Rocco Chinnici

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Rocco Chinnici

Rocco Chinnici (Misilmeri, 19 gennaio 1925Palermo, 29 luglio 1983) è stato un magistrato italiano.

Il suo nome è legato all'idea dell'istituzione del "pool antimafia", che diede una svolta decisiva nella lotta alla mafia.

Fu assassinato da Cosa nostra.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La formazione e l'ingresso in magistratura[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Strage di viale Lazio.

Fu alunno del Liceo Classico Umberto I di Palermo. Dopo i bombardamenti alleati che sconvolsero Palermo, ultimò gli studi liceali percorrendo a piedi quotidianamente il tratto di strada che separava Misilmeri, dove viveva, da Palermo, perché la ferrovia era ormai inutilizzabile. Conseguì la maturità nel 1943. Si iscrisse poi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'ateneo della stessa città e si laureò il 10 luglio 1947[1][2]. Durante gli studi, per alleviare l'impegno economico sostenuto dalla famiglia, aveva lavorato all'ufficio del registro di Misilmeri[3]. Qui conobbe anche Agata Passalacqua, giovane docente di scuola media che sarebbe poi divenuta sua moglie.[3]

Entrò nella magistratura italiana nel 1952, avendo come prima destinazione il tribunale di Trapani come uditore giudiziario. In seguito fu pretore a Partanna, dal 1954 al 1966, anno in cui pervenne a Palermo, ove il 9 aprile[3] prese servizio presso l'Ufficio Istruzione del Tribunale, nel ruolo di giudice istruttore[1][2].

Nel 1970 gli fu assegnato il caso della cosiddetta "strage di viale Lazio", in cui figuravano molti nomi di criminali di mafia destinati a successiva maggior notorietà.[3] Nel 1975, giunto al grado di magistrato di Corte d'Appello, fu nominato Consigliere Istruttore Aggiunto. Divenne magistrato di Cassazione e Consigliere Istruttore dopo altri quattro anni e come tale[3], in quel 1979 in cui fu ucciso Cesare Terranova, fu chiamato alla carica di dirigente dell'Ufficio in cui già lavorava sull'onda dell'emozione per quel delitto

"eccellente"[4][5].

La lotta a Cosa nostra e il pool antimafia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Giovanni Falcone, Maxiprocesso di Palermo, Paolo Borsellino e Pool (magistratura italiana).

Altri omicidi seguirono non molto tempo dopo, nel 1980, quando Cosa nostra uccise il capitano dell'Arma dei Carabinieri Emanuele Basile (4 maggio) e il procuratore Gaetano Costa (6 agosto), amico di Chinnici, con cui aveva condiviso indagini sulla mafia, i cui esiti i due giudici si scambiavano in tutta riservatezza dentro un ascensore di servizio del palazzo di Giustizia[6]. Dopo questo omicidio[7] Chinnici ebbe l'idea di istituire una struttura collaborativa fra i magistrati dell'Ufficio (poi nota come pool antimafia)[8], conscio che l'isolamento dei servitori dello stato li espone all'annientamento e li rende vulnerabili, in particolare i giudici e i poliziotti poiché, uccidendo chi indaga da solo, si seppellisce con lui anche il portato delle sue indagini[3][6].

Entrarono a far parte della sua squadra alcuni giovani magistrati fra i quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Con quest'ultimo condivideva il giorno di nascita, il 19 gennaio. Altro avrebbe legato le tre figure qualche anno dopo. Disse Chinnici in un'intervista:

«Un mio orgoglio particolare è una dichiarazione degli americani secondo cui l'Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre magistrature d'Italia. I magistrati dell'Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero[1]

Il primo grande processo a Cosa nostra, il cosiddetto maxi processo di Palermo, è il risultato del lavoro istruttorio svolto da Chinnici[3].

L'attività culturale[modifica | modifica wikitesto]

Chinnici partecipò in qualità di relatore a molti congressi e convegni giuridici e socioculturali, e credeva nel coinvolgimento dei giovani nella lotta contro la mafia, recandosi nelle scuole per parlare agli studenti della mafia e del pericolo della droga[2]. Questo pericolo ebbe ad esplicitare poco prima di morire, in una nota intervista a I Siciliani di Pippo Fava[9]:

«[s]ono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo c'è un fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani.
Il rifiuto della droga costituisce l'arma più potente dei giovani contro la mafia.»

