Giuseppe Calderone

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Giuseppe Calderone, soprannominato Pippo (Catania, 1º novembre 1925Catania, 8 settembre 1978), è stato un mafioso italiano, legato a Cosa Nostra.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Calderone era nipote di Antonino Saitta, mafioso catanese affiliato in una cosca di Gangi, in provincia di Palermo, che nel 1925 aveva fondato la prima Famiglia mafiosa a Catania, e fratello maggiore di Antonino Calderone.

Negli anni cinquanta Calderone venne affiliato in quella stessa Famiglia dall'altro zio Luigi Saitta, con cui si occupò del contrabbando di sigarette e presto divenne il suo vicecapo[1]. Negli anni sessanta Calderone ereditò la Famiglia dallo zio ed, insieme al fratello Antonino, ottenne la gestione di una stazione di servizio dell'Agip a Giarre, grazie ai suoi legami con l'onorevole Graziano Verzotto, con il quale fu testimone alle nozze di Giuseppe Di Cristina, capo della cosca di Riesi[2]; inoltre Calderone veniva pagato dall'imprenditore Carmelo Costanzo per dare "protezione" alla sua impresa di costruzioni[3].

Nel 1970 Calderone partecipò ad alcuni incontri a Zurigo, Milano e Catania per discutere sulla ricostruzione della "Commissione" e sull'implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese[4]; Calderone stesso andò a Roma insieme a Giuseppe Di Cristina per incontrare il principe Junio Valerio Borghese per ascoltare le sue proposte[5][6]. Nel 1971 Calderone venne denunciato e arrestato dai Carabinieri e dalla questura di Palermo per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti insieme ad altri 113 mafiosi, essendo strettamente legato ai boss Frank Coppola e Gaetano Badalamenti, con il quale Calderone era imparentato alla lontana[7]. Nello stesso periodo la Famiglia di Calderone entrò in conflitto con il clan dei Cursoti e i "Carcagnusi", bande criminali estranee a Cosa Nostra che le contendevano gli affari illeciti a Catania[8][9].

Nel 1975 Calderone propose la creazione di una "Commissione regionale", che venne chiamata la «Regione», un comitato di sei rappresentanti mafiosi di ogni provincia siciliana, escluse quelle di Messina, Siracusa e Ragusa, dove Cosa Nostra era assente; Calderone venne anche incaricato di dirigere la «Regione» e fece approvare dagli altri rappresentanti il divieto assoluto di compiere sequestri di persona in Sicilia per porre fine ai rapimenti a scopo di estorsione operati dallo schieramento dei Corleonesi, guidati dal boss Luciano Leggio[3].

Nel gennaio 1978, Calderone, insieme a Giuseppe di Cristina e Gaetano Badalamenti, incontrò Salvatore "Cicchiteddu" Greco, giunto dal Venezuela dove risiedeva, per discutere dell'eliminazione di Francesco Madonia, capo della cosca di Vallelunga Pratameno, in provincia di Caltanissetta, il quale era strettamente legato a Totò Riina, reggente della cosca di Corleone in sostituzione di Leggio; Greco però consigliò di rimandare ogni decisione a data successiva ma, ripartito per Caracas, vi morì per cause naturali, il 7 marzo 1978. In seguito alla morte di Greco, Madonia venne ucciso il 16 marzo da Giuseppe di Cristina e da Salvatore Pillera, inviato da Calderone: Riina usò l'omicidio di Madonia per mettere in minoranza Badalamenti, facendolo espellere dalla "Commissione", e poco tempo dopo fece uccidere anche di Cristina[10]. Riina si accordò anche con il luogotenente di Calderone, Nitto Santapaola, e decise di eliminarlo: così l'8 settembre 1978 Santapaola telefonò a Calderone (rifugiatosi nel residence La Perla Jonica di Acireale, di proprietà dei fratelli Costanzo) per dargli un appuntamento ad Aci Castello per risolvere alcuni problemi sorti all'interno della Famiglia. Ma arrivato lì fu gravemente ferito da Santapaola, e tre giorni dopo morì.

Note[modifica | modifica wikitesto]

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