Tommaso Buscetta

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Tommaso Buscetta negli anni '50

Tommaso Buscetta, detto anche Il boss dei due mondi[1] e don Masino[2] (Palermo, 13 luglio 1928North Miami, 2 aprile 2000), è stato un mafioso e collaboratore di giustizia italiano.

Membro di Cosa nostra, dopo l'arresto fu uno dei primi mafiosi a cominciare a collaborare con la giustizia, durante le inchieste coordinate dal magistrato Giovanni Falcone; le sue rivelazioni permisero, per la prima volta, una dettagliata ricostruzione giudiziaria dell'organizzazione e della struttura della criminalità siciliana. Il suo contributo viene tuttora considerato fondamentale per aver dato inizio al declino del potere mafioso.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini e formazione[modifica | modifica wikitesto]

Tommaso Buscetta, durante un processo nel 1984.

Tommaso Buscetta nacque a Palermo il 13 luglio 1928 in una famiglia molto povera e molto numerosa, figlio di una casalinga, Felicia Bauccio, e di un vetraio, Benedetto Buscetta. Ultimo di 17 figli, nel 1944, a soli 16 anni, sposò Melchiorra Cavallaro, dalla quale ebbe quattro figli: Felicia nel 1946, Benedetto nel 1948, Domenico ed Antonio. Benedetto ed Antonio furono vittime della lupara bianca nel corso della seconda guerra di mafia. Nel 1966 sposò in Messico la soubrette Vera Girotti (ex fidanzata del batterista Gegè Di Giacomo[3]) dalla quale ebbe la figlia Alessandra. Due anni dopo si trasferì in Brasile, dove conobbe Cristina De Almeida Guimaraes, figlia di un importante uomo d'affari, che sposò nel 1978 in carcere a Cuneo (suo testimone di nozze fu il compagno di cella Francis Turatello)[4] e dalla quale ebbe altri quattro figli.[5]

Durante l'adolescenza iniziò una serie di attività illegali nel mercato nero, come il furto di generi alimentari e la falsificazione delle tessere per il razionamento della farina, diffuse durante il ventennio fascista. Questa attività lo rese abbastanza celebre a Palermo, dove già in giovanissima età cominciò ad essere chiamato don Masino da chi lo ammirava e rispettava.

L'ingresso in "Cosa Nostra"[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1945 il diciassettenne Buscetta venne affiliato a Cosa nostra ed entrò a far parte del mandamento palermitano di Porta Nuova. Nel 1949 si trasferì in Argentina e poi in Brasile, dove aprì una vetreria: gli scarsi risultati economici del suo nuovo lavoro lo costrinsero, nel 1956, a tornare a Palermo, dove si associò ai mafiosi Angelo La Barbera, Salvatore "Cicchiteddu" Greco, Antonino Sorci, Pietro Davì e Gaetano Badalamenti, con cui si occupò del contrabbando di sigarette e stupefacenti[6], diventando un pericoloso killer e gregario specialmente alle dipendenze di La Barbera[7]. Nel 1958 venne arrestato a Roma insieme ad alcuni "soci" per contrabbando di sigarette e associazione a delinquere nel corso di un'indagine condotta dalla Guardia di Finanza nei confronti del corso Pascal Molinelli e del tangerino Salomon Gozal, indicati come i maggiori fornitori di sigarette e stupefacenti delle cosche siciliane; nel gennaio 1959 venne nuovamente arrestato mentre si trovava a Taranto, in Puglia, per il contrabbando di due tonnellate di sigarette al largo di Crotone, da dove si andava a rifornire in Iugoslavia[8][9].

Il ruolo nella prima guerra di mafia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Prima guerra di mafia.

Nel 1962, in seguito allo scoppio della cosiddetta "prima guerra di mafia", Buscetta si schierò prima dalla parte di La Barbera e poi da quella di Greco, tenendosi tuttavia nell'ombra per timore di essere ucciso[6]. Nel 1963 La Barbera riuscì a sopravvivere a un agguato a Milano e venne arrestato mentre era ricoverato in un ospedale: la polizia, basandosi soprattutto su fonti confidenziali e ricostruzioni indiziarie, sospettò fortemente Buscetta, assieme al suo associato Gerlando Alberti, di essere fra gli autori dell'agguato[10] e lo indicò come il principale killer e sodale dei boss Pietro Torretta e Michele Cavataio, sospettandolo insieme a loro anche per la strage di Ciaculli, in cui morirono sette poliziotti[11]. Negli anni successivi Buscetta ammetterà che aveva accettato l'incarico di uccidere La Barbera ma poi era stato anticipato da un altro gruppo di fuoco mafioso nel compiere l'agguato[12], mentre per quanto riguarda la strage di Ciaculli e gli altri omicidi della prima guerra di mafia sostenne che erano imputabili soltanto a Michele Cavataio e non a lui per via della sua amicizia con Salvatore Greco[13].

