Cesare Mori

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Cesare Primo Mori
Cesare Mori portrait.jpg

Senatore del Regno d'Italia
Durata mandato 22 dicembre 1928 –
5 luglio 1942
Legislature XXVII, XXVIII, XXIX, XXX
Gruppo
parlamentare
PNF
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Nazionale Fascista
Titolo di studio Laurea in giurisprudenza
Università Università degli Studi di Palermo
Professione Prefetto
Cesare Primo Mori
Soprannome"Prefetto di Ferro"
NascitaPavia, 22 dicembre 1871
MorteUdine, 5 luglio 1942 (71 anni)
Luogo di sepolturaPavia
Dati militari
Paese servitoItalia Italia
Forza armataFlag of Italy (1860).svg Regio Esercito
Stemma della Polizia di Stato 2007.svg Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza
ArmaArtiglieria
Anni di servizio1895 - 1898
1898 - 1920
GradoTenente
Questore
GuerrePrima guerra mondiale
CampagneFronte italiano
Studi militariAccademia militare di Torino
Altre carichePrefetto
Politico
"Fonti nel corpo del testo"
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Cesare Primo Mori (Pavia, 22 dicembre 1871Udine, 5 luglio 1942) è stato un prefetto e politico italiano.

È passato alla storia col soprannome di Prefetto di ferro per i metodi utilizzati nella lotta alla mafia nel periodo in cui fu prefetto in Sicilia, dal 1924 al 1929. Fu nominato nel 1928 senatore del Regno d'Italia.

Iniziò la carriera come funzionario di polizia, fino a essere nominato prima questore, poi prefetto. Aderì al fascismo, iscrivendosi al Partito Nazionale Fascista il 21 febbraio 1926.[1] Era una figura probabilmente priva di connotazioni politiche, che dimostrò coraggio, dedizione e integrità nella difesa dello Stato e delle istituzioni, soprattutto nella lotta contro la mafia.[2]

Il regista Pasquale Squitieri nel 1977 girò un film, Il prefetto di ferro, dedicato alla sua attività di contrasto al fenomeno mafioso durante il suo periodo di attività in Sicilia.

Origini e formazione[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni di vita crebbe nel brefotrofio di Pavia con nome e cognome provvisori di Primo Nerbi (in quanto fu il primo orfano a essere accolto: Primo restò comunque il suo secondo nome[3]); fu riconosciuto dai suoi genitori naturali nell'ottobre del 1879. La forma originaria del nome "Cesare", fu mutata in "Cesare Primo", con regio decreto del 25 giugno 1929[4].

Studiò presso l'Accademia Militare di Torino e fu trasferito nel 1895 a Taranto come tenente d'artiglieria, dove conobbe una ragazza, Angelina Salvi, che successivamente sposò, dimettendosi dal Regio Esercito.

Entrò quindi nel 1898 nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, operando prima a Ravenna nella polizia politica, poi, dal 1903, a Castelvetrano, in provincia di Trapani e dal 1907 a Trapani.

La nomina a commissario e le prime esperienze in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

A Castelvetrano, nel trapanese, il "delegato" Mori cominciò subito ad agire energicamente, usando quegli stessi metodi decisi, inflessibili e poco ortodossi che riprenderà – con un'autorità e una libertà di azione incomparabilmente superiori – molti anni dopo in tutta la Sicilia. Nel 1909 fu nominato commissario. In quegli anni compì numerosi arresti e sfuggì a vari attentati. Scrisse il Procuratore Generale di Palermo:

«Finalmente abbiamo a Trapani un uomo che non esita a colpire la mafia dovunque essa si alligni. Peccato, purtroppo, che vi siano sempre i cosiddetti "deputati della rapina" contro di lui...»

Dopo 11 anni nel trapanese Mori fu trasferito a Firenze nel gennaio del 1915, con la carica di vice questore. Su quegli anni nell'isola scrisse il volume "Tra le zagare oltre la foschia".

