Piersanti Mattarella

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Piersanti Mattarella
Piersantimattarella.jpg

Presidente della Regione Siciliana
Durata mandato 20 marzo 1978 –
6 gennaio 1980
Predecessore Angelo Bonfiglio
Successore Gaetano Giuliano (f.f.)

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana
Piersanti Mattarella (a destra) in compagnia del presidente della Repubblica Sandro Pertini

Piersanti Mattarella (Castellammare del Golfo, 24 maggio 1935Palermo, 6 gennaio 1980) è stato un politico italiano, assassinato da Cosa Nostra durante il mandato di presidente della Regione Siciliana.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Secondogenito di Bernardo Mattarella[1], uomo politico della Democrazia Cristiana, suo padrino di battesimo fu Pietro Mignosi, con cui il padre aveva un rapporto profondo.[1] Nel 1941 nacque il fratello Sergio, attuale Presidente della Repubblica Italiana.

Crebbe con istruzione religiosa, studiando a Roma al San Leone Magno, dei Fratelli maristi. Dopo l'attività nell'Azione Cattolica (ricoprendo nell'associazione anche incarichi nazionali[2]), si dedicò alla politica nella Democrazia Cristiana. Fra i suoi ispiratori ci fu Giorgio La Pira, avvicinandosi alla corrente politica di Aldo Moro. Divenne assistente ordinario di diritto privato all'Università di Palermo.

Aveva due figli: Maria e Bernardo, quest'ultimo dal 2008 deputato all'Assemblea regionale siciliana.[3]

L'attività politica[modifica | modifica wikitesto]

Consigliere comunale a Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre del 1964 si candida nella lista DC alle elezioni comunali di Palermo ottenendo più di undicimila preferenze (quarto dopo Salvo Lima, Vito Ciancimino e Giuseppe Cerami)[4] e divenendo consigliere comunale di Palermo nel pieno dello scandalo del Sacco di Palermo.

Consigliere regionale[modifica | modifica wikitesto]

Alle elezioni regionali del 1967 fu eletto deputato all'Assemblea regionale siciliana, nel collegio di Palermo con più di trentaquattromila preferenze, nonostante molti dubitassero delle sue possibilità visto che negli stessi il padre Bernardo stava venendo coinvolto in un acceso scontro giudiziario con il sociologo Danilo Dolci che lo aveva accusato di collusioni mafiose.

Durante i quattro anni successivi fece parte della Commissione Legislativa regionale, della Giunta per il Regolamento e della Giunta per il Bilancio venendo nominato, cosa strana per un deputato di prima nomina, relatore della legge sul bilancio di previsione della regione per l'anno 1970. Fu inoltre membro della Commissione speciale incaricata di riformare la burocrazia regionale, divenendo relatore della legge di riforma.[4]

Sulle pagine del giornale Sicilia Domani, nel giugno 1970, Piersanti denuncia le varie criticità dell'Assemblea regionale. Il primo punto riguarda le pratiche clientelari dei consiglieri regionali siciliani con la prassi che denomina "provincializzazione" dell'attività della Regione: i deputati regionali, troppo legati al territorio dove sono stati eletti, risultano incapaci di perseguire una linea politica organica per tutta la Sicilia in quanto troppo impegnati nel cercare di ottenere leggi e provvedimenti di spesa a favore dei propri collegi. A questo Mattarella cerca di porre rimedio proponendo una riforma elettorale con collegi più ampi di quelli provinciali. Il secondo punto critico riguarda l'eccessivo numero di incarichi in Assemblea e Giunta regionale che riducono l'efficacia dell'azione del governo regionale: a questo Mattarella propone una soluzione con il taglio degli assessorati da dodici ad otto e delle commissioni legislative da sette a cinque chiedendo di prevedere per l'ufficio di presidenza la nomina di soli due vice, un segretario ed un questore. Mattarella chiede inoltre l'introduzione di criteri di rotazione degli incarichi a cui vanno posti anche dei limiti temporali. Terzo punto debole della regione riguarda la scelta degli assessori regionali, al tempo eletti dall'Ars in una votazione differente da quella del presidente di Regione, generando così un sistema che favoriva gli accordi sottobanco. Per il politico di Castellamare occorre dunque che sia il presidente a nominare la giunta, così da poter attingere anche ad esterni, lasciando all'Assemblea un unico voto di fiducia da elargire a tutta la giunta.[4]

