Trattativa Stato-mafia

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«Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L'iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia.»

(Corte d'Assise di Firenze, 2012, nelle motivazioni al capitolo dei contatti tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra inerente alla sentenza d'appello della strage di via dei Georgofili.[1])

Con la locuzione "trattativa Stato-mafia" si fa riferimento ai contatti che secondo la sentenza di primo grado del 20 aprile 2018 sono avvenuti a partire dal 1992 in seguito all'omicidio dell'onorevole Salvo Lima tra esponenti delle Istituzioni e rappresentanti di Cosa nostra[2]. La trattativa fu portata avanti a partire dall'inizio della cosiddetta "stagione stragista" al fine di giungere a un accordo, il cui fulcro ipotizzato sarebbe stato, in sintesi, quello di porre fine alle stragi mafiose in cambio di un'attenuazione della lotta alla mafia stessa da parte dello Stato italiano (in particolare in seguito all'attività del pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone che aveva condannato nel Maxiprocesso di Palermo centinaia di criminali mafiosi) per giungere a delle forme di reciproca convivenza[3]. La trattativa Stato-mafia sarebbe stato quindi il risultato del ricatto della mafia esercitato attraverso le stragi, al fine di costringere lo Stato a un compromesso. Le varie ipotesi sono state a lungo oggetto di inchieste giornalistiche e di indagini giudiziarie, tuttora in corso[4][5][6][7][8][9][10][11]. Secondo alcune fonti, si potrebbe anche parlare, al plurale, di "trattative Stato-mafia"[12][13].

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

La reazione di Riina al maxiprocesso[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Seconda guerra di mafia e Maxiprocesso di Palermo.
I magistrati anti mafia (da destra a sinistra) Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Antonino Caponnetto

L'estrema violenza con cui avvenne la seconda guerra di mafia pose fine alla tradizionale convivenza tra la mafia e lo Stato. Con il miglioramento delle metodologie investigative e la creazione del pool antimafia da parte del magistrato Rocco Chinnici (poi guidato da Antonino Caponnetto dopo l'uccisione di Chinnici) fu possibile dare inizio a una serie di indagini contro Cosa nostra. In seguito alle testimonianze dei boss mafiosi Salvatore Contorno e Tommaso Buscetta e al continuo lavoro di diversi magistrati tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino le indagini portarono all'istruzione e allo svolgimento del maxiprocesso. Il maxiprocesso di primo grado cominciò a Palermo il 10 febbraio 1986 per poi proseguire in appello il 22 febbraio 1989 e in fine in cassazione, dove in seguito alla sostituzione del giudice Corrado Carnevale soprannominato "ammazzasentenze", fu emessa il 30 gennaio 1992 una sentenza molto severa che vide la condanna della maggior parte degli imputati, oltre quattrocento, a pesanti pene detentive, mentre i boss furono condannati all'ergastolo[14].

Secondo la testimonianza del capomandamento Giovanni Brusca a partire dal 1990 il capo di Cosa nostra, Salvatore Riina organizzò numerose riunioni della commissione regionale e provinciale per discutere dello sviluppo del maxiprocesso e del suo possibile esito che fino a quel momento sembrava essere favorevole a Cosa nostra[15]. Nel corso del maxiprocesso si ebbe un periodo di "sommersione" dell'attività stragista di Cosa nostra che terminò il 9 agosto 1991 con l'omicidio del magistrato Antonino Scopelliti avvenuto in Calabria per depistare gli inquirenti[16]. La volontà del magistrato Giovanni Falcone di sostituire il giudice Carnevale nell'ambito del maxiprocesso però iniziò a destare serie preoccupazioni all'interno dell'organizzazione criminale[17].

Secondo la testimonianza di Filippo Malvagna, nipote del boss catanese Giuseppe Pulvirenti, alla fine del 1991, quando ormai era a tutti chiaro l'esito che avrebbe avuto il maxiprocesso, si tenne nei pressi di Enna una riunione della commissione regionale in cui fu deciso di dare inizio a una serie di azioni terroristiche contro lo Stato e le istituzioni che sarebbero state rivendicate dalla sigla "Falange Armata"[18], in modo da evitare almeno inizialmente un diretto collegamento con Cosa nostra. Secondo quanto raccontato da Malvagna in quella riunione Riina pronunciò la frase: «Qua bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace»[19].

