Michele Cavataio

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Michele Cavataio, soprannominato Il cobra come la sua arma preferita Colt Cobra (Palermo, 1929Palermo, 10 dicembre 1969), è stato un mafioso italiano, legato a Cosa Nostra.

Il cadavere di Michele Cavataio nell'ufficio di viale Lazio (10 dicembre 1969)

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'adolescenza, Michele Cavataio iniziò una serie di attività illegali nel mercato nero[1], come il furto di generi alimentari e benzina, diffuse durante il ventennio fascista, e per questo venne affiliato nella cosca dell'Acquasanta[2]. Nel 1946 Cavataio venne assolto per insufficienza di prove per l'omicidio del costruttore Vincenzo Mercurio e nel 1949 venne condannato a due anni e sei mesi di carcere per furto aggravato; nel 1954 venne nuovamente arrestato per rapina pluriaggravata e assolto per insufficienza di prove.

Nel 1955 Cavataio venne sospettato di essere l'esecutore degli omicidi del suo capo Gaetano Galatolo e del suo sostituto Nicola D'Alessandro, assassinato invece nel 1956 a colpi di lupara, ma venne assolto per insufficienza di prove[3]; Galatolo e D'Alessandro erano stati uccisi per ordine della cosca mafiosa dei Greco di Ciaculli-Croceverde, che erano entrati in contrasto con i due boss in seguito allo spostamento dei mercati generali di Palermo dal quartiere della Zisa all'Acquasanta[4]. In seguito a questi due delitti, Cavataio prese il comando della cosca dell'Acquasanta ma denunziato e arrestato per associazione a delinquere, furto pluriaggravato, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni, venendo inviato al soggiorno obbligato ad Anzi, in provincia di Potenza, da dove tentò di fuggire ma venne ripreso.

Nel 1958 Cavataio scese in contrasto coi fratelli Roberto e Giuseppe Di Girolamo boss indiscussi del rione "Porta Nuova-Corso Calatafimi" che si erano opposti alla "commissione" all'ingresso della droga nel loro territorio perché zeppo di scuole e bambini. Ma la rottura totale fra il clan Cavataio e il clan Di Girolamo avvenne quando Roberto Di Girolamo si oppose al fatto che Cavataio volesse uccidere un ragazzino: Salvatore Seidita, che i fratelli Di Girolamo nascosero nelle loro proprietà (i Di Girolamo appartenevano ad una famiglia altolocata di Palermo in connubio col Conte Lucio Tasca). Cavataio fece di testa sua e con un commando formato da lui stesso, Giuseppe Sirchia, Antonino Taormina, Francesco Gambino e Giacomo Adelfio il 10 agosto uccide Roberto Di Girolamo e 2 mesi più tardi il fratello Giuseppe per paura di rappresaglie.

Ma Cavataio non sapeva che con ciò si era messo in cattiva luce coi corleonesi, alleati con i Di Girolamo. Infatti si dice che quando i corleonesi eliminarono Michele Navarra, del commando di fuoco fecero parte anche i fratelli Di Girolamo. Navarra fu massacrato il 2 agosto del 1958 ed 8 giorni dopo venne ucciso Roberto Di Girolamo mentre teneva per mano il figlioletto. Quest'ultimo, divenuto grande, fu imputato in una serie incredibili di omicidi, uscendo indenne da ben 35 processi in Corte d'Assise: fu una delle scintille che fece scattare l'odio dei corleonesi verso Cavataio. Nel 1961 venne assolto per insufficienza di prove ed ottenne la revoca del soggiorno obbligato. Il boss Antonino Taormina cognato del Cavataio, pare sia stato proprio fulminato da una fucilata dal figlio di Roberto Di Girolamo, Giuseppe detto "Peppuccio".

