Carlo Alberto dalla Chiesa

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« Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì, se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi, non possiamo delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti. »
(Carlo Alberto dalla Chiesa[1])
Carlo Alberto dalla Chiesa
Carlo Alberto dalla Chiesa nel momento in cui era generale di divisione.
Carlo Alberto dalla Chiesa nel momento in cui era generale di divisione.
27 settembre 1920 - 3 settembre 1982
Nato a Saluzzo
Morto a Palermo
Cause della morte Attentato da parte di Cosa nostra
Luogo di sepoltura Cimitero della Villetta, Parma
Dati militari
Paese servito bandiera Regno d'Italia
Italia Italia
Forza armata Esercito italiano
Arma Arma dei Carabinieri
Anni di servizio 1941 - 1982
Grado Generale di corpo d'armata (1981, vicecomandante dell'Arma dei Carabinieri)
Guerre Seconda guerra mondiale
Comandante di legione carabinieri di Palermo
Nucleo speciale di polizia giudiziaria
Divisione Pastrengo
Regione militare CC nord-ovest
Altro lavoro Prefetto di Palermo

[senza fonte]

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Carlo Alberto dalla Chiesa[2][3][4] (Saluzzo, 27 settembre 1920Palermo, 3 settembre 1982) è stato un generale e prefetto italiano.

Sottotenente dei carabinieri durante la Seconda guerra mondiale, partecipò alla guerra di Liberazione. Comandante della legione di Palermo (1966-73), generale di brigata a Torino (1973-77), nel maggio 1977 assunse le funzioni di coordinatore del servizio di sicurezza degli istituti di prevenzione e pena e nel settembre 1978 quelle di coordinamento tra le forze di polizia per la lotta contro il terrorismo, Nucleo Speciale Antiterrorismo, in cui colse significativi successi. Generale di divisione a Milano (1979-81), vicecomandante dell'Arma (1981-82), nel maggio 1982 fu nominato prefetto di Palermo per combattervi la mafia. Nel settembre successivo fu ucciso in un agguato mafioso assieme alla moglie e a un agente di scorta.[5]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

L'impegno in guerra e nella Resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di Romano, generale dei carabinieri[6], entrò nel 1941 nell'Esercito partecipando alla guerra in Montenegro come sottotenente; divenne ufficiale di complemento di Fanteria nel 1942 e nello stesso anno passò all'Arma dei Carabinieri (dove già prestava servizio il fratello Romolo,[7]) in servizio permanente effettivo, completando gli studi di giurisprudenza presso l'Università di Bari, città in cui il padre Romano era comandante della locale Legione dell'Arma.

Come primo incarico venne mandato a comandare la caserma dei Carabinieri Reali di San Benedetto del Tronto, dove rimase fino al giorno della proclamazione dell'armistizio.[8] Passò poi nel comando provinciale di Ascoli Piceno; un giorno venne affrontato da un partigiano comunista. I partigiani della zona sospettavano che lui fosse responsabile del blocco dei rifornimenti di armi che gli alleati di tanto in tanto riuscivano a spedire via mare. Alla domanda "Lei con chi sta, tenente, con l'Italia o la Germania?", Dalla Chiesa rispose offrendo la sua collaborazione, che, per un certo periodo, dette i suoi frutti. Poi, a causa del suo rifiuto di collaborare nella caccia ai partigiani, venne inserito nella lista nera dei nazisti, ma riuscì a fuggire prima che le SS potessero catturarlo.[9]

Datosi alla macchia insieme ad altri patrioti, entrò quindi nella Resistenza, operando in clandestinità nelle Marche, dove organizzò i gruppi per fronteggiare i tedeschi, divenendo uno dei responsabili delle trasmissioni radio clandestine di informazioni per gli americani nelle Marche. Nel dicembre del 1943 passò le linee nemiche con le truppe alleate, ritrovandosi in una zona d'Italia già liberata.[9]. Venne poi inviato a Roma per seguire gli alleati nel loro ingresso nella capitale, dove venne incaricato di garantire la sicurezza della Presidenza del Consiglio dei ministri dell'Italia liberata.