Secondo i boss Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè nel dicembre del 1991 il "capo dei capi" Salvatore Riina organizzò una riunione della commissione provinciale di Palermo per ribadire la decisione di iniziare una guerra contro lo Stato già comunicata precedentemente alla commissione regionale. Nel corso della riunione Riina decretò, con il silenzio assenso di tutti i capimandamento, l'uccisione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e del parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana Salvo Lima reo di non aver difeso gli interessi di Cosa nostra nel corso del maxiprocesso[20].

L'omicidio di Salvo Lima[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Salvo Lima.
Il parlamentare democristiano Salvo Lima

Secondo la testimonianza di Francesco di Carlo, Salvo Lima, membro democristiano della corrente andreottiana, costituì fin dagli anni sessanta il punto di contatto tra la mafia e le istituzioni[21]. Stando alle dichiarazioni di Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè, Salvo Lima era tramite i cugini Salvo il diretto referente politico di Salvatore Riina e più in generale di tutti i massimi esponenti di Cosa nostra, come Michele Greco e Stefano Bontate, quest'ultimo ucciso per volere di Riina nel corso della seconda guerra di mafia ed era per lo più incaricato della gestione degli appalti da assegnare a Cosa nostra[22].

Sul finire degli anni ottanta il disinteresse di Lima verso il maxiprocesso provocò l'ira di Riina e dell'intera commissione che, come già citato, in una riunione del dicembre del 1991 dichiarò la sua volontà di eliminare alcuni uomini delle istituzioni particolarmente avversi alla mafia e tutti quei politici vicini a Cosa nostra che non erano riusciti a difenderla nel corso del maxiprocesso[23]. Per l'affiliato Francesco di Carlo oltre a Lima, Falcone e Borsellino furono inclusi anche numerosi politici democristiani e socialisti tra questi l'allora presidente del consiglio Giulio Andreotti, il ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno Calogero Mannino, il ministro delle poste e delle telecomunicazioni Carlo Vizzini, il ministro della difesa Salvo Andò, il ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli e il politico imprenditore democristiano Ignazio Salvo[24][25].

Nel febbraio del 1992, a un paio di settimane dalla sentenza del maxiprocesso Salvo Lima fu convocato per avere un incontro con Salvatore Biondino, stretto collaboratore di Riina, senza presentarsi[26]. In seguito al mancato incontro, anche se ormai la decisione era già stata presa[27], Salvatore Biondino incaricò Francesco di Carlo e Giovanni d'Angelo di organizzare rispettivamente l'omicidio di Lima e del figlio. Dopo circa un mese di pedinamento il 12 marzo 1992 Salvo Lima fu ucciso da Francesco di Carlo, mentre per questioni organizzative il figlio fu risparmiato[28].

La concezione della trattativa Stato-mafia[modifica | modifica wikitesto]

I timori del ministro Mannino[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Calogero Mannino e Antonio Subranni.

Il giorno stesso dell'omicidio e poi il 16 marzo 1992 il capo della polizia Vincenzo Parisi e il ministro degli interni Vincenzo Scotti diramarono degli allarmi in cui si faceva riferimento a possibili attentati ai danni del presidente del consiglio Giulio Andreotti, del ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno Calogero Mannino e del ministro delle poste e delle telecomunicazioni Carlo Vizzini[29]. Secondo quanto dichiarato da Susanna Lima l'omicidio di suo padre fu per molti versi inaspettato e colpì notevolmente la classe politica di allora[30]. Particolarmente colpito e intimorito dall'omicidio Lima fu Calogero Mannino, preminente esponente democristiano in Sicilia e all'epoca dei fatti ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno, anche lui convocato da Cosa nostra in seguito all'esito del maxiprocesso[31].

