Bombe del 1992-1993

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Bombe del 1992-1993
Stato Italia Italia
Luogo Lazio, Lombardia, Sicilia, Toscana
Obiettivo opere d'arte nazionali, politici, magistrati e persone impegnate nell'antimafia
Data 1992-1993
Tipo autobombe, esplosioni
Morti 21
Feriti 117
Responsabili vari
Motivazione ritorsioni contro l'inasprimento della lotta dello Stato italiano nei confronti di Cosa Nostra

La locuzione bombe del 1992-1993 indica un periodo della storia d'Italia caratterizzata da una serie di attentati con ordigni da parte di Cosa Nostra, realizzati in Italia durante i primi anni novanta del XX secolo, precisamente tra il 1992 ed il 1993.

Ciò che contraddistinse il periodo fu la natura particolarmente violenta delle azioni, per le quali furono utilizzate anche autobombe. Vennero attaccati membri delle forze di polizia italiane, della magistratura italiana (Falcone e Borsellino) e uomini politici (Salvo Lima), ma anche il patrimonio culturale italiano ed anche personalità non coinvolte direttamente nel contrasto all'organizzazione, come il giornalista Maurizio Costanzo, ed anche diversi cittadini italiani, con l'obiettivo di indebolire, colpire e ricattare lo Stato ed influenzare il governo e la società civile, al fine di creare le condizioni per realizzare una trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le condanne del maxiprocesso di Palermo e la pianificazione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Maxiprocesso di Palermo.

L'avvio della stagione degli attentati venne deciso nel corso di alcune riunioni ristrette della "Commissione regionale" di "Cosa Nostra" avvenute nei pressi di Enna nel settembre-ottobre 1991 (a cui parteciparono Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola[1]), in cui venne stabilito un programma di azioni terroristiche contro lo Stato che dovevano essere rivendicate con la sedicente sigla "Falange Armata";[1][2][3] subito dopo, durante una riunione della "Commissione provinciale" svoltasi nel dicembre 1991 (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Motisi, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Michelangelo La Barbera, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca, Raffaele Ganci, Nino Giuffrè, Giuseppe Montalto[1]), venne deciso ed elaborato un piano stragista "ristretto", che prevedeva l'assassinio di nemici storici di Cosa Nostra (i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e di personaggi rivelatisi inaffidabili, primo fra tutti l'onorevole Salvo Lima ma anche i politici Calogero Mannino, Claudio Martelli, Salvo Andò, Carlo Vizzini e Sebastiano Purpura.[1][3]

Il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione confermò la sentenza del Maxiprocesso che condannava Riina e molti altri boss all'ergastolo[4]: in seguito a tale sentenza, nel febbraio-marzo 1992 si tennero riunioni ristrette della "Commissione provinciale" (a cui parteciparono Riina, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci, Giovanni Brusca, Michelangelo La Barbera, Salvatore Cancemi[1]), in cui venne deciso di dare inizio agli attentati e vennero stabiliti nuovi obiettivi da colpire.[3]

I mancati attentati ai danni di Falcone, Martelli e Costanzo[modifica | modifica wikitesto]

Nello stesso periodo, un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci) si spostò a Roma per uccidere il giudice Falcone, il ministro Claudio Martelli ed il presentatore televisivo Maurizio Costanzo, per via del suo forte impegno antimafia più volte espresso nelle sue trasmissioni;[5][6] l'esplosivo e le armi (fucili, pistole, Kalašnikov) necessarie per questi attentati vennero procurate da Matteo Messina Denaro ed affidate a Giovanbattista Coniglio (mafioso di Mazara del Vallo), il quale le nascose in un'intercapedine ricavata nel suo camion per trasportarle a Roma, dove vennero scaricate e occultate nello scantinato dell'abitazione di Antonio Scarano (spacciatore di droga di origini calabresi legato a Messina Denaro), che procurò anche un appartamento per ospitare il gruppo di fuoco[5]. Dopo alcuni appostamenti nel centro di Roma, il gruppo non rintracciò il giudice Falcone e il ministro Martelli, decidendo quindi di ripiegare su Costanzo, che riuscirono a seguire per alcune sere dopo le registrazioni della trasmissione Maurizio Costanzo Show.[5] Tuttavia Riina ordinò a Sinacori di sospendere tutto e tornare in Sicilia perché “avevano trovato cose più importanti giù”.[5]

L'omicidio Lima[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Salvo Lima.

Il 12 marzo 1992, un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Partanna-Mondello e San Lorenzo (Salvatore Biondino, Francesco Onorato, Salvatore Biondo, Simone Scalici, Giovan Battista Ferrante, Giovanni D'Angelo) compì l'omicidio dell'onorevole Salvo Lima a Mondello, alla vigilia delle elezioni politiche[7]: due giorni dopo, una telefonata anonima arrivata alla sede ANSA di Torino rivendicò l'omicidio Lima a nome della sigla "Falange Armata"[8].

La strage di Capaci[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di Capaci.

