Libero Grassi

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« Io non sono pazzo: non mi piace pagare, è una rinunzia alla mia dignità di imprenditore. »
(Libero Grassi, intervistato da Michele Santoro, 11 aprile 1991)
Libero Grassi

Libero Grassi (Catania, 19 luglio 1924Palermo, 29 agosto 1991) è stato un imprenditore italiano, ucciso da Cosa Nostra dopo essersi opposto a una richiesta di pizzo e divenuto simbolo della lotta alla criminalità.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Catania, ma trasferitosi a 8 anni a Palermo, i genitori gli danno il nome di Libero in ricordo del sacrificio di Giacomo Matteotti. La sua famiglia era antifascista ed anche Libero matura una posizione avversa al regime di Benito Mussolini[1]. Nel 1942 si trasferisce a Roma, dove studia scienze politiche durante la seconda guerra mondiale e si avvicina al partito d'azione.

La formazione e l'impegno[modifica | modifica wikitesto]

Entra poi in seminario, "decisione questa presa, non per una vocazione maturata nell'avversità della guerra, bensì per il rifiuto di combattere una guerra ingiusta al fianco di fascisti e nazisti"[1]. Ne esce dopo la liberazione, tornando a studiare. Passa però alla facoltà di giurisprudenza all'Università di Palermo.

Malgrado l'intenzione di divenire diplomatico, prosegue l'attività del padre come commerciante. Negli anni cinquanta si trasferisce a Gallarate, dove entra nel meccanismo dell'imprenditoria; in seguito torna nel capoluogo siciliano per aprire uno stabilimento tessile. Nel 1955, con la moglie, partecipa alla fondazione del Partito Radicale di Marco Pannella. Nel 1961 inizia a scrivere articoli politici per vari giornali e successivamente si dà anche alla politica attiva con il Partito Repubblicano Italiano, per il quale viene nominato, nella seconda metà degli anni sessanta, "suo rappresentante in seno al consiglio di amministrazione dell'azienda municipalizzata del gas"[1] (si dimette nel giugno 1969), e candidandosi alle provinciali nel 1972 senza essere eletto[2].

Le minacce di Cosa Nostra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, la Sigma, viene preso di mira da Cosa Nostra che pretende il pagamento del pizzo. Libero Grassi ha il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia e di uscire allo scoperto, con grande esposizione mediatica. Nel gennaio 1991 il Giornale di Sicilia aveva pubblicato una sua lettera[3] sul rifiuto di cedere ai ricatti della mafia.

« Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al "Geometra Anzalone" e diremo no a tutti quelli come lui. »
(Libero Grassi, Caro estortore, Giornale di Sicilia, 10 gennaio 1991)

L'imprenditore denuncia gli estorsori (i fratelli Avitabile, arrestati il 19 marzo 1991 assieme a un complice), e rifiuta l'offerta di una scorta personale.

La stessa Sicindustria gli volta le spalle. In una lettera pubblicata sul Corriere della Sera il 30 agosto 1991 afferma che «l'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana»[4] e definisce "scandalosa" la decisione del giudice catanese Luigi Russo (del 4 aprile 1991) in cui si afferma che non è reato pagare la "protezione" ai boss mafiosi.

L'assassinio[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 agosto del 1991, alle sette e mezza di mattina, viene ucciso a Palermo con quattro colpi di pistola mentre si reca a piedi al lavoro.

Una grande folla prende parte ai suoi funerali, tra cui l'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Il figlio Davide sorprende tutti alzando le dita in segno di vittoria mentre porta la bara del padre. Non mancano le polemiche, tra chi sostiene fin dall'inizio la battaglia dell'imprenditore, come i Verdi e il Centro Peppino Impastato (dedicato ad un'altra vittima della mafia) e chi non ha preso le sue difese, come Assindustria.

Qualche mese dopo la morte di Grassi, è varato il decreto che porta alla legge anti-racket 172, con l'istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione.

La vedova Pina Maisano Grassi, nonostante minacce e intimidazioni, prosegue la lotta per la legalità in nome del marito, all'interno delle istituzioni e al fianco della società civile in sostegno delle tante associazioni anti-racket sorte dal 1991 in Sicilia e nel resto d'Italia.[5] Nel 1992 è eletta senatrice nelle file dei Verdi, fino al 1994[6].

A Libero Grassi è stato intitolato un istituto tecnico commerciale di Palermo.[7]

I processi[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ottobre del 1993 viene arrestato il killer Salvatore Madonia, detto Salvino, figlio del boss di Resuttana, e il complice alla guida della macchina Marco Favaloro, che in seguito si pente e contribuisce alla ricostruzione dell'agguato. Madonia è stato condannato in via definitiva al 41-bis[5], e con lui l’intera Cupola di Cosa Nostra (sentenza del 18 aprile 2008)[8].

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Un mese dopo la morte dell'imprenditore, Maurizio Costanzo e Michele Santoro gli dedicano una lunga trasmissione condotta a reti unificate su Rai 3 e Canale 5. Alla memoria di Grassi sono state realizzate le seguenti opere televisive:

  • Libero nel nome (2016), regia di Pietro Durante;
  • Io sono Libero (2016), regia di Giovanni Filippetto e Francesco Miccichè.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor civile
«Imprenditore siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la mafia denunciando pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando con le competenti Autorità nell'individuazione dei malviventi. Per tale non comune coraggio e per il costante impegno nell'opporsi al criminale ricatto rimaneva vittima di un vile attentato. Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all'estremo sacrificio.[9]»
— Palermo, 29 agosto 1991

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Biografia di Libero Grassi, ITIS Libero Grassi. URL consultato il 10 agosto 2012 (archiviato dall'url originale il 10 agosto 2012).
  2. ^ Libero Grassi, cara mafia ti sfido
  3. ^ Libero Grassi, 20 anni fa la lettera al "Caro estortore" da sky.it, 10 gennaio 2011
  4. ^ Addio Pizzo Catania, addiopizzocatania.org.
  5. ^ a b Libero Grassi, l'uomo perbene che sfidò la mafia, L. Balzarotti, B. Miccolupi, Corriere della Sera, 29 agosto 2016
  6. ^ senato.it - Scheda di attività di Giuseppina MAISANO GRASSI - XI Legislatura
  7. ^ Il Libero Grassi
  8. ^ Cinquantamila.it
  9. ^ Libero Grassi Medaglia d'oro al valor civile, su Presidenza della Repubblica. URL consultato il 24 gennaio 2012.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Marcello Ravveduto, Libero Grassi. Storia di un siciliano normale, Roma, Ediesse, 1997.
  • Antonella Mascali, Lotta Civile, Chiarelettere, 2009
  • Chiara Caprì con Pina Maisano Grassi, Libero. L'imprenditore che non si piegò al pizzo, prefazione di Marco Travaglio, Castelvecchi, 2011 ISBN 978-88-7615-615-1
  • Laura Biffi, Raffaele Lupoli, Riccardo Innocenti, Libero Grassi. Cara mafia, io ti sfido, curatore L. Politano, Round Robin Editrice, 2011
  • Marcello Ravveduto, Libero Grassi. Storia di un'eresia borghese, Feltrinelli, Milano, 2012

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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