In quegli stessi, Piersanti Mattarella si fa largo nella DC provinciale e regionale, grazie al sostegno di Aldo Moro e della sua corrente, favorendo l'elezione di Giuseppe D'Angelo alla segreteria regionale del partito. L'azione moralizzatrice di D'Angelo farà approvare al congresso regionale due ordini del giorno: il primo in merito al contrasto degli esattori privati dei tributi pubblici (i potenti cugini Salvo in primis) ed il secondo riguardante un impegno più duro contro la mafia.[4]

Sempre in questo periodo Mattarella contribuisce a fondare l'Asael (Associazione siciliana amministratori enti locali).

Assessore regionale[modifica | modifica wikitesto]

Mattarella verrà rieletto per due legislature (1971, con più di quarantamila preferenze, e 1976, con quasi sessantamila preferenze). Dal 1971 al 1978 è assessore regionale alla Presidenza con delega al Bilancio nelle diverse giunte presiedute da Mario Fasino, Vincenzo Giummarra e Angelo Bonfiglio.

L'azione di Mattarella come assessore al Bilancio è subito incisiva: nel 1971 vengono approvati otto rendiconti arretrati e negli anni successivi presenta e fa votare entro i termini di legge i bilanci di previsione evitando la prassi consolidata del ricorso all'esercizio provvisorio. Nella primavera del 1975 su suo impulso viene approvato a larghissima maggioranza, con i voti del PCI, il Piano regionale d'interventi per gli anni 1975-1980 (legge regionale n. 18 del 12 maggio 1975), primo tentativo di programmazione a lungo termine delle risorse regionali.[5]

Presidente della Regione Siciliana[modifica | modifica wikitesto]

Fu eletto dall'Ars presidente della Regione Siciliana il 9 febbraio 1978 con 77 voti su 100, il risultato più alto della storia dell'Assemblea[6], alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l'appoggio esterno del Partito Comunista Italiano[7].

Il suo staff comprende, tra gli altri, Maria Grazia Trizzino come capo di gabinetto, prima donna a ricoprire questo incarico, e Leoluca Orlando, futuro sindaco di Palermo, come consigliere giuridico.

La presidenza di Mattarella si distingue per l'azione riformatrice portata avanti in regione.[6] Ad inizio di aprile viene riformato il governo regionale accentuando la collegialità dell'azione della giunta dando la possibilità al presidente di avocare a sé decisioni spettanti ai singoli assessori e allargando le materie da sottoporre all'intero governo, razionalizzando le competenze degli assessorati, la previsione di tempi certi e rapidi per la pubblicazione degli atti approvati dall'Ars e nuovi criteri molto più severi per la nomina dei dirigenti pubblici. In ottobre viene creato il Comitato della programmazione, che unisce deputati regionali ed esperti della società civile, e rappresenta una nuova misura di razionalizzazione politico-amministrativa. Altri importanti risultati raggiunti in quell'anno furono il piano d'emergenza per la mobilitazione di risorse per l'occupazione, provvedimenti contro la disoccupazione, l'attuazione di un radicale decentramento a favore dei comuni, il piano di rifinanziamento degli asili nido e la legge sul settore agricolo e sui consultori familiari. Altri importanti provvedimenti furono la legge urbanistica (legge regionale n. 71 del 1978) che riduceva drasticamente gli indici di edificabilità dei terreni agricoli e portava sulle spalle dei costruttori alcuni degli oneri per le opere di urbanizzazione prima a carico degli enti pubblici rappresentando un duro colpo per speculatori e costruttori abusivi; e la legge sugli appalti che favoriva trasparenza ed imparzialità nella pubblica amministrazione, riformando anche il sistema di collaudo delle opere pubbliche affidato precedentemente sempre alle solite persone. Sotto quest'ultimo aspetto Mattarella avvalendosi dei poteri ispettivi del presidente della regione ordina inchieste sui beneficiari dei contributi regionali, sugli assessorati e sui comuni più grandi portando alla luce illeciti ed abusi.

