Ignazio e Antonino Salvo

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Ignazio Salvo (Salemi, 27 maggio 1931Santa Flavia, 17 settembre 1992) e il cugino Antonino Salvo, meglio noto come Nino Salvo (Salemi, 14 luglio 1929Bellinzona, 19 gennaio 1986), sono stati due imprenditori e mafiosi italiani, legati a Cosa Nostra.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I cugini Ignazio e Antonino Salvo furono due imprenditori, esponenti politici aderenti alla Democrazia Cristiana e affiliati alla cosca mafiosa di Salemi, in provincia di Trapani: Ignazio Salvo era vicecapo della Famiglia mentre Antonino, per un certo periodo, aveva rivestito la carica di capodecina della stessa cosca mafiosa[1]. Della loro vita si parla congiuntamente, tenuto conto che, spesso, vengono ricordati in modo congiunto e chiamati con il nome di "cugini Salvo".

Nel 1955 Nino Salvo sposò la figlia di Luigi Corleo, che era il gestore di una delle piccole società che avevano in appalto la riscossione delle tasse. Insieme a Corleo e al cugino Ignazio, Nino Salvo dette vita ad un cartello che si assicurò la riscossione del 40% delle tasse siciliane[2]. Nel 1958 i cugini Salvo sostennero fortemente l'onorevole Silvio Milazzo, il quale formò un governo regionale con l'alleanza trasversale tra comunisti, missini e democristiani[3]. Nel 1962, con l'aiuto dell'allora sindaco di Palermo Salvo Lima, i cugini Salvo ottennero l'appalto per la riscossione delle tasse a Palermo e negli anni successivi si accaparrarono enormi cifre provenienti da contributi europei stanziati per l'agricoltura siciliana, attraverso le aziende fondate con i ricavi esattoriali stessi[4][5]. Divennero anche proprietari dell'Hotel Zagarella, struttura alberghiera di 20mila metri quadrati di grandezza situata sulla costa di Santa Flavia (PA) e divenuto celebre perché nel 1963 al suo interno fu costituito il cosiddetto Gruppo 63, gruppo di neoavanguardia letteraria italiana di cui fecero parte poeti, intellettuali e accademici fra cui Umberto Eco.[6][7]

Nel 1975, Luigi Corleo venne sequestrato e ucciso su ordine di Totò Riina, reggente della cosca di Corleone in sostituzione del boss Luciano Liggio; il sequestro venne attuato per dare un duro colpo al prestigio dei cugini Salvo e dei loro associati Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, i quali non riusciranno ad ottenere né la liberazione dell'ostaggio né la restituzione del corpo, anche se Riina negò con forza ogni coinvolgimento nel sequestro[8][9]. Dopo l'inizio della seconda guerra di mafia, i cugini Salvo passarono dalla parte dello schieramento dei Corleonesi, che faceva capo proprio a Riina[1].

Inoltre i cugini Salvo erano in stretti rapporti con i deputati Giulio Andreotti, Salvo Lima, Mario D'Acquisto, Rosario Nicoletti e Attilio Ruffini; infatti, in occasione delle nozze della figlia di Nino Salvo, Angela, celebrate il 6 settembre 1976 alla presenza di Salvo Lima e Mario D'Acquisto, Andreotti inviò un vassoio d'argento come regalo agli sposi; nel 1979 Andreotti stesso incontrò i Salvo presso l'Hotel Zagarella durante la campagna elettorale in sostegno di Lima e, durante i suoi spostamenti in Sicilia, utilizzò in più occasioni un'autovettura blindata intestata a Nino Salvo[1].

L'arresto e la morte di Nino Salvo[modifica | modifica wikitesto]

Il 12 novembre 1984, il giudice Giovanni Falcone chiese ed ottenne l'arresto dei cugini Salvo con l'accusa di associazione di tipo mafioso sulla base delle dichiarazioni di Tommaso Buscetta[10].

Nino Salvo morì in Svizzera, in una clinica di Bellinzona, il 19 gennaio 1986 per un tumore, attorniato dai suoi parenti. Non si era ancora concluso il maxiprocesso di Palermo, nel quale era imputato insieme al cugino ed altre centinaia di persone. Alcuni giornalisti sostennero che Salvo aveva inscenato la morte ed era fuggito in Brasile. Qualche tempo dopo la morte, si è scoperto che Nino Salvo era iscritto alla loggia della "Massoneria universale di rito scozzese antico e accettato. Supremo Consiglio d'Italia" di via Roma a Palermo, insieme all'avvocato Vito Guarrasi e ad altri professionisti palermitani[11].