In altra occasione aveva detto:

«Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi [...] fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai[10]

Fu anche uno studioso del fenomeno mafioso, del quale diede in più occasioni definizioni molto decise. Nella sua relazione sulla mafia tenuta nell'incontro di studio per magistrati organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura a Grottaferrata il 3 luglio 1978 così si era espresso:

«Riprendendo il filo del nostro discorso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall'unificazione del Regno d'Italia alla prima guerra mondiale e all'avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell'unificazione, non era mai esistita in Sicilia.»

e più oltre aggiunge:

«La mafia [...] nasce e si sviluppa subito dopo l'unificazione del Regno d'Italia.[11]»

Più tardi, nella detta intervista a I Siciliani, approfondì la definizione:

«La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. [...] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini.[9]»

In una delle sue ultime interviste, Chinnici disse:

«La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare.[12]»

L'attentato e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Targa in via Giuseppe Pipitone Federico 59, Palermo, nel luogo in cui fu ucciso Rocco Chinnici

Rocco Chinnici fu ucciso alle 8 del mattino del 29 luglio 1983 con una Fiat 126 verde, imbottita con 75 kg di esplosivo parcheggiata davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo[13], all'età di cinquantotto anni. Ad azionare il telecomando che provocò l'esplosione fu Antonino Madonia, boss di Resuttana, che si trovava nascosto nel cassone di un furgone rubato parcheggiato nelle vicinanze di via Pipitone Federico[14]. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi. L'unico superstite fu l'autista Giovanni Paparcuri, che riportò gravi ferite. I primi ad accorrere sul teatro della strage furono due dei suoi figli, ancora ragazzi, Elvira Chinnici di 24 anni e Giovanni Chinnici di 19, che erano in casa al momento dell'esplosione.

Le indagini e i processi[modifica | modifica wikitesto]

Il primo processo[modifica | modifica wikitesto]

Michele Greco, detto "il Papa", che venne condannato e poi assolto definitivamente come mandante della strage Chinnici

Le prime indagini sulla strage di via Pipitone Federico vennero condotte dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, guidata dal procuratore capo Sebastiano Patané, e si basarono sulle confidenze di un informatore, il narcotrafficante libanese Bou Chebel Ghassan, che pochi giorni prima dell'attentato aveva avvertito il vicequestore Tonino De Luca che sarebbero stati uccisi con autobomba l'alto commissario Emanuele De Francesco o un giudice impegnato in indagini antimafia[15][16][17]; Ghassan rivelò ai giudici che la fonte delle sue confidenze furono due commercianti palermitani, Vincenzo Rabito e Pietro Scarpisi, e un loro accompagnatore, un certo Pippo o Michele (mai identificato), che lo contattarono a Milano per comprare armi ed esplosivo necessari per compiere la strage e che i mandanti erano i Greco di Ciaculli-Croceverde Giardina[18][19].

Il 5 dicembre 1983, a pochi mesi di distanza dalla strage, si aprì il processo di primo grado presso la Corte d'assise di Caltanissetta, presieduta dal giudice Antonino Meli, che vedeva imputati i fratelli Salvatore e Michele Greco, soprannominati rispettivamente “il Senatore” e "il Papa”, ed il loro cugino omonimo Salvatore Greco detto “l’Ingegnere” (accusati di essere i mandanti ma assenti dal processo perché latitanti), Pietro Scarpisi e Vincenzo Rabito (indicati come esecutori materiali) e Bou Chebel Ghassan[20]. Il 24 luglio 1984, dopo otto mesi e 113 udienze, si concluse il dibattimento con la condanna all'ergastolo per i fratelli Greco mentre Scarpisi e Rabito vennero condannati a quindici anni di reclusione per associazione mafiosa ma assolti con formula piena dal reato di strage; il libanese Ghassan e Salvatore Greco "l'Ingegnere" furono invece assolti per non aver commesso il fatto[19][21][22].