Per la sua partecipazione alla Resistenza gli venne attribuito il Distintivo di Volontario della Guerra di Liberazione.

Dopo la guerra fu inviato a comandare una tenenza a Bari, dove riuscì a conseguire una seconda laurea in scienze politiche, per la quale frequentò alcune lezioni tenute dall'allora docente Aldo Moro.[10]

Sempre a Bari conobbe Dora Fabbo, la ragazza che nel 1945 diventerà sua moglie.

La lotta contro il banditismo in Campania e in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Fu destinato poi in Campania, al Comando Compagnia di Casoria (Napoli), dove nel 1947 nacque la figlia Rita. Durante la permanenza a Casoria si distinse nelle operazioni di lotta al banditismo; per questo motivo nel 1949 fu inviato in Sicilia[11], al Comando forze repressione banditismo, agli ordini del colonnello Ugo Luca, formazione interforze costituita per eliminare le bande di criminali nell'isola, come quella del bandito Salvatore Giuliano.

Qui, in continuità con l'impegno del padre Romano negli anni venti nelle campagne del prefetto Cesare Mori contro Cosa nostra, comandò il Gruppo Squadriglie di Corleone e svolse ruoli importanti e di grande delicatezza come quello di Capo di stato maggiore, meritando peraltro una medaglia d'argento al valor militare.[12]

Nel novembre del 1949, nacque a Firenze il figlio, Nando. Il 23 ottobre 1952, sempre a Firenze, nacque la terza figlia, Simona.

Da Capitano, indagò sulla scomparsa a Corleone (Pa), poi rivelatasi omicidio del sindacalista socialista Placido Rizzotto, giungendo a indagare e incriminare l'allora emergente boss della mafia Luciano Liggio[13]. Dalla Chiesa conobbe in tale occasione il politico comunista Pio La Torre, che in seguito fu anch'egli ucciso dalla mafia[9].

Gli incarichi a Milano e Roma[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il periodo in Sicilia, venne trasferito prima a Firenze, successivamente a Como e quindi presso il comando della Brigata di Roma.

Nel 1964 passò al coordinamento del nucleo di polizia giudiziaria presso la Corte d'appello di Milano, che poi unificò e diresse come nuovo gruppo.

Il ritorno in Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

1968 Terremoto del Belice. Foto di Karl Oppolzer.

Dal 1966 al 1973 tornò in Sicilia con il grado di colonnello, al comando della Legione carabinieri di Palermo. Iniziò particolari indagini per contrastare Cosa Nostra, che nel 1966 e 1967 sembrava aver abbassato i toni dello scontro che si era verificato nei primi anni '60.

Nel gennaio 1968 intervenne coi suoi reparti in soccorso delle popolazioni del Belice colpite dal terremoto, riportandone una medaglia di bronzo al valor civile per la personale partecipazione "in prima linea" alle operazioni, oltre che la cittadinanza onoraria di Gibellina e Montevago[14].

Nel 1969 riesplose in maniera evidente lo scontro interno tra le famiglie mafiose con la strage di Viale Lazio, nella quale perse la vita il boss Michele Cavataio. Dalla Chiesa intuì la situazione che andava configurandosi, con scontri violenti per giungere al potere tra elementi mafiosi di una nuova generazione, pronti a lasciare sulla strada cadaveri eccellenti.

Il giornalista Mauro De Mauro, rapito a Palermo la sera del 16 settembre 1970, presumibilmente da sicari mafiosi.

Nel 1970 svolse indagini sulla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, il quale poco prima aveva contattato il regista Francesco Rosi, promettendogli materiale, che lasciava intendere scottante, sul caso Mattei [15].

Le indagini furono svolte con ampia collaborazione fra i Carabinieri e la Polizia, sotto la direzione del commissario Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile di Palermo, anch'egli in seguito ucciso dalla mafia mentre iniziava ad intuire le connessioni tra mafia e alta finanza.

Nel 1971 si trovò ad indagare sull'omicidio del procuratore capo della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione.