La ricostruzione dei fatti che hanno condotto l'allora ministro Calogero Mannino a sollecitare l'apertura di una trattativa con la mafia è dovuta principalmente alla testimonianza del generale di divisione dei carabinieri Giuseppe Tavormina, all'epoca direttore della Direzione Investigativa Antimafia e conoscente l'onorevole Mannino e alla pubblicazione di un'intervista fatta a Mannino da Antonio Padellaro (all'epoca vice direttore de L'Espresso e successivamente fondatore de Il Fatto Quotidiano) subito dopo l'omicidio Lima[30][32].

Il ministro Mannino, conscio di non essere riuscito a intervenire nel maxiprocesso in difesa di Cosa nostra e quindi preoccupato per la sua incolumità in seguito all'omicidio Lima si rivolse anziché alla polizia, in cui riponeva scarsa fiducia, a un suo stretto conoscente, Antonio Subranni, all'epoca generale di corpo d'armata dei carabinieri e comandante del Raggruppamento Operativo Speciale[33]. Non potendo intervenire direttamente sulla sicurezza dell'onorevole il generale Antonio Subranni si adoperò per acquisire nuove informazioni e iniziò ad elaborare una strategia che mutasse il corso degli eventi in quel momento era sfavorevole a Mannino e a tutto il governo[34]. Anche se la richiesta di aiuto di Mannino non può essere imputata come unica causa dell'inizio della trattativa è chiaro come questa sia strettamente collegata alla concezione di quella che sarebbe stata poi definita come "trattativa Stato-mafia"[35].

L'omicidio del maresciallo Guazzelli e la strage di Capaci[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Giuliano Guazzelli, Strage di Capaci e Giovanni Falcone.
Istantanea scattata poco dopo la strage di Capaci

Il 4 aprile 1992, a meno di un mese dall'omicidio Lima, il maresciallo Giuliano Guazzelli fu ucciso da Cosa nostra lungo la strada Agrigento-Porto Empedocle. Secondo quanto dichiarato dal figlio di Guazzelli il padre era un conoscente del ministro Calogero Mannino e intratteneva un rapporto di amicizia con il generale Antonio Subranni con cui si era incontrato qualche giorno prima di essere ucciso[36]. Nonostante il movente dell'assassinio sia incerto, l'omicidio Guazzelli avvenne in coincidenza con i numerosi incontri tenuti tra i generali Antonio Subranni e Giuseppe Tavormina con il ministro Calogero Mannino e l'evento aumentò la sensibilità di Subranni riguardo alla sicurezza propria e dei propri collaboratori[37].

Il 23 maggio 1992 a circa sei mesi dalla riunione in cui Salvatore Riina dichiarava alla commissione provinciale l'inizio della guerra contro lo Stato avvenne la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro[38]. In seguito alla strage di Capaci il Consiglio dei ministri nella seduta dell'8 giugno 1992 approvò il decreto-legge "Scotti-Martelli" (detto anche "decreto Falcone"), che introdusse l'articolo 41 bis, cioè il carcere duro riservato ai detenuti di mafia: il giorno successivo giunse una telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" in cui si minacciava che il carcere non si doveva toccare[39][40][41].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'inizio della trattativa[modifica | modifica wikitesto]

I contatti con Vito Ciancimino[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Vito Ciancimino e Mario Mori.
L'arresto di Vito Ciancimino nel 1984, prima dell'inizio della trattativa

Nello stesso periodo della strage di Capaci, il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno contattò Vito Ciancimino attraverso il figlio Massimo, per conto del colonnello Mario Mori (all'epoca vicecomandante del ROS) che informò il generale Subranni; a sua volta Ciancimino e il figlio Massimo contattarono Salvatore Riina attraverso Antonino Cinà (medico e mafioso di San Lorenzo)[39][42][43]. Alla fine del giugno 1992 il capitano De Donno incontrò a Roma la dottoressa Liliana Ferraro, vice direttore degli Affari Penali presso il Ministero della giustizia, alla quale chiese copertura politica al rapporto di collaborazione con Ciancimino; la dottoressa Ferraro, inoltre, lo invitò a riferire al giudice Paolo Borsellino. Il 25 giugno il colonnello Mori e il capitano De Donno incontrarono il giudice Borsellino: secondo quello che viene riferito da Mori e De Donno, durante questo incontro Borsellino discusse con i due ufficiali sulle indagini dell'inchiesta "mafia e appalti"[42][44]. Il 28 giugno Borsellino incontrò a Roma la dottoressa Ferraro, che gli parlò dei contatti tra il colonnello Mori e Ciancimino: tuttavia Borsellino si dichiarò già informato di questi contatti; lo stesso giorno si insediava il Governo Amato I, che nominò l'onorevole democristiano Nicola Mancino come Ministro dell'interno al posto di Vincenzo Scotti[45]. In quel periodo, Salvatore Riina mostrò a Salvatore Cancemi un elenco di richieste dicendo che c'era una trattativa con lo Stato che riguardava pentiti e carcere; sempre in quel periodo, Riina disse anche a Giovanni Brusca che aveva fatto un "papello" di richieste in cambio di fare finire le stragi[39].

