Pietro Scaglione

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Pietro Scaglione

Pietro Scaglione (Palermo, 2 marzo 1906Palermo, 5 maggio 1971) è stato un magistrato italiano, assassinato da Cosa nostra.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La carriera[modifica | modifica wikitesto]

Dopo essere entrato in magistratura nel 1928 e dopo avere esordito in aula come pubblico ministero negli anni quaranta, Scaglione indagò sulla banda Giuliano e preparò dure requisitorie contro gli assassini del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso nel 1955, negli anni del latifondismo e delle lotte contadine per la redistribuzione delle terre. La parte civile della famiglia Carnevale fu rappresentata dal futuro presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, e dagli avvocati Francesco Taormina e Nino Sorgi, anche loro socialisti. Si contrapposero ad un altro futuro presidente della Repubblica, il democristiano Giovanni Leone, difensore degli imputati (i campieri della famiglia aristocratica Notarbartolo). L'impianto accusatorio della Procura di Palermo (supportato dalla parte civile) fu, però, vanificato da altre corti. [1] Alla fine, dopo un lungo iter giudiziario tra assoluzioni e condanne in vari tribunali italiani, la Corte di Appello di Santa Maria di Capua Vetere condannò i campieri della principessa Notarbartolo all'ergastolo, accogliendo le intuizioni di Scaglione, Pertini, Sorgi e Taormina.

Diventato procuratore capo della Procura di Palermo nel 1962, Scaglione inquisì Salvo Lima, Vito Ciancimino ed altri politici locali e nazionali. Secondo la testimonianza del giornalista Mario Francese,ucciso nel 1979, Pietro Scaglione «fu convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni».[2]

Scaglione indagò sulla strage di Ciaculli del 1963 e, grazie alle inchieste condotte dall'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo (guidato da Cesare Terranova) e dalla Procura della Repubblica (diretta da lui stesso) «le organizzazioni mafiose furono scardinate e disperse», come si legge nella Relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia del 1976.[3]

Pietro Scaglione era impegnato anche nel volontariato e divenne Presidente del Consiglio di Patronato per l'assistenza alle famiglie dei carcerati e degli ex detenuti, promuovendo, tra l'altro, la costruzione di un asilo nido; per queste attività sociali, gli fu conferito dal Ministero della giustizia il Diploma di primo grado al merito della redenzione sociale, con facoltà di fregiarsi della relativa medaglia d'oro.

Infine, con Decreto dello stesso Ministero della Giustizia del 1991, previo parere favorevole del Consiglio Superiore della Magistratura, Pietro Scaglione fu riconosciuto "magistrato caduto vittima del dovere e della mafia".[3]

L'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

Lapide commemorativa posta sul luogo dell'attentato

La mattina del 5 maggio 1971 Scaglione, mentre percorreva via dei Cipressi a Palermo a bordo di una Fiat 1500 nera guidata dall'agente di custodia Antonino Lo Russo, venne bloccato da un'altra automobile da cui uscirono due o tre persone che fecero fuoco con pistole calibro 9 e 38 Special, freddando all'istante Scaglione e il suo autista[4][5].

È sepolto nel Cimitero dei Cappuccini di Palermo.

Polemiche dopo la morte[modifica | modifica wikitesto]

La relazione di minoranza della Commissione Parlamentare Antimafia – redatta nel 1976 dal deputato del Movimento Sociale Italiano Giorgio Pisanò – alimentò polemiche sull'uccisione del magistrato. Pisanò sostenne che sulla figura del procuratore Scaglione e del presidente del tribunale Nicola La Ferlita, pesavano forti sospetti di avere favorito la fuga del boss mafioso Luciano Leggio nel 1969[6].