In seguito alla strage di Ciaculli, ricercato dalle forze dell'ordine, fuggì in Svizzera, in Messico, in Canada e infine negli Stati Uniti d'America, dove aprì una pizzeria con un prestito della famiglia Gambino[14]. Nel dicembre 1968 Buscetta venne condannato in contumacia a dieci anni di carcere per associazione per delinquere nel processo svoltosi a Catanzaro contro i protagonisti della prima guerra di mafia e, nello stesso processo, venne assolto per insufficienza di prove per le imputazioni riguardanti la strage di Ciaculli[13][15].

Il coinvolgimento nel golpe Borghese e nel sequestro Moro[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1970 Buscetta soggiornò sotto falso nome a Zurigo, Milano e Catania per partecipare ad alcuni incontri insieme a Salvatore Greco per discutere sulla ricostruzione della Commissione e sul coinvolgimento di Cosa nostra nel Golpe Borghese.[16][17] In occasione di tale viaggio, il 17 giugno 1970 in via Romilli a Milano, venne fermato ad un posto di blocco mentre viaggiava in auto con Gerlando Alberti, Salvatore Greco (cicchiteddu), Giuseppe Calderone, Gaetano Badalamenti e Gaetano Fidanzati, ma non venne riconosciuto poiché mostrò un passaporto falso, che recava il nome Adalberto Barbieri[10]. Nello stesso periodo venne arrestato a Brooklyn e subito rilasciato dietro pagamento di una cauzione di 75 000 dollari:[18][19][20] dopo la scarcerazione, lasciò gli Stati Uniti e si trasferì in Brasile, da dove iniziò un traffico di eroina e cocaina verso il Nordamerica, creando in pochi anni un sistema di trasporto aereo dedicato e costituendo una compagnia di taxi in cui reinvestire il denaro frutto del traffico di stupefacenti.[21][22] Per dieci anni riuscì a eludere la legge, utilizzando false identità (si fece chiamare Manuel López Cadena, Adalberto Barbieri e Paulo Roberto Felice), sottoponendosi anche a un'operazione di chirurgia plastica[1] per modificare il suo aspetto fisico e spostandosi da paese a paese, passando per gli Stati Uniti, il Brasile e il Messico.

Venne arrestato dalla polizia brasiliana il 2 novembre del 1972 perché ritenuto a capo di una banda di trafficanti internazionali composta da elementi còrsi, italo-brasiliani e italo-americani che operava in Brasile, Argentina e Uruguay e spediva grossi quantitativi di eroina negli Stati Uniti[23][24]. Nel suo deposito blindato in Brasile, le autorità trovarono eroina pura per un valore di 25 miliardi di lire dell'epoca.[21] Estradato in Italia[25], venne rinchiuso a Palermo nel carcere dell'Ucciardone e condannato a dieci anni di reclusione, poi ridotti a otto in appello, per traffico di stupefacenti[21].

Buscetta racconterà anni dopo che nel carcere di Cuneo fu avvicinato da Ugo Bossi, uno degli uomini del boss della malavita milanese Francis Turatello, affinché si attivasse per liberare Aldo Moro, sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978, e che i terroristi detenuti con lui non erano stati in grado di dargli informazioni; Bossi dirà ai magistrati che erano stati i servizi segreti a nominarlo mediatore. Le registrazioni dei colloqui tra Buscetta e Bossi verranno prese in considerazione anche nel processo di Palermo a Giulio Andreotti.[26] Secondo le deposizioni di Buscetta, nella Commissione provinciale di Cosa nostra si vennero a formare due distinti e contrapposti schieramenti e l'iniziativa della banda venne quindi bloccata dalla fazione dei Corleonesi, contraria alla liberazione, che, attraverso il suo referente romano Giuseppe Calò, intervenne dicendo che i politici della Democrazia Cristiana, in realtà, avrebbero preferito che Moro venisse ucciso, dopo che lo statista prigioniero aveva iniziato a collaborare con le Brigate Rosse e stava rivelando segreti molto compromettenti per Andreotti (il cosiddetto "Memoriale Moro").[27][28]

La seconda guerra di mafia e la collaborazione con la giustizia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Seconda guerra di mafia.

