Paolo De Stefano
Paolo De Stefano (Reggio Calabria, 24 gennaio 1943 – Reggio Calabria, 13 ottobre 1985) è stato un mafioso italiano, a capo dell'omonima cosca di 'ndrangheta dopo l'uccisione del fratello Giorgio.
Fu senza dubbio uno dei protagonisti del cambiamento della 'ndrangheta da fenomeno rurale a fenomeno imprenditoriale. Fu soprannominato "il capo dei capi del reggino" per il potere che esercitava in quel territorio.
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Secondo di quattro fratelli, sopravvisse alla prima guerra di 'ndrangheta che scoppiò a Reggio Calabria negli anni settanta, per diventare poi il boss più potente del reggino a capo dell'omonima cosca negli anni successivi.
Nell’agosto del 1972, il giovane Paolo De Stefano compare a Napoli accanto a Pasquale Condello, futuro esponente di primo piano della ’ndrangheta, in una riunione all’Hotel Commodore alla quale parteciparono anche Luigi Grieco, figura di primo piano del contrabbando napoletano, ed Eduardo Di Carluccio, ritenuto l'uomo di fiducia del mafioso siciliano Gerlando Alberti in Campania. L’incontro sarebbe poi emerso nell’ambito di un’inchiesta che portò gli investigatori a ricondurre gli uomini coinvolti a traffici criminali che andavano dal contrabbando di sigarette al traffico di stupefacenti.[1][2]
La svolta verificatasi nella 'ndrangheta a metà degli anni settanta determinò l'acquisizione di un potere economico sempre maggiore, ma contemporaneamente ne destabilizzò l'assetto. Al vertice dell'organizzazione criminale calabrese, in quel periodo si trovano Girolamo Piromalli, Antonio Macrì e Domenico Tripodo. Lo Stato aveva messo a disposizione parecchi finanziamenti, destinati al completamento dell'Autostrada A3 Napoli-Reggio Calabria detta Salerno-Reggio Calabria, alla costruzione del quinto centro siderurgico e del porto di Gioia Tauro.
In questo contesto Girolamo Piromalli capì che, per aumentare i profitti, l'organizzazione non poteva rimanere isolata dalle istituzioni statali. L'idea di allacciare rapporti con lo Stato attraverso la massoneria coperta, sul modello della mafia siciliana, fu subito appoggiata da Paolo De Stefano (che era a quei tempi un boss rampante del quartiere Archi di Reggio Calabria), ma non ben vista da Antonio Macrì e Domenico Tripodo.
Si creò pertanto una profonda frattura tra chi voleva seguire la strada della "tradizione", appoggiata da Macrì e Tripodo, e chi invece voleva percorrere la strada "progressista" cioè quella dei rapporti con le istituzioni statali, appoggiata fortemente da Piromalli e De Stefano.
Ne scaturì la prima guerra di 'ndrangheta, nella quale cominciò con l'omicidio di uno dei fratelli De Stefano (Giovanni) il 24 novembre 1974 nella sparatoria nel bar Roof Garden di Reggio Calabria, poi avvengono gli omicidi dei tradizionali capi Macrì e Tripodo; Per l'omicidio di Tripodo, approffitando che il Tripodo era detenuto nel carcere di Poggioreale di Napoli, De Stefano chiese al capo napoletano della NCO, Raffaele Cutolo d'ucciderlo nell'agosto 1976. Questo fatto finì per prevalere la linea dei Piromalli-De Stefano. Per permettere di avere contatti con le istituzioni statali attraverso la massoneria coperta (prima di allora severamente vietato dalle ferree regole della 'ndrangheta tradizionalista), Piromalli e De Stefano fondarono la Santa, una sorta di struttura parallela i cui affiliati (i "santisti") possono intrattenere rapporti con uomini delle istituzioni statali. Paolo De Stefano si fregiò così del titolo di "santista" ed entrò nella massoneria.[3][4] Ma poi, nel 1977 c'era una frattura non lunga tra i Piromalli e i fratelli De Stefano, quando uno dei fratelli, Giorgio cercò di mettere il naso in alcuni investimenti edilizi che interessavano il gruppo Mammoliti-Piromalli ed oltre aveva estorto soldi a un imprenditore, un certo Russotti, protetto dal gruppo Mammoliti. Allora, i Piromalli e le altre ndrine decisero d'attirarlo a un summit a Santo Stefano in Aspromonte tra le diverse 'ndrine per ridurre gli azioni violente con lo scopo d'allentare la pressione esercitata dalle forze dell'ordine ma in realtà, le ndrine aspettavano De Stefano era per ammazzarlo; così, un sicario, un certo Giuseppe Surace ammazzò a pallottole Giorgio De Stefano. Poi, il Surace venne decapitato dai Piromalli e la testa venne portata al fratello Paolo sia per allentare la furia sia per tacere la verità sull'uccisione di Giorgio.