Durante il processo d'appello vennero sentiti anche i nuovi collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta, Salvatore Contorno, Stefano Calzetta e Angelo Epaminonda, i quali testimoniarono sul ruolo di vertice nell'organizzazione mafiosa dei fratelli Greco[18]. Infine il 14 giugno 1985 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta, presieduta dal giudice Antonino Saetta (anche lui ucciso, insieme al figlio Stefano, in un tragico attentato il 25 settembre 1988[23]), confermò l'ergastolo per i fratelli Greco e l'assoluzione di Ghassan e Greco “l’Ingegnere” ma condannò Scarpisi e Rabito a ventidue anni per concorso in strage[24].

Il 3 giugno 1986 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò le condanne d'appello per vizi nella motivazione e stabilì che la Corte d'assise d’appello di Catania avrebbe dovuto celebrare il nuovo processo di secondo grado, nonostante il sostituto procuratore generale Antonio Scopelliti avesse invece chiesto la conferma delle condanne[25][26].

Nel febbraio 1987 si aprì il secondo processo d'appello presso la Corte d'assise d'appello di Catania, presieduta dal giudice Giacomo Grassi: in aula era presente anche l'imputato Michele Greco (la cui latitanza era stata interrotta da pochi giorni dal suo arresto) che, interrogato dalla Corte, negò di conoscere Rabito e Scarpisi (da lui definiti "due poveracci"), accusando Ghassan di mentire[27]; in aula venne interrogato anche il libanese Ghassan, che con una lettera aveva ritrattato le accuse per poi riconfermarle, affermando di aver paura di essere ucciso in carcere[28][29]; inoltre a marzo la Corte si recò in trasferta negli Stati Uniti per ascoltare nuovamente i collaboratori Buscetta e Contorno[30]. Infine il 2 luglio 1987 la Corte d'assise d'appello di Catania confermò le condanne del precedente processo d'appello di Caltanissetta[31]. Ma il 18 febbraio 1988 le Sezioni unite penali della Cassazione, presiedute da Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, annullarono la sentenza emessa di giudici di Catania nella parte relativa all'accusa e disposero un nuovo giudizio, il terzo, dinanzi alla Corte d’assise d'appello di Messina[32].

Il 21 dicembre 1988 la Corte d’assise d'appello di Messina, presieduta dal giudice Giuseppe Recupero, assolse per insufficienza di prove i fratelli Greco, Rabito e Scarpisi dal reato di strage ma li condannò per associazione mafiosa: Michele Greco a dodici anni di reclusione ed il fratello Salvatore a dieci anni come capi dell'associazione mentre Rabito e Scarpisi furono invece condannati a cinque anni e dieci mesi in quanto affiliati all'associazione medesima[33]. Il 9 gennaio 1990 la quinta sezione penale della Cassazione, presieduta da Raffaele Dolce, rese definitive le assoluzioni di tutti e quattro gli imputati dall'imputazione di strage[34].

Inchiesta sull'"aggiustamento" del processo d'appello[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 agosto 1995 la Procura di Reggio Calabria aprì un nuovo filone d’inchiesta che riguardava però la sentenza di assoluzione per la strage emessa dalla Corte d’appello di Messina: sulla base di dichiarazioni dei collaboratori di giustizia messinesi Paolo Samperi, Paolo De Francesco e Umberto Santacaterina, vengono emessi avvisi di garanzia nei confronti del giudice Giuseppe Recupero, dell'ex ministro della Difesa Salvo Andò e dell'ex presidente della Regione siciliana Giuseppe Campione, che sarebbero intervenuti per "aggiustare" il processo e favorire l'assoluzione degli imputati[35]. Nel 1998 il gip di Reggio Calabria si dichiarò incompetente e trasmise gli atti alla Procura di Palermo, dove l'inchiesta si arenò[36].

