Gli autori della strage di via Fani e del sequestro di Aldo Moro sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello. I killer mandati all'assalto dell'auto del presidente potrebbero invece essere manovalanza reclutata in piazza. È un particolare da tenere a mente») escludendo peraltro che il gruppo storico delle BR (Curcio e altri già arrestati) avesse a che fare con il rapimento[133].

Sul ritrovamento del covo di via Gradoli Pecorelli fece notare come, al contrario di quanto ci si sarebbe aspettato dai brigatisti, nel covo tutte le possibili prove della presenza di questi era in bella mostra. Sui possibili mandanti evidenzia come il progetto di apertura dal governo al PCI di Berlinguer, tra i principali sostenitori dell'Eurocomunismo, sarebbe stato mal visto sia dagli Stati Uniti (per via del fatto che avrebbe cambiato gli equilibri di potere sia nazionali sia internazionali), sia dall'URSS (dato che avrebbe dimostrato che un partito comunista poteva andare al governo in maniera democratica e senza essere diretta emanazione del PCUS di Mosca)[133].

Il 20 marzo 1979 Pecorelli fu ucciso a colpi d'arma da fuoco davanti alla sua abitazione. Nel 1992 Tommaso Buscetta rivelò che l'uccisione fu eseguita dalla mafia – con la manovalanza romana della Banda della Magliana – per «fare un favore ad Andreotti», preoccupato per certe informazioni sul caso Moro: Pecorelli avrebbe ricevuto dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa (di cui si conosce una domanda di adesione alla P2, ma apparentemente senza seguito) copia degli originali delle lettere di Aldo Moro che contenevano pesanti accuse nei confronti di Giulio Andreotti, e vi avrebbe alluso in alcuni articoli di OP.

Della circolazione in quegli anni a Roma di una versione integrale delle lettere di Moro scoperte dai Carabinieri nel covo milanese di via Monte Nevoso (delle quali solo un riassunto fu nell'immediato reso pubblico, il cosiddetto Memoriale Moro, mentre il testo integrale riaffiorò solo nel 1990 durante una ristrutturazione dell'appartamento che aveva ospitato il covo) fu prova un episodio verificatosi qualche anno dopo: al congresso socialista di Verona del 1983 Bettino Craxi diede lettura di una lettera di Aldo Moro, pesantemente critica verso i suoi compagni di partito, il cui testo non risultava da nessuno degli atti pubblicati fino a quel momento; la cosa fu considerata una sottile minaccia – nell'ambito della guerra sotterranea tra la DC e il PSI – e produsse animate critiche che raggiunsero anche l'ambito parlamentare[134].

Lo storico Giuseppe Tamburrano, nel 1993, espresse dei dubbi su quanto detto dai collaboratori di giustizia, poiché dopo aver confrontato i due memoriali (quello «amputato» del 1978 e quello «completo» del 1990) notò che le accuse di Moro rivolte ad Andreotti erano le stesse, per cui quest'ultimo non aveva nessun interesse a ordinare l'omicidio di Pecorelli, che non poteva minacciarlo di pubblicare cose già note e di pubblico dominio[36][135].

Nel processo a suo carico, Andreotti in primo grado fu assolto per non aver commesso il fatto[136], mentre la Corte d'appello di Perugia lo condannò a 24 anni di reclusione il 17 novembre 2002[137]. Andreotti fece ricorso in Cassazione, che il 30 ottobre 2003 annullò la sentenza senza rinvio, rendendo definitiva l'assoluzione di primo grado[138].

Il ruolo di Steve Pieczenik[modifica | modifica wikitesto]

Un altro personaggio che è stato spesso al centro delle ipotesi di giornalisti e politici è l'esperto statunitense giunto su invito di Cossiga, Steve Pieczenik, al tempo assistente del Sottosegretario di Stato e Capo dell'Ufficio per la gestione dei problemi del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato Statunitense, e rimasto in Italia circa tre settimane. Dopo la carriera come negoziatore ed esperto di terrorismo internazionale ha cominciato a collaborare con Tom Clancy, nella stesura di libri e film.

Il suo nome, come quello degli altri esperti, venne diffuso solo agli inizi degli anni Novanta. Dopo che venne resa pubblica la composizione dei tre comitati, durante le indagini della Commissione Stragi vennero richiesti i documenti prodotti da questi: si scoprì che erano presenti solo alcune relazioni di un comitato degli esperti, ma nulla di quanto prodotto dagli altri due. In una relazione a lui attribuita, Pieczenik analizzava le possibili conseguenze politiche del caso Moro, l'eventualità che l'operazione delle Brigate Rosse avesse avuto un appoggio dall'interno delle istituzioni oltre che alcuni consigli su come poter agire per far uscire allo scoperto i brigatisti. Dopo che il contenuto di questa relazione, intitolata Ipotesi sulla strategia e tattica delle BR e ipotesi sulla gestione della crisi, è stato reso noto, Pieczenik ne ha tuttavia negato la paternità, affermando che si trattava di un falso, contenente sia alcune delle teorie e ipotesi da lui effettivamente elaborate al tempo, sia alcuni consigli operativi su cui non concordava, che erano nello stile di Ferracuti, e che per prassi non aveva lasciato nulla di scritto[39][139]. Il giornalista Robert Katz, che ha intervistato Pieczenik sul caso, fa anche notare che il supposto rapporto contiene riferimenti al comunicato n. 8 del 24 aprile relativi allo scambio tra Moro e 13 detenuti, riferimenti impossibili per via del fatto che l'esperto statunitense aveva lasciato l'Italia il 15 aprile[26].

Stando a quanto raccontato da Cossiga e dallo stesso Pieczenik, inizialmente l'idea dello statunitense era quella di inscenare una finta apertura alla trattativa, per ottenere più tempo e cercare di far uscire allo scoperto i Brigatisti, in modo da poterli individuare[93].