Il risultato di queste indagini fu il dossier dei 114 (1974): come conseguenza del dossier, scattarono decine di arresti dei boss[12] e, per coloro i quali non sussisteva la possibilità dell'arresto, scattò il confino. L'innovazione voluta da Dalla Chiesa fu quella di non mandare i boss al confino nelle periferie delle grandi città del Nord Italia; pretese invece che le destinazioni fossero le isole di Linosa, Asinara e Lampedusa[9].

La lotta alle Brigate Rosse[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1973 fu promosso al grado di generale di brigata e nel 1974 divenne Comandante della Regione Militare di Nord-Ovest, con giurisdizione su Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria.[12]

Il giudice Mario Sossi, prigioniero delle Brigate Rosse.

Si trovò così a dover combattere il crescente numero di episodi di violenza portati avanti dalle Brigate Rosse ed il loro progressivo radicarsi negli ambienti operai. Per fare ciò, utilizzò i metodi che già aveva sperimentato in Sicilia contro le organizzazioni mafiose, infiltrando alcuni uomini all'interno dei gruppi terroristici, al fine di conoscere perfettamente i loro schemi di potere interno.[16][17]

Nell'aprile del 1974 le Brigate Rosse rapirono il giudice genovese Mario Sossi; in cambio della sua liberazione le BR volevano ottenere la liberazione di 8 detenuti della Banda 22 ottobre.[18]

Ad Alessandria una rivolta dei detenuti, guidata dal gruppo Pantere Rosse, che aveva preso degli ostaggi, venne stroncata dal procuratore generale di Torino, Carlo Reviglio Della Veneria, e dallo stesso Dalla Chiesa, i quali ordinarono un intervento armato che si concluse con l'uccisione di due detenuti, di due agenti di custodia, del medico del carcere, di un insegnante e di una assistente sociale.[19]

Renato Curcio, uno dei fondatori storici delle Brigate Rosse.

Dopo aver selezionato dieci ufficiali dell'arma, Dalla Chiesa creò nel maggio del 1974 una struttura antiterrorismo, denominata Nucleo Speciale Antiterrorismo, con base a Torino.

Nel settembre del 1974 il Nucleo riuscì a catturare a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco e fondatori delle Brigate Rosse, grazie anche alla determinante collaborazione di Silvano Girotto, detto "frate mitra",[7] dirigendo le indagini dall'attuale Comando Provinciale Carabinieri di Torino, edificio unito alla Scuola allievi Carabinieri "Cernaia".

Margherita Cagol "Mara", moglie di Renato Curcio e dirigente della colonna brigatista di Torino.

Nel febbraio del 1975 Curcio riuscì ad evadere dal carcere di Casale Monferrato, grazie ad un intervento di un nucleo delle BR, capeggiato dalla stessa moglie del brigatista, Margherita "Mara" Cagol.[20]

Vittorio Vallarino Gancia, amministratore e proprietario della nota ditta viti-vinicola Gancia

Sempre nel 1975, i Carabinieri intervennero per la liberazione di Vittorio Vallarino Gancia, rapito dalle BR a scopo di estorsione; dopo un violento e drammatico scontro a fuoco con l'impiego di armi automatiche e bombe a mano, l'ostaggio venne liberato incolume, ma nel corso dell'azione morirono l'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso e il capo del nucleo brigatista Margherita Cagol, e furono gravemente feriti altri due carabinieri, tra cui il tenente Umberto Rocca che perse un braccio e un occhio.

Nonostante i successi conseguiti nella lotta al terrorismo, nel 1976 il Nucleo Antiterrorismo venne sciolto, a seguito delle critiche formulate da più parti ai metodi utilizzati nell'infiltrazione degli agenti tra i brigatisti e sulla tempistica dell'arresto di Curcio e Franceschini.[7]

Nel 1977 Dalla Chiesa fu nominato Coordinatore del Servizio di Sicurezza degli Istituti di Prevenzione e Pena e, promosso al grado di Generale di Divisione.

Il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978.

