Bruno Caccia

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Bruno Caccia

Bruno Caccia (Cuneo, 16 novembre 1917Torino, 26 giugno 1983) è stato un magistrato italiano, ucciso dalla 'ndrangheta nel 1983.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque in una famiglia con una lunga tradizione in magistratura risalente ai primi anni del XIX secolo, che ebbe il suo esponente più illustre in Giuseppe Caccia, procuratore generale della Cassazione.[1] Studiò a Cuneo fino al Ginnasio e, seguendo gli spostamenti del padre magistrato, proseguì a La Spezia conseguendo la maturità ad Asti. Iscrittosi alla facoltà di giurisprudenza, conseguì la laurea magna cum laude nel 1939 e nel 1940 conseguì anche la laurea in scienze politiche.

Iniziò la sua carriera nel 1941 quando vinse il concorso per entrare in magistratura, prendendo servizio presso la procura della Repubblica presso il tribunale di Torino dapprima come uditore, poi come sostituto procuratore. A Torino rimase fino al 1964, quando passò ad Aosta come procuratore della Repubblica. Nel 1967 tornò a Torino, come sostituto alla Procura Generale, e nel 1980 andò a guidare la Procura della Repubblica in sostituzione del dottor La Marca.

Nominato dunque Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino, si occupò di indagare sulle violenze ed i pestaggi che all'epoca puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero. Come ricorda l'allora suo collega Marcello Maddalena: "Fu, nel settore, il primo segno di presenza dello Stato dopo anni di non indolore assenza". Successivamente avviò delle indagini sui terroristi delle Brigate Rosse e sui traffici della 'ndrangheta in Piemonte, indagini che furono così incisive da condannarlo a morte.

Il 26 giugno 1983 Bruno Caccia si recò fuori città e tornò a Torino soltanto nella sera. Essendo una domenica, decise di lasciare a riposo la propria scorta, decisione che facilitò il compito ai sicari 'ndranghetisti. Verso le 23:30, mentre portava da solo a passeggio il proprio cane, Bruno Caccia venne affiancato da una macchina con due uomini a bordo. Questi, senza scendere dall'auto, spararono 14 colpi e, per essere certi della morte del magistrato, lo finirono con 3 colpi di grazia.

Le indagini e i processi sull'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

Sui mandanti dell'omicidio, subito le indagini presero la via delle Brigate Rosse: erano gli anni di piombo e per di più le indagini di Bruno Caccia riguardavano in modo diretto molti brigatisti. Il giorno seguente, le Brigate Rosse rivendicarono l'omicidio, ma presto si scoprì che la rivendicazione risultava essere falsa. Inoltre nessuno dei brigatisti in carcere rivelò che fosse mai stato pianificato l'omicidio del magistrato cuneese. Le indagini puntarono allora l'attenzione sui neofascisti del Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), ma anche questa pista si rivelò ben presto infondata.[2]

L'imbeccata giusta arrivò da un mafioso in galera, Francesco Miano, boss della cosca catanese che si era insediata a Torino. Grazie all'intermediazione dei servizi segreti, Miano decise di collaborare per risolvere il caso e raccolse le confidenze del 'ndranghetista Domenico Belfiore uno dei capi della 'ndrangheta a Torino e anch'egli in galera. Belfiore ammise che era stata la 'ndrangheta ad uccidere Bruno Caccia e il motivo principale fu che "con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare", come disse lo stesso Belfiore. In aggiunta, va detto che la 'ndrangheta ha da sempre controllato, in Piemonte, molti ristoranti, imprese edili, bar e addirittura era arrivata a mettere le mani sul bar del Palazzo di Giustizia dove Bruno Caccia prestava servizio.

Le indagini del magistrato cuneese si erano rivelate troppo incisive e troppo dannose per la sopravvivenza della 'ndrangheta in Piemonte, tanto da spingere i Belfiore a ordinare l'uccisione del magistrato. Come mandante dell'omicidio, Domenico Belfiore venne condannato all'ergastolo nel 1993. Nonostante la magistratura di Torino abbia avviato delle indagini su presunte infiltrazioni 'ndranghetiste nel tessuto sociale[3] la lotta alla 'ndrangheta in Piemonte è ancora poco radicata.[4]

Il 22 dicembre 2015 la Direzione distrettuale antimafia (DDA) di Milano ha arrestato il presunto autore materiale dell'assassinio di Bruno Caccia: si tratta di Rocco Schirripa, panettiere torinese di origini calabresi di 62 anni.[5] Il 17 luglio 2017 Schirripa è riconosciuto colpevole e condannato in primo grado all'ergastolo[6], pena poi confermata il 14 febbraio 2019 in appello.[7]

Memoria e riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

A Bruno Caccia sono stati intitolati il Palazzo di giustizia di Torino, il 26 giugno 2001, nonché un cascinale a San Sebastiano da Po (TO), (Cascina Bruno e Carla Caccia), quest'ultimo sequestrato proprio alla famiglia Belfiore, più precisamente a Salvatore Belfiore, fratello di Domenico, grazie alla legge 109/96.

Cascina Caccia viene tuttora gestita dall'associazione Acmos che aderisce a Libera, rete di associazioni contro le mafie che ricorda ogni anno il 21 marzo, nella Giornata della Memoria e dell'Impegno anche Bruno Caccia, presente nel lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e fenomeni mafiosi. Inoltre, dal 26 aprile 2016, la biblioteca comunale di Chiusa di San Michele (TO) e dal 30 marzo 2019 la Sala Consigliare di Caselette (TO) portano il nome di Bruno Caccia. Giulio Cavalli ha inoltre composto un monologo a lui dedicato, che si intitola Il sorriso di Bruno Caccia, un "testo scritto e recitato per"[8] l'evento di chiusura del festival "Libera Quanto Basta Per", svoltosi proprio a Cascina Caccia ed eseguito il 17 maggio 2009.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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