Sergio De Caprio

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Sergio De Caprio
21 febbraio 1961 – vivente
SoprannomeCapitano Ultimo
Nato aMontevarchi
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armataArma dei carabinieri
GradoColonnello
Comandante diCrimor
Studi militariScuola militare "Nunziatella"
Accademia militare di Modena
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Sergio De Caprio, detto anche Capitano Ultimo (Montevarchi, 21 febbraio 1961[1]), è un militare italiano.

È stato a capo dell'unità Crimor dei Carabinieri ed è noto soprattutto per aver arrestato Totò Riina nel 1993.

Con il grado di colonnello è stato vice comandante del Comando Carabinieri per la Tutela dell'Ambiente a Roma.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Ex allievo della Scuola militare "Nunziatella" di Napoli, vince il concorso per l'Accademia militare di Modena dove compie gli studi e la formazione, diventando tenente dei carabinieri e prestando servizio alla Compagnia di Bagheria, dove nel 1985 arresta il latitante Antonino Gargano e Vincenzo Puccio il killer del Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile.

L'inchiesta Duomo connection[modifica | modifica wikitesto]

Trasferito a Milano, col grado di capitano, tra il 1989 e il 1990 sviluppa le indagini dell'inchiesta "Duomo connection" coordinata dal Pubblico ministero Ilda Boccassini sulla penetrazione mafiosa a Milano. Le indagini portarono all'arresto di un folto gruppo di pregiudicati siciliani e del loro presunto boss, il geometra Antonino Carollo detto "Toni", figlio incensurato di Gaetano Carollo, esponente della famiglia mafiosa di Resuttana ucciso nel 1987 a Liscate.

Insieme a numerosi episodi di traffico di stupefacenti, le indagini accertarono una intensa attività edilizia del gruppo siciliano, realizzata - secondo l'accusa - con la collaborazione degli imprenditori Sergio Coraglia e Gaetano Nobile. Per agevolare le concessioni edilizie da parte del Comune di Milano i clan siciliani avevano allacciato contatti con importanti esponenti dell'amministrazione. Vennero indagati per corruzione l'assessore all'urbanistica Attilio Schemmari, il sindaco Paolo Pillitteri e tre alti funzionari (poi assolti).

Tra il 1991 e il 1992 alla guida della sezione "CrimOr" dei carabinieri di Milano sgomina una raffineria di droga del clan Fidanzati in nord Italia[2].

Entrato in quel periodo nel neonato Raggruppamento operativo speciale[3], è capo della I Sezione del I Reparto del ROS, crea una squadra, denominata CRIMOR - Unità Militare Combattente che dal settembre 1992 opera a Palermo, scegliendo, per formarla, un gruppo di carabinieri al momento poco considerati nell'Arma e relegati a incarichi di non elevato profilo.

L'arresto di Riina[modifica | modifica wikitesto]

È stato l'ufficiale che, quando era a capo del Crimor, mise materialmente le manette il 15 gennaio 1993 a Salvatore Riina. Il racconto dell'arresto del boss mafioso è stato varie volte messo in discussione, sia durante il processo celebrato a Palermo nel 2006 in relazione ai fatti che portarono alla ritardata perquisizione del "covo" di Riina, sia più recentemente dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino (condannato per mafia), secondo il quale in realtà Riina sarebbe stato consegnato ai Carabinieri da Bernardo Provenzano. Massimo Ciancimino, a oggi, è un "dichiarante" giudicato attendibile solo a fasi alterne nel corso di altri procedimenti[4][4][5]. Peraltro, a ben vedere, l'unica ricostruzione ufficiale oggi disponibile delle vicende che hanno portato all'arresto di Salvatore Riina, è quella prodotta dalla sentenza n. 514/2006 con cui il tribunale di Palermo ha assolto il capitano De Caprio e il colonnello Mori dalle accuse loro rivolte a seguito della ritardata perquisizione dell'abitazione di Riina. Con la sentenza del 20 febbraio i giudici del tribunale di Palermo, oltre ad assolvere gli imputati «perché il fatto non costituisce reato»[6], hanno voluto sottolineare e ribadire che «il latitante (Riina, ndr) non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base a una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all'intuito investigativo del cap. De Caprio».

De Caprio, dopo la cattura di Riina, dal 1993 al 1997, si è dedicato alla ricerca di altri pericolosi latitanti, fino allo scioglimento del CRIMOR. Resta nel ROS, da cui chiede il trasferimento nel 2000.

