Quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa

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I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa è un soprannome che Giuseppe Fava attribuì al gruppo di imprenditori edili catanesi che, dagli anni settanta e anni ottanta del XX secolo, dominò la quasi totalità degli aspetti economici della città di Catania. Il gruppo era composto da Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci, Carmelo Costanzo e Mario Rendo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Tale nome venne usato per la prima volta dal giornalista sul primo editoriale della rivista I Siciliani nel 1983[1]. Nell'ambito del processo all'onorevole Antonino Drago egli affermò che era controproducente attaccare i quattro cavalieri, poiché essi non ne sarebbero stati indeboliti, ma anzi sarebbero andati ad investire i propri denari in Liguria o in Piemonte. Infatti nel 1982 i cavalieri di Catania avevano suscitato anche l'attenzione di Carlo Alberto dalla Chiesa, il quale, essendosi insediato come prefetto di Palermo in funzione antimafia, aveva richiesto al prefetto di Catania una scheda completa riguardante i nuclei familiari, gli interessi, le società ed i possedimenti di Gaetano Graci e Carmelo Costanzo, nella quale venne specificata la natura del tutto necessitata di alcuni loro rapporti mantenuti con esponenti della criminalità catanese, giustificati dalla necessità di «non compromettere» il buon andamento dei loro interessi[2]. Per queste ragioni Dalla Chiesa, nella famosa intervista concessa al giornalista Giorgio Bocca il 10 agosto 1982, dichiarò:

« È finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?[3] »

Il 5 gennaio 1984, un anno dopo la pubblicazione dell'articolo, e dopo vari tentativi dei cavalieri di acquistare la rivista[4], Giuseppe Fava venne ucciso da membri del clan mafioso dei Santapaola.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Tali dichiarazioni provocarono in forma ufficiale il risentimento di Costanzo, Rendo, Graci e Finocchiaro, i quali si sentirono chiamati in causa, provocando una polemica sollevata dall'allora presidente della Regione Mario D'Acquisto, che invitò pubblicamente Dalla Chiesa a specificare il contenuto delle sue dichiarazioni e ad astenersi da tali giudizi qualora tali circostanze non fossero state provate[2]. Il mese successivo, il 3 settembre 1982, Dalla Chiesa venne ucciso a Palermo insieme alla giovane moglie e all'agente di scorta da un commando mafioso.

Procedimenti giudiziari[modifica | modifica wikitesto]

Le successive rivelazioni del pentito Antonino Calderone, secondo il quale "I cavalieri del lavoro di Catania non sono mai stati vittime della mafia, [...], perché la mafia l'avevano già dentro" risultarono comunque vane ed insufficienti ai fini di una condanna.

Nel 1991, infatti, il giudice istruttore Luigi Russo assolse i cavalieri, con la motivazione che essi sarebbero stati costretti a subire la "protezione" del clan Santapaola per necessità.[5]

Nel 1994, in seguito ad un'inchiesta della DIA da cui emersero ulteriori interazioni ed intensi rapporti tra i cavalieri e Cosa Nostra, il giudice Giuseppe Gennaro impugnerà la sentenza, ma gli imputati saranno prosciolti ancora una volta in via definitiva.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]