Il processo "Chinnici-bis"[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1996 le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo, Giovan Battista Ferrante, Giovanni Brusca e Francesco Di Carlo indussero la Procura di Caltanissetta a riaprire le indagini sulla strage di via Pipitone Federico[37]: per queste ragioni, nel 1998 vennero rinviati a giudizio i boss Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Matteo Motisi e Giuseppe Farinella (accusati di essere i mandanti della strage in quanto membri della "Commissione" provinciale di Cosa Nostra) ma anche Antonino Madonia, Calogero e Stefano Ganci, Vincenzo Galatolo, Giovanni Brusca, Giovan Battista Ferrante e Francesco Paolo Anzelmo (accusati di essersi occupati della fase esecutiva dell'attentato, dalla preparazione dell'autobomba fino all'azionamento del telecomando che provocò l'esplosione)[37]: secondo le dichiarazioni di questi collaboratori, la strage venne compiuta per “fare un favore a degli amici", cioè ai potenti cugini Nino e Ignazio Salvo, sfiorati dalle indagini di Chinnici[14].

Nel 2000 la Corte d'assise di Caltanissetta condannò all'ergastolo Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Raffaele e Stefano Ganci, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Calò, Antonino e Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Matteo Motisi, Giuseppe Farinella e Vincenzo Galatolo mentre i collaboratori Giovanni Brusca, Giovan Battista Ferrante, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci vennero condannati a diciotto anni di carcere ciascuno[38]. Nel giugno 2002 la Corte d'assise d'appello di Caltanissetta modificò leggermente la sentenza di primo grado: vennero confermate le condanne all'ergastolo per Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Stefano e Raffaele Ganci, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Calò, Antonino e Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto e Vincenzo Galatolo ma vennero assolti Matteo Motisi e Giuseppe Farinella; i collaboratori Francesco Paolo Anzelmo e Giovanni Brusca ricevettero pene tra i quindici e i sedici anni mentre furono confermati i diciotto anni per Calogero Ganci e Giovan Battista Ferrante[39]. Nel novembre 2003 la Cassazione confermò la sentenza d'appello[40].

Commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

«Né la generale disattenzione né la pericolosa e diffusa tentazione alla convivenza col fenomeno mafioso - spesso confinante con la collusione - scoraggiarono mai quest'uomo, che aveva, come una volta mi disse, la "religione del lavoro".»

(Paolo Borsellino[1][41])

In suo onore nel 1985 è stato istituito il "Premio Rocco Chinnici". Tra i vincitori: Valentino Picone[42], Michele Guardì[42], Giuseppe Tornatore[42], Fortunato Di Noto[43], Marco Travaglio, Giorgio Bongiovanni, Marco Benanti, Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte[43], Pif, Leonardo Guarnotta[44], Carlo Palermo[44], Luigi Savina[44], Enrico Bellavia[44], Luigi Rizzi[45], Federico Cafiero De Raho[45], Antonio Tajani[45], Sergio Castellitto[45], Federica Angeli[45], Paolo Borrometi[45], Luca Barbareschi[45], e tanti altri[43]. Tra i premiati nelle sezioni scuole, anche i ragazzi di Addiopizzo di Palermo[43]. Rocco Chinnici è ricordato ogni anno il 21 marzo nella Giornata della Memoria e dell'Impegno di Libera, la rete di associazioni contro le mafie, che in questa data legge il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e fenomeni mafiosi.

Nel 2014 la figlia Caterina, anche lei magistrato, ha pubblicato un libro di ricordi dal titolo È così lieve il tuo bacio sulla fronte[46]. Attualmente è europarlamentare del Partito Democratico dal 2014.

È uno dei personaggi del film La mafia uccide solo d'estate, della miniserie TV Il capo dei capi, della miniserie TV Paolo Borsellino e del film Felicia Impastato.

Il 6 marzo 2014 in occasione della terza Giornata europea dei Giusti gli è stato dedicato un albero nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano[47].

Il 23 gennaio 2018 va in onda su Rai1 il film TV Rocco Chinnici - È così lieve il tuo bacio sulla fronte, diretto da Michele Soavi, in cui il magistrato è interpretato da Sergio Castellitto.[48]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor civile
«Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale Capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Barbaramente trucidato In un proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificava la sua vita al servizio della giustizia, dello Stato e delle istituzioni»
— Palermo, 29 luglio 1983[49]

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Dal 2015 è onorato come Giusto al Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano[50].