In seguito (9 agosto 1978) fu nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, con poteri speciali per diretta determinazione governativa. Era una sorta di reparto operativo speciale alle dirette dipendenze del Ministro dell'Interno Virginio Rognoni, creato con particolare riferimento alla lotta alle Brigate rosse ed alla ricerca degli assassini del leader democristiano Aldo Moro.[7]

La concessione di poteri speciali a Dalla Chiesa fu veduta da taluni come pericolosa o impropria (le sinistre estreme la catalogarono come "atto di repressione").

Dopo la morte di Aldo Moro, Dalla Chiesa decise di stringere il cerchio intorno ai vertici delle Brigate Rosse.

Nel frattempo, nel febbraio del 1978, Dalla Chiesa aveva perso la moglie Dora, stroncata in casa a Torino da un infarto. Per il Generale fu un duro colpo, che lo lasciò per qualche tempo nella disperazione e lo indusse successivamente a dedicarsi completamente alla lotta contro i brigatisti.[7][9]

In una perquisizione successiva a due arresti (Lauro Azzolini e Nadia Mantovani) in via Montenevoso a Milano, vennero ritrovate alcune carte riguardanti Aldo Moro, tra le quali un presunto memoriale dello stesso leader democristiano.[7]

Nel 1979 venne trasferito nuovamente a Milano per comandare la Divisione Pastrengo sino al dicembre 1981.

Patrizio Peci, storico “pentito” delle Brigate Rosse.

Particolarmente importanti furono i successi contro le Brigate Rosse, ottenuti a seguito della sanguinosa irruzione di via Fracchia, e l'arresto di Rocco Micaletto e di Patrizio Peci,[21] che con le sue rivelazioni contribuì alla sconfitta delle BR.[22])

Il 16 dicembre 1981 Dalla Chiesa venne promosso Vice Comandante Generale dell'Arma, diventando quindi generale di corpo d'armata, la massima carica per un ufficiale dei Carabinieri, giacché all'epoca il Comandante Generale dell'Arma doveva necessariamente provenire, per espressa disposizione di legge, dalle file dell'Esercito.[7] Rimase in tale carica fino al 5 maggio 1982.

Prefetto in Sicilia per combattere Cosa Nostra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1982 venne nominato dal Consiglio dei Ministri prefetto di Palermo e posto contemporaneamente in congedo dall'Arma.

Emanuela Setti Carraro, seconda moglie del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinata dalla mafia assieme al marito a Palermo il 3 settembre 1982.

Il tentativo del governo era quello di ottenere contro Cosa Nostra gli stessi brillanti risultati ottenuti contro le Brigate Rosse. Dalla Chiesa inizialmente si dimostrò perplesso su tale nomina, ma poi venne convinto dal ministro Virginio Rognoni, che gli promise poteri fuori dall'ordinario per contrastare la guerra tra le cosche, che insanguinava l'isola.

Il 10 luglio nella cappella del castello di Ivano-Fracena, in provincia di Trento, sposò in seconde nozze Emanuela Setti Carraro.

A Palermo, dove arrivò ufficialmente nel maggio del 1982, lamentò più volte il mancato rispetto degli impegni assunti dal governo e la carenza di sostegno da parte dello Stato (emblematica la sua amara frase: "Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì").

In una intervista concessa a Giorgio Bocca, il Generale dichiarò ancora una volta la carenza di sostegno e di mezzi, necessari per la lotta alla mafia, che nei suoi piani doveva essere combattuta strada per strada, rendendo palese alla criminalità la massiccia presenza di forze dell'ordine[23]; inoltre nell'intervista Dalla Chiesa dichiarò:

« Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta storica. È finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?[23] »

Tali dichiarazioni provocarono il risentimento dei Cavalieri del Lavoro catanesi Carmelo Costanzo, Mario Rendo, Gaetano Graci e Francesco Finocchiaro (i proprietari delle quattro maggiori imprese edili catanesi, alle quali si riferiva Dalla Chiesa), e l'inizio di una polemica in forma ufficiale da parte dell'allora presidente della Regione siciliana Mario D'Acquisto, che invitò pubblicamente Dalla Chiesa a specificare il contenuto delle sue dichiarazioni e ad astenersi da tali giudizi qualora tali circostanze non fossero state provate.[24]

