Maxiprocesso di Messina

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«Va a finire che quello dell'eliminazione degli imputati diventa l'unico modo per concludere i maxi-processi.»

(Un investigatore durante i giorni del maxiprocesso[1])
Il tribunale di Messina

Il maxiprocesso di Messina fu un processo penale celebrato in Italia nel 1986 per crimini di mafia.

Nella provincia di Messina la presenza di Cosa nostra era molto forte. Si faceva sentire attraverso l'influenza delle maggiori famiglie mafiose catanesi e palermitano alleate con le famiglie mafiose messinesi, così come si può leggere nelle dichiarazioni di diversi mafiosi, tra cui il catanese Antonino Calderone.[2][3] Tali famiglie, oltre ad esercitare questa influenza e a gestire i loro affari in modo diretto, avevano stretto legami con le organizzazioni criminali della provincia peloritana.

Il processo - che si svolse contemporaneamente al maxiprocesso di Palermo nell'aula bunker del carcere di Gazzi di Messina - vide come imputati 283 persone, suddivisi in quattro cosche mafiose operanti a Messina e Barcellona Pozzo di Gotto. Il 3 aprile 1987 la sentenza di primo grado sancì soltanto 65 condanne a fronte di 180 assoluzioni.

Svolgimento[modifica | modifica wikitesto]

Le difficoltà iniziali[modifica | modifica wikitesto]

Il processo iniziò il 14 aprile 1986 nell'aula bunker del carcere di Gazzi. Si riscontrano subito molte difficoltà, e il processo procede molto a rilento. Gli imputati, da dietro le sbarre, lanciano fischi e in aula è tutto un susseguirsi di urla e strepiti. Si arriva al punto in cui un imputato urla di essere la reincarnazione di un Papa. Ma non è unicamente l'azione di coloro che stanno sul banco degli accusati a far rallentare il corso della giustizia. Il clima è infatti rovente, vi sono contestazioni degli avvocati, ritrattazioni dei pentiti, arrivano addirittura accuse, da parte dei testimoni, dirette ai difensori.

Degli avvocati presenti in aula, ben 78 vengono denunciati per abbandono di difesa. Il presidente del tribunale Domenico Cucchiara (che anni dopo finirà coinvolto dalle dichiarazioni di alcuni pentiti[4]) avanza, ad un certo punto, l'iniziativa di astenersi, ma questa viene bocciata dagli organi superiori. La situazione appare talmente impantanata e lontana dal risolversi che la Camera penale di Messina prende in considerazione l'eventualità di intraprendere iniziative che blocchino definitivamente il dibattimento.

La fase istruttoria[modifica | modifica wikitesto]

Alla base del processo vi furono le dichiarazioni del pentito Giuseppe Insolito ai magistrati Francesco Providenti e Rocco Sisci che portarono al blitz della notte di San Paolino, quando centinaia di uomini delle forze dell'ordine irruppero in 190 ville e baracche di Messina.

L'omicidio D'Uva[modifica | modifica wikitesto]

Nino D'Uva era uno degli avvocati penalisti più in vista di Messina. Ben 13 imputati al Maxiprocesso lo avevano scelto come avvocato difensore. [senza fonte] Il 6 maggio 1986 al terzo piano di Palazzo D'Alcontres, in via San Giacomo, viene ucciso da un killer che, anni dopo, una serie di pentiti dichiareranno essere Placido Calogero, un ragazzo di 19 anni. Il mandante era il padrino Gaetano Costa, il quale riteneva "troppo blanda" la linea difensiva di D'Uva e degli avvocati difensori in generale. Il killer agì in seguito ad un atto eclatante compiuto dallo stesso Costa. Egli infatti lanciò, in aula, durante il processo, una scarpa contro D'Uva. L'omicidio ebbe dunque, secondo molti, lo scopo di lanciare un messaggio a coloro che stavano partecipando al procedimento penale. Lo stesso pm Italo Materia dichiarerà in seguito: "il delitto D'Uva fu compiuto per influire sul maxiprocesso"[5].

Gli omicidi durante il processo[modifica | modifica wikitesto]

Gli omicidi tuttavia non si fermarono a quello dell'avvocato. Nel giro di poco tempo una serie di agguati vennero compiuti in diverse zone della città contro quegli imputati che erano stati rilasciati per decorrenza dei termini di custodia, accompagnati da spedizioni punitive contro i testimoni di giustizia e le loro famiglie.
Subito dopo il blitz della notte di San Paolino, le cosche cercarono di vendicarsi di Insolito, principale pentito e testimone al processo, tentando di uccidere prima la madre, e poi il padre. In seguito verranno uccisi quattro imputati, un altro si toglierà la vita, e altre due vittime innocenti moriranno per essersi trovate al fianco di altrettante vittime predestinate.
I primi due, Corrado Parisi e Gregorio Fenghi, vengono freddati in pieno centro l'8 agosto 1986. L'8 settembre viene ucciso Natale Morgana sul viale Giostra (Messina). Un mese dopo, l'8 ottobre, Pietro Bonsignore viene fatto fuori da un commando che fa irruzione nella sala d'aspetto dell'ospedale di Ganzirri, dove è ricoverato. Resta uccisa anche Nunzia Spina che casualmente si trovava accanto a Bonsignore in quel momento. Quasi contemporaneamente, nel quartiere Gazzi, viene ucciso Giovanni Bilardo, il quale due settimane prima era stato incriminato per traffico di stupefacenti. Non è certo però che i due omicidi fossero collegati. Il 12 ottobre un altro imputato, Pasquale Paratore, si toglie la vita. L'ultimo a morire è Gianfranco Galeani che viene ucciso sui gradini di una chiesa nel quartiere Bordonaro[6].

Conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Il maxiprocesso si concluse in primo grado il 3 aprile del 1987. Dopo quindici giorni di camera di consiglio dei 245 imputati rimasti 65 vennero condannati, ben 163 vennero assolti per non aver commesso il fatto, altri 17 per insufficienza di prove. Gli anni di carcere inflitti furono 394, a fronte dei 1020 che erano stati chiesti dall'accusa. Il pm Providenti dichiarò: “Questa sentenza non corrisponde alla realtà criminale esistente a Messina”[5].

Gli imputati[modifica | modifica wikitesto]

Gli imputati facevano parte di quattro cosche; la prima era quella con a capo Gaetano Costa (detto "facci i sola"), ritenuto tra i primi ad aver stretto legami con la 'ndrangheta sin dalla fine degli anni '70, che aveva il proprio centro operativo nel quartiere di Giostra e che era di fatto considerato il vertice della criminalità messinese (almeno nel capoluogo). La seconda era quella che faceva capo a Placido Cariolo, legata soprattutto al quartiere Camaro, la terza cosca cittadina era, invece, quella di Lorenzino Ingemi che raccoglieva gente prevalentemente del quartiere Minissale. Bisogna precisare che questi clan operavano ben oltre i confini dei quartieri citati, avevano infatti diviso l'intera città in zone di influenza.

L'ultima cosca era quella di Carmelo Milone e veniva, a differenza delle altre, dalla provincia. Milone era infatti il boss di Barcellona Pozzo di Gotto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]