Trasferito nel carcere piemontese le Nuove nel 1980, riuscì ad evadere quando gli venne concessa la semilibertà e si nascose nella villa dell'esattore Nino Salvo, sotto la protezione dei boss Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, che lo volevano convincere a schierarsi dalla loro parte per uccidere il loro avversario Salvatore Riina.[29][30] Nel gennaio 1981 Buscetta preferì invece fare ritorno in Brasile per estraniarsi dalla vicenda e si sottopose a un nuovo intervento di chirurgia plastica e ad un intervento per modificare la voce.[1]

Tommaso Buscetta arriva, in manette e nascondendo le mani sotto una coperta a strisce, all'aeroporto di Roma, il 15 luglio 1984.

Durante la seconda guerra di mafia, lo schieramento vincente dei Corleonesi, guidato da Riina, decise di eliminare Buscetta perché strettamente legato ai palermitani Badalamenti, Bontate e Inzerillo, non riuscendoci perché si trovava in Brasile ed attuando quindi vendette trasversali contro i suoi parenti: tra il 1982 e il 1984 due dei suoi figli scomparvero per non essere mai più ritrovati[31] e gli vennero uccisi un fratello, un genero, un cognato e quattro nipoti.[31] Alla fine della guerra i parenti morti saranno undici.[32] Dopo gli omicidi dei suoi familiari, Buscetta era intenzionato a uccidere il suo capomandamento Pippo Calò, che aveva fatto causa comune con i Corleonesi, e per questo avviò una corrispondenza con il suo associato Gerlando Alberti, all'epoca detenuto, cercando appoggi per poter tornare a Palermo; Alberti rimase vittima di un tentato omicidio in carcere e il piano fallì.[33]

Nello stesso periodo, i poliziotti brasiliani trovarono l'appartamento a Rio de Janeiro dove si nascondeva il boss camorrista Antonio Bardellino, che riuscì a fuggire in tempo, e riconobbero Buscetta, che viveva nell'appartamento sotto a quello di Bardellino[34][35]. Il 23 ottobre 1983, dopo alcune settimane di pedinamenti, quaranta poliziotti circondarono l'altra sua abitazione a San Paolo in Brasile e lo arrestarono mentre era in compagnia della moglie Cristina Guimaraes[21]. Contemporaneamente vennero arrestati anche gli uomini di Buscetta in Brasile: Fabrizio Sansone, Paolo Staccioli, Giuseppe Favia, Lorenzo Garello, Leonardo Badalamenti (figlio del boss Gaetano), Giuseppe Bizzarro[36][37]. A nulla valse un tentativo di corruzione operato dallo stesso Buscetta,[1] che venne rinchiuso in prigione per alcuni omicidi collegati con lo spaccio di droga.[1] Nel giugno 1984 i giudici Giovanni Falcone e Vincenzo Geraci si recarono da lui e lo invitarono a collaborare con la giustizia, gesto che nel codice d'onore mafioso è considerato un tradimento da punire con la morte: il boss lasciò trapelare una velata volontà di intraprendere tale percorso. Lo Stato italiano ne chiese allora l'estradizione alle autorità brasiliane. Quando questa venne concessa,[38] don Masino, per evitarla, tentò il suicidio ingerendo della stricnina ma venne salvato.[39] Arrivò in Italia accompagnato dagli uomini del vicequestore Gianni De Gennaro[40] con imponenti misure di sicurezza e venne ospitato sotto stretta sorveglianza presso la questura di Roma[41], dove, in una serie di interrogatori, cominciò a spiegare organigrammi, regolamenti, nomi e progetti della mafia al giudice Falcone.[2] Viene per questo considerato uno dei primi collaboratori di giustizia della storia, dopo Leonardo Vitale.[42] Buscetta non accettò mai di essere definito un pentito, termine con cui in Italia cominciavano ad essere indicati i collaboratori di giustizia; dichiarò piuttosto di non condividere più quella che era la nuova Cosa nostra, poiché, a suo dire, aveva perso la sua identità.[43]

Grazie alle sue dichiarazioni, fu rivelato al mondo che cosa esattamente era Cosa nostra,[44] di cui fino ad allora non si sapeva nulla a causa della stretta omertà di chiunque avesse a che fare con ambienti ed eventi malavitosi. L'unico argomento di cui Buscetta inizialmente rifiutò di parlare con il giudice Falcone furono i legami politici di Cosa nostra perché, a suo parere, lo Stato non era ancora pronto per dichiarazioni di quella portata, e rimase sul vago riguardo a tale argomento.[45]

Il 29 settembre 1984, sulla base delle dichiarazioni di Buscetta, scattò la maxi-retata denominata "operazione San Michele" con 366 mandati di cattura eseguiti, oltre a Palermo, anche a Roma, Milano e Frosinone, e un centinaio di comunicazioni giudiziarie (una delle quali raggiunse l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino)[46][47].