In seguito a un inasprimento della situazione in Sicilia, coincidente con la guerra, vi fu presto rimandato nel 1916 al comando di squadre speciali mirate a una campagna contro il brigantaggio, le cui file si erano ingrossate con i renitenti alla leva. Nel corso dei suoi rastrellamenti, Mori si distinse ancora una volta per i suoi metodi energici e radicali. A Caltabellotta, in una sola notte, fece arrestare più di 300 persone[5]; nel complesso, ottenne risultati molto positivi. Quando i giornali parlarono di "Colpo mortale alla mafia", Mori dichiarò a un suo collaboratore:[5]

«Costoro non hanno ancora capito che i briganti e la mafia sono due cose diverse. Noi abbiamo colpito i primi che, indubbiamente, rappresentano l'aspetto più vistoso della malvivenza siciliana, ma non il più pericoloso. Il vero colpo mortale alla mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d'india, ma negli ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali e, perché no, di qualche ministero.»

Decorato con due medaglie d'argento al valore militare, fu promosso questore nel novembre 1917 e inviato ad Alessandria. Mori divenne successivamente questore a Torino e poi a Roma (come facente funzioni).

La promozione a prefetto e l'incarico a Bologna[modifica | modifica wikitesto]

Promosso prefetto a disposizione nell'aprile 1920 mantenendo per qualche mese anche la questura di Roma, assunse la carica di Prefetto di Bologna dall'8 febbraio 1921 al 20 agosto 1922,[6] e fu – da ligio servitore dello Stato deciso ad applicare la legge in modo inflessibile – tra i pochi membri delle forze dell'ordine a opporsi allo squadrismo dei fascisti. Da Prefetto, Mori condusse anche indagini sull'eccidio di Palazzo d'Accursio del 21 novembre 1920, condannando sia socialisti sia fascisti.

Il crescendo della tensione politica avvenne in seguito al ferimento di Guido Oggioni, fascista e vicecomandante della "Sempre Pronti", mentre tornava da una spedizione punitiva contro i "rossi", e all'uccisione di Celestino Cavedoni, segretario del Fascio. Mori si oppose alle rappresaglie violente e alle spedizioni punitive dei fascisti, inviando contro di loro la polizia, e fu per questo contestato. Nell'agosto 1922 fu trasferito dal governo Facta come prefetto a Bari. Collocato quindi a disposizione il 22 novembre, dopo la marcia su Roma, si ritirò con la moglie a Firenze.

Il ritorno in Sicilia nel contrasto a cosa nostra[modifica | modifica wikitesto]

Per la sua fama di uomo energico, non in contatto con la mafia locale e conoscitore della Sicilia, fu richiamato in servizio il 28 maggio 1924 dal ministro dell'Interno Federzoni. Mussolini, che era appena rientrato da una visita ufficiale in Sicilia (a Palermo e Trapani), dispose l'invio in Sicilia di Mori e poi anche del giudice Luigi Giampietro come procuratore generale.[7] Mori fu nominato prefetto di Trapani, dove arrivò il 2 giugno 1924 e dove rimase fino al 12 ottobre 1925. Come primo provvedimento ritirò subito tutti i permessi d'armi e nel gennaio 1925 nominò una commissione provinciale che doveva provvedere ai nullaosta (resi obbligatori) per il campieraggio e la guardianía, attività tradizionalmente controllate dalla mafia.[8]

Dopo l'ottimo lavoro in provincia di Trapani, Benito Mussolini nominò Mori prefetto di Palermo, dove si insediò il 20 ottobre 1925, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di sradicare il fenomeno mafioso nell'isola. Questo il testo del telegramma inviato da Mussolini:

«Vostra Eccellenza ha carta bianca, l'autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi.»

[9]

Cesare Mori in camicia nera presso Piana degli Albanesi, comunità albanese di Sicilia di rito bizantino

Mori si insediò quindi a Palermo il 1º novembre dello stesso anno[10] e vi rimase fino al luglio 1929. Qui attuò una durissima repressione verso la malavita e la mafia, colpendo anche bande di briganti e signorotti locali. La sua azione continuò per tutto il biennio 1926-27 e ottenne significativi risultati.