Il 23 maggio, un gruppo di fuoco composto da mafiosi di San Giuseppe Jato, Altofonte, Corleone, Porta Nuova, Noce, San Lorenzo, Capaci e Mistretta (Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Leoluca Bagarella, Domenico e Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Salvatore Biondo, Antonino Troia, Giovanni Battaglia) compì un attentato dinamitardo lungo l'autostrada A29, nella zona di Capaci, nella quale rimasero uccisi il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta mentre una decina di persone restarono ferite:[9] la sera stessa dell'attentato di Capaci, una telefonata anonima rivendicò la strage a nome della sigla "Falange Armata".[10]

La strage di Capaci (23 maggio 1992)

In seguito alla strage di Capaci, l'8 giugno il Consiglio dei ministri approvò il decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306 detto "Scotti-Martelli" (anche "decreto Falcone"), che inasprì le prescrizioni dell'articolo 41 bis in tema di "carcere duro" riservato ai detenuti per reati di mafia:[3] il giorno successivo, una telefonata anonima arrivata alla sede ANSA di Palermo a nome della sigla "Falange Armata" minacciò che "il carcere non si doveva toccare".[3][11]

Secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia rese alcuni anni dopo, gli omicidi di Lima e Falcone furono eseguiti proprio in quel periodo per danneggiare il senatore Giulio Andreotti, il quale era considerato uno dei candidati più accreditati per la carica di presidente della Repubblica ma, durante i giorni delle votazioni di maggio, la strage di Capaci orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro.[2][12]

La strage di via d'Amelio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di via D'Amelio.

A fine giugno, Riina fece sospendere la preparazione di un attentato contro l'onorevole Calogero Mannino ed insistette particolarmente per accelerare l'uccisione del giudice Paolo Borsellino ed eseguirla con modalità eclatanti; il 19 luglio, un gruppo di fuoco formato da mafiosi di Brancaccio, Corso dei Mille, Noce e San Lorenzo (Giuseppe Graviano, Cristofaro Cannella, Francesco Tagliavia, Lorenzo Tinnirello, Stefano e Domenico Ganci, Salvatore Biondino, Giovan Battista Ferrante, Salvatore Biondo) compì un attentato dinamitardo in via d'Amelio a Palermo, in cui rimasero uccisi il giudice Borsellino e cinque agenti di scorta, causando il ferimento di ventitré persone.[3]

Il giorno stesso, una telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" giunse alla sede ANSA di Palermo e rivendicò la strage[13]. In seguito all'attentato di via d'Amelio, il decreto "Scotti-Martelli" venne convertito subito in legge e il regime del 41 bis applicato a circa 500 mafiosi detenuti, di cui cento vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell'Asinara e di Pianosa; nei giorni successivi, il Governo Amato I diede il via all'"Operazione Vespri siciliani", con cui vennero inviati 7000 uomini dell'esercito in Sicilia per presidiare gli obiettivi sensibili[14].

L'omicidio Salvo e il proiettile al Giardino di Boboli[modifica | modifica wikitesto]

Il 17 settembre, un gruppo di fuoco composto da mafiosi di San Giuseppe Jato, Corleone e Altofonte (Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Gioè, Santino Di Matteo, Gioacchino La Barbera) compì l'omicidio di Ignazio Salvo, imprenditore e mafioso di Salemi che era stato legato all'onorevole Lima e ritenuto anche lui ormai inaffidabile[15]. Nello stesso periodo, Riina incaricò Brusca di organizzare un altro attentato dinamitardo contro il giudice Piero Grasso poiché, a suo dire, ci voleva un altro "colpettino" per "ammorbidire" lo Stato: tuttavia l'attentato non andò in porto per problemi tecnici[3]. Inoltre, tra ottobre e novembre, Giovanni Brusca e Antonino Gioè incaricarono Santo Mazzei (mafioso di Catania) di collocare un proiettile d'artiglieria nel Giardino di Boboli a Firenze al fine di creare allarme sociale e panico al fine di condizionare le istituzioni nella prospettiva di benefici per i detenuti in regime carcerario di cui all'articolo 41 bis: però il proiettile non venne trovato nell'immediatezza ma solo in un momento successivo perché la telefonata anonima, fatta da Mazzei stesso per rivendicare il fatto a nome della sigla "Falange Armata", non venne recepita.[16]

La continuazione degli attentati[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 gennaio 1993 Riina venne arrestato insieme a Salvatore Biondino[3]. Nei giorni successivi, i boss Raffaele Ganci, Michelangelo La Barbera e Salvatore Cancemi si incontrarono con Giovanni Brusca per organizzare altri possibili attentati in Sicilia contro uomini dello Stato; tuttavia Ganci, La Barbera e Cancemi decisero che "era opportuno stare fermi"[17].

Tra gennaio e aprile, avvennero una serie di incontri nei pressi di Santa Flavia e Bagheria, a cui parteciparono Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, in cui si discusse di attentati da compiere fuori dalla Sicilia poiché Ganci, Cancemi e La Barbera non erano d'accordo: in particolare, durante gli incontri, si parlò di attentati contro la Torre di Pisa o spargere siringhe infette nelle spiagge di Rimini per creare allarme sociale[17]; Bagarella informò anche il boss Bernardo Provenzano, che si disse "d'accordo a continuare come prima"[17]. Ad aprile, durante un altro incontro a Santa Flavia a cui parteciparono Bagarella, Graviano e Messina Denaro, venne organizzato nuovamente un attentato contro Maurizio Costanzo[17]. A metà maggio, Cancemi, Ganci e La Barbera incontrarono Provenzano, il quale riferì che "tutto andava avanti"[17].

Il fallito attentato a Costanzo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Attentato di via Fauro.