Nel 1985 venne trasferito negli Stati Uniti, dove fu messo sotto protezione e ricevette dal governo una nuova identità, la cittadinanza statunitense e la libertà vigilata in cambio di nuove rivelazioni contro la Cosa nostra americana;[48][49] nel 1986 testimoniò al maxiprocesso di Palermo scaturito dalle dichiarazioni rese a Falcone[50] e nel processo "Pizza connection", che si svolse a New York e vide imputati Gaetano Badalamenti e altri mafiosi siculo-americani accusati di traffico di stupefacenti.[51]

Gli ultimi anni e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Bombe del 1992-1993.

Nel biennio 1988-89 Buscetta rifiutò di testimoniare nei vari processi in cui doveva rendere dichiarazioni perché, a suo dire, "il clima che c'è a Palermo non mi piace e in questo clima di contestazione generale voglio contestare anch'io.[52][53][54]" Nel giugno 1989 si diffuse poi la voce (ripresa da vari articoli della stampa nazionale) di un ritorno in segreto di Buscetta a Palermo organizzato da Falcone e Gianni De Gennaro per incontrare un informatore della mafia (il barone Antonino D'Onufrio, ucciso per questo motivo alcuni mesi prima) ed arrivare così alla cattura dei latitanti corleonesi[55][56]. La notizia venne però seccamente smentita da De Gennaro e da Falcone e risultò completamente falsa[57].

Nell'estate del 1992, in seguito agli attentati in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Buscetta decise di rompere il suo silenzio riguardo ai rapporti della mafia con la politica, dicendo che essa era legata al partito della Democrazia Cristiana ed accusando gli onorevoli Salvo Lima (ucciso qualche mese prima) e Giulio Andreotti di essere i principali referenti politici dell'organizzazione; in particolare riferì di aver conosciuto personalmente Lima fin dalla fine degli anni cinquanta e di averlo incontrato l'ultima volta nel 1980 durante la sua latitanza, nonché di aver saputo che l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli nel 1979 sarebbe stato compiuto nell'interesse di Andreotti[58][59]. Per via di queste sue dichiarazioni, fu uno dei principali testimoni dei processi a carico di Andreotti per associazione mafiosa e per l'omicidio Pecorelli.[60] Andreotti verrà assolto dall'accusa di aver commissionato l'assassinio di Pecorelli, mentre verrà accertata la sua connivenza per i fatti di mafia anteriori al 1980, prescritti al momento dell'emissione della sentenza. Nel 1993, nel cuore delle polemiche sull'incriminazione di Andreotti, il senatore de La Rete Carmine Mancuso (figlio di Lenin Mancuso, poliziotto assassinato dalla mafia nel 1979) affermò di aver saputo dal padre che Buscetta avrebbe avuto rapporti con il Sifar del generale Giovanni De Lorenzo "fin dagli anni '60", affermazioni che non furono mai confermate[61][62]. Nel marzo 1995 il nipote di Buscetta, Domenico, venne ucciso dal boss Leoluca Bagarella, che tre mesi dopo sarebbe stato arrestato.

Dopo aver fatto parlare di sé per una crociera nel Mediterraneo[63], manifestò, in un libro-intervista di Saverio Lodato - pubblicato da Mondadori nel 1999 - il suo disappunto per la mancata distruzione di Cosa nostra da parte dello Stato italiano.[64] Ammalatosi di cancro, morì il 2 aprile 2000, all'età di 71 anni, a North Miami, in Florida, negli Stati Uniti, dove aveva vissuto la maggior parte della sua vita con la sua terza moglie e famiglia e con nomi falsi.[65][66] Fu sepolto sotto falso nome a North Miami.[67]

Vita privata[modifica | modifica wikitesto]