Il 1º gennaio 1926 compì quella che probabilmente fu la sua più famosa azione, e cioè quello che viene ricordato come l'assedio di Gangi, paese roccaforte di numerosi gruppi criminali. Con numerosi uomini dei Carabinieri e della Polizia fece rastrellare il paese casa per casa, arrestando banditi, mafiosi e latitanti vari. I metodi attuati durante quest'azione furono particolarmente duri e Mori non esitò a usare donne e bambini come ostaggi per costringere i malavitosi ad arrendersi. Fu proprio per la durezza dei metodi utilizzati che venne soprannominato Prefetto di Ferro. Nel 1927 arrestò e fece condannare all'ergastolo Vito Cascio Ferro, boss della mafia siciliana e americana, che aveva assassinato Joe Petrosino.

Dopo essersi iscritto al Partito nazionale fascista nel febbraio del 1926, espose i principi della sua azione, ossia: ripristinare l’autorità dello Stato, ottenere il sostegno delle popolazioni e distinguere tra una presunta omertà «pura» e un’omertà degenerata[1].

Nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono a essere durissime. Qualcuno riporta tra le "vittime eccellenti" anche il generale di Corpo d'Armata, ed ex ministro, Antonino Di Giorgio, che avrebbe richiesto sostegno, in un colloquio riservato, a Mussolini, cosa che non impedirà né il processo né il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale e le dimissioni da deputato nel 1928.[11] In realtà lo scontro con il generale sarà la causa della destituzione del prefetto stesso[senza fonte]. Quando seppe della sua presenza a Roma per i funerali del Maresciallo Diaz, Mussolini convocò il generale Di Giorgio per chiedere conferma delle tante lamentele sull'operato di Mori. Il generale, su richiesta del duce, appena rientrato a Palermo, lo relazionò per iscritto. Dell'incontro venne a sapere il prefetto che, in via preventiva, confezionò un attacco diretto verso il generale. Mussolini cercò di riavvicinare i due contendenti, ma il generale (in un nuovo colloquio con Mussolini) non ne volle sapere ed energicamente rifiutò la proposta. Rientrato a palazzo dei Normanni (dove a poca distanza conviveva con il prefetto), il generale attaccò con veemenza il prefetto e decise spontaneamente di dimettersi da ogni carica e ritirarsi a vita privata.[12][13] Ben presto però circoli politico-affaristici di area fascista collusi con la mafia[14][15] riuscirono a indirizzare, con attività di dossieraggio, le indagini di Mori e del procuratore generale Luigi Giampietro sull'ala radicale del fascismo siciliano, coinvolgendo anche il federale e deputato del PNF Alfredo Cucco, uno dei massimi esponenti del fascio dell'isola. Cucco nel 1927 venne addirittura espulso dal PNF e dalla Camera "per indegnità morale" e sottoposto a processo con l'accusa di aver ricevuto denaro e favori dalla mafia,[16][17] venendo assolto in appello quattro anni dopo,[18] ma nel frattempo il fascio siciliano fu decapitato dei suoi elementi radicali. L'eliminazione di Cucco dalla vita politica dell'isola favorì l'insediamento nel PNF siciliano dei latifondisti dell'isola, talvolta essi stessi collusi o quantomeno contigui alla mafia. Al posto di Cucco venne nominato segretario federale del PNF Ugo Parodi di Belsito.

A questa azione si aggiunse quella delle "lettere anonime",[19] che tempestarono le scrivanie di Mussolini e del ministro della Giustizia Alfredo Rocco, avvisando dell'esasperazione dei palermitani e minacciando rivolte se l'operato eccessivamente moralistico di Giampietro[20] non si fosse moderato. Contestualmente il processo a Cucco si rivelò uno scandalo, nel quale Mori venne dipinto dagli avvocati di Cucco come un persecutore politico.[21]

Il 10 gennaio 1928 l'Università di Palermo conferì a Mori la laurea honoris causa in giurisprudenza. In quei mesi fu anche Presidente della Camera di commercio di Palermo.