Nello stesso periodo, un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano) si portò a Roma per compiere l'attentato a Costanzo e venne ospitato nuovamente da Scarano nell'appartamento di suo figlio[5]; Scarano stesso procurò anche un garage presso un centro commerciale a Torbellamonaca, dove Lo Nigro e Benigno portarono una Fiat Uno rubata durante un appostamento nel centro di Roma, che provvidero a imbottire con l'esplosivo già occultato nello scantinato dell'abitazione di Scarano[5]. Nella stessa sera l'autobomba venne parcheggiata in via Ruggiero Fauro, nei pressi degli studi televisivi dove Costanzo registrava le puntate del "Maurizio Costanzo Show", ma inizialmente non esplose per un difetto del congegno[5].

La sera del 14 maggio, Lo Nigro e Benigno procurarono l'esplosione al passaggio dell'auto di Costanzo, che rimase fortunatamente illeso: infatti Benigno schiacciò il pulsante del telecomando con qualche istante di ritardo perché aspettava Costanzo su un'auto diversa da quella che sopraggiunse[5]; l'esplosione causò il ferimento di ventiquattro persone, nonché gravi danni ai palazzi circostanti e alle auto parcheggiate nelle vicinanze[6]: qualche ora dopo, una telefonata anonima rivendicò l'attentato di via Fauro a nome della sigla "Falange Armata"[18].

Gli attentati a Firenze, a Roma e a Milano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di via dei Georgofili e Strage di via Palestro.
Il Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano devastato dall'esplosione in via Palestro (28 luglio 1993)

Sempre a metà maggio, Lo Nigro, Giuliano e Gaspare Spatuzza provvidero a macinare e confezionare l'esplosivo necessario per gli attentati successivi, presso una casa fatiscente a Corso dei Mille messa a disposizione da Antonino Mangano (capo della Famiglia di Roccella)[5][6]; una parte dell'esplosivo venne affidata a Pietro Carra (autotrasportatore che gravitava negli ambienti mafiosi di Brancaccio), il quale lo occultò in un doppiofondo ricavato nel suo camion per trasportarlo a Roma, presso un magazzino sulla via Ostiense messo a disposizione da Emanuele Di Natale (amico di Scarano), dove Lo Nigro, Spatuzza e Benigno provvidero a scaricarlo e nasconderlo per utilizzarlo in un secondo momento[5][6].

Il 23 maggio Barranca, Lo Nigro, Spatuzza e Giuliano si portarono a Prato e vennero ospitati nell'appartamento di Antonino Messana (cognato di Giuseppe Ferro, capo della Famiglia di Alcamo), che inizialmente aveva rifiutato, ma poi aveva ceduto alle minacce di Gioacchino Calabrò (capo della Famiglia di Castellammare del Golfo) e Giorgio Pizzo (mafioso di Brancaccio)[5]: nei giorni successivi, Carra trasportò un'altra parte dell'esplosivo a Galciana (frazione di Prato), dove venne raggiunto da Lo Nigro, Spatuzza e Giuliano, i quali prelevarono l'esplosivo e lo scaricarono nel garage di Messana, accompagnati da Vincenzo Ferro (figlio di Giuseppe) con la sua auto[5]. La sera del 26 maggio Giuliano e Spatuzza rubarono una Fiat Fiorino e provvidero a sistemare l'esplosivo all'interno di essa sempre nel garage di Messana; la sera stessa Giuliano e Lo Nigro andarono a parcheggiare l'autobomba in via dei Georgofili, nei pressi della Galleria degli Uffizi, e procurarono l'esplosione[5], che provocò il crollo dell'adiacente Torre dei Pulci e l'uccisione dei coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume con le loro figlie Nadia Nencioni (nove anni), Caterina Nencioni (cinquanta giorni di vita) e lo studente universitario Dario Capolicchio (ventidue anni), nonché il ferimento di una quarantina di persone[6]: la mattina successiva all'attentato di via dei Georgofili, due telefonate anonime giunsero alle sedi ANSA di Firenze e Cagliari che rivendicavano la strage a nome della sigla "Falange Armata"[19].

A fine maggio, Lo Nigro, Giuliano, Spatuzza e Salvatore Grigoli (mafioso di Roccella) macinarono e confezionarono altro esplosivo presso la casa fatiscente di Mangano e poi in un magazzino sempre a Corso dei Mille (preso in affitto da Grigoli stesso), dove, insieme all'esplosivo, tagliarono anche dei tondini di ferro che dovevano servire ad amplificare l'effetto distruttivo dell'ordigno[5].

A giugno, Spatuzza giunse a Roma per organizzare un altro attentato e compì un primo sopralluogo presso lo Stadio Olimpico, accompagnato da Scarano[5][6]. A metà luglio, Lo Nigro e Spatuzza, accompagnati da Scarano con la sua auto, effettuarono vari sopralluoghi nella zona di Trastevere durante la popolare "Festa de' Noantri" per individuare un luogo da colpire e scelsero le chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano[5]. Nello stesso periodo, Spatuzza e Giuliano si portarono ad Arluno, in provincia di Milano, dove Carra e Lo Nigro portarono l'altra parte dell'esplosivo, che provvidero a scaricare insieme a Giovanni Formoso (mafioso di Misilmeri)[6]; Spatuzza e Giuliano rubarono anche una Fiat Uno a Milano e la affidarono a Formoso per imbottirla di esplosivo[6].