Rapporti con altre organizzazioni e scontri con la giustizia
[modifica | modifica wikitesto]De Stefano intrattenne rapporti con la camorra, con la mafia siciliana e persino con la massoneria deviata e l'estremismo di destra che imperversava in quegli anni a seguito del fallito golpe Borghese. Il pentito Giacomo Lauro parla anche di un incontro nell'estate del 1970 tra i capibastone dei De Stefano, Paolo e Giorgio, con Junio Valerio Borghese. Secondo Vincenzo Vinciguerra la 'ndrangheta per il golpe avrebbe messo in azione 1500 uomini[5]. Risultano documentati anche alcuni contatti marginali con la Banda della Magliana. Nel 1979, venne arrestato e condannato a 9 anni nel processo De Stefano+59 ma nel gennaio 1980, pagò cauzione di 100.000 e sfuggì alla Francia dove fu riarrestato nel 1982 nella Costa Azzurra e poi, estradato nell'Italia dove i giudici gli scarcerano per problemi di salute nel 1984.
Morte e seconda guerra di ndrangheta
[modifica | modifica wikitesto]Se la prima guerra di 'ndrangheta fu uno scontro generazionale che coinvolse molte famiglie del reggino, la seconda guerra di 'ndrangheta fu determinata da una dura presa di posizione in seno al locale dei De Stefano. Ad infuocare gli animi era stato il controllo dei futuri appalti relativi alla costruzione del ponte sullo stretto di Messina, ma anche dalla volontà dei De Stefano di allargare la loro influenza nei territori di Villa San Giovanni territorio degli Imerti.[4]
Indiscusso padrone di Reggio Calabria dal 1977 dopo l'eliminazione del fratello Giorgio per mano dei Piromalli, Paolo De Stefano venne freddato con 12 colpi insieme all'autista Antonio Pellicanò in un agguato tesogli nel 1985[6][7] nel quartiere di Archi dagli uomini del boss emergente Antonino Imerti detto "nano feroce" in vendetta al triplice omicidio con autobomba dei guardaspalle d'Imerti, 2 giorni prima, che scatenò la seconda guerra di 'ndrangheta, la più sanguinosa della storia del reggino.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ La droga è la chiave del vertice (PDF), su archivio.unita.news, 18 febbraio 1973.
- ↑ Redazione, "Il Supremo, ascesa e caduta di un comandante del male", su LiveSicilia.it, 25 maggio 2021. URL consultato il 6 settembre 2026.
- ↑ Mario Guarino: Poteri segreti. L'intreccio inconfessabile tra 'ndrangheta, massoneria e apparati dello Stato
- 1 2 Nicola Gratteri e Antonio Nicaso: Fratelli di sangue. Storie di boss e affari dell'ndrangheta
- ↑ Destra istituzionale e destra eversiva. Legami tra eversione politica e criminalità organizzata, almanaccodeimisteri, su almanaccodeimisteri.info.
- ↑ ricerca.repubblica.it, https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/10/15/ucciso-il-re-delle-cosche-ora-lotta.html.
- ↑ Il capo della malavita reggina ucciso in strada da due killerArchiviolastampa.it, su archiviolastampa.it.