Buscetta ebbe tre mogli e nove figli. Ad un certo punto fu sospeso da Cosa nostra per aver lasciato la sua prima moglie, in quanto nelle regole mafiose dell'epoca l'adulterio era considerato un grave reato. Durante una deposizione a un processo nel 1993 il pentito Salvatore Cancemi rivelò a Buscetta di aver strangolato a morte, insieme a Giuseppe Calò, due dei suoi figli, Antonio e Benedetto (con Benedetto che fu assassinato da Calò in quanto somigliava di più al padre): don Masino non manifestò rancore verso i due, entrambi suoi storici amici, e disse che sapeva che non avrebbero potuto disobbedire all'ordine dato da Riina, il quale aveva imposto di eliminare i Badalamenti, i Buscetta, gli Inzerillo, i Contorno e i Bontade fino al 20º grado di parentela.

Intervistato dal giornalista Enzo Biagi, affermò di aver perso la verginità a otto anni con una prostituta che gli fece pagare solo una bottiglia di olio d'oliva[4].

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Don Masino, Boss dei 2 mondi, così lo chiamava la malavita, in La Repubblica, 30 settembre 1984. URL consultato il 23 maggio 2013 (archiviato il 4 febbraio 2013).
  2. ^ a b Sono Don Masino, non dico altro, in La Repubblica, 18 luglio 1984. URL consultato il 23 maggio 2013 (archiviato il 29 novembre 2012).
  3. ^ SCOMPARSA PRIMA DI DEPORRE L'EX COMPAGNA DI BUSCETTA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 17 marzo 2021.
  4. ^ a b Enzo Biagi, Il boss è solo, Mondadori, 1986.
  5. ^ DON MASINO THE CONQUEROR, in La Repubblica, 18 novembre 1993. URL consultato il 22 settembre 2019 (archiviato il 22 settembre 2019).
  6. ^ a b Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia - VI LEGISLATURA, Sintesi delle conclusioni del comitato per le indagini sui singoli mafiosi, sul traffico di stupefacenti e sul legame tra fenomeno mafioso e gangsterismo americano (PDF), su archiviopiolatorre.camera.it. URL consultato il 23 maggio 2013 (archiviato il 3 dicembre 2013).
  7. ^ Copia archiviata, su books.google.it. URL consultato il 21 giugno 2013 (archiviato il 23 dicembre 2014).
  8. ^ Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia - VI LEGISLATURA, La nuova mafia (PDF), su archiviopiolatorre.camera.it. URL consultato il 23 maggio 2013 (archiviato il 2 dicembre 2013).
  9. ^ 1958 - III Legislatura dell'Assemblea regionale siciliana, su viandante.it. URL consultato il 23 maggio 2013 (archiviato il 12 luglio 2013).
  10. ^ a b Cenni biografici su Gerlando Alberti- Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF). URL consultato il 19 aprile 2013 (archiviato il 30 dicembre 2013).
  11. ^ Il Viandante - Sicilia 1963, su viandante.it. URL consultato l'11 gennaio 2013 (archiviato dall'url originale il 3 luglio 2013).
  12. ^ John Dickie, Cosa Nostra, pp. 314-15
  13. ^ a b Tratto da "ASud'Europa", settimanale realizzato dal Centro di Studi e iniziative culturali “Pio La Torre” (PDF), su piolatorre.it. URL consultato il 12 luglio 2013 (archiviato dall'url originale il 24 settembre 2015).
  14. ^ lacndb.com::Italian Mafia, su lacndb.com. URL consultato l'11 gennaio 2013 (archiviato il 17 ottobre 2013).
  15. ^ Il Viandante - Sicilia 1968, su viandante.it. URL consultato l'11 gennaio 2013 (archiviato dall'url originale il 29 settembre 2013).
  16. ^ I conti economici - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF). URL consultato il 12 gennaio 2013 (archiviato il 15 luglio 2018).
  17. ^ Il Golpe Borghese e Cosa Nostra, su ecorav.it. URL consultato il 24 luglio 2013 (archiviato dall'url originale il 3 giugno 2006).
  18. ^ Senato della Repubblica, COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL FENOMENO DELLA MAFIA IN SICILIA (PDF), 2 luglio 1971, p. 198. URL consultato il 29 marzo 2020 (archiviato il 29 marzo 2020).
  19. ^ Tommaso BUSCETTA "don Masino", su viandante.it (archiviato dall'url originale l'8 marzo 2014).
  20. ^ Parlamento della Repubblica Italiana, COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL FENOMENO DELLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA MAFIOSA O SIMILARE (PDF), vol. 2, 20 gennaio 2006, p. 561. URL consultato il 29 marzo 2020 (archiviato il 3 marzo 2016).