Il 22 dicembre 1928 fu nominato Senatore del Regno[4] e insieme con lui anche il procuratore Luigi Giampietro. Pochi mesi dopo, nel giugno 1929 il prefetto Mori fu posto a riposo "per anzianità di servizio" dal successivo 16 luglio (35 anni per i prefetti), mentre Giampietro lasciò per limiti d'età nel 1931. Il regime fascista dichiarò orgoglioso che la mafia era stata sconfitta. Molti esponenti mafiosi o erano emigrati o erano rimasti nei paesi in attesa di tempi migliori, riemergendo dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia nel luglio 1943.

Gli ultimi anni e la morte[modifica | modifica wikitesto]

Appena tornato dalla Sicilia fu nominato liquidatore del "Sindacato infortuni imprenditori" con sede a Bari, nel luglio 1929 e vi restò fino al 1932. Come senatore continuò a occuparsi dei problemi della Sicilia, sui quali seguitò a rimanere ben informato, ma ormai senza potere effettivo e sostanzialmente emarginato.

«La misura del valore di un uomo è data dal vuoto che gli si fa dintorno nel momento della sventura»

(Cesare Mori)

La sua abitudine di sollevare il problema della mafia era vista con fastidio da alcune autorità come il sottosegretario all'Interno, dal quale il 30 marzo 1930 fu invitato a "non parlare più di una vergogna che il fascismo ha cancellato",[5] probabilmente per essersi prestato ad alcune contese interne tra le fazioni siciliane del fascismo col pretesto della lotta alla mafia, come nel caso dell'arresto di Cucco.[1] Mori scrisse le sue memorie nel 1932 con il titolo Con la mafia ai ferri corti. Nel novembre 1929 Mori, insieme a tre fidati collaboratori, giunse a Udine con l'incarico di presiedere il neo costituito Consorzio di 2º grado dell'Istria che, sovrapponendosi al Consorzio per la bonifica integrale della Bassa friulana, aveva la funzione di controllare la litigiosità dei proprietari che aveva provocato la paralisi dei lavori.

Poco dopo la scomparsa della moglie (avvenuta nel marzo 1942), ormai sofferente per un tumore alla cistifellea che lo aveva costretto a trasferirsi a Udine nel 1941, in un appartamento preso in affitto in via Aquileia, il Senatore Mori cessò di vivere tra le braccia del suo fedele autista Lino Vidotti alle ore 5.00 del 5 luglio 1942, due giorni dopo aver firmato l'ultima delibera del Consorzio che dirigeva. È sepolto a Pavia. Ancora oggi a Pagnacco (UD) si trova Villa Mori, nella quale visse per alcuni anni.

Risultati dell'azione di Mori in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Vennero quindi concessi a Mori, che si avvalse dell'opera dell'ottimo maresciallo Spanò, i pieni poteri e già a fine anno 1925 ottenne i primi successi: oltre 700 arresti di mafiosi accusati di omicidio, abigeato, grassazione, operati con fulminee azioni nelle Madonie, a Misilmeri, a Marineo, a Piazza Armerina. Seguì un'operazione, forse la più spettacolare, nel comune di Gangi, tra Nicosia e Castelnuovo, dove da oltre un trentennio spadroneggiavano le bande degli Andaloro e Ferrarello, bande che vennero interamente catturate.

Marzo e aprile 1926 videro nuovi successi e nuovi arresti a Termini Imerese, a Marsala, a Mazzarino, a Castelvetrano, a Gibellina. Così di seguito, mese dopo mese, centinaia di arresti liberarono dalla piovra ampie aree della Sicilia.

Il 26 maggio 1927, in apertura del dibattito sul bilancio dell'Interno, Mussolini tenne alla Camera uno dei discorsi più famosi ed anche uno dei più lunghi: il cosiddetto discorso dell'Ascensione, di cui citiamo un passo: «È tempo che io vi riveli la mafia. Ma, prima di tutto, io voglio spogliare questa associazione brigantesca da tutta quella specie di fascino, di poesia, che non merita minimamente. Non si parli di nobiltà e di cavalleria della mafia, se non si vuole veramente insultare tutta la Sicilia. Vediamo. Poiché molti di voi non conoscono ancora l'ampiezza del fenomeno, ve lo porto io sopra un tavolo clinico: ed il corpo è già inciso dal mio bisturi».