In alcune interviste rilasciate successivamente a questi fatti, Pieczenik affermò che durante i giorni del sequestro vi erano notevoli falle che permettevano di far giungere informazioni riservate al di fuori delle discussioni dei comitati e che non aveva l'impressione che la classe politica fosse vicina a Moro:

« Ci fu una cosa che emerse in maniera chiarissima, e che mi sbalordì. Io non conoscevo l'uomo Aldo Moro, dunque desideravo farmi un'idea di che persona fosse e di quanta resistenza avesse. Ci ritrovammo in questa sala piena di generali e di uomini politici, tutta gente che lo conosceva bene, e... ecco, alla fine ebbi la netta sensazione che a nessuno di loro Moro stesse simpatico o andasse a genio come persona, Cossiga compreso. Era lampante che non stavo parlando con i suoi alleati.

[...] Dopo un po' mi resi conto che quanto avveniva nella sala riunioni filtrava all'esterno. Lo sapevo perché ci fu chi - persino le BR - rilasciava dichiarazioni che potevano avere origine soltanto dall'interno del nostro gruppo. C'era una falla, e di entità gravissima. Un giorno lo dissi a Cossiga, senza mezzi termini. "C'è un'infiltrazione dall'alto, da molto in alto". "Sì" rispose lui "lo so. Da molto in alto". Ma da quanto in alto non lo sapeva, o forse non lo voleva dire. Così decisi di restringere il numero dei partecipanti alle riunioni, ma la falla continuava ad allargarsi, tanto che alla fine ci ritrovammo solo in due. Cossiga e io, ma la falla non accennò a richiudersi. »

(I giorni del complotto, articolo del giornalista Robert Katz, pubblicato su Panorama del 13 agosto 1994[26].)

Tornato in America fu contattato da un consigliere politico dell'ambasciata argentina (Paese al tempo sottoposto a una dittatura militare) per chiedere aiuto contro sospetti terroristi. Al rifiuto di Pieczenik questo lo minacciò di fargli pervenire un ordine ufficiale da parte del Dipartimento di Stato. Secondo il negoziatore, il consigliere avrebbe potuto essere in realtà un agente segreto, che in qualche modo «era al corrente di ciò che era accaduto nelle stanze romane di Cossiga. Sapeva esattamente cosa vi avevo fatto nelle ultime tre settimane, anche se avrebbe dovuto trattarsi di segreti. Non mi spiegò in che modo fosse venuto a conoscenza di tutto ciò, e l'unica cosa che potei fare fu dedurne che la fuga di notizie faceva rotta diretta verso l'Argentina» e che «parlava in tono arrogante e pieno di sottintesi, come se a unirci fosse stata l'affiliazione a qualche misteriosa confraternita»; confraternita e fonte delle informazioni che Pieczenik identifica, a posteriori rispetto all'evento, con la loggia massonica P2, dopo che la pubblicazione dei nomi degli iscritti e le successive indagini avevano mostrato come molti degli appartenenti dei tre comitati ne facessero parte e come questa avesse legami proprio con l'Argentina[26].

Dopo alcuni accordi per essere sentito dalla Commissione Stragi, in un primo tempo accettò l'invito, ma poi improvvisamente rifiutò di presentarsi in Italia[118][139].

Nel 2008, a trent'anni di distanza dai fatti, durante la preparazione del documentario francese Les derniers jours de Aldo Moro, il giornalista Emmanuel Amara entrò in contatto con Pieczenik, che accettò di farsi intervistare. Il contenuto di questa intervista è stato poi inserito nel saggio Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro[140][141]. Nell'intervista riportata nel libro stesso riassume quello che sarebbe stato il suo compito durante il rapimento Moro:

« Capii subito quali erano le volontà degli attori in campo: la destra voleva la morte di Aldo Moro, le Brigate rosse lo volevano vivo, mentre il Partito Comunista, data la sua posizione di fermezza politica, non desiderava trattare. Francesco Cossiga, da parte sua, lo voleva sano e salvo, ma molte forze all'interno del paese avevano programmi nettamente diversi, il che creava un disturbo, un'interferenza molto forte nelle decisioni prese ai massimi vertici. [...] Il mio primo obiettivo era guadagnare tempo, cercare di mantenere in vita Moro il più a lungo possibile. Il tempo, necessario a Cossiga per riprendere il controllo dei suoi servizi di sicurezza, calmare i militari, imporre la fermezza in una classe politica inquieta e ridare un po' di fiducia all'economia. Bisognava fare attenzione sia a sinistra sia a destra: bisognava evitare che i comunisti di Berlinguer entrassero nel governo e, contemporaneamente, porre fine alla capacità di nuocere delle forze reazionarie e antidemocratiche di destra.

Allo stesso tempo era auspicabile che la famiglia Moro non avviasse una trattativa parallela, scongiurando il rischio che Moro venisse liberato prima del dovuto. Ma mi resi conto che, portando la mia strategia alle sue estreme conseguenze, mantenendo cioè Moro in vita il più a lungo possibile, questa volta forse avrei dovuto sacrificare l'ostaggio per la stabilità dell'Italia. »

(Steve Pieczenik in Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 102 e 103.)
« Ho atteso trent'anni per rivelare questa storia. Spero sia utile. Mi rincresce per la morte di Aldo Moro; chiedo perdono alla sua famiglia e sono dispiaciuto per lui, credo che saremmo andati d'accordo, ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate rosse per farlo uccidere. »
(Steve Pieczenik in Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 186.)

Il fatto che Moro fosse ormai sacrificabile in nome della «ragion di Stato» sarebbe divenuto chiaro a Pieczenik nel momento in cui, a fronte di indagini inconcludenti e informazioni riservate che venivano continuamente diffuse, lo presidente democristiano avrebbe cominciato a scrivere lettere sempre più preoccupate, che potevano far supporre che stesse per cedere psicologicamente.

