Leonardo Vitale

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«Il mio crimine è stato quello di essere nato e cresciuto in una famiglia di tradizioni mafiose, e di aver vissuto in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati»

(Leonardo Vitale[1])
Leonardo Vitale

Leonardo Vitale (Palermo, 27 giugno 1941Palermo, 2 dicembre 1984) è stato un mafioso e collaboratore di giustizia italiano.

Legato a Cosa nostra, è considerato il primo collaboratore di giustizia dopo Melchiorre Allegra[senza fonte]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini e l'adesione a cosa nostra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1960, all'età di diciannove anni, Leonardo Vitale venne affiliato nella cosca mafiosa di Altarello di Baida, che era guidata dallo zio paterno Giovanbattista detto "Titta", che gli impose come prova d'ammissione l'uccisione di un mafioso rivale di nome Mannino, che svolgeva il lavoro di campiere[2]. Successivamente Vitale compì numerose intimidazioni e danneggiamenti ai danni di imprese edili a scopo di estorsione su ordine dello zio e del suo associato Giuseppe Calò[3], venendo promosso alla carica di capodecina[4]. Nel 1972 Vitale venne arrestato perché sospettato di essere implicato nel sequestro del costruttore Luciano Cassina, ma venne rilasciato dopo una settimana di isolamento nel carcere dell'Asinara, dove manifestò segni di depressione che degenerarono nella coprofagia, inducendo i medici a sottoporlo ad elettroshock[1][3].

Il pentimento[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 marzo 1973 Vitale si presentò alla questura di Palermo e venne accompagnato nell'ufficio di Bruno Contrada, all'epoca commissario della squadra mobile, a cui dichiarò che stava attraversando una crisi religiosa e intendeva cominciare una nuova vita[2]; infatti si autoaccusò di due omicidi, di un tentato omicidio, di estorsione e di altri reati minori, fece i nomi di Salvatore Riina, Giuseppe Calò, Vito Ciancimino ed altri mafiosi, collegandoli a precise circostanze, e rivelò per primo l'esistenza di una "Commissione", descrivendo anche il rito di iniziazione di Cosa Nostra e l'organizzazione di una cosca mafiosa[2]. Le dichiarazioni di Vitale portarono all'arresto di quaranta membri della cosca di Altarello di Baida, ma la metà di questi furono rilasciati qualche tempo dopo per insufficienza di prove[1]. Lo stesso Vitale finì nel carcere dell'Ucciardone per le sue dichiarazioni, dove venne sottoposto a numerose perizie psichiatriche e dichiarato seminfermo di mente affetto da schizofrenia, venendo rinchiuso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina[1].

L'arresto e la detenzione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1977 Vitale finì sotto processo per le sue dichiarazioni insieme allo zio Titta e altri 27 membri della cosca di Altarello di Baida. In quell'occasione Vitale venne definito "il Joe Valachi di Altarello" dai giornalisti[3]. Alla fine del processo però gli imputati vennero assolti per insufficienza di prove, tranne Vitale e lo zio, che ricevette una pena per omicidio e associazione a delinquere. La pena di venticinque anni di carcere di Vitale invece venne commutata in detenzione nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, di cui però scontò soltanto sette anni[2].

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Dopo essere stato dimesso dal manicomio nel 1984, Vitale venne ucciso una domenica mattina con due colpi di lupara alla testa sparati da un uomo non identificato che lo raggiunse all'uscita dalla chiesa dei Cappuccini di Palermo mentre era in compagnia della madre[1].

Dopo la morte[modifica | modifica wikitesto]

Giovanni Falcone nella sentenza di rinvio a giudizio per il Maxiprocesso di Palermo 1986 rende omaggio al coraggio e alla conversione di Leonardo Vitale: “Scarcerato nel giugno 1984, fu ucciso dopo pochi mesi, il 2 dicembre, mentre tornava dalla Messa domenicale. A differenza della Giustizia dello Stato, la mafia percepì l'importanza delle sue rivelazioni e lo punì inesorabilmente per aver violato la legge dell'omertà. È augurabile che, almeno dopo morto, Vitale trovi il credito che meritava e che merita”[5].

Nel 1998 Salvatore Parlagreco ha scritto il libro L'uomo di vetro, sulla vicenda di Leonardo Vitale. Il volume è stato ristampato anche in seguito.

Nel 2000 Luigi Accattoli ha annoverato Vitale tra i nuovi martiri cristiani nel suo libro sull'argomento[6].

Dal libro di Parlagreco nel 2007 Stefano Incerti ha tratto e curato la regia del film L'uomo di vetro.

A partire dal 2007 Francesco Paolo (Franco) Vitale, cugino di Leonardo, ha raccolto affermazioni del Comitato Bruno Contrada, Luigi Accattoli e padre Paolo Fisconaro OFM Conv. che sottolineavano l'autenticità della conversione religiosa di Leonardo e la sua volontà di contribuire, con le sue deposizioni, alla redenzione degli uomini di mafia e alla promozione della legalità nella Sicilia. Ne promuove la memoria e raccoglie testimonianze su di lui.

L'autenticità della conversione e il contributo al cambiamento di mentalità è stato sottolineato anche in seguito [5][7][8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Salvatore Parlagreco, L'uomo di vetro, prefazione di Igor Man, Bompiani, Milano 1998
  • Salvatore Parlagreco, L'uomo di vetro, postfazione del regista Stefano Incerti, SugarCo Edizioni, Milano 2007
  • Umberto Santino, Sicilia. 102 caduti nella lotta contro la mafia e per la democrazia dal 1893 al 1994, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, Palermo 1995, p. 55
  • Luigi Accattoli, Nuovi martiri. 393 storie cristiane nell'Italia di oggi, prefazione di Angelo Comastri, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000
  • Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 2005 (III ed.)

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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