Così Mussolini scandisce momenti e cifre dell'offensiva scatenata dal fascismo contro il fenomeno mafioso: successi ottenuti non solo in termini di repressione e di miglioramento dell'ordine pubblico. Ma il successo maggiore fu l'aver ripristinato l'autorità dello Stato. Ecco i dati: rispetto al 1923, nel 1926 gli omicidi erano passati da 675 a 299, le rapine da 1200 a 298, gli abigeati da 696 a 126, le estorsioni da 238 a 121, i danneggiamenti da 1327 a 815, gli incendi dolosi da 739 a 469, i ricatti da 16 a 2.

Sono successi significativi che avvalorano la capacità operativa del prefetto Mori. Questi, continuando nella sua operazione, punta sui patrimoni sospetti: si aprono inchieste sulle amministrazioni comunali, si indaga sui beni di provenienza sospetta, pretendendo che ne venga dimostrata la liceità, pena la confisca. A tutto ciò faceva seguito la continua attenzione di Mussolini che sollecitava, con lettere e telegrammi, di perseverare nell'azione e l'accelerazione dei processi.

Nel 1929 l'opera del prefetto di ferro si poté considerare conclusa con l'indiscussa vittoria del nuovo Stato sulla mafia.

Certamente si cercò di fermare l'azione dello Stato in diversi modi. Una petizione fu inviata al Duce, firmata da 400 fascisti trapanasi, con la quale si chiedeva di allontanare «l'antipatriottico prefetto di Bologna amico dei bolscevichi». La risposta di Mussolini fu fulminea: l'immediata espulsione dal partito dei firmatari della petizione[senza fonte]. Per gli stessi motivi, a febbraio 1927, venne sciolto d'autorità il fascio di Palermo, rinviandone addirittura a giudizio il segretario, l'On. Alfredo Cucco, che fu poi processato e assolto.

Un ufficiale della Milizia, accusato di connivenza con la criminalità, fu condannato a dieci anni, tutti scontati.

Nel maggio 1927 venne sciolto anche il fascio di Catania.

La mafia per sopravvivere dovette emigrare oltre Atlantico e si risvegliò in Sicilia soltanto nel 1943 con lo sbarco angloamericano.

Gli USA utilizzarono la mafia americana per controllare la Sicilia: don Calogero Vizzini, uno dei capi della mafia, indicava agli alleati gli uomini giusti da mettere alla guida dei Comuni e delle Province.

Certamente Mori si avvalse di poteri eccezionali, ma erano proporzionati alla peculiarità del fenomeno mafioso.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Tra le zagare, oltre la foschia, Firenze, Carpigiani & Zipoli, 1923 (nuova edizione La Zisa, Palermo, 1988)
  • Con la mafia ai ferri corti, Milano, A. Mondadori, 1932 (nuova edizione Avatar Éditions, Trabia, 2018)

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze italiane[modifica | modifica wikitesto]

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 28 gennaio 1926
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia
— 28 luglio 1921
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia
— 5 dicembre 1918
Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia
— 4 febbraio 1917
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
— 2 settembre 1909
Medaglia d'argento al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valore militare
«Dirigeva con ammirevole costanza e con grande coraggio una operazione notturna per la cattura di due pericolosi latitanti, autori di numerosi delitti e terrore delle popolazioni, i quali si erano asserragliati in una casa, facendo per parecchie ore fuoco vivissimo contro la forza pubblica, che egli personalmente guidava, con sprezzo del pericolo cui era esposto, riuscendo infine ad assicurare alla giustizia i malfattori»
— Riesi (Caltanissetta), 13 giugno 1916
Medaglia d'argento al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valore militare
«Avuta notizia che una banda di cinque pericolosi latitanti armati di fucili di guerra con abbondanti munizioni, trovavasi asserragliata in un casolare a circa un chilometro da Sciacca, riuniva tutta la forza di polizia disponibile e, presane personalmente il comando, la portava durante la notte sul luogo. Apertosi immediatamente dai malfattori un violento fuoco contro la forza stessa e sebbene esposto ai colpi dei banditi sparati a circa trenta metri di distanza collocava personalmente i suoi uomini»
— Sciacca, 22 gennaio 1917
Medaglia di bronzo al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valore militare
«Per aver inseguito ed arrestato un malfattore, ritenuto armato di rivoltella, il quale poco prima in un postribolo, con detta arma, aveva minacciato una recluta per dar modo ad una prostituta di ferirlo di coltello alle spalle.»
— Barletta (Bari), 19 febbraio 1896