Pieczenik ha affermato che appena arrivato in Italia venne informato da Cossiga che le istituzioni italiane non avevano idea di come uscire dalla crisi[142] e che sia lo stesso Cossiga, sia i servizi segreti Vaticani che avevano offerto la loro collaborazione, lo avevano informato che in Italia da pochi mesi era stato effettuato un tentativo di colpo di Stato da parte di esponenti dei servizi segreti, principalmente di destra, e di persone che successivamente identificò come legate alla loggia P2[143], ma che il tentativo era fallito e che lo stesso Cossiga era riuscito a «fare un po' di pulizia e a riprendere il controllo su una parte di quegli elementi». Lo stesso Pieczenik si diceva stupito della presenza di tanti ex fascisti all'interno dei servizi segreti, tanto da avere l'impressione di ritrovarsi «nel quartiere generale del duce, di Mussolini»[144], dicendo che durante il sequestro la «capacità di disturbo» di questi gruppi non fu così energica come temeva in un primo tempo. Anche le Brigate Rosse, secondo l'esperto, avevano infiltrati nelle istituzioni, e godevano di informazioni di prima mano fornite da figli di politici e funzionari italiani che simpatizzavano per il gruppo, o perlomeno militavano nei gruppi di estrema sinistra. Queste infiltrazioni vennero studiate, pur senza portare a nessuna individuazione sicura, da Pieczenik con l'aiuto dei servizi Vaticani, che l'esperto statunitense riteneva al tempo molto più efficienti e informati di quelli italiani[145].

Oltre a confermare quanto già detto in precedenti interviste, Pieczenik ha raccontato di aver partecipato in prima persona alla decisione di creare il falso comunicato n. 7, e ha rivelato di aver spinto le Brigate Rosse a uccidere Moro, con lo scopo di delegittimarle, quando ormai era chiaro (dal suo punto di vista) che non ci sarebbe stata la volontà di liberarlo da parte della classe politica, affermando: «Ho permesso che si servissero di questa violenza fino al punto di perdere tutta la loro legittimità. Piuttosto che riconoscere il loro errore, sono sprofondati in quella spirale che li ha portati alla fine»[146]). Pieczenik ha anche sostenuto che gli Stati Uniti, pur avendo numerosi interessi in Italia (a cominciare dalle truppe dislocate), non erano al corrente della situazione del Paese (né per quello che riguardava il terrorismo di sinistra, né per quello che riguardava i gruppi eversivi di destra o i servizi deviati) e che quindi non poté avere aiuti né dalla CIA né dall'ambasciata statunitense in Italia. Lo stesso Dipartimento di Stato gli avrebbe fornito come informazioni sull'Italia solo articoli tratti da TIME e Newsweek[26][147].

Secondo l'esperto l'unico modo che avevano le Brigate Rosse di legittimarsi in qualche modo e distruggere i tentativi di stabilizzazione da lui portati avanti, sarebbe stato il rilascio di Moro, ma questo non avvenne.

Il fatto che fosse tornato in America anzitempo, secondo quanto affermato, era dovuto al fatto che non voleva dare l'impressione che dietro la ormai prevedibile morte di Moro vi potessero essere pressioni statunitensi[146]. Precedentemente aveva invece affermato che se ne era andato perché la sua presenza non fosse strumentalizzata per legittimare l'operato (ritenuto inefficiente e compromesso) delle istituzioni[26].

L'ipotesi del tiratore scelto[modifica | modifica wikitesto]

Sul luogo della strage sono stati ritrovati 93 bossoli. Con questo elevato numero di colpi sparati in pochi secondi vengono colpiti tutti gli uomini della scorta di Aldo Moro: Oreste Leonardi Domenico Ricci, Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi; tuttavia il Presidente della DC restò vivo, il che potrebbe far pensare a un'elevata esperienza da parte di chi stava usando quelle armi. I brigatisti Morucci, Moretti, Gallinari, Bonisoli e Fiore hanno sempre dichiarato che i militanti dell'organizzazione non erano addestrati professionalmente e non erano molto esperti di armi. I brigatisti hanno affermato che l'azione si fondava soprattutto sull'effetto sorpresa, che non era necessario un addestramento militare specifico ma che invece era richiesta rapidità e grande determinazione per avvicinarsi al massimo alle auto sparando a distanza ravvicinata sugli occupanti senza rischiare di colpire Moro e senza dare modo agli agenti, ritenuti pericolosi e preparati, di reagire[148][149].

Secondo le perizie balistiche presentate al processo «Moro–quater», una sola arma automatica risulta aver sparato più della metà dei colpi quel giorno: 49 colpi in 20 secondi. Tuttavia l'autopsia del cadavere di Moro ha evidenziato una ferita da arma da fuoco sulla coscia, riconducibile alla sparatoria dell'agguato; poiché Moro sedeva da solo sul sedile posteriore della sua vettura, non sarebbe risultato molto difficile per gli aggressori dirigere il fuoco delle loro armi verso la parte anteriore della vettura, dove si trovava l'autista e la guardia del corpo. I componenti del commando di via Fani indossavano divise da aviazione civile, invece di indossare vestiti in grado di farli passare inosservati, sia prima dell'operazione, sia durante la fuga; per quanto l'indossare divise offra il vantaggio di una omogeneizzazione visiva delle persone, rendendole meno distinguibili singolarmente. Nella stessa perizia fu scritto anche che, contrariamente a quanto dichiarato dal brigatista Morucci, a sparare sulla Fiat 130 era presente almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell'auto dal lato passeggero[150].

Partendo dai dubbi sull'apparente professionalità mostrata nel colpire la scorta senza uccidere Moro, alcuni hanno ipotizzato che nel commando vi fosse un tiratore scelto armato di mitra a canna corta, che sarebbe colui il quale ha sparato la maggior parte dei colpi, la cui identità sarebbe ancora sconosciuta. Il settimanale L'Espresso[151] ha proposto un'identità al fantomatico cecchino. Si tratterebbe di un tiratore scelto, ex membro della Legione straniera, Giustino De Vuono, colui che avrebbe sparato tutti i 49 colpi andati a segno e , soprattutto, tutti quelli che hanno centrato gli uomini della scorta, guardie del corpo esperte e abituate a rispondere al fuoco. Agli atti della Questura di Roma si trova depositata una testimonianza, contenuta in un verbale datato 19 aprile 1978, in cui il teste Rodolfo Valentino afferma di aver riconosciuto De Vuono alla guida di una Mini o di un'A112 di color verde e presente sulla scena dell'eccidio. Altri[123], ipotizzano potrebbe essere stato un componente del servizio segreto (italiano o straniero) o dell'organizzazione clandestina Gladio estraneo all'organizzazione brigatista e che le divise sarebbero quindi state necessarie per rendere riconoscibili a prima vista e reciprocamente i brigatisti e il tiratore scelto.