Nel NOE[modifica | modifica wikitesto]

Da comandante della sezione del ROS di Palermo col grado di maggiore, nel maggio del 2000 chiese il trasferimento ad altro incarico, in disaccordo con il vertice del ROS - al tempo comandato dal generale Sabato Palazzo - relativamente all'impiego di personale provvisorio in attività d'indagine.

A seguito della richiesta avanzata, venne assegnato al NOE, Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, poi CCTA (Comando Carabinieri per la Tutela dell'Ambiente), come vice comandante. A Roma, grazie all'aiuto e all'appoggio dell'attore Raoul Bova (suo interprete nella miniserie Ultimo) e della Nazionale Cantanti, ha aperto una casa famiglia per il recupero e il reinserimento di minori disagiati o figli di famiglie segnate dal crimine.

Ha destato scalpore la decisione di togliere al "Capitano Ultimo", nell'ottobre 2009, la scorta[7], riassegnatagli solo nel gennaio 2010[8].

Il 4 ottobre 2012, su ordine del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, i carabinieri del NOE coordinati da De Caprio e dal capitano Pietro Rajola Pescarini, hanno perquisito l'abitazione di Massimo Ciancimino a Palermo e di altri imprenditori e prestanome alla ricerca di carte, file e documenti sulla Ecorec utili alle indagini avviate dai pm Delia Cardia e Antonietta Picardi in riguardo al riciclaggio di denaro nella più grande discarica di rifiuti in Europa a Glina (Romania) del valore di circa 115 milioni di euro. Secondo gli investigatori, il denaro è riconducibile proprio a Ciancimino e farebbe parte del tesoro accumulato dal padre Vito quando era sindaco di Palermo.[9][10]
In merito, Massimo Ciancimino ha dichiarato: "Sono perplesso sul fatto che a coordinare l'indagine sia il colonnello 'Ultimo' che più volte si è espresso sulla mia persona definendomi delinquente e mafioso".[11]

Successivamente è stato a capo delle indagini che hanno portato all'arresto del presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi, avvenuto il 12 febbraio 2013. Secondo le ipotesi di reato formulate dalla Procura di Busto Arsizio, Orsi si sarebbe reso responsabile di corruzione internazionale, concussione e peculato per le presunte tangenti che sarebbero state pagate per la vendita di 12 elicotteri al governo indiano.[12][13].

Candidato di bandiera del partito Fratelli d'Italia - Centrodestra Nazionale, durante il secondo, il terzo e il sesto scrutinio per l'elezione del Presidente della Repubblica Italiana del 2013, De Caprio ha riportato 9, 7 e 8 voti rispettivamente.

Sempre su indagini relative alle discariche, a gennaio 2014 il suo reparto produce 7 arresti, tra cui il proprietario della discarica romana di Malagrotta e l'ex presidente della Regione Lazio Bruno Landi[14].

Il 4 agosto 2015, con notizia resa nota il 21 agosto, il generale Tullio Del Sette, comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, lo esime dagli incarichi operativi e di polizia giudiziaria, pur lasciandogli l'incarico di vicecomandante del NOE[15]. L'ultimo caso seguito è stato quello della Cpl-Concordia.

Nei servizi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2016 passa all'Aise, il servizio segreto per l'estero, a dirigere l'ufficio affari interni.[16]

Il 20 luglio 2017 viene destituito dai servizi all'Arma perché, dopo il caso Consip, "è venuto meno il rapporto di fiducia".[17] Poche settimane dopo il CSM invia alla procura di Roma le dichiarazioni rese dal procuratore della Repubblica di Modena, Lucia Musti, sull'uso spregiudicato delle intercettazioni nella precedente indagine Cpl-Concordia da parte di De Caprio e del suo sottoposto, il capitano Gianpaolo Scafarto, indagato poi insieme al PM Woodcock per falso nel caso Consip.[18] De Caprio dichiara però che il rientro nell'Arma lo ha deciso in maniera autonoma per evitare strumentalizzazioni.[19]

Progetti per uccidere il capitano "Ultimo"[modifica | modifica wikitesto]

A causa delle sue indagini antimafia è stato nel mirino di "Cosa Nostra". Ecco come alcuni collaboratori di giustizia raccontano i progetti di uccisione:Il pentito Gioacchino La Barbera riferiva in udienza pubblica che Il killer Leoluca Bagarella aveva offerto ad un carabiniere che forniva notizie a cosa nostra, un miliardo di lire per avere informazioni su dove alloggiava il capitano "Ultimo".