Il 26 luglio, Lo Nigro, Spatuzza e Giuliano si portarono a Roma e nella serata del giorno successivo rubarono altre due Fiat Uno, accompagnati da Benigno e Scarano: le due auto rubate furono portate nel magazzino di Di Natale sulla via Ostiense, dove Lo Nigro e Benigno provvidero a imbottirle con l'esplosivo già conservato lì[5]; la sera stessa, Lo Nigro portò la prima autobomba davanti a San Giorgio al Velabro mentre Spatuzza, Benigno e Giuliano portarono la seconda a San Giovanni in Laterano, accendendo le rispettive micce:[5]:le esplosioni, che avvennero a distanza di quattro minuti l'una dall'altra, provocarono ventidue feriti ma nessuna vittima, nonché gravi danneggiamenti alle due chiese.[6]

Mezz'ora prima degli attentati alle chiese di Roma, la Fiat Uno già rubata da Spatuzza e Giuliano esplose in via Palestro a Milano, uccidendo il vigile urbano Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto, Stefano Picerno (intervenuti per una fuoriuscita di fumo biancastro dall'autobomba) ed anche l'immigrato marocchino Moussafir Driss (che dormiva su una panchina) e causando il ferimento di dodici persone, nonché gravi danni all'adiacente Padiglione di arte contemporanea e alla Galleria d'arte moderna[6]: il giorno successivo, Spatuzza spedì due lettere anonime a nome della sigla "Falange Armata" alle redazioni dei quotidiani "Il Messaggero" e "Corriere della Sera" che minacciavano nuovi attentati ed altre vittime innocenti[5][6][20].

I falliti attentati allo stadio Olimpico di Roma e contro Salvatore Contorno[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma.

A settembre, Carra trasportò l'esplosivo misto ai tondini di ferro a Roma, dove Spatuzza, Scarano, Lo Nigro e Giuliano provvidero a scaricarlo e nasconderlo presso un capannone dove lavorava il figlio di Scarano[5]; Luigi Giacalone (mafioso di Roccella) portò lì anche una Lancia Thema rubata a Palermo[5]. Il mese successivo, Spatuzza, Grigoli, Benigno, Giuliano, Lo Nigro e Giacalone vennero ospitati in una villetta a Torvaianica prestata a Scarano dal suo amico Alfredo Bizzoni, dove vennero raggiunti da Giuseppe Graviano, che fece tornare Grigoli e Giuliano a Palermo poiché "erano troppi"[5]; inoltre il gruppo venne informato da Scarano che il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno abitava a Formello, in provincia di Roma, dove Spatuzza andò a compiere degli appostamenti e riuscì a rintracciarlo[5][6].

Nello stesso periodo, Spatuzza e Scarano compirono un secondo sopralluogo allo Stadio Olimpico, seguendo due pullman dei Carabinieri per conoscerne i movimenti e preparare un altro attentato[5]. Il 23 gennaio 1994 Giacalone, Benigno, Spatuzza e Lo Nigro provvidero a sistemare l'esplosivo all'interno della Lancia Thema sempre presso il capannone: Scarano accompagnò Lo Nigro e Benigno, che portarono l'autobomba al Viale dei Gladiatori, di fronte ad un presidio dei Carabinieri nei pressi dello Stadio Olimpico, dove si stava giocando la partita di calcio Lazio-Udinese, Spatuzza e Benigno si appostarono su una collinetta che sovrastava lo Stadio in attesa della fine della partita per procurare l'esplosione al passaggio dei pullman dei Carabinieri ma il telecomando non funzionò e quindi l'autobomba non esplose[6]. Nei giorni successivi Scarano fece rimuovere la Lancia Thema con il carro attrezzi di un amico e poi provvide a farla rottamare presso un altro conoscente, dopo che Lo Nigro e Giacalone prelevarono e nascosero l'esplosivo in una villetta a Capena, in provincia di Roma, presa in affitto da Scarano[5][6].

Il 27 gennaio a Milano venne arrestato Giuseppe Graviano insieme al fratello Filippo[3]. A marzo, Leoluca Bagarella chiese a Giovanni Brusca di procurargli dell'esplosivo diverso da quello usato nei precedenti attentati, per evitare che gli inquirenti facessero collegamenti[5]; l'esplosivo venne direttamente confezionato da Grigoli, Lo Nigro, Giuliano e Spatuzza nel magazzino a Corso dei Mille, poiché non c'era bisogno di macinarlo, ed affidato sempre a Carra, che lo trasportò alla villetta di Capena, dove venne scaricato e nascosto da Giacalone, Giuliano, Benigno e Grigoli, i quali compirono un altro appostamento a Formello e decisero di fare l'attentato contro Contorno collocando l'esplosivo telecomandato ai margini della strada che percorreva abitualmente[5].

Tuttavia, durante il primo tentativo, Benigno e Lo Nigro azionarono il telecomando ma l'esplosione non avvenne perché la gelatina utilizzata con l'esplosivo risultò avariata e quindi Giuliano venne mandato a Palermo per procurare altro esplosivo e nuovi detonatori[5]; Carra compì quindi un altro viaggio a Capena con il suo camion per trasportare il nuovo esplosivo, sempre procurato da Brusca: Lo Nigro e Grigoli assemblarono l'esplosivo usato in precedenza con quello nuovo e lo collocarono in un tratto stradale diverso da quello precedente, nascosto in un canale di scolo[5]. La mattina del 14 aprile, Lo Nigro e Benigno si appostarono su una collinetta nelle vicinanze per azionare il telecomando ma Contorno non passò[5]; la stessa sera, Grigoli e Giacalone andarono sul posto per riprendere l'esplosivo ma si accorsero che era stato scoperto dai Carabinieri, avvertiti dalla telefonata di un cittadino insospettito da alcuni movimenti strani nella zona.[5][21]

Cronologia degli attentati[modifica | modifica wikitesto]