Nel luglio del 1982 Dalla Chiesa dispose che fosse trasmesso alla Procura di Palermo il cosiddetto "rapporto dei 162".[25]

Tale rapporto portava la «firma congiunta» di polizia e carabinieri e ricostruiva l'organigramma delle famiglie mafiose palermitane attraverso scrupolose indagini e riscontri.[26]

Per la prima volta, con una telefonata anonima fatta ai carabinieri di Palermo a fine agosto, venne annunciato (probabilmente ad opera del boss Filippo Marchese) l'attentato al Generale, dichiarando che, dopo gli ultimi omicidi di mafia, «l'operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa».[7][27]

L'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di via Carini.
La scena dell'omicidio dei coniugi Dalla Chiesa il 3 settembre 1982.
« Qui è morta la speranza dei palermitani onesti. »
(Scritta affissa il giorno seguente in prossimità del luogo dell'attentato.[28])

Alle ore 21.15 del 3 settembre 1982, la A112 sulla quale viaggiava il Prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata in via Isidoro Carini a Palermo da una BMW, dalla quale partirono alcune raffiche di Kalashnikov AK-47, che uccisero il Prefetto e la moglie.[7][29]

L'agente di Polizia Domenico Russo, scorta del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, deceduto a Palermo il 15 settembre 1982 per le ferite riportate nell'attacco mafioso al generale e a sua moglie.

Nello stesso momento l'auto con a bordo l'autista e agente di scorta, Domenico Russo, che seguiva la vettura del Prefetto, veniva affiancata da una motocicletta, dalla quale partì un'altra micidiale raffica, che uccise Russo.

Per i tre omicidi sono stati condannati all'ergastolo come mandanti i vertici di Cosa Nostra, ossia i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci.[30]

Nel 2002 sono stati condannati in primo grado, quali esecutori materiali dell'attentato, Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia, entrambi all'ergastolo, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni di reclusione ciascuno.[7][31] Nella stessa sentenza si legge:

"Si può senz'altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d'ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all'interno delle stesse istituzioni, all'eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale."[32]

Il 5 settembre al quotidiano La Sicilia arrivò un'altra telefonata anonima, che annunciò: "L'operazione Carlo Alberto è conclusa"[33].

I funerali e la reazione dell'opinione pubblica[modifica | modifica wikitesto]

I funerali di Dalla Chiesa. Riconoscibili in prima fila: il presidente della Repubblica Sandro Pertini e Giovanni Spadolini a quel tempo presidente del Consiglio.

Il giorno dei funerali, che si tennero nella chiesa palermitana di San Domenico, una grande folla protestò contro le presenze politiche, accusandole di aver lasciato solo il generale. Vi furono attimi di tensione tra la folla e le autorità, sottoposte a lanci di monetine e insulti al limite dell'aggressione fisica.

Solo il Presidente della Repubblica Sandro Pertini venne risparmiato dalla contestazione[33].

La figlia Rita pretese che fossero immediatamente tolte di mezzo le corone di fiori inviate dalla Regione Siciliana (era presidente Mario D'Acquisto, che aveva duramente polemizzato con il prefetto) e volle che sul feretro del padre fossero deposti il tricolore, la sciabola e il berretto della sua divisa da Generale con le relative insegne[34].

Dell'omelia del cardinale Pappalardo[35], fecero il giro dei telegiornali le seguenti parole (citazione di un passo di Tito Livio), che furono liberatorie per la folla,[36] mentre causarono imbarazzo tra le autorità (il figlio Nando le definì "una frustata per tutti"):

« Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici [..] e questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo. »

Dalla Chiesa fu insignito di medaglia d'oro al valore civile alla memoria.

Oggi il corpo di Carlo Alberto dalla Chiesa riposa nel Cimitero della Villetta, a Parma.