Inoltre Cavataio si rese responsabile dell'uccisione di Calcedonio Di Pisa, capo della cosca della Noce, sapendo che l'assassinio sarebbe stato attribuito al boss Angelo La Barbera e che il risultato sarebbe stato un conflitto tra questi e Salvatore "Cicchiteddu" Greco, capo della cosca di Ciaculli, che divenne noto come «prima guerra di mafia»[5]; Cavataio approfittò della situazione di conflitto per sbarazzarsi dei suoi avversari e per queste ragioni si associò ai boss Pietro Torretta ed Antonino Matranga[6]: gli omicidi compiuti da Cavataio e dai suoi associati culminarono nella strage di Ciaculli, in cui morirono sette uomini delle forze dell'ordine[7][8].

In seguito alla strage di Ciaculli, Cavataio si diede alla latitanza ma venne subito arrestato nel suo nascondiglio nel quale teneva anche una Colt Cobra, la sua arma preferita[7]. Nel dicembre 1968 Cavataio venne condannato a quattro anni di carcere per associazione a delinquere nel processo svoltosi a Catanzaro contro i protagonisti della prima guerra di mafia ma, siccome aveva aspettato il processo in stato di detenzione, venne rilasciato immediatamente per aver già scontato la pena[9].

Dopo il processo, Cavataio tentò di partecipare alla ricostruzione della "Commissione" ma gli altri boss iniziarono ad avere sentore che Cavataio era il principale responsabile della prima guerra di mafia e quindi si decise di eliminarlo[10], formando un commando di killer scelti tra varie cosche mafiose: Totò Riina, Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella della cosca di Corleone, Emanuele D'Agostino e Gaetano Grado della cosca di Santa Maria di Gesù e Damiano Caruso della cosca di Riesi[2]. Il 10 dicembre 1969 gli uomini del commando, travestiti da agenti di polizia, giunsero in un ufficio di un'impresa edile in viale Lazio, dove si trovava Cavataio insieme ai suoi uomini; armati di pistole, lupara e Beretta MAB 38, i killer aprirono il fuoco, uccidendo tre dei presenti e ferendone altri due mentre Cavataio tentò di reagire al fuoco con la sua Colt Cobra, riuscendo così a ferire Provenzano e Caruso e uccidendo Bagarella. Infine Cavataio rimase a terra ferito e Provenzano gli spaccò il cranio con il calcio della sua Beretta MAB 38, finendolo a colpi di pistola[11][12]. Il massacro di Cavataio e dei suoi uomini venne soprannominato «strage di viale Lazio».[13]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Viandante - Sicilia 1961
  2. ^ a b lacndb.com::Italian Mafia, su www.lacndb.com. URL consultato il 13 luglio 2016.
  3. ^ Il Viandante - Sicilia 1956
  4. ^ Il Viandante - Sicilia 1955
  5. ^ La 1ª Guerra di mafia e i primi passi dell'antimafi, su nuke.alkemia.com. URL consultato il 13 luglio 2016.
  6. ^ Enrico Bellavia, Un uomo d'onore, Bur, 27 settembre 2010, ISBN 9788858605691. URL consultato il 13 luglio 2016.
  7. ^ a b Il Viandante - Sicilia 1963
  8. ^ Cenni biografici su Gerlando Alberti- Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia VI LEGISLATURA (PDF).
  9. ^ Il Viandante - Sicilia 1968
  10. ^ Giovanni Falcone e Marcelle Padovani, Cose di cosa nostra, Bur, 15 maggio 2012, ISBN 9788858628881. URL consultato il 13 luglio 2016.
  11. ^ QuestIT s.r.l., Archivio Corriere della Sera, su archiviostorico.corriere.it. URL consultato il 13 luglio 2016.
  12. ^ La vera storia di Provenzano Siino: "Sparava come un dio" - cronaca - Repubblica.it, su www.repubblica.it. URL consultato il 13 luglio 2016.
  13. ^ Provenzano, da Corleone a capo della cupolaUna vita di pizzini, violenze, fuga e condanne, su corriere.it. URL consultato il 13 luglio 2016.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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