Data Attentato Luogo Vittime Obiettivi
12 marzo 1992 Omicidio di Salvo Lima Mondello (Palermo) Salvo Lima Salvo Lima
23 maggio 1992 Strage di Capaci Capaci (PA) 5 (tra cui Giovanni Falcone) Giovanni Falcone
19 luglio 1992 Autobomba Strage di via D'Amelio Palermo 6 (tra cui Paolo Borsellino) Paolo Borsellino
17 settembre 1992 Omicidio di Ignazio Salvo Santa Flavia (PA) Ignazio Salvo Ignazio Salvo
14 maggio 1993 Fallito attentato di via Fauro Roma Nessuna vittima Maurizio Costanzo
27 maggio 1993 Strage di via dei Georgofili Firenze 5 Galleria degli Uffizi
27 luglio 1993 Strage di via Palestro Milano 5 Padiglione d'arte contemporanea di Milano
28 luglio 1993 Autobomba a San Giovanni in Laterano Roma Nessuna vittima Basilica di San Giovanni in Laterano
28 luglio 1993 Autobomba a San Giorgio in Velabro Roma Nessuna vittima Chiesa di San Giorgio in Velabro
31 ottobre 1993 Fallito attentato allo Stadio Olimpico Roma Nessuna vittima Stadio Olimpico
14 aprile 1994 Fallito attentato a Totuccio Contorno Formello (Roma) Nessuna vittima Totuccio Contorno

Le indagini e i processi[modifica | modifica wikitesto]

Il procuratore Pier Luigi Vigna

Nel 1994 la Procura di Firenze acquisì tutte le indagini sugli attentati di Roma, Firenze e Milano, che vennero condotte dal procuratore capo Pier Luigi Vigna e dai sostituti procuratori Francesco Fleury, Gabriele Chelazzi e Giuseppe Nicolosi:[22] l'inchiesta si basò soprattutto su analisi di tabulati telefonici ed, in particolare, sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Vincenzo Sinacori, Francesco Geraci, Salvatore Grigoli, Pietro Romeo, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale, Alfredo Bizzoni, Pietro Carra, Vincenzo e Giuseppe Ferro, Giovanni Ciaramitaro, Antonio Calvaruso, Emanuele e Pasquale Di Filippo, Giuseppe Monticciolo, Umberto Maniscalco, Tullio Cannella, Calogero Ganci, Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca, che consentirono di ricostruire le modalità di esecuzione delle stragi.[6][23]

Nel 1996 iniziò il processo per gli attentati del 1993 e, durante il dibattimento, le posizioni degli imputati Salvatore Riina, Giuseppe Graviano, Alfredo Bizzoni e Giuseppe Monticciolo vennero stralciate dal processo principale[24]. Infine nel giugno 1998 la Corte d'Assise di Firenze condannò in primo grado all'ergastolo Leoluca Bagarella, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Filippo Graviano, Cosimo Lo Nigro, Antonino Mangano, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Gaspare Spatuzza, Salvatore Benigno, Gioacchino Calabrò, Cristofaro Cannella, Luigi Giacalone e Giorgio Pizzo mentre i collaboratori di giustizia Giuseppe Ferro, Salvatore Grigoli e Antonio Scarano vennero condannati a diciotto anni di carcere, l'altro collaboratore Giovanni Brusca a vent'anni, Vincenzo Ferro a sedici anni, Pietro Carra a quattordici anni, Emanuele Di Natale a undici anni, Aldo Frabetti a dodici anni, Antonino Messana a ventuno anni e Vittorio Tutino a ventotto anni mentre Massimo Scarano e Giuseppe Santamaria vennero assolti[25].

Nel gennaio 2000 la Corte d'Assise di Firenze condannò in primo grado all'ergastolo Salvatore Riina e Giuseppe Graviano mentre il collaboratore di giustizia Giuseppe Monticciolo venne condannato a sette anni di carcere e l'altro collaboratore Alfredo Bizzoni a un anno e mezzo[24]. Nel febbraio 2001 la Corte d'assise d'appello di Firenze confermò tutte le precedenti condanne e le assoluzioni di primo grado, annullando però la condanna all'ergastolo per Cristofaro Cannella che venne ridotta a trent'anni di carcere[26]. Nel maggio 2002 la Corte di Cassazione confermò le sentenze[27].

Nel 2002, in base alle ricostruzioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra e Antonio Scarano, la Procura di Firenze dispose l'arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso, identificati dalle indagini come coloro che compirono materialmente la strage di via Palestro[28]. Nel 2003 la Corte d'Assise di Milano condannò i fratelli Formoso all'ergastolo[29] e tale condanna venne confermata nei due successivi gradi di giudizio[30]. Nel 2008 Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e le sue dichiarazioni fecero riaprire le inchieste su tutte le stragi del biennio 1992-93: in particolare, Spatuzza smentì la versione data precedentemente dai collaboratori di giustizia Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura sull'esecuzione della strage di via d'Amelio, autoaccusandosi del furto della Fiat 126 utilizzata nell'attentato[3]; inoltre Spatuzza chiarì la provenienza dell'esplosivo usato in tutte le stragi ed accusò Francesco Tagliavia e Marcello Tutino (mafiosi di Corso dei Mille e Brancaccio) di aver avuto un ruolo nell'esecuzione delle stragi di via dei Georgofili e via Palestro[6].