Dalla Chiesa, Andreotti e il caso Moro[modifica | modifica wikitesto]

La sera dell'assassinio di Dalla Chiesa, qualcuno fu mandato a casa del prefetto per cercare dei lenzuoli per coprire dei cadaveri, ma sembrerebbe che questa persona ne approfittò per aprire la cassaforte e sottrarre il contenuto, consistente in documenti sensibili, tra cui anche un dossier sul caso Moro.[32]

Dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, in seguito al ritrovamento di un borsello a bordo di un pullman, i carabinieri di Dalla Chiesa riuscirono ad individuare un covo delle Brigate Rosse appartenente alla colonna Walter Alasia, situato a Milano in Via Monte Nevoso. Ne scaturirono 9 arresti e una serie di perquisizioni, nella quale furono rinvenuti alcuni documenti riguardanti il rapimento di Moro ed un memoriale dello stesso statista DC.[37]

Nel 1990, durante alcuni lavori, furono rinvenuti nell'appartamento di via Monte Nevoso altri documenti riguardanti Moro, nascosti nel doppio fondo di una parete. Seguirono alcune polemiche sulle circostanze in cui nel 1978 i carabinieri avevano condotto l'inchiesta e le perquisizioni.

Il memoriale di Moro sarebbe stato consegnato da Dalla Chiesa a Giulio Andreotti, a causa delle informazioni contenute al suo interno. Secondo la madre di Emanuela Setti Carraro, la figlia le avrebbe confidato che il Generale non consegnò ad Andreotti tutte le carte rinvenute, e che nelle stesse fossero indicati segreti estremamente gravi[7].

Il giornalista Mino Pecorelli, amico di Dalla Chiesa, aveva dichiarato che di memoriali ne erano stati rinvenuti diversi e che le rivelazioni contenute all'interno fossero collegate alle responsabilità politiche del sequestro Moro.[38] Pochi giorni dopo aver dichiarato di voler pubblicare integralmente uno di essi sulla sua rivista OP venne ucciso.[39] Su OP Pecorelli scrisse che Dalla Chiesa («il generale Amen») era riuscito a individuare la prigione nella quale tenevano prigioniero Aldo Moro e aveva conseguentemente informato il ministro dell'Interno, ma Cossiga non sarebbe intervenuto perché «costretto a non intervenire».[40] E Moro fu ucciso. Dalla Chiesa quindi restava un pericoloso testimone e per questo Pecorelli sentenziò che sarebbe stato ucciso (come avverrà poi un anno dopo, in un presunto patto scellerato tra mafia e politica)[40].

Secondo la sorella di Pecorelli, Dalla Chiesa aveva incontrato il fratello pochi giorni prima che venisse ucciso ed il Generale aveva confidato al giornalista alcune importanti informazioni sul caso Moro,[41] consegnandogli documenti riguardanti il ruolo di Giulio Andreotti.[42][43]

Secondo il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, Pecorelli e Dalla Chiesa erano a conoscenza di segreti sul sequestro Moro che infastidivano Andreotti; Buscetta inoltre affermò che il boss Gaetano Badalamenti gli disse:[44]

« Dalla Chiesa lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui. Non aveva fatto ancora niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio contro di lui. »

Nel 2000 un consulente della Commissione Parlamentare d'inchiesta affermò che, a suo giudizio, i carabinieri avevano falsificato la realtà, omettendo di descrivere le modalità di ritrovamento del borsello, impiegando troppo tempo ad effettuare il blitz (il borsello fu ritrovato a fine agosto, il blitz venne fatto ad ottobre) e ipotizzando che la perdita del borsello da parte di Walter Azzolini non fosse stata casuale, ma un'azione che potrebbe far nascere sospetti sul suo reale ruolo in seno alle Brigate Rosse. Tali affermazioni hanno suscitato la reazione di Nando dalla Chiesa e dei magistrati Pomarici e Spataro, in difesa dei carabinieri che condussero l'indagine, la cui unica lacuna fu di non aver individuato il doppio fondo nel muro.[37]

