Giorgio Pisanò

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Giorgio Pisanò
Pisanò giorgio.jpg

Senatore della Repubblica Italiana
Legislature VI, VII, VIII, IX e X
Gruppo
parlamentare
Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale, Misto (dal 1991)
Circoscrizione Lombardia
Collegio Milano II, III
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale (1947-1991)
Movimento Fascismo e Libertà (1991-1997)
Titolo di studio Diploma di maturità classica
Professione Giornalista

Giorgio Pisanò (Ferrara, 30 gennaio 1924Milano, 17 ottobre 1997) è stato un giornalista, saggista e politico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Ferrara il 30 gennaio 1924, figlio di Luigi,[1] pugliese di San Vito dei Normanni, laureato in giurisprudenza, che vi lavorava come funzionario statale. A Ferrara nel corso degli anni venti del XX Secolo, quando era in servizio alla locale prefettura, Luigi conobbe Iolanda Cristiani,[1] una ragazza del posto e la sposò. Giorgio fu il primo di cinque figli.[1] La famiglia si spostò da una città all'altra, come per tutti i funzionari di prefettura, e il lui prese la maturità classica a Taranto, durante il periodo bellico.

La seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del 1942, a 18 anni di età, in qualità di ufficiale della GIL,[1] ebbe il comando della compagnia di pronto intervento addestrata per soccorrere la popolazione durante i bombardamenti. In seguito il padre fu inviato alle prefetture di Messina, Pescara e Pistoia. Il giorno dopo la firma dell'armistizio di Cassibile Giorgio si trovava proprio nella città toscana, dove con altri ragazzi organizzò la riapertura della casa del fascio[1] e l'occupazione della Caserma "Gavinana", abbandonata dai soldati, in attesa di un reparto tedesco. Ben presto si arruolò volontario nella Xª Flottiglia MAS,[2] chiedendo di far parte degli NP[3]. L'addestramento fu svolto a Jesolo, mentre a Tradate furono effettuati i lanci con il paracadute[3]. Destinato alla raccolta informazioni oltre le linee nemiche, operò insieme al pistoiese Ruy Blas Biagi,[4] Nel 1944 fu inviato in missione oltre le linee anglo-statunitensi e venne paracadutato nei pressi di Roma.[1] Dopo aver svolto la missione assegnatagli, fu preso prigioniero dall'esercito del Regno Unito mentre tentava di rientrare[5] nel nord Italia. Non identificato come agente fascista, fu comunque incarcerato per un mese nel carcere di Arezzo perché sorpreso a circolare in zona di guerra senza permesso[5].

Rientrato fortunosamente nel nord Italia, fu decorato dall'Abwehr[6] con la Croce di Ferro di I e II classe tedesca,[2] e promosso due volte per merito di guerra,[1] verso la fine della guerra si trovò in Valtellina come tenente della XXXVIII Brigata Nera "Ruy Blas Biagi" di Pistoia, assegnato ai servizi speciali del Comando generale.

La Brigata Nera di Pistoia a Grosio Valtellina, reparto di cui faceva parte Pisanò.

Il 20 aprile 1945 raggiunse la Valtellina dove si stava organizzando il Ridotto Alpino Repubblicano e il 27 aggregato alla colonna guidata dal maggiore Renato Vanna della Guardia Nazionale Repubblicana di Frontiera ne condivise le vicende fino allo scioglimento.

Fu preso prigioniero dai partigiani il 28 aprile 1945[1] a Ponte Valtellina e imprigionato nel carcere di Sondrio[7] dove documentò le fucilazioni dei propri compagni di prigionia presenti in quel momento nel carcere[8] e che durarono fino al 13 maggio[9] quando i carabinieri sottrassero i prigionieri ai partigiani[10]. Dal 29 agosto al 26 ottobre 1945 rimase in prigionia nel carcere milanese di san Vittore[11]. Fu poi trasferito nei campi di concentramento alleati R707 di Terni[1] e a Rimini dove restò fino a novembre 1946.