In seguito alle dichiarazioni di Spatuzza, nel 2011 la Corte d'Assise di Firenze condannò Francesco Tagliavia all'ergastolo[6]; nel 2012, sempre sulla base delle accuse di Spatuzza, la Procura di Firenze dispose l'arresto del pescatore Cosimo D'Amato, cugino di Cosimo Lo Nigro, il quale era accusato di aver fornito l'esplosivo, estratto da residuati bellici recuperati in mare, che venne utilizzato in tutti gli attentati del 1992-93[20]: l'anno successivo, il giudice dell'udienza preliminare di Firenze condannò D'Amato all'ergastolo con il rito abbreviato[31].

Indagine "Mandanti occulti"[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1994 la Procura di Firenze aprì un secondo filone d'indagine parallelo per accertare le responsabilità negli attentati del 1993 di eventuali suggeritori o concorrenti esterni all'organizzazione mafiosa (i cosiddetti "mandanti occulti" o "a volto coperto"), che venne condotta sempre dal procuratore capo Vigna e dai sostituti procuratori Fleury, Chelazzi e Nicolosi[22]: nel 1996 vennero iscritti nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri sotto le sigle “Autore 1” e “Autore 2” per concorso in strage, in seguito alle dichiarazioni de relato dei collaboratori di giustizia Pietro Romeo, Giovanni Ciaramitaro e Salvatore Cancemi[6][20]; tuttavia nel 1998 il giudice per le indagini preliminari di Firenze archiviò l'inchiesta su “Autore 1” e “Autore 2” al termine delle indagini preliminari poiché non si era potuta trovare la conferma delle chiamate de relato[20].

Nel 2003 la Procura di Firenze iscrisse nel registro degli indagati l'ex senatore democristiano Vincenzo Inzerillo (già condannato per associazione mafiosa)[32], il quale era accusato dal collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori di aver partecipato ad un incontro nell'ottobre 1993 con Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro per "dirgli che con le stragi non si concludeva niente e che si doveva fare un'altra strategia, fare un movimento politico"[17]; tuttavia l'indagine a carico di Inzerillo venne archiviata[33]. Infine nel 2008 la Procura di Firenze archiviò definitivamente l'inchiesta sui "mandanti occulti" poiché le indagini non avevano trovato ulteriori risultati investigativi[33].

La "trattativa Stato-mafia"[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra.

Nel 1998 la sentenza di primo grado per le stragi del 1993 accertò che, nel periodo tra le stragi di Capaci e via d'Amelio, i vertici del ROS dell'epoca (l'allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno) contattarono Vito Ciancimino per "fermare le stragi e avere informazioni" mentre, negli stessi mesi, il maresciallo Roberto Tempesta stabilì un altro contatto con il boss Antonino Gioè attraverso Paolo Bellini (ex terrorista nero e confidente del SISMI) al fine di recuperare alcuni pezzi d'arte rubati[3][34]. Infatti, secondo i collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Salvatore Cancemi, Riina preparò un elenco di richieste che riguardavano benefici per i mafiosi detenuti e la revisione del Maxiprocesso (il cosiddetto "papello") poiché "qualcuno, da parte delle istituzioni, si era fatto sotto e c'era una trattativa in corso"[3][35].

Nel 2002 il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè dichiarò che nell'ottobre-novembre 1993 i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano trattarono con Silvio Berlusconi attraverso l'imprenditore Gianni Ienna per ottenere benefici giudiziari e la revisione del 41 bis in cambio dell'appoggio elettorale a Forza Italia[36]; secondo Giuffrè, nello stesso periodo Bernardo Provenzano attivò alcuni canali per arrivare a Marcello Dell'Utri e Berlusconi per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano Cosa Nostra[37]. Anche altri collaboratori di giustizia (Tullio Cannella, Angelo Siino, Giovanni Brusca, Salvatore Grigoli, Maurizio Avola, Salvatore Cucuzza, Giuseppe Ferro[2][6]) parlarono dell'appoggio fornito da Cosa Nostra a Forza Italia alle elezioni del 1994[38][39][40]. Nel 2008 l'altro collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza dichiarò che nell'ottobre 1993 Giuseppe Graviano gli confidò, durante una conversazione in un bar di via Veneto a Roma, di aver ottenuto tutto quello che voleva grazie ai contatti con Marcello Dell'Utri e, tramite lui, con Berlusconi[6].

Nel 2009 Massimo Ciancimino (figlio di Vito) dichiarò che nel giugno 1992 fece da tramite tra il padre e il ROS per giungere ad un accordo mirato alla cessazione delle stragi e alla consegna dei latitanti, che avrebbe avuto la copertura politica degli allora ministri Nicola Mancino e Virginio Rognoni[3][41]; inoltre Massimo Ciancimino sostenne di avere ricevuto il "papello" con le richieste di Riina da Antonino Cinà (medico e mafioso di San Lorenzo) con l'incarico di consegnarlo al padre, che però scrisse un altro papello che doveva essere sempre indirizzato a Mancino e Rognoni (il cosiddetto "contro-papello") poiché le richieste di Riina erano, a suo dire, improponibili: sempre secondo Ciancimino, nel settembre 1992 lui e il padre ripresero i contatti con il colonnello Mori e il capitano De Donno per individuare il covo di Riina e per questo aprirono una seconda trattativa con Bernardo Provenzano, che sarebbe durata fino a dicembre, quando Vito Ciancimino venne arrestato[41]; secondo le confidenze del padre, nei mesi successivi la trattativa continuò ed ebbe Marcello Dell'Utri come nuovo interlocutore[42].