Onorificenze straniere[modifica | modifica wikitesto]

Commendatore di numero dell'Ordine al merito civile (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore di numero dell'Ordine al merito civile (Regno di Spagna)
Commendatore dell'Ordine di Giorgio I (Regno di Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine di Giorgio I (Regno di Grecia)
Commendatore dell'Ordine del Leone e del Sole di Persia (Impero di Persia) - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine del Leone e del Sole di Persia (Impero di Persia)

Mori nella letteratura e nel cinema[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Cesare Mori. Dizionario Biografico Treccani.
  2. ^ Caiomario, Il prefetto di ferro. L'uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia - Arrigo Petacco, su Condividendoidee (Filosofia e Società), 13 luglio 2012. URL consultato il 29 dicembre 2019.
  3. ^ Il Prefetto di Ferro di Arrigo Petacco, capitolo Il figlio di N.N.
  4. ^ a b Mori Primo. Senato della Repubblica.
  5. ^ a b c Arrigo Petacco, Il prefetto di ferro, Mondadori, 1975.
  6. ^ I prefetti di Bologna. Prefettura di Bologna.
  7. ^ http://www.carabinieri.it/Internet/Arma/Ieri/Storia/Vista+da/Fascicolo+13/02_fascicolo+13.htm L'avvento del fascismo. Arma dei Carabinieri. Pagine di Storia. Fascicolo 13.
  8. ^ Vito Orlando, "Il movimento fascista trapanese -1919 1925", Trapani-Saluzzo, Ed. Avanguardia, 1989
  9. ^ Arrigo Petacco, L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, Milano, Mondadori, 2004, p. 101
  10. ^ Guido Melis, Francesco Merloni, Cronologia della pubblica amministrazione italiana (1861-1992), Bologna, Il Mulino, 1995, p. 201
  11. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri, Longanesi &C.
  12. ^ Marina Pino, La regina di Gangi, Rubettino
  13. ^ Rosario Lentini e Pietro Silvestri (a cura di), I Whitaker di villa Malfitano Atti del seminario, Fondazione Whitaker e Regione Siciliana
  14. ^ Matteo di Figlia Alfredo Cucco-storia di un federale, Quaderni Mediterranea, 2007
  15. ^ G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, 1987
  16. ^ L'operazione incompiuta del prefetto Mori. In Storia. Mafia e Fascismo.
  17. ^ Non è da escludersi tuttavia che Cucco sia stato trascinato in una vera e propria trappola politica, poiché egli – essendo dell'area farinacciana – era notevolmente inviso a Mussolini, che proprio in quel periodo stava "epurando" i vertici del partito degli elementi vicini a Farinacci. Cfr. Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979
  18. ^ Sospetti di affiliazione mafiosa resteranno, tuttavia, come fa notare il biografo Matteo di Figlia in op. cit.
  19. ^ Ibidem, nonché cfr. Alfio Caruso, op. cit.
  20. ^ Ibidem. Giampietro aveva cominciato perfino una campagna contro le... gonne sopra al ginocchio, tanto da essere invano richiamato alla moderazione dallo stesso ministro Rocco. Cfr. Alfio Caruso, op. cit.
  21. ^ Ibidem