La morte di Ignazio Salvo[modifica | modifica wikitesto]

Nel maxiprocesso, Ignazio Salvo fu condannato a sette anni di carcere per associazione mafiosa in primo grado, mentre in appello la condanna venne ridotta a tre anni[12].

Il 17 settembre 1992 Ignazio Salvo fu assassinato, mentre stava entrando nel cancello della sua abitazione, da un gruppo di killer capitanato da Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Antonino Gioè[13]. Ad ordinare la sua morte fu Totò Riina e il motivo dell'assassinio fu lo stesso di Salvo Lima: Salvo aveva dato garanzia che si sarebbe attivato perché in Cassazione la sentenza del maxiprocesso venisse annullata, senza però riuscirci; inoltre, secondo i collaboratori di giustizia, il delitto venne eseguito anche per lanciare un avvertimento a Giulio Andreotti[14].

La targa nella chiesa[modifica | modifica wikitesto]

Dal 2004 all'interno della chiesa Regina Pacis di Palermo è presente una targa alla memoria di Ignazio Salvo. Sulla stessa si legge:

«Dono di fede e d’amore, in perpetua benedizione e memoria di Ignazio Salvo»

Posto di fronte a pressioni perché rimuovesse la targa, il prete don Aldo Nuvola (successivamente sospeso a divinis dalla Curia dopo una condanna per pedofilia[15][16]) ha dichiarato:

«La vedova di Ignazio Salvo, Giuseppa Puma, è molto attiva in parrocchia e ha fatto tante donazioni alla chiesa. Quando arrivai non sapevo che fosse la moglie dell’ex-esattore. Solo dopo mi fecero notare le vicissitudini dell'uomo. La famiglia – continua il prelato - sostiene che è stato vittima di una persecuzione giudiziaria. Cosa possiamo dire noi? La nostra posizione deve essere sempre equanime e comunque che fastidio può dare quella targhetta, ormai Ignazio Salvo è morto. Comunque, se qualcuno ha espresso disagio, discutiamo insieme su cosa fare.[17]»

Nel 2009 il nuovo parroco, Giovanni Basile, ha deciso di togliere la targa e sostituirla con un crocifisso, spostandola sul retro del confessionale.[18]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Processo di 1º grado al senatore Giulio Andreotti Archiviato il 9 maggio 2013 in Internet Archive.
  2. ^ Il Viandante - Sicilia 1959
  3. ^ da don Paolino a Giovanni, saga di una famiglia d'onore
  4. ^ Il Viandante - Sicilia 1962
  5. ^ 1970-1982:Banchieri, faccendieri e massoni, su nuke.alkemia.com. URL consultato il 21 gennaio 2013 (archiviato dall'url originale l'8 aprile 2014).
  6. ^ MAFIA: HOTEL ZAGARELLA, DAL 'GRUPPO 63' A BUSCETTA, su www1.adnkronos.com. URL consultato il 2 agosto 2022.
  7. ^ All' asta l'impero dei Salvo - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 2 agosto 2022.
  8. ^ Doc. XXIII n. 50
  9. ^ Il Viandante - Sicilia 1975
  10. ^ ORA DELLA VERITA' PER I SALVO ESATTORI IN ODORE DI MAFIA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 2 agosto 2022.
  11. ^ GLI UOMINI DELLA LOGGIA - la Repubblica.it
  12. ^ In chiesa una targa in memoria dell'esattore boss | Palermo la Repubblica.it
  13. ^ UCCISO IGNAZIO SALVO, L'INTOCCABILE - la Repubblica.it
  14. ^ Il Viandante - Sicilia 1992
  15. ^ Pedofilia, PM chiede 6 anni per padre Nuvola, su palermo.repubblica.it, repubblica.it, 12 maggio 2014. URL consultato il 23 maggio 2015.
  16. ^ Il pentimento di padre Nuvola "Chiedo scusa sono un malato", su palermo.repubblica.it, repubblica.it, 27 luglio 2013. URL consultato il 30 giugno 2016.
  17. ^ In chiesa targa commemorativa dell’ex-esattore di Cosa Nostra « EF's Blog
  18. ^ Il prete nasconde la targa per Ignazio Salvo al suo posto è stato appeso un crocifisso | Palermo la Repubblica.it, su palermo.repubblica.it. URL consultato il 17 agosto 2021.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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