In seguito alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, i magistrati di Caltanissetta e di Palermo raccolsero le testimonianze degli ex onorevoli Claudio Martelli, Luciano Violante, dell'avvocato Fernanda Contri e della dottoressa Liliana Ferraro, i quali dichiararono che nell'estate del 1992 vennero avvicinati dall'allora colonnello Mori e dal capitano De Donno che cercavano "copertura politica" per i loro contatti con Ciancimino, di cui era stato informato anche il giudice Paolo Borsellino nel periodo precedente alla sua morte[3][41].

Gli accertamenti delle Procure di Palermo e Caltanissetta appurarono anche che nel giugno 1993 il dottor Nicolò Amato ed il vicedirettore Edoardo Fazzioli vennero estromessi dalla guida del DAP (la direzione delle carceri) su interessamento diretto dell'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro[20][41]: al loro posto vennero nominati il dottor Adalberto Capriotti come nuovo direttore e il dottor Francesco Di Maggio come vicedirettore[20][41]; il 26 giugno il dottor Capriotti inviò una nota all'allora ministro della Giustizia Giovanni Conso in cui spiegava la sua nuova linea di silente non proroga di 373 provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza a novembre, che avrebbero costituito "un segnale positivo di distensione"[3][20][41]; tuttavia, tra il 20 e il 27 luglio, il DAP prorogò numerosi provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza che riguardavano alcuni detenuti mafiosi di elevata pericolosità e, proprio in quei giorni, avvennero gli attentati in via Palestro e davanti alle chiese di Roma[20][41]; il 2 novembre il ministro Conso non rinnovò circa 300 provvedimenti al 41 bis in scadenza per, a suo dire, "fermare le stragi"[20][41].

Nel 2012 Rosario Pio Cattafi (ex avvocato messinese legato alla Famiglia di Catania) dichiarò ai magistrati che nel giugno 1993 venne incaricato dal dottor Francesco Di Maggio (appena nominato vice direttore del DAP) di contattare il boss detenuto Nitto Santapaola al fine di aprire un dialogo per fermare le stragi[43]. Nel giugno 2012 la Procura di Palermo chiuse le indagini sulla "trattativa"[44]; nel 2013 il giudice dell'udienza preliminare di Palermo dispose il rinvio a giudizio per Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Nicola Mancino, Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno, Calogero Mannino e Marcello Dell'Utri, con le accuse di violenza o minaccia a corpo politico e falsa testimonianza[45].

Indagine "Sistemi criminali"[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1998 la Procura di Palermo iscrisse nel registro degli indagati i boss mafiosi Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Nitto Santapaola, Eugenio Galea, Aldo Ercolano, il Gran Maestro Licio Gelli, gli ex deputati Stefano Menicacci e Paolo Romeo, l'estremista nero Stefano Delle Chiaie, il commercialista Giuseppe Mandalari e i faccendieri Rosario Pio Cattafi, Filippo Battaglia e Giovanni Di Stefano, con l'accusa di aver "costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un'associazione [il cosiddetto "sistema criminale"] promossa e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, ed avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell'ordine costituzionale, allo scopo - tra l'altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d'Italia, anche al fine di agevolare l'attività dell'associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese"[2].

Infatti l'indagine condotta dalla Procura di Palermo si basava sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Leonardo Messina, Filippo Malvagna, Giuseppe Pulvirenti, Francesco Pattarino, Maurizio Avola, Vincenzo Sinacori, Tullio Cannella, Gioacchino Pennino, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca, Angelo Siino, Antonino Galliano ma anche dei collaboratori Pasquale Nucera e Filippo Barreca (ex affiliati della 'Ndrangheta), Gianfranco Modeo e Marino Pulito (ex affiliati alla Sacra Corona Unita), nonché quelle di Massimo Pizza (ex faccendiere e massone)[2]: secondo tali dichiarazioni, nel 1990-91 venne organizzato un piano eversivo-terroristico, in cui convergevano esponenti mafiosi, 'ndranghetisti e uomini provenienti dalle fila della massoneria e dell'eversione nera (in particolare Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie).

Inoltre le indagini della Procura di Palermo accertarono che nel periodo 1989-93 erano state create numerose leghe indipendentiste (a cui parteciparono anche Licio Gelli, Vito Ciancimino, Stefano Delle Chiaie ed altri), che si radunarono nella "Lega Meridionale", e nell'ottobre 1993 l'allora imprenditore Tullio Cannella (all'epoca uomo di fiducia di Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano) fondò anch'egli il movimento autonomista "Sicilia Libera"[2][46]; tuttavia, secondo le dichiarazioni di Cannella stesso, nel 1994 "Graviano, Provenzano e Bagarella, pur continuando a coltivare il progetto separatista, si impegnarono e profusero le loro energie per favorire ed appoggiare l'affermarsi di un nuovo partito politico e cioè Forza Italia"[2].