La vicenda "Bellini"[modifica | modifica wikitesto]

In quello stesso periodo, il maresciallo dei carabinieri Roberto Tempesta contattò Antonino Gioè (capo della Famiglia di Altofonte) attraverso Paolo Bellini (ex terrorista nero e confidente del SISMI) al fine di recuperare alcuni pezzi d'arte rubati[46]. Tramite Gioè, il boss Giovanni Brusca fece sapere a Tempesta che in cambio del recupero di altre preziose opere d'arte, voleva la concessione degli arresti domiciliari per cinque boss mafiosi, tra i quali il padre Bernardo Brusca. Il maresciallo Tempesta si rivolse ai suoi superiori, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno del ROS dei Carabinieri, e la risposta fu che "la richiesta era improponibile"; Gioè allora minacciò che avrebbero potuto colpire il patrimonio artistico italiano, facendo riferimento ad un attentato alla torre di Pisa[46][47].

La strage di via D'Amelio[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Strage di via D'Amelio e Paolo Borsellino.
Via D'Amelio pochi minuti dopo l'esplosione.

Il 1º luglio 1992 il giudice Borsellino, che si trovava a Roma per interrogare il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, fu invitato al Viminale per incontrare il ministro Mancino; secondo Mutolo, Borsellino tornò dall'incontro visibilmente turbato.[42][48]
Nello stesso periodo, Giovanni Brusca ricevette da Salvatore Biondino la disposizione di sospendere la preparazione dell'attentato contro l'onorevole Mannino perché erano «sotto lavoro per cose più importanti». Secondo Salvatore Cancemi, in quei giorni Riina insistette per accelerare l'uccisione di Borsellino e per eseguirla con modalità eclatanti.[39]

Il 15 luglio Borsellino confidò alla moglie Agnese che il generale Subranni era vicino ad ambienti mafiosi mentre qualche giorno prima le aveva detto che c'era un contatto tra mafia e parti deviate dello Stato, e che presto sarebbe toccato pure a lui di morire.[39][49]
Nello stesso periodo, Riina avrebbe detto a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c'era «un muro da superare».[39]

Il 19 luglio 1992, con un attentato in via D'Amelio, a Palermo, fu ucciso Paolo Borsellino. Secondo il PM Antonino di Matteo, l'assassinio di Borsellino fu eseguito per «proteggere la trattativa dal pericolo che il dott. Borsellino, venutone a conoscenza, ne rivelasse e denunciasse pubblicamente l'esistenza, in tal modo pregiudicandone irreversibilmente l'esito auspicato».[50] Dal luogo del delitto non verrà mai rinvenuta l'agenda rossa, nella quale il magistrato annotava tutte le sue intuizioni investigative senza separarsene mai. In seguito alla strage di via d'Amelio, il decreto "Scotti-Martelli" fu convertito in legge e oltre 100 detenuti mafiosi, ritenuti particolarmente pericolosi, furono trasferiti in blocco nelle carceri dell'Asinara e di Pianosa e sottoposti al regime del 41 bis, che fu applicato anche ad altri 400 mafiosi detenuti.