Inoltre, nel suo diario personale, Dalla Chiesa racconta che ebbe un colloquio con Andreotti il 5 aprile 1982, poco tempo prima di insediarsi come Prefetto di Palermo, nel quale gli disse chiaramente che non avrebbe avuto riguardi per quella parte di elettorato mafioso, alla quale attingevano gli uomini della sua corrente in Sicilia; e successivamente aveva definito la corrente andreottiana a Palermo «la famiglia politica più inquinata del luogo», aggiungendo che gli andreottiani erano fortemente compromessi con Cosa Nostra.[45] Andreotti però negò questa circostanza, sostenendo che Dalla Chiesa sicuramente lo confondeva con altre persone che incontrava in quel periodo.[46]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

[47]

Grande ufficiale dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Grande ufficiale dell'Ordine militare d'Italia
«Ufficiale Generale dell'Arma dei Carabinieri, già postosi in particolare evidenza per le molteplici benemerenze acquisite nella lotta per la resistenza e contro la delinquenza organizzata, in un arco di nove anni ed in più incarichi – ad alcuno dei quali chiamato direttamente dalla fiducia del Governo – ideava, organizzava e conduceva, con eccezionale capacità, straordinario ardimento, altissimo valore e supremo sprezzo del pericolo una serie ininterrotta di operazioni contro la criminalità eversiva. Le sue eccelse doti di comandante, la genialità delle concezioni operative, l'infaticabile tenacia, in momenti particolarmente travagliati della vita del Paese e di grave pericolo per le istituzioni, concorrevano in modo rilevante alla disarticolazione delle più agguerrite ed efferate organizzazioni terroristiche, meritandogli l'unanime riconoscimento della collettività nazionale. Cadeva a Palermo, proditoriamente ucciso, immolando la sua esemplare vita di Ufficiale e di fedele servitore dello Stato. Territorio Nazionale 1º ottobre 1973 – 5 maggio 1982.[48]»
— 17 maggio 1983[49]
Medaglia d'oro al valor civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor civile
«Già strenuo combattente, quale altissimo Ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, della criminalità organizzata, assumeva anche l'incarico, come Prefetto della Repubblica, di respingere la sfida lanciata allo Stato Democratico dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il proprio sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al servizio delle Istituzioni, vittima dell'odio implacabile e della violenza di quanti voleva combattere. Palermo, 3 settembre 1982.»
— 13 dicembre 1982[49]
Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 giugno 1980[50]
Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 giugno 1977[51]
Medaglia di bronzo al valor civile - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor civile
«Comandante di Legione territoriale accorreva, in occasione di un disastroso movimento sismico, nei centri maggiormente colpiti, prodigandosi per avviare, dirigere e coordinare le complesse e rischiose operazioni di soccorso alle popolazioni. Malgrado ulteriori scosse telluriche, persisteva nella propria infaticabile opera, offrendo nobile esempio di elevate virtù civiche e di attaccamento al dovere.»
— Sicilia Occidentale, gennaio 1968.
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'argento al valor militare
«Durante nove mesi di lotta contro il banditismo in Sicilia cui partecipava volontario, dirigeva complesse indagini e capeggiava rischiosi servizi, riuscendo dopo lunga, intensa ed estenuante azione a scompaginare ed a debellare numerosi agguerriti nuclei di malfattori responsabili di gravissimi delitti. Successivamente, scovati i rifugi dei più pericolosi, col concorso di pochi dipendenti, riusciva con azione rischiosa e decisa a catturarne alcuni e ad ucciderne altri in violento conflitto a fuoco nel corso del quale offriva costante esempio di coraggio.»
— Sicilia Occidentale, settembre 1949 - giugno 1950.
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
Croce al merito di guerra (2 volte) - nastrino per uniforme ordinaria Croce al merito di guerra (2 volte)
Medaglia di benemerenza per i Volontari della Guerra 1940–43 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di benemerenza per i Volontari della Guerra 1940–43
Distintivo di Volontario della Libertà - nastrino per uniforme ordinaria Distintivo di Volontario della Libertà
Medaglia commemorativa della guerra 1940 – 43 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra 1940 – 43
Medaglia commemorativa della guerra 1943 – 45 - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia commemorativa della guerra 1943 – 45
Medaglia Mauriziana al merito di 10 lustri di carriera militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia Mauriziana al merito di 10 lustri di carriera militare
Medaglia al merito di lungo comando nell'esercito (20 anni) - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia al merito di lungo comando nell'esercito (20 anni)
Croce d'oro per anzianità di servizio (40 anni) - nastrino per uniforme ordinaria Croce d'oro per anzianità di servizio (40 anni)
Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta
Croce con spade dell'Ordine al Merito Melitense (classe militare) - nastrino per uniforme ordinaria Croce con spade dell'Ordine al Merito Melitense (classe militare)
Cavaliere dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme
immagine del nastrino non ancora presente Distintivo di Osservatore d'Aeroplano
Avanzamento per merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria Avanzamento per merito di guerra