Nel 2001 la Procura di Palermo dispose l'archiviazione dell'indagine poiché non era "sufficientemente provato che l'organizzazione mafiosa deliberò di attuare la “strategia della tensione” per agevolare la realizzazione del progetto politico del gruppo Gelli-Delle Chiaie, né che l'organizzazione mafiosa abbia approvato l'attuazione di un piano eversivo-secessionista per effetto di contatti col gruppo Gelli-Delle Chiaie"[2]; tuttavia la richiesta di archiviazione della Procura di Palermo ipotizzava che il piano eversivo-terroristico "sia stato "prospettato” a Cosa Nostra al fine di orientarne le azioni criminali, sfruttandone il momento di “crisi” dei rapporti con la politica e che l'organizzazione mafiosa ne abbia anche subito - anche temporaneamente - l'influenza, senza però impegnarsi a pieno titolo nel piano eversivo-secessionista".[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Sentenza d'appello del processo stralcio per le stragi di Capaci e via d'Amelio (PDF).
  2. ^ a b c d e f g h i Richiesta di archiviazione nei confronti di Gelli Licio+13 - Procura della Repubblica di Palermo (PDF).
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Audizione del procuratore Sergio Lari dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA (PDF).
  4. ^ Archivio - LASTAMPA.it
  5. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae Valutazione delle prove - Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF).
  6. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t Sentenza del processo di 1º grado a Francesco Tagliavia per le stragi del 1993 (PDF).
  7. ^ Sentenza della Corte di Cassazione per l'omicidio Lima (PDF).
  8. ^ setacciati i quartieri periferici Corriere della Sera, 16 marzo 1992
  9. ^ duro' 5 giorni il " film " della strage Corriere della Sera, 13 novembre 1993
  10. ^ UNA STRAGE COME IN LIBANO - La Repubblica.it
  11. ^ A CATANIA NUOVE MINACCE AL GIUDICE LIMA - La Repubblica.it
  12. ^ " Andreotti fece avvertire Violante: la bomba di Capaci è contro di me " Corriere della Sera, 28 agosto 1996
  13. ^ Primo rapporto della squadra mobile di Palermo sulla strage di via d'Amelio (PDF).
  14. ^ Esercito Italiano- "Vespri Siciliani"
  15. ^ Omicidio Salvo: 3 ergastoli Corriere della Sera, 12 gennaio 1996
  16. ^ La trattativa tra Gioè-Bellini/Il proiettile nel Giardino di Boboli - Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF).
  17. ^ a b c d e f La deliberazione della campagna stragista - Sentenza del processo di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF).
  18. ^ MA CHI SI CELA DIETRO LA SIGLA ' FALANGE ARMATA' ? - La Repubblica.it
  19. ^ HANNO COLPITO FIRENZE AL CUORE - La Repubblica.it
  20. ^ a b c d e f g h i Relazione della Commissione Parlamentare Antimafia XVI LEGISLATURA (PDF).
  21. ^ Trappola esplosiva per Contorno Corriere della Sera, 15 aprile 1994
  22. ^ a b ATTENTATI ' 93 CINQUE BOMBE UNA SOLA STRATEGIA - La Repubblica.it
  23. ^ ' ECCO I BOSS DELLA STRAGE' - La Repubblica.it
  24. ^ a b Per le autobombe del ' 93 ergastolo a Riina e Graviano - La Repubblica.it
  25. ^ Dispositivo della sentenza di 1º grado per le stragi del 1993 (PDF).
  26. ^ Autobombe della mafia, 15 ergastoli - La Repubblica.it
  27. ^ Confermati gli ergastoli per le bombe del 1993 - La Repubblica.it
  28. ^ Via Palestro due ordini di cattura - La Repubblica.it
  29. ^ Due ergastoli per via Palestro la base era un pollaio di Caronno - La Repubblica.it
  30. ^ Strage via Palestro Confermati gli ergastoli - La Repubblica.it
  31. ^ Stragi del '93, ergastolo per il pescatore che fornì il tritolo - La Repubblica.it
  32. ^ Una lettera prima di morire: lasciato solo dalla Procura Corriere della Sera, 22 maggio 2003
  33. ^ a b Stragi del '93 senza mandanti occulti e i pm di Firenze archiviano il caso - La Repubblica.it
  34. ^ Torre di Pisa nel mirino della mafia Corriere della Sera, 29 luglio 1995
  35. ^ Ciancimino si offrì di far catturare Riina - La Repubblica.it
  36. ^ Giuffré: il boss Graviano era il tramite con Berlusconi, La Repubblica, 3 dicembre 2002
  37. ^ Giuffrè, gli obiettivi della confessione, La Repubblica, 4 dicembre 2002
  38. ^ LA SICILIA SI CONSEGNA A FORZA ITALIA - La Repubblica.it
  39. ^ Berlusconi e il "granaio" Sicilia - storia d'amore e di promesse tradite - La Repubblica.it
  40. ^ Forza Italia, storia dei suoi voti. Tra il 21% e il 29%, mai come la Dc - La Repubblica.it
  41. ^ a b c d e f g h Audizione del procuratore Francesco Messineo dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia - XVI LEGISLATURA (PDF).
  42. ^ Ciancimino jr e il biglietto del boss. Dell'Utri parlò con Provenzano - La Repubblica.it
  43. ^ Trattativa, depone il boss Cattafi "Di Maggio cercava Santapaola" - La Repubblica.it
  44. ^ Chiuse indagini su trattativa Stato-mafia I pm: "Dell'Utri mediatore con i boss" - La Repubblica.it
  45. ^ Trattativa Stato-mafia, il gup ha deciso: rinvio a giudizio per tutti i 10 imputati Il Messaggero, 7 marzo 2013
  46. ^ Il partito della mafia va in archivio chiusa l'inchiesta su 'Sicilia libera' - La Repubblica.it

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Silvia Tessitore, Diario della paura. Da via dei Georgofili la storia di un biennio di sangue, Zona, 2003, ISBN 88-87578-62-1.
  • G. Grassi, Processo alla trattativa Stato Mafia. Tre procure, tre verità. M. Pagliai Editore 2015

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]