Durante i 55 giorni – peraltro – De Vuono risultò assente dalla sua abituale residenza, a Puerto Stroessner (oggi Ciudad del Este, nel Paraguay meridionale, all'epoca dei fatti retto da una giunta militare trentennale con a capo il generale Alfredo Stroessner). De Vuono era affiliato alla 'Ndrangheta calabrese e diversi brigatisti testimoniarono che le BR si rifornivano di armi proprio dai malavitosi calabresi; inoltre De Vuono era ideologicamente «collocato all'estrema sinistra». È stato anche provato che in Calabria lo Stato aveva avviato contatti con la malavita per ottenere il rilascio di Moro.

In alternativa, l'identità del fantomatico tiratore scelto avrebbe potuto anche essere stata straniera. Un testimone occasionale, che si trovava a passare per via Fani circa mezz'ora prima della strage, sarebbe stato affrontato da un uomo che aveva l'accento tedesco e che gli ordinò di scappare via di lì. Si presume che fosse un appartenente alla RAF, l'organizzazione terroristica della Germania Ovest che sei mesi prima aveva pianificato ed eseguito un rapimento simile ai danni del presidente della Confindustria tedesca[152]. Le perizie hanno appurato che in via Fani erano state usate anche munizioni di provenienza speciale (ricoperte di una vernice protettiva usata per avere una migliore conservazione), simili pallottole furono trovate anche nel covo di via Gradoli[123].

Inoltre, alcuni testimoni occasionali dichiararono di aver udito un forte rumore di elicottero sorvolare la zona di via Fani in concomitanza della strage, sebbene dai piani di volo risultino solo elicotteri della polizia in volo su quell'area ma a partire dalla tarda mattinata, a sequestro compiuto[80]. C'è, infine, l'autorevole dichiarazione rilasciata alla stampa da parte del generale Gerardo Serravalle, fino al 1974 a capo della struttura Gladio, secondo il quale «dietro la "Geometrica Potenza" brigatista dispiegata in via Fani c'erano killer professionisti. Uno che spara in quel modo, centrando come birilli, tutti gli uomini della scorta senza lasciar loro il tempo per la fuga o per la difesa, è senza dubbio alcuno un tiratore scelto di altissimo livello; 49 colpi in una manciata di secondi: un record. In Europa di siffatti uomini si contano sulle dita d'una mano!»[101]. I brigatisti coinvolti nel sequestro Moro hanno sempre negato la presenza di componenti esterni alla loro organizzazione[153].

Altri sospetti e aspetti controversi[modifica | modifica wikitesto]

  • Nelle settimane precedenti all'agguato di via Fani si verificarono due episodi sospetti. Il primo lo segnalò Franco Di Bella (direttore del Corriere della Sera), che mentre si stava recando nello studio di Moro, in via Savoia, fu avvicinato da una persona armata di pistola, a bordo di una moto; il secondo fu la presenza di un tale Gianfranco Moreno di fronte allo studio di via Savoia, il 24 febbraio. Questo fatto fu denunciato da un inquilino del palazzo. Successivamente Nicola Rana, uno dei collaboratori del presidente democristiano, raccontò che il 15 marzo Giuseppe Parlato (Capo della Polizia) si recò nello studio di Moro per rassicurarlo su questo episodio[12].
  • Gli agenti di scorta di Moro (l'appuntato dei Carabinieri Otello Riccioni, il maresciallo di Pubblica sicurezza Ferdinando Pallante, il brigadiere Rocco Gentiluomo e gli agenti Vincenzo Lamberti e Rinaldo Pampana), che la mattina del rapimento non erano in servizio, rilasciarono dichiarazioni scritte stranamente molto simili tra loro, tra il 13 e il 26 di settembre 1978 ai Giudici Istruttori Ferdinando Imposimato e Achille Gallucci. Gli agenti spiegarono che Moro era un personaggio fortemente abitudinario, al punto che usciva di casa sempre alla medesima ora (alle 9:00) cosicché i brigatisti, pedinandolo, avrebbero avuto maggiore certezza nei tempi per l'agguato. Tuttavia il 23 settembre 1978 la moglie Eleonora smentì questa versione nell'interrogatorio davanti al magistrato Achille Gallucci[154].
  • La Banda della Magliana in quel periodo dettava legge nella malavita della Capitale. A quest'organizzazione criminale apparteneva Antonio Chichiarelli, l'autore del falso volantino brigatista. Inoltre, il covo brigatista ove Moro venne tenuto sotto sequestro si trovava nel quartiere della Magliana e anche il proprietario dell'edificio di fronte al covo era vicino all'organizzazione romana[155].
  • All'epoca del ritrovamento del cadavere, e nei giorni immediatamente successivi, alcuni quotidiani a tiratura nazionale asserirono che nelle tasche dell'abito di Moro fossero stati ritrovati dei gettoni telefonici, il che avrebbe lasciato adito a dubbi sul fatto che i brigatisti avessero intenzione di rilasciare l'ostaggio[156]. Mario Moretti ha smentito questa ricostruzione[12].
  • Dopo la «condanna a morte» e prima dell'uccisione, l'allora confessore di Moro Don Antonio Mennini – in base a una dichiarazione di Francesco Cossiga – entrò nella cella in cui le Brigate Rosse tenevano rinchiuso Aldo Moro per impartirgli i sacramenti[157]. Nel 2015 Don Mennini ha smentito questa ricostruzione[158].
  • I giornalisti Giovanni Fasanella e Giuseppe Rocca nel loro libro Il misterioso intermediario sostengono che Moro era vicino alla liberazione, salvato da una mediazione della Santa Sede. Condotto in un palazzo del ghetto ebraico, stava per essere trasportato in Vaticano su un'auto con targa diplomatica, ma all'ultimo momento qualcuno all'interno delle BR non avrebbe mantenuto gli impegni, e avrebbe ucciso il prigioniero. Dà spazio a congetture l'ambiguo commento di Francesco Cossiga che definì il libro «bellissimo».