Influenze nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Cinema[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pippo Giordano, Andrea Cottone, Il sopravvissuto, Lit Edizioni srl, ISBN 978-88-6826-654-7. URL consultato il 13 marzo 2016.
  2. ^ Cfr. la firma degli articoli del figlio Nando dalla Chiesa (con la "d" minuscola) sul suo blog personale.
  3. ^ Biografia sul sito Ansa
  4. ^ Generale Carlo Alberto dalla Chiesa - Il prefetto dei cento giorni, documentario di Rai Storia
  5. ^ Dalla Chièsa, Carlo Alberto, su www.treccani.it. URL consultato il 13 marzo 2016.
  6. ^ Il padre, Ufficiale dei Carabinieri Reali, negli anni venti partecipò in Sicilia alle campagne del Prefetto Cesare Mori contro Cosa nostra; comandante della Legione di Bari, il 12 settembre 1943, all'indomani dell'armistizio, il Re Vittorio Emanuele III e il governo provvisorio arrivati a Brindisi lo preposero, per un breve periodo, al Comando dei Carabinieri Reali dell'Italia Meridionale, con giurisdizione sulle tre regioni libere (Puglia, Basilicata e Calabria). Con la fine della guerra fu promosso generale di brigata e nel 1955 fu nominato vice comandante generale dell'Arma.
  7. ^ a b c d e f g h i j k Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi
  8. ^ Scheda su Carlo Alberto dalla Chiesa nel sito dell'Arma dei carabinieri
  9. ^ a b c d e Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982.
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  12. ^ a b c XX Anniversario della morte del generale Carlo Alberto dalla Chiesa Ministero della difesa
  13. ^ L'ANALISI LA FINE DI UN'ERA. La Stampa - 16 gennaio 1993
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  17. ^ Dalla Chiesa, nemico invisibile che mise in ginocchio le Br La Repubblica - 3 settembre 2002
  18. ^ 'Qui Radio Gap...' la banda 22 ottobre, un romanzo criminale La Repubblica - 13 settembre 2008
  19. ^ La rivolta nel carcere 40 anni fa: video testimonianze e verità scomode - La Stampa
  20. ^ 1976, finisce a Porta Ticinese la fuga del br Renato Curcio Corriere della Sera - 3 dicembre 2008
  21. ^ TORNA IN LIBERTÀ PATRIZIO PECI IL CAPOSTIPITE DEI PENTITI BR La Repubblica - 1º marzo 1986
  22. ^ A caccia del "fantasma" Patrizio Peci il compagno che uccise le Brigate Rosse Il Giornale - 19 ottobre 2008
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  44. ^ il pentito: " nella villa urlavano " - archiviostorico.corriere.it
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  47. ^ Foto dove sono visibili le onorificenze.
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  53. ^ «Dalla Chiesa abbandonato nella battaglia» Il Centro - 10 settembre 2007

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Predecessore Vicecomandante generale dell'Arma dei Carabinieri Successore Coat of arms of the Carabinieri.svg
Vito De Sanctis 15 dicembre 1981 - 5 maggio 1982 Pietro Lorenzoni
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