Terminata la prigionia, raggiunse la famiglia, oramai stremata in seguito all'epurazione del padre, a Lucino. Per aiutare la famiglia iniziò l'attività di contrabbandiere fra Italia e Svizzera. Pisanò riscoprì la politica ed incontrò la professione della sua vita: il giornalismo.[1]

Il dopoguerra e la militanza politica[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1947, a Como, fu tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano, diventando il primo segretario di quella federazione.[1] La sua attività professionale comincia nel 1948 dove coprirà le cariche di redattore e inviato dei settimanali Meridiano d'Italia, un settimanale di destra neofascista, diretto da Franco De Agazio.[N 1][1]

Proprio con Meridiano d'Italia,[2] alla cui direzione era giunto Franco Maria Servello, inizia a condurre ricerche sugli omicidi del dopoguerra compiuti dai partigiani, molti dei quali legati al mistero dell'oro di Dongo.[2] Nel 1949 è membro della giunta nazionale del Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori del MSI[12]. Nel 1951 fonda e ricopre la carica di primo presidente lombardo dell'Associazione Studenti "La Giovane Italia", che confluisce nel 1954 nella Giovane Italia[13].

Tra giornalismo e saggistica[modifica | modifica wikitesto]

Divenuto giornalista professionista, approda[N 2] nel 1954 a Oggi, settimanale fondato da Angelo Rizzoli[14] e diretto da Edilio Rusconi.[2] Nel 1958 difende Raoul Ghiani nel caso Fenaroli, con annesso scandalo Italcasse.[15]

Nel 1960, Rusconi - che nel frattempo aveva fondato Gente[14] - lo incaricò di raccogliere per il settimanale tutto il materiale fotografico e documentale sulla Resistenza,[1] per un reportage da pubblicare a puntate.[N 3] In quello stesso anno convolò a giuste nozze con la signorina Fanny Crespi che gli diede due figli, Alessandra e Alberto.[1]

Nel 1963 fondò[1] il settimanale Secolo XX, nel quale comincia a pubblicare notizie controverse e scottanti.[14] In particolare suscita scalpore l'inchiesta che Pisanò pubblica sulla morte misteriosa del capo dell'Eni Enrico Mattei.[15]

In quegli anni all'attività giornalistica affianca quella storico-saggistica con diversi testi[1] sulla II guerra mondiale e sul fascismo durante la RSI come Sangue chiama sangue (1962),[1] La generazione che non si è arresa (1964), Storia della guerra civile in Italia, 1943-1945 (1965), Gli ultimi in grigioverde. Storia delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana[1] (1967) Mussolini e gli ebrei (1967), e Penna nera. Storia e battaglie degli alpini d'Italia. Nel 1965 fu relatore al convegno dell'Hotel Parco dei Principi sulla guerra rivoluzionaria in funzione anticomunista.

Nel 1968 fece rivivere il settimanale Candido,[2] erede di quello fondato da Giovannino Guareschi e che aveva cessato le pubblicazioni nel 1961,[N 4] assumendo la carica di direttore, che mantenne fino al 1992. Il Candido condusse molte campagne giornalistiche di cronaca, arrivando a denunciare apertamente per peculato il leader socialista Giacomo Mancini.[N 5] Durante il culmine della contestazione al leader socialista Mancini, nel 1971 fu accusato di estorsione da Dino de Laurentiis e fu incarcerato Regina Coeli dove trascorse 114 giorni, prima di venire assolto da ogni accusa da Tribunale di Roma il 14 luglio dello stesso anno, e scarcerato. Il 13 marzo 1972 subì il primo attentato da parte delle Brigate Rosse,[1] cui ne seguì altri due diretti contro la redazione e gli impianti produttivi del Candido.[N 6]

Nel 1980 fu particolarmente virulenta la campagna del Candido indirizzata a dimostrare che dietro la figura di Aldo Moro vi era un intreccio di interessi di personaggi non sempre limpidi legati al caso Lockheed.[15] Nel 1982 si occupò della morte del banchiere Roberto Calvi,[15] arrivando a comparire in televisione[2] con la borsa del suddetto, consegnandola in diretta al TG2 della RAI.[14]

Attività politico-parlamentare[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1972, venne eletto senatore[14] per il Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale, nella circoscrizione Lombardia[16]

Riconfermato ininterrottamente per cinque legislature[2] (1976, 1979, 1983 e 1987) fino al 1992, in tale veste è stato componente delle Commissioni Parlamentari permanenti della Difesa e degli Affari Costituzionali, della Commissione parlamentare di vigilanza RAI, della Commissione parlamentare Antimafia e della Commissione Parlamentare d'Indagine sulla Loggia P2.[1]

Dal 1980 al 1994 ricoprì la carica di consigliere comunale della città di Cortina d'Ampezzo.