Era il 29 luglio 1983 quando il capo dell'ufficio istruzione di Palermo, Rocco Chinnici, saltò in aria insieme alla scorta composta dal maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta. Rimase gravemente ferito, ma riuscì a sopravvivere l'autista Giovanni Paparcuri. Nella strage rimase anche ucciso il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. Il magistrato fu colpito mentre stava uscendo di casa in Via Federico Pipitone a Palermo alle ore 8.05 da un'esplosione partita da una 126 imbottita di ben 75 kg di tritolo ed era parcheggiata davanti all'abitazione del consigliere istruttore. Erano anni che non si vedeva agire Cosa nostra con quella enorme ferocia mostrando la sua parte terroristico-stragista, che prima si era mostrata con la strage di Ciaculli nel 1963. "Palermo come Beirut" scrivevano i giornali il giorno dopo. L'assassinino di Rocco Chinnici è il proseguimento di una scia di sangue che si era già manifestata con gli omicidi di Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Calogero Zucchetto, Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Carlo Alberto dalla Chiesa ed altri. Ma perché Cosa nostra decise di agire con quella ferocia? Rocco Chinnici da capo dell'ufficio istruzione aveva deciso di dichiarare guerra alla mafia, cosa che fino a quel momento non era stato mai fatto. Il magistrato fu anche il primo a intuire che oltre ai boss e ai picciotti, c'era un "terzo livello" oltre alla Cupola mafiosa. Soggetti occulti che agivano nell'ombra della mafia e che rafforzavano l'organizzazione criminale. Per queste sue intuizioni, Chinnici si rese autore e ispiratore del cosiddetto "pool antimafia", che poi fu attuato dal suo successore Antonino Caponnetto. Di quel pool di magistrati fecero parte prima Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello e dopo la morte di Chinnici, Caponnetto decise di aggiungere Leonardo Guarnotta. Un team di lavoro che iniziò la sua attività con un rapporto chiamato "Michele Greco+161" che poi fu incorporato nel maxi processo alla mafia. Il giudice fu tra i primi a comprendere l'importanza di studiare unitamente il fenomeno mafioso nel tentativo di ricercare tutte le interconnessioni tra i grandi omicidi che si erano verificati, e non solo. "Non si stancò mai di ripetere, ogni volta che ne ebbe occasione, che solo un intervento globale dello Stato, - disse Paolo Borsellino di Chinnici - nella varietà delle sue funzioni amministrative, legislative ed, in senso ampio, politiche, avrebbe potuto sicuramente incidere sulle radici della malapianta, avviando il processo del suo sradicamento”. Le inchieste di Chinnici avevano come centro focale il rapporto tra mafia e politica e nel suo mirino finirono i cugini Ignazio e Nino Salvo, esattori e considerati la "cerniera" tra la mafia e la politica, come ha dimostrato la sentenza, nel 2000, in cui fu ricostruito anche il movente per cui fu ucciso il magistrato. Infatti, per la strage di via Pipitone, la Corte d’Assise di Caltanissetta condannò all'ergastolo esecutori e mandanti (tra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano ed Antonino Madonia che premette il telecomando della bomba). Le condanne divennero definitive in Cassazione nel 2003, ad esclusione di Matteo Motisi e Giuseppe Farinello (assolti in Appello). Secondo i pm Nino Di Matteo e Anna Maria Palma, che rappresentarono l'accusa nel processo di primo grado sulla strage di via Pipitone, avevano evidenziato il fatto che “l’uccisione del giudice Chinnici fu voluta dai cugini Ignazio e Nino Salvo e ordinata dalla cupola mafiosa, per le indagini che il magistrato conduceva sui collegamenti tra la mafia e i santuari politico-economici”. I Salvo, come è scritto nelle carte, erano “uomini d'onore della famiglia di Salemi. Avevano un ruolo di raccordo, nel panorama politico siciliano, quali esponenti di spicco di un importante centro di potere politico-finanziario, tra Cosa nostra ed una