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Erroneamente fu riportato dalla stampa che il luogo del ritrovamento era esattamente a metà strada fra le sedi dei due partiti.
  2. ^ Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, Roma, Editori Riuniti, 1998, pag 28 e seguenti.
  3. ^ Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, Roma, Editori Riuniti, 1998, pag 32.
  4. ^ Vladimiro Satta, Odissea nel caso Moro, Roma, Edup, 2003.
  5. ^ Valerio Morucci, La peggio gioventù, Milano, Rizzoli, 2004.
  6. ^ a b Romano Bianco e Manlio Castronuovo, Via Fani ore 9.02. 34 testimoni oculari raccontano l'agguato ad Aldo Moro, Roma, Nutrimenti 2010.
  7. ^ Manlio Castronuovo, Vuoto a perdere. Le BR il rapimento, il processo e l'uccisione di Aldo Moro, Lecce, Besa, 2008, pag 88-90.
  8. ^ Andrea Colombo, Un affare di Stato. Il delitto Moro e la fine della Prima Repubblica, Milano, Cairo Editore, 2008, pag 25 e 26.
  9. ^ Andrea Colombo, Un affare di Stato. Il delitto Moro e la fine della Prima Repubblica, Milano, Cairo Editore, 2008, pag 26 e 27.
  10. ^ Enzo Biagi, La nuova storia d'Italia a fumetti, Milano, Mondadori, 2004.
  11. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  12. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  13. ^ Andrea Colombo, Un affare di Stato. Il delitto Moro e la fine della Prima Repubblica, Milano, Cairo Editore, 2008, pp. 27-28.
  14. ^ M.Castronuovo, Vuoto a perdere, pp. 121-122.
  15. ^ Mario Castronuovo, Vuoto a perdere, p. 123.
  16. ^ Sergio Flamigni, La tela del ragno – il delitto Moro, Roma, Edizioni Associate, 1988, pag 48.
  17. ^ Manlio Castronuovo, Vuoto a perdere. Le BR il rapimento, il processo e l'uccisione di Aldo Moro, Lecce, Besa, 2008, pag 125.
  18. ^ Andrea Colombo, Un affare di Stato. Il delitto Moro e la fine della Prima Repubblica, Milano, Cairo Editore, 2008, pag 91-99.
  19. ^ sito ove è possibile scaricare il fumetto sul rapimento Moro
  20. ^ Mario Moretti, Rossana Rossanda e Carla Mosca, Brigate Rosse. Una storia italiana, Milano, Edizioni Anabasi, 1994.
  21. ^ Franco Scottoni, Moro fu ucciso in via Montalcini, la Repubblica, 20 settembre 1984.
  22. ^ Luca Villoresi, Mistero di stato in via Montalcini, la Repubblica, 18 maggio 1988.
  23. ^ Sandra Bonsanti e Silvana Mazzocchi, La vera storia di via Montalcini, la Repubblica, 1º giugno 1988.
  24. ^ a b Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 22ª seduta, audizione di Valerio Morucci, 18 giugno 1997.
  25. ^ a b Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza, Torino, Einaudi, 2008, pag 374-375.
  26. ^ a b c d e f Robert Katz, I giorni del complotto, Panorama, 13 agosto 1994.
  27. ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 34ª seduta, audizione di Stefano Silvestri, 3 giugno 1998.
  28. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, 1998, pag 220 e seguenti.
  29. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 138.
  30. ^ a b La Storia d'Italia di Indro Montanelli – 11 – Il terrorismo fino al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro
  31. ^ Indro Montanelli, Aldo Moro, al di là della melassa ipocrita..., Corriere della Sera, 22 marzo 1997.
  32. ^ a b I Giorni di Moro, inserto de la Repubblica, 16 marzo 2008.
  33. ^ "Quei lunghi 55 giorni della tragedia Moro", Repubblica.it, 14 marzo 1998. In realtà gli appelli ai rapitori da parte di Papa Paolo VI furono tre, rispettivamente in data 19 marzo, 2 e 22 aprile.
  34. ^ Cari lettori, sui sequestri siete troppo confusi, Corriere della Sera, 16 settembre 1998.
  35. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, 1998, pag 123 e seguenti.
  36. ^ a b Indro Montanelli, Andreotti e Pecorelli: come un romanzo, Corriere della Sera, 16 dicembre 1995.
  37. ^ Interrogatorio di Aldo Moro effettuato e trascritto dalle Brigate Rosse durante la sua prigionia, II tema: La cosiddetta strategia della tensione e la strage di Piazza Fontana, estratti dei documenti delle Brigate Rosse acquisiti dalla Commissione Moro e dalla Commissione Stragi, riportati dal sito clarence.net. «Per quanto riguarda la strategia della tensione, che per anni ha insanguinato l'Italia, pur senza conseguire i suoi obiettivi politici, non possono non rilevarsi, accanto a responsabilità che si collocano fuori dell'Italia, indulgenze e connivenze di organi dello Stato e della Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori».
  38. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, 1998, pag 130 e seguenti.
  39. ^ a b Scotti: sono scomparse le carte del caso Moro, la Repubblica, 29 gennaio 1992.
  40. ^ Nicola Biondo e Massimo Veneziani, Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo, Roma, Cooper, 2008, ISBN 978-88-7394-107-1.
  41. ^ Cronologia dal sito della Fondazione Cipriani
  42. ^ Indro Montanelli, Rituale barbarico, il Giornale nuovo, 10 maggio 1978. «Lo Stato italiano ha superato con onore questa prova difficile, ma la magistratura e gli organi di polizia hanno denunciato, nella loro azione, una desolante inefficienza, che ha permesso alle brigate rosse di operare con irridente spavalderia. Ne va data colpa non tanto alle forze dell'ordine quanto a chi ha voluto, per demagogia, per compiacere le sinistre, per acquistare facile popolarità, smobilitare i servizi segreti, rimuovere i funzionari più ligi al dovere, trasformare le carceri in alloggi con libera uscita quotidiana».