Nel 1979 dopo una breve crisi politica dovuta al Partito Comunista, formò un secondo governo.[8] Il programma di riforme continuò con l'attuazione del Piano di sviluppo per la Sicilia frutto del Comitato della programmazione, il nuovo piano di ammodernamento agricolo, l'istituzione delle unità sanitarie locali ed una riforma degli enti economici siciliani (Esa, Ast, Crias, Ircac, Istituto Vitevino e Eas) che introduceva criteri di efficenza e trasparenza oltre che norme che prevedono incompatibilità e limiti di durata degli incarichi dirigenziali.

Il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella in visita a Catenanuova accolto dal sindaco Mario Mazzaglia e dal vescovo di Nicosia Salvatore Di Salvo - 23 settembre 1979

Lotta alla mafia[modifica | modifica wikitesto]

Poco dopo la morte di Peppino Impastato, conduttore radiofonico candidato sindaco a Cinisi per Democrazia Proletaria, per ordine di Tano Badalamenti, Mattarella si recò nella città per la campagna elettorale comunale pronunciando un durissimo discorso contro Cosa Nostra che stupì gli stessi sostenitori di Impastato.

Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell'agricoltura, tenuta a Villa Igiea la prima settimana di febbraio del 1979.

Il deputato Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell'ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò, con furore, l'Assessorato dell'agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale, e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, Giuseppe Aleppo, sgomentando la sala Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali.

Un solo periodico, sfidando il clima imposto, pubblicò il resoconto sottolineando come fosse generale lo sconcerto e come fosse comune la percezione che si apriva, quel giorno a Palermo, un confronto che non avrebbe potuto non conoscere eventi drammatici. Un senatore comunista e il presidente democristiano della regione si erano, di fatto, esposti alle pesanti reazioni della mafia.[9] Il mese successivo comunque Mattarella confermò Aleppo alla guida dell'assessorato[10].

Il Procuratore Gian Carlo Caselli, in un'intervista a Repubblica del 12 agosto 1997, ha affermato: “Piersanti Mattarella un democristiano onesto e coraggioso ucciso proprio perché onesto e coraggioso”.

Il Procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, nel libro “Per non morire di mafia”, ha scritto che Piersanti Mattarella “stava provando a realizzare un nuovo progetto politico-amministrativo, un'autentica rivoluzione. La sua politica di radicale moralizzazione della vita pubblica, secondo lo slogan che la Sicilia doveva mostrarsi 'con le carte in regola', aveva turbato il sistema degli appalti pubblici con gesti clamorosi, mai attuati nell'isola[11].

Assassinio[modifica | modifica wikitesto]

Luogo dell'omicidio di Piersanti Mattarella (Palermo, 6 gennaio 1980)

Il 6 gennaio 1980, una domenica, a Palermo in Via della Libertà, era appena entrato in auto, una Fiat 132, insieme con la moglie, coi due figli e con la suocera per andare a messa, quando un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola.

In seguito alla sua morte, il vice presidente, il socialista Gaetano Giuliano, guidò la giunta regionale fino al termine della legislatura, avvenuta cinque mesi dopo. Nel luogo dove è avvenuto l'omicidio, in Via della Libertà tra il numero civico 135 e il 137, è stata posta una targa in suo ricordo.

Inizialmente fu considerato un attentato terroristico, poiché subito dopo il delitto arrivarono rivendicazioni da parte di un sedicente gruppo neo-fascista[12]. Pur nel disorientamento del momento, il delitto apparve anomalo per le sue modalità, portando il giorno stesso lo scrittore Leonardo Sciascia ad alludere a "confortevoli ipotesi" che avrebbero potuto ricondurre l'omicidio alla mafia siciliana[13].