Dopo la morte di Almirante, avvenuta nel 1988,[1] l’anno successivo fondò una corrente comunitarista interna al Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale, dopo la fuoriuscita dal MSI, il 25 luglio 1991 la corrente diventa Movimento Fascismo e Libertà, con Pisanò segretario nazionale.[17]

Simbolo dell'allora Movimento Fascismo e Libertà

Il partito si configurò come l'unico partito a richiamarsi espressamente al fascismo sul simbolo stesso, che include e pone in evidenza al centro un fascio di colore rosso, facendo esplicito riferimento alle ideologie della Repubblica Sociale Italiana e della destra sociale, come il corporativismo, la socializzazione dell'economia, la fiscalità monetaria e il nazionalismo.[18]

Contemporanei processi per violazione della legge Scelba porteranno all'assoluzione di Pisanò e altri membri del partito poiché, al contrario della fattispecie di reato individuata dalla legge, il MFL ha in programma una Repubblica presidenziale bicamerale con Presidente della Repubblica con pieni poteri ed eletto dal popolo invece che la ricostituzione della dittatura fascista. Il partito ha eletto alcuni consiglieri comunali soprattutto nell'astigiano, in occasione delle elezioni politiche del 1992.

Negli anni novanta riprese l'attività pubblicistica, pubblicando diversi testi sulla RSI.[1] Nel 1995,[1] dopo la svolta di Fiuggi e la definitiva trasformazione del Movimento Sociale Italiano in Alleanza Nazionale, Pisanò decide di associarsi a Pino Rauti[1] nel progetto di conservazione dello storico partito della Destra italiana, che avrebbe dato origine alla Fiamma Tricolore. Alcuni mesi più tardi lascia però la vita politica, complice l'aggravarsi del suo stato di salute.

Giorgio Pisanò muore a Milano il 17 ottobre 1997,[2] dopo una lunga malattia.[N 7]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Croce di Ferro di I classe - nastrino per uniforme ordinaria Croce di Ferro di I classe
Croce di Ferro di II classe - nastrino per uniforme ordinaria Croce di Ferro di II classe

Pubblicazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Il vero volto della guerra civile. Documentario fotografico, Milano, Rusconi, 1961.
  • Sangue chiama sangue, Milano, Pidola, 1962.
  • La generazione che non si è arresa, Milano, Pidola, 1964.
  • Giovanni XXIII. Le sue parole, la sua vita, le sue opere e le fotografie più belle. La prima biografia del papa santo, a cura di, Milano, FPE, 1965.
  • Storia della guerra civile in Italia, 1943-1945, 3 voll., Milano, FPE, 1965-1966.
  • Gli ultimi in grigioverde. Storia delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945), 4 voll., Milano, FPE, 1967.
  • Mussolini e gli ebrei, Milano, FPE, 1967.
  • Penna nera. Storia e battaglie degli alpini d'Italia, con Giambattista Lombi, 2 voll., Milano, FPE, 1968.
  • L'altra faccia del pianeta "P2". Testo integrale della Relazione conclusiva di minoranza presentata al Parlamento dal rappresentante del MSI-DN, Milano, Edizioni del Nuovo Candido, 1984.
  • L'omicidio Calvi nell'inchiesta del commissario P2 Giorgio Pisanò e nelle deposizioni della vedova. Con gli atti inediti del processo di Londra, Milano, GEI, 1985.
  • Storia del Fascismo, 3 voll., Milano, Pizeta, 1988-1990.
  • Il triangolo della morte. La politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile, con Paolo Pisanò, Milano, Mursia, 1992. ISBN 88-425-1157-9
  • Gli ultimi cinque secondi di Mussolini, Milano, Il Saggiatore, 1996. ISBN 88-428-0350-2
  • Io, fascista, Milano, Il Saggiatore, 1997. ISBN 88-428-0502-5