Il pentito Salvatore Cangemi il 22 luglio 1993 riferiva di avere partecipato ad una riunione con Bernardo Provenzano, Ganci Raffaele e Michelangelo La Barbera nel corso della quale Provenzano gli comunicava l’esistenza di un progetto per catturare vivo il capitano Ultimo oppure di ucciderlo. Anche il pentito Giuseppe Guglielmini il 9 maggio 1997 riferì di avere appreso dal killer Giovannello Greco, che Bernardo Provenzano aveva l’intenzione ossessiva, aveva il chiodo fisso di uccidere il capitano Ultimo.[senza fonte] Nel 2014 al colonnello De Caprio è stata revocata la scorta[20].

Vicende giudiziarie[modifica | modifica wikitesto]

Assoluzione di favoreggiamento a Cosa nostra[modifica | modifica wikitesto]

Rinviato a giudizio su richiesta del sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia, De Caprio fu poi prosciolto dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra. L'indagine era stata avviata dalla procura per accertare gli eventi che avevano portato alla ritardata perquisizione del covo di Salvatore Riina. Infatti, dopo l'arresto del boss, i carabinieri della territoriale di Palermo erano pronti a perquisire l'edificio, ma Ultimo e il ROS, ritenendo di poter proseguire l'indagine in corso e individuare le attività criminali dei fiancheggiatori del boss arrestato per disarticolare completamente l'organizzazione, chiesero la sospensione della procedura per "esigenze investigative", che fu concessa dalla procura - stando a quanto afferma l'allora procuratore Caselli - «in tanto in quanto fosse garantito il controllo e l'osservazione dell'obiettivo»[21].

Peraltro, come riportato nelle motivazioni della sentenza del processo[6], era ben chiaro dall'inizio sia ai carabinieri sia alla procura che, decidendo di non procedere alla perquisizione, si assumeva un rischio, un rischio investigativo motivato dal raggiungimento di un obiettivo superiore. Lo stesso Tribunale di Palermo sentenzia:

« Questa opzione investigativa (la ritardata perquisizione, ndr) comportava evidentemente un rischio che l'Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di polizia giudiziaria, direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione. Nella decisione di rinviarla appare, difatti, logicamente, insita l'accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell'abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell'ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a “Ninetta” Bagarella (moglie di Riina, ndr), che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina - cosa che in ipotesi avrebbero potuto fare anche nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell'arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo - od anche a terzi che, se sconosciuti alle forze dell'ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti.

L'istruzione dibattimentale ha, al contrario, consentito di accertare che il latitante non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all'intuito investigativo del cap. De Caprio. »

I carabinieri definirono la sospensione dell'osservazione una «iniziativa autonoma della quale la Procura non era stata informata». Secondo la testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia, un gruppo di affiliati alla mafia entrò indisturbato portando in salvo i parenti del boss, svuotando la cassaforte e verniciando le pareti per cancellare le impronte. Tuttavia, tali dichiarazioni, giudicate «frutto di una ricostruzione certamente autorevole, ma insufficiente per trarne definitive conclusioni» dallo stesso Ingroia[22] – il PM che ha sostenuto l'accusa nel relativo procedimento -, non sono mai state riscontrate nel corso di un vero e proprio dibattimento. Inoltre, nessuno di detti collaboratori ha mai dimostrato di aver personalmente verificato il contenuto della cassaforte o, quantomeno, di conoscere esattamente quanto conservato all'interno della stessa.

Il processo si concluse con l'assoluzione «perché il fatto non costituisce reato».[23] Questo, pur ritenendo possibile la sussistenza di una erronea valutazione dei propri spazi di intervento da parte degli imputati, e di presunte gravi responsabilità disciplinari per non aver comunicato alla procura la propria intenzione di sospendere la sorveglianza. A seguito dell'esame della sentenza non è stata rilevata alcuna responsabilità disciplinare a carico del capitano Ultimo.[senza fonte] La sentenza, non appellata dalla Procura della Repubblica di Palermo - che peraltro aveva anch'essa richiesto l'assoluzione - è divenuta definitiva l'11 luglio 2006.

Il ruolo nell'errore giudiziario del caso Barillà[modifica | modifica wikitesto]

Il capitano Ultimo partecipò al pedinamento e all'arresto nel 1992 di Daniele Barillà, l'imprenditore di Nova Milanese che ottenne, in seguito alla revisione del processo, un risarcimento di quattro milioni di euro per l'ingiusta detenzione durata oltre 7 anni.