  43. ^ Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio, Mani pulite. La vera storia, 20 anni dopo, Milano, Chiarelettere, 2012. «Mentre i Misiani frequentavano gli ambienti extraparlamentari e visitavano la Cina di Mao inebriati dalla «rivoluzione culturale», mentre i Coiro predicavano la «giurisprudenza alternativa» contro la «giustizia borghese» e organizzavano le «controinaugurazioni dell'anno giudiziario», a Torino i Caselli, i Laudi e i Bernardi, a Milano gli Alessandrini, i Galli, i D'Ambrosio e i Colombo, a Padova i Calogero affrontavano a viso aperto le Brigate rosse e Prima linea, le trame nere e i poteri occulti.».
  44. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Roma, Cooper Edizioni, 2008, pag 181.
  45. ^ Testimonianze processuali dei brigatisti Bonisoli e Morucci. L'uscita di Morucci e della Faranda dalle BR era stata decisa dopo che al convegno della sera precedente, si decise ugualmente di assassinare l'ostaggio.
  46. ^ L'ex br Maccari confessa: "Così uccidemmo Moro", Corriere della Sera, 20 giugno 1996.
  47. ^ Flavio Haver, "Erano le 6.30, così uccidemmo Moro", Corriere della Sera, 20 giugno 1996.
  48. ^ Dino Martirano, "Fui io ad accusarlo. E' finito un incubo", Corriere della Sera, 20 giugno 1996.
  49. ^ Mario Moretti: e adesso non ci sono più misteri, Corriere della Sera, 20 giugno 1996.
  50. ^ Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, 1998, pag 71.
  51. ^ Rinaldo Frignani, Dentro la Renault4 di Moro, Corriere.it, 19 novembre 2014.
  52. ^ Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza, Torino, Einaudi, 2008, pag 390-394.
  53. ^ a b Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 75 e seguenti.
  54. ^ Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, Roma, Editori Riuniti, 1998, pag 73.
  55. ^ a b Giovanni Bianconi, Caso Moro, le risposte a tutte le domande dei lettori, Corriere.it, 10 marzo 2008.
  56. ^ Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, Roma, Editori Riuniti, 1998.
  57. ^ Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, Roma, Editori Riuniti, 1998, capitolo III.
  58. ^ Miriam Mafai, Hanno ucciso Aldo Moro, la Repubblica, 10 maggio 1978.
  59. ^ Maurizio Stefanini, Grandi coalizioni. Gli anni della solidarietà nazionale, L'Occidente, 6 aprile 2008.
  60. ^ a b Guy Debord, Prefazione alla quarta edizione italiana de La società dello spettacolo (Firenze, Editrice Vallecchi, 1979), (Parigi, Editions Champ Libre, 1979).
  61. ^ a b c Mario J. Cereghino e Giovanni Fasanella, Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell'Italia, Milano, Chiarelettere, 2011.
  62. ^ Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango, Milano, Rizzoli, 1993.
  63. ^ All'interno del PSI, che durante il sequestro Moro aveva sostenuto la possibilità di uno scambio di prigionieri per liberare lo statista, vinse la linea di Bettino Craxi per l'esclusione del PCI dal governo, e cominciò una lotta politica con lo stesso per tentare di superarlo nelle elezioni.
  64. ^ Quattro processi per la verità giudiziaria, Il Sole 24 ORE, marzo 2008.
  65. ^ Stragi di Stato, cronologia delle notizie del 1978, dal sito strano.net.
  66. ^ Caso MORO: novità 1988, dal sito almanaccodeimisteri.info, notizia del 2 maggio sul libro La tela del ragno presentato dall'ex senatore Sergio Flamigni.
  67. ^ a b c d Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica p2 (legge 23 settembre 1981, n. 527) - relazione di minoranza, riportata sul sito fisicamente.net.
  68. ^ Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato, Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell'inchiesta racconta, Milano, Chiarelettere, 2008, pag 85 e 103.
  69. ^ Quel criminologo era iscritto alla P2 e Cossiga lo sapeva, la Repubblica, 8 agosto 1990.
  70. ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 63ª seduta, audizione di Vincenzo Cappelletti, 23 febbraio 2000.
  71. ^ Licio Gelli: «La P2 non c'entra con la morte di Moro», Il Tempo, 20 ottobre 2008.
  72. ^ Sergio Flamigni, La tela del ragno, Kaos Edizioni, pag 53, citata in nota come fonte dell'affermazione in Carlo Alfredo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 15.
  73. ^ audizione Rosario Priore, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 56ª seduta, 19 novembre 1999.
  74. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 15 e seguenti.
  75. ^ Il caso Pierluigi Ravasio, dal sito fondazionecipriani.it.
  76. ^ Caso Moro: i fatti del 1991, dal sito almanaccodeimisteri.info, notizie del 13 maggio, 6 giugno e 7 giugno.
  77. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 28 e seguenti.
  78. ^ L'operazione della tipografia Triaca, articolo di archivio900.it.
  79. ^ Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005, ISBN 88-8112-633-8,ISBN 978-88-8112-633-0, pag 198.
  80. ^ a b Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica; Fazi Editore; 2003; ISBN 88-8112-633-8; Cap. II; pp. 141 e seguenti.
  81. ^ Moretti era nato nel 1946 a Porto San Giorgio, in provincia di Ascoli Piceno.
  82. ^ Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005, ISBN 88-8112-633-8,ISBN 978-88-8112-633-0, pag 177.
  83. ^ Alberto Custrodero, Caso Moro, i palestinesi avvertirono l'Italia. E il bar di via Fani aggiunge un mistero, Repubblica.it, 10 dicembre 2015. «Vicedirettore informato ALT. Mio abituale interlocutore rappresentante 'FPLP' Habbash incontrato stamattina habet vivamente consigliatomi non allontanarmi Beirut, in considerazione eventualità dovermi urgentemente contattare per informazioni riguardanti operazione terroristica di notevole portata programmata asseritamente da terroristi europei che potrebbe coinvolgere nostro Paese se dovesse essere definito progetto congiunto discusso giorni scorsi in Europa da rappresentanti organizzazioni estremiste ALT. At mie reiterate insistenze per avere maggiori dettagli interlocutore habet assicuratomi che 'FPLP' opererà in attuazione confermati impegni miranti escludere nostro Paese da piani terroristici genere, soggiungendo che mi fornirà soltanto se necessario elementi per eventuale adozione adeguate misure da parte nostra autorità. ALT. Fine. Da non diramare ai servizi collegati OLP Roma.».