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Franco De Agazio fu ucciso dalla "volante rossa" a Milano nel febbraio del 1947.
  2. ^ Accusato di aver rubato lo scoop sui diari del Duce al settimanale Oggi, fu convocato a colloquio da Rusconi, che al telefono gli aveva dato l'epiteto di filibustiere, il quale colpito dalla personalità di Pisanò lo assunse.
  3. ^ Rusconi, che è da ricordare era stato deportato ad Auschwitz, fu il primo a commissionargli le inchieste sul così detto Triangolo della morte.
  4. ^ In un'intervista riportata da Giampaolo Pansa nel volume La Grande Bugia, il fratello di Giorgio, Paolo Pisanò, riferisce che Guareschi, poco prima di morire, avrebbe accolto con favore l'idea del giornalista.
  5. ^ Il Candido sostenne la rivolta di Reggio Calabria, si occupò di diversi scandali e vicende di corruzione politica-amministrativa-finanziaria: ANAS (Aziensa Nazionale Autonoma delle Strade) Italcasse, SIR (Società Italiana Resine), quello seguito al terremoto del Belice (1968), quello dei petroli.
  6. ^ Avvenuti rispettivamente il 2 settembre 1972 e l’11 febbraio 1978.
  7. ^ Soffriva di un cancro ai reni.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x http://www.treccani.it/enciclopedia/giorgio-pisanò_(Dizionario_Biografico)/.
  2. ^ a b c d e f g h i Sebastiano Messina, Giorgio Pisano, l’irriducibile cacciatore di scoop in camicia nera, in La Repubblica, Roma, 18 ottobre 1997.
  3. ^ a b Pisanò 1997, p. 106
  4. ^ Pisanò 1997, p. 107
  5. ^ a b Pisanò 1997, p. 73
  6. ^ Tirloni 2017, p. 38
  7. ^ Pisanò 1997, p. 72
  8. ^ Pisanò 1997, p. 83
  9. ^ Pisanò 1997, p. 96
  10. ^ Pisanò 1997, p. 98
  11. ^ Leone 2012, p. 114
  12. ^ Baldoni 1999, p. 354
  13. ^ Baldoni 1999, p. 433
  14. ^ a b c d e Tirloni 2017, p. 39
  15. ^ a b c d Paolo Pisano, Mio fratello Giorgio Pisanò cronista e giornalista scomodo, in Il Giornale, Milano, 31 marzo 2017.
  16. ^ senato.it - Scheda di attività di Giorgio PISANO' - VI Legislatura
  17. ^ MSI, SCISSIONE BIS GIORGIO PISANO' SBATTE LA PORTA
  18. ^ Movimento Fascismo e Libertà - Chi siamo, su fascismoeliberta.info. URL consultato il 30 ottobre 2011 (archiviato dall'url originale il 10 ottobre 2013).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Adalberto Baldoni, La Destra in Italia, Roma, Pantheon, 1999.
  • Umberto Berlenghini, Massimiliano Griner, Stefano Delle Chiaie, L'aquila e il condori, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 2012, ISBN 8-87339-543-0.
  • Mimmo Franzinelli, L'arma segreta del duce: La vera storia del Carteggio Churchill-Mussolini, Milano, Rizzoli, 2015, ISBN 8-85867-629-7.
  • Paolo Leone, I campi dei vinti, Siena, Cantagalli, 2012.
  • Giuseppe Parlato, CAVALLERO, Ugo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 84, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2015.
  • Giampaolo Pansa, La grande bugia, Milano, Sperling & Kupfer Editori, 2010, ISBN 8-87339-200-8.
  • Giorgio Pisanò, Io, fascista, Milano, Il Saggiatore, 1997.

Periodici[modifica | modifica wikitesto]

  • Paolo Pisanò, Mio fratello Giorgio Pisanò, cronista e giornalista scomodo, in Il Giornale, Milano, 31 marzo 2017.
  • Sebastiano Messina, Giorgio Pisanò, l’irriducibile cacciatore di scoop in camicia nera, in La Repubblica, Roma, 18 ottobre 1997.
  • SGian Luca Tirloni, Ricordo di Giorgio Pisanò, in Storia & Battaglie, Vicchio, Luca Poggiali Editore, novembre 2017.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Segretario del MFL Successore
Nessuno 25 luglio 1991 - 17 ottobre 1997 Giuseppe Martorana
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