Vittima di uno dei più clamorosi casi di errore giudiziario[24] emersi in Italia, Barillà fu erroneamente considerato dai carabinieri un trafficante di droga, ma l'equivoco era stato generato da uno sbaglio durante un pedinamento sulla tangenziale e strade limitrofe di Milano. La Fiat Tipo Amaranto alla guida della quale si trovava Barillà era infatti uguale per modello, colore e simile per numero di targa a quella di un vero narcotrafficante. La vicenda è stata ricostruita dalla fiction di Rai Uno, L'uomo sbagliato.

Nell'intera vicenda del caso Barillà, non sono emerse responsabilità disciplinari o penali a carico del Capitano Ultimo.

Pubblicazioni[modifica | modifica wikitesto]

  • (come Ultimo), "L'azione. Tecnica di lotta anticrimine", 2002, Laurus Robuffo, ISBN 88-8087-298-2
  • (come Ultimo), "La lotta anticrimine. Intelligence e azione", 2006, Laurus Robuffo, ISBN 88-8087-521-3

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dalla sentenza De Caprio-Mori, 20 febbraio 2006: "DE CAPRIO Sergio nato a Montevarchi (AR) il 21/02/1961".
  2. ^ Repubblica
  3. ^ Adnkronos
  4. ^ a b Processo Dell'Utri, Massimo Ciancimino non depone davanti alla Corte d'Appello - Corriere della Sera
  5. ^ Ingroia, Ciancimino è attendibile, Antonio Ingroia su [Rainews24.rai.it], 14 gennaio 2010
  6. ^ a b http://www.laprivatarepubblica.com/overruling/Covo%20Riina%20-%20Tribunale%20-%2020-2-2006.pdf
  7. ^ Il «capitano Ultimo» senza scorta. I colleghi: «Lo proteggiamo noi», Corriere della Sera, 14 novembre 2009
  8. ^ Il capitano Ultimo racconta 'La paura sul volto di Riina', All'uomo che il 15 gennaio di diciassette anni fa stese una coperta sulla testa di Totò Riina, mettendo così fine alla lunghissima latitanza del capo di Cosa nostra, hanno ridato la scorta. Sconsigliandogli però di tornare a Palermo, La Repubblica, 16 gennaio 2010
  9. ^ “Trovato il tesoro di Ciancimino”. Nella discarica più grande d'Europa ilfattoquotidiano.it, 4 ottobre 2012
  10. ^ Ciancimino, è caccia al tesoro espresso.repubblica.it, 4 ottobre 2012
  11. ^ Lucca, indagine su discarica romena - Indagato Ciancimino jr per riciclaggio repubblica.it, 4 ottobre 2012
  12. ^ Finmeccanica, arrestato presidente Giuseppe Orsi – Lecce ed il Salento online
  13. ^ Capitano Ultimo colpisce ancora una volta - In manette il numero uno di Finmeccanica. Accesso il 13 febbraio 2013.
  14. ^ Rifiuti, 7 arresti a Roma. Fermato anche il patron della discarica di Malagrotta
  15. ^ Noe, esautorato dal comando il capitano Ultimo. Coordinava indagini su mafia, politica e coop - Il Fatto Quotidiano
  16. ^ Il Giornale
  17. ^ Repubblica
  18. ^ Repubblica
  19. ^ Fiorenza Sarzanini, Il capitano Ultimo contrattacca, in Il Corriere della Sera, 16 settembre 2017, p. 6.
  20. ^ Panorama
  21. ^ Covo di Riina, Caselli: «Il Ros decise da solo»
  22. ^ «Covo di Riina, bugie inspiegabili»
  23. ^ http://www.capitanoultimo.it/d/sentenzaultimo.htm SENTENZA Nei confronti di: 1) MORI MARIO n. a Postuni (TS) il 16/05/39 dom. c/o Direzione SISDE in Roma via Lanza 194. Libero assente Difeso di fiducia dall'avv. P. Milio e avv. F.Musco 2) DE CAPRIO Sergio nato a Montevarchi (AR) il 21/02/ 1961. Libero assente Difeso di fiducia dall'avv. F. A. Romito.
    URL consultato in data 8 gennaio 2013
  24. ^ L'errore giudiziario, una vita cambiata, su ilfattoquotidiano.it.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Alle vicende del capitano Ultimo sono state ispirate quattro miniserie televisive, composte da due puntate ciascuna, trasmesse da Canale 5; in queste miniserie il protagonista si chiama capitano Roberto Di Stefano ed è interpretato da Raoul Bova.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]