Le indagini[modifica | modifica wikitesto]

Le indagini giudiziarie procedettero con difficoltà e lentezza, anche se una chiara linea interpretativa del delitto si rileva negli atti giudiziari che portarono la Procura di Palermo a quella corposa requisitoria[14] sui "delitti politici" siciliani (le uccisioni di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana, dello stesso Mattarella, di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo) che, depositata il 9 marzo 1991, costituì l'ultimo atto investigativo di Giovanni Falcone[15]. Questi, che la sottoscrisse nella qualità di procuratore aggiunto, puntava fermamente sulla colpevolezza dei terroristi di estrema destra Giuseppe Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, membri dei NAR, quali esecutori materiali del delitto, in un contesto di cooperazione tra movimenti eversivi e Cosa Nostra[16]. Nell'ipotesi accusatoria di Falcone e della Procura della Repubblica il Fioravanti, di cui risultava accertata la presenza a Palermo nei giorni del delitto, avrebbe goduto dell'appoggio di esponenti dell'estrema destra palermitana quali Francesco Mangiameli, dirigente siciliano di Terza posizione poi ucciso dallo stesso Fioravanti il 9 settembre del 1980, e Gabriele De Francisci, militante del FUAN, che avrebbe messo a disposizione un appartamento nei pressi dell'abitazione della vittima.

Solo dopo la morte di Falcone nella strage di Capaci, l'uccisione di Mattarella venne indicata esclusivamente come delitto di mafia dai collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo[17]. Nel 1993 Buscetta, in particolare, dichiarò in un nuovo interrogatorio che «[Stefano] Bontate e i suoi alleati non erano favorevoli all'uccisione di Mattarella, ma non potevano dire a [Salvatore] Riina (o alla maggioranza che Riina era riuscito a formare) che non si doveva ammazzarlo [...] In ogni caso [...] fu certamente un omicidio voluto dalla "Commissione"»[18].

Ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra perché Mattarella voleva portare avanti un'opera di modernizzazione dell'amministrazione regionale e per questo aveva iniziato a contrastare l'ex sindaco Vito Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi[19]; Ciancimino infatti era il referente politico dei Corleonesi[20]. Per queste ragioni, alla fine del 1979 Mattarella aveva deciso di chiedere al segretario nazionale del partito, Benigno Zaccagnini, il commissariamento del Comitato Provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana, perché aveva visto «ritornare con forte influenza Ciancimino», il quale aveva siglato un patto di collaborazione con la corrente andreottiana, in particolare con l'onorevole Salvo Lima[21].

Francesco Cossiga ha sostenuto che la mafia volle la morte di PierSanti Mattarella perché questi non era disponibile a concederle contropartite per quell'appoggio elettorale che essa aveva concesso alla Dc proprio su richiesta del padre della vittima, Bernardo. Questi infatti, grazie alla moglie "appartenente a famiglia non mafiosa ma rispettata dalla mafia" aveva potuto avvicinare Cosa Nostra nel trapanese e dissuaderla dal votare per le sinistre.[22].

L'agente segreto francese Pierre de Villemarest, appaiandosi alle ricordate impressioni di Sciascia, ha suggerito che mafia e P2, quest'ultima presumibilmente tramite l'eversione di destra, abbiano collaborato sin dal 1970 per sorvegliare e poi uccidere Mattarella per conto del Kgb, in quanto il politico siciliano sosteneva il compromesso storico per snaturare il Pci e sottrarlo all'influenza sovietica.[23]

Il processo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1995 vennero condannati all'ergastolo i mandanti dell'omicidio Mattarella: i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci[24]. Durante il processo, la moglie di Mattarella, testimone oculare, dichiarò inoltre di riconoscere l'esecutore materiale dell'omicidio nella persona di Giuseppe Valerio Fioravanti[25], che tuttavia sarà assolto per questo crimine poiché la testimonianza della signora Mattarella e le altre testimonianze contro di lui (quella del fratello Cristiano Fioravanti[26] e del criminale comune pluriomicida Angelo Izzo) non furono ritenute abbastanza attendibili.[25][27][28] Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati con certezza, anche se il pentito Francesco Marino Mannoia sostenne che ad uccidere Mattarella furono Salvatore Federico, Francesco Davì, Santo Inzerillo ed Antonino Rotolo.

Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, oggetto di diverse valutazioni nel corso del processo Andreotti perché ritenuto in primo grado non attendibile ma in secondo grado - confermato dalla Cassazione- attendibile[29], Giulio Andreotti era consapevole dell'insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l'interessato né la magistratura,[30] pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio le azioni politiche di Piersanti Mattarella. Mannoia dichiarò :

« Attraverso Lima del nuovo atteggiamento di Mattarella fu informato anche Giulio Andreotti, che scese a Palermo e si incontrò con Bontate Stefano, i cugini Salvo, Lima, Nicoletti, Fiore Gaetano e altri. Ho appreso di questo incontro dallo stesso Bontate Stefano, il quale me ne parlò poco tempo dopo, in periodo tra la primavera e l'estate 1979... Egli mi disse solo che tutti quanti si erano lamentati con Andreotti del comportamento di Mattarella, e aggiunse poi: "Staremo a vedere". Alcuni mesi dopo fu deciso l'omicidio Mattarella[31] »

In seguito, al termine di un lungo iter giudiziario terminato nel 2004, venne emessa una sentenza per cui all'epoca (più precisamente fino alla primavera del 1980) Giulio Andreotti aveva rapporti stabili con la mafia. L'omicidio Mattarella è in effetti un punto critico del processo Andreotti. I due presunti incontri tra il Presidente democristiano e Bontate sarebbero avvenuti solo per i problemi creati alla mafia dal segretario della Dc siciliana. Di quello summenzionato Mannoia ha dato una testimonianza di seconda mano ma ha indicato la data, mentre di uno successivo al delitto, in cui si sarebbe consumata la rottura tra Andreotti e la Cupola, Mannoia sarebbe stato testimone oculare ma non sapeva dare indicazione temporale. Per questo la difesa di Andreotti pote' per il primo incontro dimostrare che il suo assistito era altrove e per il secondo no. Il primo grado di giudizio ritenne insufficiente la testimonianza di Mannoia e decisiva la smentita della difesa, onde dedurre che nessuno dei due incontri fosse mai accaduto. Il secondo grado capovolse la sentenza ritenendo Mannoia credibile e affermando che egli aveva solo ricordato una data sbagliata, per cui considero' i due meeting realmente avvenuti. La Cassazione confermo' questa sentenza non avendo essa difetti formali da correggere. Per cui la relazione tra Andreotti, Bontate, Mannoia e il delitto Mattarella non può essere considerata assolutamente certa[32][33][34]

Nella sentenza della Corte di Assise del 12 aprile 1995 n. 9/95, che ha giudicato gli imputati per l'assassinio di Piersanti Mattarella, è scritto che «l'istruttoria e il dibattimento hanno dimostrato che l'azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi» e si aggiunge che da anni aveva «caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola»

Commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

La Rai, nel trentennale della scomparsa, ha dedicato alla figura e al delitto Mattarella uno speciale prodotto da La grande storia di RaiTre. Nel documentario di Giovanni Grasso, collaborazione di Emanuela Andreani, regia di Alessandro Varchetta, parlano i testimoni dell'epoca e i familiari del politico assassinato.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Giovanni Bolignani, Bernardo Mattarella: biografia politica di un cattolico siciliano, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2001, p. 123.
  2. ^ Movi100 - Cent'anni di Movimento Studenti di Azione Cattolica, movi100.azionecattolica.it.
  3. ^ Scheda deputato - Assemblea regionale siciliana
  4. ^ a b c d Giovanni Grasso, Cap. 5, in Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia, Cinisello Balsamo, San Paolo Editore.
  5. ^ Giovanni Grasso, Cap. 6, in Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia, Cinisello Balsamo, San Paolo Editore.
  6. ^ a b Giovanni Grasso, Cap. 7, in Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia, Cinisello Balsamo, San Paolo Editore.
  7. ^ Nicola Tranfaglia: La solitudine di Piersanti Mattarella
  8. ^ Assemblea Regionale Siciliana - Profilo Deputato Mattarella Santi
  9. ^ Antonio Saltini, A Palermo la conferenza agricola regionale: agricoltura pomo della discordia tra i partiti", in Terra e Vita, nº 7, 17 febbraio 1979.
  10. ^ Assemblea Regionale Siciliana - Governi della VIII Legislatura
  11. ^ Piero Grasso-Alberto La Volpe, Per non morire di mafia, Sperling & Kupfer 2009, pag. 7
  12. ^ Sentenza di primo grado per gli omicidi Reina-Mattarella-La Torre (PDF).
  13. ^ Leonardo Sciascia, Quella confortevole ipotesi, Notizie Radicali, 7 gennaio 1980. URL consultato l'8 novembre 2014.
  14. ^ Sostituti procuratori: Giusto Sciacchitano, Guido Lo Forte, Giuseppe Pignatone, Roberto Scarpinato Procuratori della Repubblica aggiunti: Elio Spallitta e Giovanni Facone Procuratore della Repubblica: Pietro Giammanco, Procedimento penale contro Greco Michele e altri - Requisitoria - Procura della Repubblica di Palermo - (N. 3162/89 A P.M.). (PDF), Archivio Pio La Torre, 9 marzo 1991. URL consultato il 9 novembre 2014.
  15. ^ Giorgio Siepe, DELITTO MATTARELLA: l'ultimo processo di Falcone, Giorgio Siepe per Delitti (im)perfetti, 2013. URL consultato il 9 novembre 2014.
  16. ^ COSI' IL NERO FIORAVANTI ASSASSINO' MATTARELLA - La Repubblica.it
  17. ^ delitto Mattarella, spunta il pasticciere killer Corriere della Sera, 14 gennaio 1993
  18. ^ Interrogatorio di Tommaso Buscetta (PDF).
  19. ^ DELITTI POLITICI, FU SOLO COSA NOSTRA - Repubblica.it
  20. ^ è morto Vito Ciancimino la Dc ai tempi dei Corleonesi - la Repubblica.it
  21. ^ Documenti del Senato della Repubblica XIV LEGISLATURA (PDF).
  22. ^ Template:F.Cossiga, La versione di k, Rizzoli Milano 2009, pp. 59-60
  23. ^ Template:P.de Villemarest, Le Kgb au coeur du Vatican, Parigi 2011, pp. 212-213
  24. ^ Sportello Scuola e Università della Commissione Parlamentare Antimafia
  25. ^ a b Piersanti Mattarella, la rimozione di un martirio
  26. ^ Testimonianza di Cristiano Fioravanti, pentito del gruppo NAR, al processo per la strage di Bologna: Dai discorsi fatti la mattina capii che avevano deciso di agire non solo nei confronti del Mangiameli ma anche nei confronti di sua moglie e perfino della bambina. Comunque le motivazioni delle azioni da compiere contro il Mangiameli erano sempre le solite e cioè la questione dei soldi, la questione della evasione di Concutelli. Il giorno dopo (l'omicidio, ndr) rividi Valerio e lui era fermo nel suo proposito di andare in Sicilia per eliminare anche la moglie e la bambina di Mangiameli e diceva che bisognava agire in fretta prima che venisse scoperto il cadavere e la donna potesse fuggire. Io non riuscivo a capire questa insistenza nell'agire contro la moglie e la figlia, una volta che questo (Mangiameli, ndr) era stato ormai ucciso e allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi dal (rectius: al) Mangiameli e relativi, sempre, all'evasione di Concutelli oltre ad appoggi di