Il 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via d'Amelio, la Procura di Palermo deposita l'istanza di archiviazione dell'indagine definita "Mafia e Appalti"[51], a cui avevano lavorato con grande interesse sia Giovanni Falcone che, successivamente, Paolo Borsellino[52]. Il decreto di archiviazione fu emesso il 14 agosto 1992.[53][54][55]

Lo sviluppo della trattativa e l'arresto di Riina[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Salvatore Riina.
Salvatore Riina in seguito all'arresto

Il 22 luglio il colonnello Mori incontrò l'avvocato Fernanda Contri (segretario generale a Palazzo Chigi) affinché riferisse al presidente del consiglio Giuliano Amato dei contatti intrapresi con Ciancimino[39].

Il 10 agosto 1992 viene approvato in via definitiva un pacchetto di misure contro la mafia: invio in Sicilia di 7000 uomini dell'esercito; oltre 100 boss mafiosi vengono trasferiti nel carcere dell'Asinara.

Nel settembre 1992 Riina disse a Brusca che la trattativa si era interrotta e quindi ci voleva un altro "colpettino": per questo lo incaricò di preparare un attentato contro il giudice Pietro Grasso, che però non andò in porto per problemi tecnici[39].
Nello stesso periodo, il colonnello Mori incontrò l'onorevole Luciano Violante (all'epoca presidente della Commissione Parlamentare Antimafia) per caldeggiare un incontro riservato con Ciancimino per discutere di problemi politici, che però venne rifiutato da Violante[39][42].
Tra ottobre e novembre 1992, Giovanni Brusca e Antonino Gioè fecero collocare un proiettile d'artiglieria nel Giardino di Boboli a Firenze al fine di creare allarme sociale e panico per riprendere la trattativa con il maresciallo Tempesta che si era interrotta: tuttavia la rivendicazione telefonica con la sigla "Falange Armata" non fu recepita e per questo il proiettile non fu trovato nell'immediatezza ma solo in un momento successivo[56].
In quel periodo, il generale dei carabinieri Francesco Delfino anticipò al ministro Martelli che Riina sarà individuato ed arrestato entro dicembre; il 12 dicembre il ministro Mancino affermò in un convegno a Palermo che Riina stava per essere catturato. Nello stesso mese, il colonnello Mori consegnò una mappa di Palermo a Ciancimino affinché indicasse dove si trovava il covo di Riina.

Tuttavia, il 19 dicembre Ciancimino venne arrestato dalla polizia per un residuo di pena, prima della riconsegna delle mappe[57][58].

Il 15 gennaio 1993, a Palermo, Totò Riina, capo di Cosa Nostra, viene arrestato dai carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale, uomini del colonnello Mori e del generale Delfino, che utilizzarono il neo-collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio per identificare il latitante[39]. Era latitante da ben 23 anni. In seguito all'arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) ed un altro contrario (Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Nino Giuffrè, Pietro Aglieri), mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente"[59].

Il 9 febbraio 1993 giunse un'altra telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" che minacciava il ministro Mancino, il capo della polizia Vincenzo Parisi e Nicolò Amato (all'epoca direttore del DAP, la direzione delle carceri)[60].
Il 10 febbraio il ministro Martelli fu costretto a dimettersi a causa dello scandalo di Tangentopoli e fu sostituito dall'onorevole Giovanni Conso[39].

Il 6 marzo 1993 il dottor Nicolò Amato inviò al ministro Conso una lunga nota in cui esprimeva la sua linea di abbandono totale dell'articolo 41 bis per ripiegare su altri strumenti penitenziari di lotta alla mafia, su sollecitazione del capo della polizia Parisi e del Ministero dell'Interno[39].

Il 17 marzo 1993 alcuni sedicenti familiari di detenuti mafiosi dell'Asinara e di Pianosa inviarono una lettera minacciosa al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e, per conoscenza, al Papa, al Vescovo di Firenze, al Cardinale di Palermo, al presidente del consiglio Giuliano Amato, ai ministri Mancino e Conso, al giornalista Maurizio Costanzo, all'onorevole Vittorio Sgarbi, al CSM e al Giornale di Sicilia[61]. Il 1º aprile un'altra telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" minacciò il Presidente Scalfaro e il ministro Mancino[62].

Gli attentati di Roma, Firenze e Milano[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Attentato di via Fauro, Strage di via dei Georgofili e Strage di via Palestro.

Pochi giorni dopo, il 14 maggio 1993, il giornalista di Mediaset scampa per poco a un’autobomba a Roma[63].