  21. ^ a b c d DON MASINO BOSS DEI DUE MONDI COSI' LO CHIAMAVA LA MALAVITA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 17 marzo 2021.
  22. ^ Buscetta ha sempre negato con forza di aver mai trafficato droga in tutta la sua vita
  23. ^ Sfugge alla cattura Tommaso Buscetta, boss mafioso della droga in Brasile, in La Stampa, 3 novembre 1972.
  24. ^ Da Rio la conferma: arrestato Buscetta (PDF), in L'Unità, 8 novembre 1972.
  25. ^ Buscetta a Roma ammanettato ma con lo smoking in valigia (PDF), in L'Unità, 4 dicembre 1972, p. 5.
  26. ^ Raffaella Fanelli, Il caso Moro, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 185-186, ISBN 9788832960389.
  27. ^ Di Giovacchino,  pag. 43.
  28. ^ la Repubblica/dossier: 'Imputato Andreotti lei e Cosa Nostra…', su repubblica.it. URL consultato il 5 giugno 2020 (archiviato il 24 gennaio 2020).
  29. ^ E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA - Repubblica.it » Ricerca, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 19 luglio 2013 (archiviato il 17 marzo 2009).
  30. ^ Il Viandante - Sicilia 1980, su viandante.it. URL consultato il 12 gennaio 2013 (archiviato il 28 settembre 2013).
  31. ^ a b Un impero basato sulla cocaina che gestiva come un Gangster - La Repubblica, luglio 1984, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 17 febbraio 2010 (archiviato il 6 ottobre 2014).
  32. ^ Parenti sterminati, bambini sciolti nell'acido la vendetta come regola dei clan traditi, in La Repubblica, 7 febbraio 2010. URL consultato il 23 maggio 2013 (archiviato il 4 marzo 2016).
  33. ^ Buscetta: cercavo appoggi per uccidere Calo' , alleato dei corleonesi - archiviostorico.corriere.it» Ricerca, su archiviostorico.corriere.it. URL consultato il 19 luglio 2013 (archiviato il 23 giugno 2015).
  34. ^ "...La S.V. mi dice che due piani più su, l'appartamento 1503 risulta acquistato da De Vita Rita, moglie di Antonio Bardellino. Mi rendo conto che trattasi di una coincidenza veramente singolare ma escludo decisamente che possa esservi stato un qualsiasi collegamento, in Brasile o altrove, fra me e il Bardellino." - Interrogatorio di Tommaso Buscetta del 30.08.1984, in Roma, davanti al G.I. Giovanni Falcone.
  35. ^ Giuseppe D'Avanzo, BARDELLINO DOVEVA UCCIDERE BUSCETTA, su ricerca.repubblica.it, La Repubblica, 17 ottobre 1985.
  36. ^ Franco Recanatesi, CONCLUSA LA MISSIONE IN BRASILE, su ricerca.repubblica.it, La Repubblica, 23 novembre 1984.
  37. ^ impastato-cronologia le vicende del processo, su uonna.it. URL consultato il 12 gennaio 2013 (archiviato dall'url originale il 13 aprile 2017).
  38. ^ Il Brasile Ha Concesso L'Estradizione Tommaso Buscetta Presto In Ital - Repubblica.It » Ricerca, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 17 febbraio 2010 (archiviato il 30 dicembre 2013).
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  40. ^ DA BUSCETTA ALLA TACCHELLA TUTTI I SUCCESSI DI DE GENNARO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 10 aprile 2021.
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  44. ^ Francesco La Licata, Per la Cassazione la Cupola esiste e funziona come l'ha descritta il pentito Buscetta, su archivio.lastampa.it, La Stampa, 31 gennaio 1992, p. 4. URL consultato il 5 marzo 2021 (archiviato dall'url originale il 3 aprile 2013).
  45. ^ E IN NOME DI FALCONE BUSCETTA HA ROTTO IL SILENZIO SUI POLITICI - Repubblica.It » Ricerca, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 13 luglio 2013 (archiviato il 5 ottobre 2013).
  46. ^ FINALMENTE LA VERITA' SU 120 DELITTI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 9 febbraio 2022.
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  48. ^ BUSCETTA: ' ONORE AL GRANDE EX NEMICO' - Repubblica.it » Ricerca, su ricerca.repubblica.it. URL consultato il 17 febbraio 2010 (archiviato il 20 febbraio 2009).
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