tipo logistico in Sicilia. Mi disse Valerio che per decidere l'omicidio del politico siciliano vi era stata una riunione in casa Mangiameli e in casa vi erano anche la moglie e la figlia, riunione cui aveva partecipato anche uno della Regione Siciliana che aveva dato le opportune indicazioni e, cioè, la dritta per commettere il fatto. Mi disse Valerio che all'omicidio (Mattarella) avevano partecipato lui e Cavallini e che Gabriele De Francisci aveva dato loro la casa. L'azione contro la moglie e la figlia di Mangiameli veniva allora motivata da Valerio col fatto che esse erano state presenti alla riunione: diceva Valerio che, una volta ucciso il marito, esse erano pericolose quanto lo stesso Mangiameli. Poi l'azione contro le due donne non avvenne in quanto il cadavere di Mangiameli fu poco dopo ritrovato.
  27. ^ Palermo, "Fioravanti uccise Mattarella"
  28. ^ Omicidio di Piersanti Mattarella, dal sito Archivio Pio La Torre
  29. ^ Salvo Palazzolo, Il dramma del superpentito Marino Mannoia tenta il suicidio: "Lo Stato ci ha abbandonati", in la Repubblica, 27 luglio 2011. URL consultato il 13 febbraio 2015.
  30. ^ Gli incontri tra Andreotti e i boss mafiosi al fine di discutere il delitto Mattarella sono trattati nella Sentenza Corte di Appello di Palermo 2 maggio 2003, Parte III cap. 2 pp. 1093-1185 Presidente Scaduti, Relatore Fontana. In particolare, nelle conclusioni si legge (pp. 1514-1515): «Del resto, ad ultimativo conforto dell'assunto, basta considerare proprio la, assolutamente indicativa, vicenda che ruota attorno all'assassinio dell'on. Pier Santi Mattarella. Anche ammettendo la prospettata possibilità che l'imputato sia personalmente intervenuto allo scopo di evitare una soluzione cruenta della questione Mattarella, alla quale era certamente e nettamente contrario, appare alla Corte evidente che egli nell'occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell'on. Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali. A seguito del tragico epilogo della vicenda, poi, Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz'altro dagli stessi, ma è "sceso" in Sicilia per chiedere al boss Stefano Bontate conto della scelta di sopprimere il Presidente della Regione: anche tale atteggiamento deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e, come già si è evidenziato, non può che leggersi come espressione dell'intento (fallito per le ragioni già esposte in altra parte della sentenza) di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sull'azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse.»
  31. ^ il pentito: " nella villa urlavano " Corriere della Sera, 15 aprile 1993
  32. ^ Sentenze: Giulio Andreotti, www.marcotravaglio.it. URL consultato il 19 febbraio 2007.
  33. ^ Processo Andreotti, la Sentenza, Il Foro Penale. URL consultato il 13 febbraio 2015.
  34. ^ Template:Massimo Franco, Andreotti, Bur Milano 2013, pp.268-269.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pierluigi Basile, "Le carte in regola". Piersanti Mattarella. Un democristiano diverso, con saggio introduttivo di G.C. Marino, Centro Studi ed iniziative culturali Pio La Torre, Palermo 2007: 2ª edizione 2010
  • Pierluigi Basile, Un democristiano siciliano "diverso". Il pensiero e l’opera di Piersanti Mattarella,, in Diacronie. Studi di Storia Contemporanea. Dossier : Luoghi e non luoghi della Sicilia contemporanea: istituzioni, culture politiche e potere mafioso, 2(2010), n. 3 [1]
  • Giovanni Grasso, Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia, introduzione di Andrea Riccardi, San Paolo editore, Cinisello Balsamo, 2014, ISBN 978-88-215-9131-0.
  • Assemblea Regionale Siciliana, iersanti Mattarella - Scritti e Discorsi, Quaderni del Servizio Studi Legislativi n. 2, 2005.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Presidente della Regione Siciliana Successore Sicilia-Stemma.png
Angelo Bonfiglio 20 marzo 1978 - 6 gennaio 1980 Gaetano Giuliano F.F.
Controllo di autorità VIAF: (EN39519145 · LCCN: (ENno2014052411 · SBN: IT\ICCU\TO0V\088739 · ISNI: (EN0000 0000 6156 2489 · GND: (DE105149690X · BNF: (FRcb13192819q (data) · BAV: ADV10274655