Tuttavia, il Csm e l'autorità giudiziaria di Firenze, sin dal 1971, avevano già escluso qualsiasi responsabilità del procuratore Scaglione nella fuga e nella latitanza del boss Luciano Liggio. La magistratura accertò che Scaglione assunse sempre «numerose e rigorose iniziative giudiziarie» a carico di Luciano Liggio e di altri boss.[7]

Le indagini sull'assassinio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1984 il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta dichiarò al giudice Giovanni Falcone che Scaglione era «un magistrato integerrimo e spietato persecutore della mafia» e il suo omicidio era stato organizzato ed eseguito da Luciano Leggio e dal suo vice Salvatore Riina con l'approvazione del loro associato Pippo Calò[8][9]. Nel 1987 il collaboratore Antonino Calderone dichiarò che l'omicidio di Scaglione faceva parte di una serie di azioni eversive attuate da esponenti mafiosi in seguito al fallito Golpe Borghese, in cui si poteva inquadrare anche la sparizione del giornalista Mauro De Mauro[10][11]. Nel 1992, durante un'audizione della Commissione Parlamentare Antimafia, Buscetta confermò le dichiarazioni di Calderone ed aggiunse che «Luciano Liggio stabilì di sua volontà di creare un clima di tensione nell'ambiente politico per preparare il colpo di Stato (il Golpe Borghese). Ognuno prese le sue mosse su quale fosse il politico da colpire […] L'obiettivo di Luciano Liggio fu il procuratore Scaglione»[12].

Tuttavia nel gennaio 1991 il giudice istruttore di Genova Dino Di Mattei, che si occupava delle indagini, dichiarò di non doversi procedere nei confronti dei presunti responsabili dell'omicidio del procuratore Scaglione (Gaetano Fidanzati, Gerlando Alberti e il figlio, Salvatore Riina, Luciano Leggio, Pippo Calò, Francesco Scaglione, Pietro D'Accardio e Francesco Russo) in quanto «non è stato possibile individuare nei confronti di questi imputati gli elementi convincenti di accusa, come ad esempio il rinvenimento delle armi usate o testimonianze dirette, che giustifichino il passaggio alla fase dibattimentale»[5].

La testimonianza di Piero Grasso[modifica | modifica wikitesto]

Nel libro la Mafia Invisibile, il superprocuratore antimafia Piero Grasso (intervistato da Saverio Lodato) si occupa ampiamente dell'omicidio Scaglione affermando, tra le altre cose:

« Ricordo le prime campagne di delegittimazione sulla figura del magistrato. Ricordo che circolarono certe voci per gettare ombre sulla sua attività: calunnie poi categoricamente smentite dalle indagini successive. Scaglione aveva sempre tenuto un atteggiamento coerente e rigoroso nei confronti di una criminalità che allora era ancora difficilmente decifrabile come mafiosa. »

(Lodato; Grasso, La mafia invisibile. La nuova strategia di Cosa Nostra, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2001, p. 91 ss.)

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Enrico Bellavia, Un uomo d'onore, BUR Rizzoli, Milano, 2010, ISBN 978-88-17-03895-9
  • Attilio Bolzoni; Giuseppe D'Avanzo, Il capo dei capi. Vita e carriera criminale di Toto Riina, BUR saggi, Milano, 2007, ISBN 978-88-17-01924-8
  • Vincenzo Ceruso, Uomini contro la Mafia. Da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, da Libero Grassi a Carlo Alberto Dalla Chiesa: storia degli uomini in lotta contro la criminalita organizzata, Newton & Compton, Roma, 2008, ISBN 978-88-541-1323-7
  • Riccardo De Sanctis, Delitto al potere. Controinchiesta, Samonà e Savelli, Roma, 1972
  • John Dickie, Cosa nostra. Storia della mafia siciliana, traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti, Laterza, Bari, 2005, ISBN 88-420-7273-7
  • Piero Grasso; Saverio Lodato, La mafia invisibile. La nuova strategia di Cosa nostra, Mondadori, Milano, 2001, ISBN 88-04-49569-3
  • Giuseppe Carlo Marino - Pietro Scaglione, L'Altra Resistenza. Storie di eroi antimafia e lotte sociali in Sicilia. Paoline 2014.
  • Giuseppe Carlo Marino, Storia della mafia. Dall'Onorata societa a Cosa nostra, sull'itinerario Sicilia-America-mondo, la ricostruzione critica di uno dei più inquietanti fenomeni del nostro tempo e delle eroiche lotte per combatterlo, Newton & Compton, Roma, 1999, ISBN 88-8289-007-4
  • Mafia. L'atto d'accusa dei giudici di Palermo, a cura di Corrado Stajano, Editori riuniti, Roma, 1986, ISBN 88-359-2954-7