I successivi attentati di Firenze e, di nuovo, Roma, sembrano diretti proprio contro gli altri destinatari dell’esposto. Il magistrato Sebastiano Ardita, ex Capo della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, da "tecnico" che ha vissuto in prima persona molti momenti chiave di questa vicenda, si esprimerà in questi termini sul legame fra le stragi e le vicende del 41 bis nel saggio Ricatto allo Stato: "Rimane di grande interesse notare chi fossero gli altri destinatari di quell’esposto. Si trattava di nominativi aggiunti «per conoscenza», ma appariva chiaro che anche a essi veniva richiesto un intervento contro il 41 bis. Tra di essi spiccavano i nomi del papa, del vescovo di Firenze, di Maurizio Costanzo. Non a caso, pochi giorni dopo, il 14 maggio, lo stesso Costanzo sarebbe stato oggetto di un attentato all’uscita dal Teatro Parioli, dove conduceva il suo talk show televisivo. Si trattava evidentemente di un avvertimento nei confronti di un giornalista impegnato contro la mafia, ma anche di una richiesta di aiuto per rendere pubblico il problema dei detenuti sulle isole. Non può escludersi che l’inerzia di Costanzo alle sollecitazioni di Cosa Nostra e il suo risoluto impegno antimafia venissero ritenuti meritevoli di una punizione esemplare. E altrettanto inquietante appare la circostanza che il successivo attentato, sempre nel maggio 1993, ebbe come teatro Firenze. Mentre il terzo attentato risultò direttamente rivolto al papa, perché avvenne proprio ai danni del Vaticano nel successivo mese di luglio. Insomma, quell’indirizzario, ben guardato, aveva tutto l’aspetto di una victim list, se non proprio di persone, almeno di luoghi a esse collegati, e la figura del presidente della repubblica rimaneva in cima a quell’elenco di bersagli possibili. Ma Scalfaro, così come gli altri destinatari che avevano già subìto un attentato, mantenne un profilo rigoroso e distaccato rispetto a quelle sollecitazioni, negandosi a ogni richiesta di intervento. Non una parola, non un commento, non un intervento istituzionale per attenuare il regime 41 bis e allontanare da sé quei pericoli. Se quell’esposto-minaccia fu preso in considerazione ai fini del mantenimento o della revoca del 41 bis nel successivo mese di novembre 1993, e quanto peso vi fu attribuito, non è facile dirlo, anche perché non se ne fa cenno in nessun atto ufficiale. Certo è che, anche alla luce degli attentati che ne seguirono, avrebbe dovuto essere oggetto della massima attenzione."[64]

Tra marzo e maggio 1993 vennero revocati 121 decreti di sottoposizione al 41 bis a firma del dottor Edoardo Fazzioli (all'epoca vicedirettore del DAP), come aveva suggerito il dottor Amato nella nota del 6 marzo[39].

Il 27 maggio 1993, a Firenze, avvenne la strage di via dei Georgofili, che provocò cinque vittime e una quarantina di feriti[65].

All'inizio di giugno 1993, il direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Nicolò Amato veniva rimosso per essere destinato all'incarico di rappresentante dell’Italia nel Comitato Europeo per la prevenzione della tortura. La promozione apparve al dottor Amato strumentale al punto tale che poco tempo dopo decise di lasciare la Pubblica Amministrazione per dedicarsi all'attività forense. Sebbene dopo dieci anni di permanenza nell'incarico, una sostituzione ai vertici del DAP sarebbe da considerarsi normale, in questo caso avrebbero influito in parte, secondo la testimonianza dell'ex vice direttore del DAP Edoardo Fazzioli, dei dissidi imprecisati con l'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Dal canto suo il Presidente Scalfaro ha negato radicalmente l’esistenza di questo dissidio. Al posto di Nicolò Amato venne, quindi, nominato il dott. Adalberto Capriotti, che all'epoca rivestiva la carica di Procuratore generale presso la Corte di Appello di Trento.[61]

I procuratori di Palermo si sono accorti che il 14 giugno la Falange Armata tornò a telefonare, "manifestando soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato". Il telefonista parlò di una "vittoria della Falange". Seguirono altre telefonate di minaccia a Mancino e al capo della Polizia Parisi (il 19 giugno), poi a Capriotti e al suo vice Di Maggio (il 16 settembre).[66]

