Cesare Terranova

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Cesare Terranova
Cesare Terranova 1.jpg

Deputato della Repubblica Italiana
Legislature VI, VII
Gruppo
parlamentare
Sinistra Indipendente
Circoscrizione Sicilia occidentale
Collegio Catania
Incarichi parlamentari
componente Commissione parlamentare antimafia
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Comunista Italiano
Titolo di studio laurea in giurisprudenza
Professione magistrato

Cesare Terranova (Petralia Sottana, 15 agosto 1921Palermo, 25 settembre 1979) è stato un magistrato e politico italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

In magistratura[modifica | modifica wikitesto]

Fu pretore a Messina e poi giudice istruttore a Patti e dal 1958 al Tribunale di Palermo. Fu procuratore d'accusa al processo contro la cosca di Corleone tenutosi nel 1969 a Bari, dove però quasi tutti gli imputati furono assolti. Fu poi procuratore della Repubblica a Marsala nel 1971, dove si occupò del "mostro" Michele Vinci. Si distinse per aver processato e condannato all'ergastolo, nel 1974, la "Primula rossa" di Corleone, Luciano Liggio (già assolto al processo di Bari).[senza fonte]

La politica[modifica | modifica wikitesto]

Fu deputato alla Camera, nella lista del PCI, come indipendente di sinistra, eletto nel 1972 e rieletto nel 1976, fino al 1979,[1], e fu segretario della Commissione parlamentare Antimafia nella VI Legislatura, durante la quale contribuì, insieme ad altri deputati del PCI, ad elaborare la relazione di minoranza in cui si criticavano aspramente le conclusioni di quella della maggioranza (redatta dal deputato democristiano Luigi Carraro), nella quale erano sottaciuti o sottovalutati i collegamenti fra mafia e politica, e in particolar modo il coinvolgimento della Democrazia Cristiana in numerose vicende di mafia: infatti nella relazione di minoranza redatta da Terranova e dagli altri deputati venivano pesantemente accusati i democristiani Giovanni Gioia, Vito Ciancimino, Salvo Lima e altri uomini politici di avere rapporti con la mafia[2]. Nella VII legislatura fece parte prima della commissione difesa e poi di quella interni.

Terminata l'esperienza parlamentare nel giugno 1979, Terranova tornò in magistratura per essere nominato in luglio Consigliere presso la Corte di appello di Palermo, in attesa di venire nominato capo dell'ufficio Istruzione. [3].

L'assassinio[modifica | modifica wikitesto]

Il 25 settembre del 1979 verso le ore 8,30 del mattino, una Fiat 131 di scorta arrivò sotto casa del giudice a Palermo per portarlo a lavoro. Cesare Terranova si mise alla guida della vettura mentre accanto a lui sedeva il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, l'unico uomo della sua scorta che lo seguiva dal 1963 come un angelo custode.

Terranova ucciso, in una delle immagini divenute simboliche della lotta alla mafia[4][5]

L'auto imboccò una strada secondaria trovandola inaspettatamente chiusa da una transenna di lavori in corso. Il giudice Terranova non fece in tempo a intuire il pericolo. In quell'istante da un angolo sbucarono alcuni killer che aprirono ripetutamente il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole contro la Fiat 131. Cesare Terranova istintivamente ingranò la retromarcia nel disperato tentativo di sottrarsi a quella tempesta di piombo mentre il maresciallo Mancuso, in un estremo tentativo di reazione, impugnò la Beretta di ordinanza per cercare di sparare contro i sicari, ma entrambi furono raggiunti dai proiettili in varie parti del corpo.

Al giudice Terranova i killer riservarono anche il colpo di grazia, sparandogli a bruciapelo alla nuca. La sua fedele guardia del corpo, Lenin Mancuso, morì dopo alcune ore di agonia in ospedale.

Responsabili dell'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Di Carlo, di Altofonte, esponente di spicco del mandamento di San Giuseppe Jato, uomo di fiducia di Bernardo Brusca, indica in Luciano Liggio, morto di infarto nel 1993, nel carcere di Nuoro, come colui che ha deciso l'assassinio del giudice e come esecutori materiali: Giuseppe Giacomo Gambino, Vincenzo Puccio, Giuseppe Madonia e Leoluca Bagarella. È stato riaperto il procedimento contro altre sette persone, esponenti della cupola palermitana, che diedero il permesso di eliminare il giudice, perché stava per diventare giudice istruttore: Michele Greco, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci, Francesco Madonia, Totò Riina e Bernardo Provenzano[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Nome di una Via a Campagna Lupia, Venezia