  84. ^ Claudio Gerino, Morto il colonnello Giovannone, la Repubblica, 18 luglio 1985.
  85. ^ Moro sperava che gli salvasse la vita, la Repubblica, 20 giugno 1984.
  86. ^ Alessandro Forlani, La zona franca: Così è fallita la trattativa segreta che doveva salvare Aldo Moro LIT EDIZIONI, 2014, cita una testimonianza di Corrado Guerzoni secondo cui, una volta a Dubai, Giovannone tolse di mano a Moro una tazzina di caffè sostenendo che potesse essere avvelenato; nella lettera di Moro a Piccoli, tuttavia, Giovannone viene annoverato tra i personaggi vicini a Cossiga.
  87. ^ Paolo Cucchiarelli, Intervista a Carlos. "Così saltò l'ultimo tentativo di salvare Moro", americaoggi.info, 29 giugno 2008.
  88. ^ Parigi, parla il terrorista Carlos "Il Sismi tentò di salvare Moro", Repubblica.it, 28 giugno 2008.
  89. ^ Vittorio Minni, Erano 9 i brigatisti in via Fani e la data non fu scelta a caso, la Repubblica, 19 giugno 1985.
  90. ^ Giuseppe Casarrubea, Il caso dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, AgoraVox, 26 marzo 2015.
  91. ^ Sandra Bonsanti, Negri non telefonò a casa Moro resta in carcere per altri reati, La Stampa, 25 aprile 1980.
  92. ^ Sì, le BR erano manovrate dal KGB, in Panorama, 20 dicembre 2005.
  93. ^ a b Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 27ª seduta, audizione di Francesco Cossiga, 27 novembre 1997.
  94. ^ Sì, le BR erano manovrate dal KGB, in Panorama, 20 dicembre 2005.
  95. ^ Guerzoni conferma: Kissinger ebbe un duro scontro con Moro, La Stampa, 11 novembre 1982.
  96. ^ Galloni a 'Next': Moro mi disse che sapeva di infiltrati CIA e Mossad nelle BR, RaiNews24, 5 luglio 2005.
  97. ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 39ª seduta, audizione di Giovanni Galloni, 22 luglio 1998.
  98. ^ a b Rita di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Roma, Fazi Editore, 2005, pp. 181-184, ISBN 88-8112-633-8.
  99. ^ Il Sole 24 ORE, 15 marzo 2008.
  100. ^ I giorni di Moro, inserto de la Repubblica, 16 marzo 2008.
  101. ^ a b Misteri d'Italia, L'Arena, 1º ottobre 2013.
  102. ^ Mario Moretti, l'Hyperion e la Cia, Avvenimenti italiani.
  103. ^ Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992. «È erroneo pensare che i mutamenti della linea delle Brigate rosse possano risalire all'arresto di questo o di quel compagno o al prevalere di una tendenza o di un'altra. È una tesi cara al dietrologismo, che vorrebbe scindere le Brigate rosse buone dalle Brigate rosse cattive.».
  104. ^ Come fatto notare da parte della pubblicistica la scelta del giorno potrebbe non essere stata casuale, in quanto si trattava del trentesimo anniversario delle elezioni politiche che sancirono la vittoria della Democrazia Cristiana sul Fronte Democratico Popolare.
  105. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, 1998, pag.105 e seguenti.
  106. ^ a b VIII legislatura - Relazione della commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (legge 23 novembre 1979, n. 597), riportata dal sito fisicamente.net.
  107. ^ a b Giovanna Vitale, Il caso Moro e gli strani affari di Lucia Mokbel, la Repubblica, 29 marzo 2012.
  108. ^ a b Paolo Brogi, Mokbel, il giallo di via Gradoli La sorella parlò del covo delle Br, Corriere.it, 1º marzo 2010.
  109. ^ a b c Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 36ª seduta, audizione di Alberto Clò, 23 giugno 1998.
  110. ^ a b Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2003, ISBN 88-8112-633-8, Cap. II pag. 178-179.
  111. ^ a b Sergio Flamigni, Il covo di Stato, dal sito dell'editore Kaos Edizioni.
  112. ^ Sergio Flamigni. I segreti di Via Gradoli e la morte di Moro, dal sito rifondazione-cinecitta.org.
  113. ^ a b Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 31ª seduta, audizione Adriana Faranda, 11 febbraio 1998.
  114. ^ a b c Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 48ª seduta, audizione Giovanni Moro, 9 marzo 1999.
  115. ^ Intervista a Benito Cazora, Area, giugno 1997, riportata dal sito vuotoaperdere.org.
  116. ^ Intervista a Marco Cazora, figlio del deputato Benito Cazora, 25 dicembre 2007, vuotoaperdere.org.
  117. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, pag 166, Cooper, 2008.
  118. ^ a b Operazione lago della Duchessa, intervista a Sergio Flamigni da parte di Left - Avvenimenti Online, del 4 maggio 2007.
  119. ^ Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2003, ISBN 88-8112-633-8, Cap. II pag. 180.
  120. ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 35ª seduta, audizione di Mario Baldassarri, 17 giugno 1998.
  121. ^ Vladimiro Satta, Odissea nel caso Moro, Roma, Edup, 2003, pag 80.
  122. ^ Vladimiro Satta, Odissea nel caso Moro, Roma, Edup, 2003, pag 82-83.
  123. ^ a b c d Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2003; ISBN 88-8112-633-8; pag. 43.
  124. ^ Enrico Bellavia, "Imputato Andreotti lei e Cosa Nostra... ", Repubblica.it, 19 febbraio 1999.
  125. ^ Vladimiro Satta, Odissea nel caso Moro, Roma, Edup, 2003, pag 84-85.
  126. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, pag 71 nota 26, Cooper, 2008.
  127. ^ La Storia siamo Noi, puntata Il caso Moro, produzione di RAI Educational.
  128. ^ Vladimiro Satta, Odissea nel caso Moro, pp. 80-81.