  22. ^ "Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottoufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero alla memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti. Ma durava la collera, la sua collera di uomo del nord che investiva la Sicilia intera: questa regione che, sola in Italia, dalla dittatura fascista aveva avuto in effetti libertà, la libertà che è nella sicurezza della vita e dei beni. Quante altre libertà questa loro libertà era costata, i siciliani non sapevano e non volevano sapere: avevano visto sul banco degli imputati, nei grandi processi delle assise, tutti i don e gli zii, i potenti capi elettori e i commendatori della Corona, medici ed avvocati che si intrigavano alla malavita o la proteggevano; magistrati deboli o corrotti erano stati destituiti; funzionari compiacenti allontanati. Per il contadino, per il piccolo proprietario, per il pastore, per lo zolfataro, la dittatura parlava questo linguaggio di libertà. «E questa è forse la ragione per cui in Sicilia – pensava il capitano – ci sono tanti fascisti: non è che loro abbiano visto il fascismo solo come una pagliacciata e noi, dopo l'otto settembre, l'abbiamo sofferto come una tragedia, non è soltanto questo; è che nello stato in cui si trovavano una sola libertà gli bastava, e delle altre non sapevano che farsene». Ma non era ancora sereno giudizio, Il giorno della civetta. Leonardo Sciascia. Einaudi.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pino Arlacchi. Gli uomini del disonore: mafia siciliana nella vita del grande pentito Antonio Calderone. Milano, Mondadori, 1992. ISBN 88-04-35326-0.
  • Andrea Camilleri. Voi non sapete. Gli amici, i nemici, la mafia, il mondo nei pizzini di Bernardo Provenzano. Milano, Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-57511-5.
  • Matteo Di Figlia, Alfredo Cucco: storia di un federale. Palermo, Mediterranea, 2007. ISBN 978-88-902393-4-2.
  • Christopher Duggan. La mafia durante il Fascismo. Prefazione di Denis Mack Smith. Soveria Mannelli, Rubbettino, 1986.
  • Ernesto Ferrero. I gerghi della malavita dal Cinquecento a oggi. Milano, Mondadori, 1972.
  • Cesare Mori, Tra le zagare oltre la foschia, Milano, 1923
  • Cesare Mori, Con la mafia ai ferri corti, Milano, Mondadori, 1932
  • Arrigo Petacco. Il prefetto di ferro. L'uomo di Mussolini che mise in ginocchio la mafia. Milano, Mondadori, 1975.
  • Arrigo Petacco, L'uomo della provvidenza. Mussolini, ascesa e caduta di un mito, Milano, Mondadori, 2004
  • Marina Pino, La regina di Gangi: storie di briganti, mafiosi e poliziotti nella Sicilia degli anni Trenta. Soveria Mannelli, Rubbettino, 2005. ISBN 88-498-1261-2.
  • Mario Siragusa, Baroni e briganti.Classi dirigenti e mafia nella Sicilia del latifondo, Milano, Franco Angeli, 2004
  • Mario Siragusa e Giuseppina Seminara, Società e potere mafioso nella Gangi liberale e fascista, Castelbuono, Progetto Gangi, 1995
  • Giuseppe Tricoli. Mussolini a Palermo nel 1924, Palermo, ISSPE,1993
  • Giuseppe Tricoli. Il fascismo e la lotta contro la mafia. Palermo, ISSPE, 1986.
  • Giuseppe Tricoli. Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, Palermo, ISSPE, 1987
  • Stefano Felcher e Paolo Strazzolini, Cesare Primo Mori Lo Stato nello Stato, Udine, Aviani&Aviani editori, 2019

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Prefetto di Bologna Successore
Giuseppe Visconti 8 febbraio 1921 - 26 agosto 1922 Enrico Palmieri
Predecessore Prefetto di Bari Successore
Carlo Olivieri 26 agosto 1922 - 21 novembre 1922 Ernesto Giobbe
Predecessore Prefetto di Trapani Successore
Giovanni Merizzi 1º giugno 1924 - 24 ottobre 1925 Francesco Venuta
Predecessore Prefetto di Palermo Successore
Angelo Barbieri 1º novembre 1925 - 16 luglio 1929 Umberto Albini
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