certa classe politica”. In particolare con la corrente andreottiana della Democrazia cristiana. Questo venne alla luce grazie alle importanti rivelazioni del collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca, ex capo mandamento di San Giuseppe Jato. Di Matteo riuscì a trovare i riscontri delle dichiarazioni del pentito insieme a numerosi dettagli dell'aspetto organizzativo dell'attentato. Brusca raccontò anche i retroscena della decisione del progetto di morte, parlando di una riunione tra Nino Salvo, il padre Bernardo Brusca e Totò Riina al termine della quale gli fu detto dal Capo dei Capi in persona: “Finalmente è venuto il momento di rompere le corna a Chinnici, mettiti a disposizione di don Nino”. Il magistrato, oltre al suo lavoro giudiziario portato avanti, fu anche un “pioniere” della lotta culturale: andava nelle scuole per sensibilizzare i giovani sui rischi della tossicodipendenza e sui collegamenti tra droga e mafia. In un suo celebre discorso diceva: "Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai". Come ogni anno oggi sarà ricordata la strage in cui il giudice perse la vita insieme alla sua scorta per non dimenticare mai quello che è stato il suo esempio.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Monografia in "Per non dimenticare", Ministero dei Beni Culturali d'Italia
  2. ^ a b c Cenni biografici sul sito della Fondazione Rocco Chinnici Archiviato il 14 ottobre 2013 in Internet Archive.
  3. ^ a b c d e f g Monografia sul sito della Fondazione Rocco Chinnici Archiviato l'11 giugno 2013 in Internet Archive.
  4. ^ Enrico Deaglio, Patria 1978-2008, Il Saggiatore, 2010 - ISBN 8865760680
  5. ^ Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, 2002 - ISBN 8807817039
  6. ^ a b Saverio Lodato, Quarant'anni di mafia: Storia di una guerra infinita, Edizioni Bur, 2012 - ISBN 8858625463
  7. ^ Il Giornale d'Italia, Quando la mafia ammazzò il padre del "pool"
  8. ^ Nasce l'idea del pool antimafia,e agli inizi del 1980. Trattativa stato mafia. Cronaca. 25 agosto 2012
  9. ^ a b Testo dell'intervista Archiviato l'8 giugno 2013 in Internet Archive. sul sito della fondazione Chinnici
  10. ^ La seconda parte della frase è citata in molte fonti, fra le quali Vincenzo Ceruso, Uomini contro la mafia, Newton Compton, 2012 - ISBN 8854144126
  11. ^ antimafiaduemila.it, Ricordando Rocco Chinnici Archiviato il 24 aprile 2014 in Internet Archive.
  12. ^ Elena Invernizzi, Stefano Paolocci, Un orsacchiotto con le batterie. Il depistaggio sulla strage di via d'Amelio, Round Robin Editrice, 2012 - ISBN 889573162X
  13. ^ SkyTg24, "Il boato e un cratere": trent'anni fa moriva Rocco Chinnici
  14. ^ a b Chinnici, ecco i mandanti - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  15. ^ E' TORNATO LIBERO IN ANTICIPO IL SUPERTESTE DEL CASO CHINNICI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  16. ^ I SERVIZI DI SICUREZZA SAPEVANO DELL' ATTENTATO CONTRO CHINNICI? - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 gennaio 2021.
  17. ^ A ROMA UN DOSSIER DI PATANE' 'ECCO TUTTE LE MIE ACCUSE' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 gennaio 2021.
  18. ^ a b PROCESSO CHINNICI PARLANO I PENTITI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 gennaio 2021.
  19. ^ a b ERGASTOLO AI GRECO, GHASSAN ASSOLTO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 gennaio 2021.
  20. ^ DUE BOSS E UNA STRAGE SENZA COLPEVOLI ECCO LA STORIA DI UN CALVARIO GI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  21. ^ IN CAMERA DI CONSIGLIO LA CORTE DEL CASO CHINNICI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  22. ^ UNA SENTENZA CORAGGIOSA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  23. ^ Saetta aveva condannato i killer di Basile e Rocco Chinnici. Repubblica. Archivio. 27 settembre 1988., su ricerca.repubblica.it.
  24. ^ ERGASTOLO CONFERMATO AI BOSS GRECO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  25. ^ Antonino Scopelliti, su csm.it.