  129. ^ Aldo Moro, Commissione parlamentare: “Sviluppi su rapporti Br-‘ndrangheta”, in ilfattoquotidiano.it, 11-12-2015. URL consultato il 13-12-2015.
  130. ^ La versione Cutolo sul caso Moro: "Rapito con le armi della 'ndrangheta", in repubblica.it, 18-11-2015. URL consultato il 13-12-2015.
  131. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag. 26.
  132. ^ Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag. 20 e seguenti.
  133. ^ a b c Alfredo Carlo Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, pag 22 e seguenti.
  134. ^ Atti parlamentari, IX legislatura, Camera dei deputati, Assemblea, Resoconto stenografico, interventi dei deputati Adolfo Battaglia (p. 15202) e Virginio Rognoni (p. 15245).
  135. ^ Giorgio Mulé, «Giudici, su Andreotti e Pecorelli state sbagliando», il Giornale, 19 giugno 1993.
  136. ^ Giuliano Gallo, Dino Martirano e Felice Cavallaro, Tutti assolti per l'omicidio Pecorelli, Corriere della Sera, 25 settembre 1999.
  137. ^ Flavio Haver, Delitto Pecorelli, condannati Andreotti e Badalamenti,Corriere della Sera, 18 novembre 2002.
  138. ^ Andreotti, assoluzione definitiva, Corriere della Sera, 31 ottobre 2003.
  139. ^ a b Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 159, nota 41.
  140. ^ Edizione originale: Nous avons tué Aldo Moro, Patrick Robin Editions, 2006, ISBN 2-35228-012-5
  141. ^ Ho manipolato le Br per far uccidere Moro, La Stampa.it, 9 marzo 2008.
  142. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 98.
  143. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 98 e pag 104-105.
    Quelli che sono ritenuti dalla pubblicistica i principali tentativi di golpe effettuati in Italia sono il Piano Solo del 1964, il Golpe Borghese del 1970, la Rosa dei venti tra il 1973 e il 1974 e il Golpe bianco di Edgardo Sogno del 1974. Durante un'intervista a L'Espresso del 1981, citata anche nell'audizione di Giulio Andreotti alla Commissione Stragi, l'ex generale Maletti elencò cinque tentativi di colpo di Stato, il golpe Borghese, la Rosa dei Venti, il golpe bianco, oltre ad altri due tentativi, da lui ritenuti più pericolosi, di cui uno che avrebbe avuto luogo nell'agosto 1974 da parte di un «gruppo di ufficiali inferiori aveva preso contatto con degli alti ufficiali ed era pronto a impadronirsi di Roma con un colpo di mano», poi sventato dai servizi, ed uno tentato nel settembre 1974 da parte di alcuni «eredi» del golpe Borghese, anche questo, a quanto afferma Maletti, sventato dai servizi. Pieczenik tuttavia non specifica a quale tentato golpe si riferisce, se ad uno di questi (che comunque distavano temporalmente alcuni anni dal sequestro di Moro), o ad un altro più recente, sventato ma non ancora reso noto.
  144. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 104.
  145. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 105.
  146. ^ a b Steve Pieczenik in Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 186.
  147. ^ Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. La vera storia del rapimento Moro, Cooper, pag 97.
  148. ^ Vincenzo Tessandori, Qui Brigate Rosse: il racconto, le voci, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2009, pag 111.
  149. ^ Aldo Grandi, L'ultimo brigatista, Milano, BUR, 2007, pag 99.
  150. ^ 1º ottobre 1993, processo Moro-quater: viene consegnata la perizia balistica e medico-legale firmata dai medici legali Silvio Merli ed Enrico Ronchetti e dal perito balistico professor Antonio Ugolini. La perizia ha sostenuto: «In via Fani, la mattina del 16 marzo, spararono almeno sette armi. I colpi furono sparati da ambo i lati di via Fani e non solo da sinistra, come ha invece sostenuto in un memoriale l'imputato Valerio Morucci». L'indagine peritale concluse che «assieme a quattro mitra e a due pistole semiautomatiche sparò in via Fani almeno un'altra arma. Uno dei brigatisti rossi aveva preso posto sul marciapiede alla destra dell'automobile "Fiat 130" su cui si trovava Aldo Moro». In particolare, i periti rilevarono che «il capo della scorta, maresciallo Oreste Leonardi, fu colpito da proiettili sparati da destra ed almeno due colpi di arma del calibro 7.65, contrariamente a quanto afferma l'imputato Morucci, furono sparati contro l'automobile su cui si trovava lo statista democristiano». Nell'ultima risposta data ai quesiti della Corte si è poi sottolineato che «ai periti balistici non sono stati forniti, per la conduzione di questo esame tecnico, tutti i bossoli raccolti in via Fani o estratti dai corpi degli uomini della scorta». «Tutto ciò impedisce di stabilire – in maniera definitiva – effettivamente quante armi e di che tipo furono usate nella circostanza».
  151. ^ Il fantasma di Via Fani, L'Espresso n. 20 del 21 maggio 2009.
  152. ^ Gli anni di Moro, inserto de la Repubblica, 18 marzo 2008.
  153. ^ Caso Moro: niente da fare contro i romanzi, Corriere della Sera, 26 aprile 1998.
  154. ^ Oggi n. 19 del 12 maggio 2010.
  155. ^ Beppe Sebaste, Le Br fantasma paradosso del Caso Moro, la Repubblica, 16 marzo 2008.
  156. ^ I gettoni telefonici, infatti, venivano forniti dai brigatisti ai rapiti che avevano intenzione di liberare in modo che potessero comunicare ai congiunti ove esser prelevati.
  157. ^ Dichiarazione del 22 febbraio 2008 di Francesco Cossiga a Sky TG 24.
  158. ^ Giovanni Bianconi, Dai contatti dei brigatisti ai baffi di Morucci La versione (e gli enigmi) del prete di Moro, Corriere della Sera, 10 marzo 2015.
  159. ^ OGGI IN TV, Stampa Sera, 21 febbraio 1990.
  160. ^ OGGI IN TV, Stampa Sera, 28 febbraio 1990.
  161. ^ OGGI IN TV, Stampa Sera, 7 marzo 1990.
  162. ^ a b ANTENNA, La Stampa, 17 marzo 1998.

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