  26. ^ LA CASSAZIONE BOCCIA UN PENTITO DELLA MAFIA E ANNULLA LE CONDANNE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  27. ^ 'IO, UN GALANTUOMO CHIAMATO IL PAPA...' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  28. ^ GHASSAN RILANCIA LE ACCUSE PER L'UCCISIONE DI CHINNICI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  29. ^ 'NON VOGLIO FINIRE AVVELENATO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  30. ^ LA CORTE DEL CASO CHINNICI SI TRASFERISCE IN AMERICA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  31. ^ CHINNICI, ERGASTOLO AI GRECO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  32. ^ CHINNICI DA RIFARE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  33. ^ DELITTO CHINNICI, ASSOLTI I GRECO E I KILLER LASCIANO IL CARCERE - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  34. ^ ASSOLUZIONI CONFERMATE PER L'OMICIDIO CHINNICI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 14 gennaio 2021.
  35. ^ CHINNICI, PROCESSO AGGIUSTATO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  36. ^ Per 15 anni scomparso nel nullaritrovato il fascicolo dell'omicidio Chinnici, su la Repubblica, 12 giugno 2013. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  37. ^ a b Fabio De Paquale e Eleonora Iannelli, Cosí non si può vivere: Rocco Chinnici: la storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili, LIT EDIZIONI, 12 giugno 2013, ISBN 978-88-6826-051-4. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  38. ^ Strage Chinnici, 15 ergastoli - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  39. ^ Strage Chinnici, 12 ergastoli assolti i boss Motisi e Farinella - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  40. ^ Confermati 11 ergastoli - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 16 gennaio 2021.
  41. ^ Paolo Borsellino, prefazione a "L'illegalità protetta", raccolta postuma dei suoi scritti
  42. ^ a b c "Terza edizione Premio Rocco Chinnici". Misilmeri Blog. 14 gennaio 2009.
  43. ^ a b c d Storia del Premio Rocco Chinnici. Tiscali. Scuola.
  44. ^ a b c d XIV EDIZIONE PREMIO " ROCCO CHINNICI", in circolochinnici.it, 2016. URL consultato il 14 marzo 2019.
  45. ^ a b c d e f g Piazza Armerina, Premio Rocco Chinnici: i premiati, in StartNews, 28 maggio 2018. URL consultato il 14 marzo 2019.
  46. ^ Libri: l'omaggio di Caterina Chinnici al padre Rocco, giudice ucciso dalla mafia - Il Fatto Quotidiano
  47. ^ Gariwo, Testimonianza al Giardino del Monte Stella di Caterina e Giovanni Chinnici
  48. ^ http://www.ufficiostampa.rai.it/dl/UfficioStampa/Articoli/ROCCO-CHINNICI-452d2a00-96cc-40ac-9a37-656798d51f5f.html
  49. ^ Medaglia d'oro al valor civile, Onorificenze, Presidenza della Repubblica. URL consultato il 28 dicembre 2009.
  50. ^ Giornata dei Giusti 2015, su it.gariwo.net.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Rocco Chinnici, L'illegalità protetta, Glifo Edizioni, 2017, ISBN 978-88-98741-34-2
  • Manfredi Giffone, Fabrizio Longo, Alessandro Parodi, Un fatto umano - Storia del pool antimafia, Einaudi Stile Libero, 2011, graphic novel, ISBN 978-88-06-19863-3
  • Leone Zingales. Rocco Chinnici, l'inventore del pool antimafia. Edizioni Limina, 2006. ISBN 8860410096, ISBN 978-8860410092
  • Antonella Mascali, Lotta civile. Contro le mafie e l'illegalità, Chiarelettere 2009.
  • Alessandra Dino, L'innovazione di Rocco Chinnici, in AA.VV., "La mafia esiste ancora. Mafia e antimafia prima e dopo le stragi del 1992", Roma, l'Unità, 2004, pp. 78–80.
  • Fabio De Pasquale - Eleonora Iannelli, Così non si può vivere. Rocco Chinnici: la storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili, Roma, Castelvecchi Editore, 2013.
  • Caterina Chinnici, È così lieve il tuo bacio sulla fronte, Mondadori, 2015

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore:
Cesare Terranova
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