Il 26 giugno il dottor Adalberto Capriotti, Direttore Generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Pro Tempore, inviò una nota al ministro Giovanni Conso, Ministro di Grazia e Giustizia, in cui spiegava la sua nuova linea di silente non proroga di 373 provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza a novembre, che avrebbero costituito "un segnale positivo di distensione"[39][61]. Il 22 luglio Salvatore Cancemi si consegnò spontaneamente ai carabinieri e manifestò subito la volontà di collaborare con la giustizia, venendo trasferito in detenzione extracarceraria presso la sede romana del ROS, sotto la supervisione del colonnello Mori[61]. Tra il 20 e il 27 luglio il DAP prorogò numerosi provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza che riguardavano alcuni detenuti mafiosi di elevata pericolosità[61]. Il 27 luglio il colonnello Mori incontrò il dottor Di Maggio, suo amico e vicedirettore del DAP, per affrontare il "problema detenuti mafiosi"[39].

La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 avvenne la strage di via Palestro a Milano (cinque morti e tredici feriti) e qualche minuto dopo esplosero due autobombe davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, senza però fare vittime: il giorno successivo due lettere anonime inviate alle redazioni dei quotidiani "Il Messaggero" e "Corriere della Sera" minacciarono nuovi attentati[61].

Da Sicilia Libera ai contatti con Marcello Dell'Utri e la fondazione di Forza Italia[modifica | modifica wikitesto]

Il 22 ottobre 1993 il colonnello Mori incontrò nuovamente il dottor Di Maggio. Nello stesso periodo, l'imprenditore Tullio Cannella (uomo di fiducia di Leoluca Bagarella e dei fratelli Graviano) fondò il movimento separatista "Sicilia Libera", che si radunò insieme ad altri movimenti simili nella formazione della "Lega Meridionale".[67]

Nell'ottobre 1993, il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza dichiarò che incontrò il boss Giuseppe Graviano in un bar di via Veneto a Roma per organizzare un attentato contro i carabinieri durante una partita di calcio allo Stadio Olimpico[39]; sempre secondo Spatuzza, in quell'occasione Graviano gli confidò che stavano ottenendo tutto quello che volevano grazie ai contatti con Marcello Dell'Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi.[68]

Il 2 novembre 1993 il ministro Conso non rinnovò circa 334 provvedimenti al 41 bis in scadenza per, a suo dire, "fermare le stragi"[68][61][69].

Tuttavia il 23 gennaio 1994, a Roma, l'attentato all'Olimpico fallì per un malfunzionamento del telecomando che doveva provocare l'esplosione e non fu più ripetuto[68][70].
In quel periodo, secondo Tullio Cannella (divenuto un collaboratore di giustizia), Bernardo Provenzano e i fratelli Graviano abbandonarono il progetto separatista di "Sicilia Libera" per fornire appoggio elettorale al nuovo movimento politico "Forza Italia" fondato da Silvio Berlusconi[67]. Secondo il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè, i fratelli Graviano trattarono con Berlusconi attraverso l'imprenditore Gianni Jenna per ottenere benefici giudiziari e la revisione del 41 bis in cambio dell'appoggio elettorale a Forza Italia; sempre secondo Giuffrè, anche Provenzano attivò alcuni canali per arrivare a Marcello Dell'Utri e Berlusconi per presentare una serie di richieste su alcuni argomenti che interessavano Cosa Nostra[71][72]. Anche altri collaboratori di giustizia parlarono dell'appoggio fornito da Cosa Nostra a Forza Italia alle elezioni del 1994[61][73].
Il 27 gennaio 1994 a Milano vennero arrestati i fratelli Graviano, che si erano occupati dell'organizzazione di tutti gli attentati: da quel momento, la strategia stragista di Cosa Nostra si fermò[39][61].

Successive testimonianze[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2009, in relazione a tale vicenda, sono stati ascoltati come testimoni anche i politici Nicola Mancino, il quale ha dichiarato di non averne mai saputo nulla[74] e Luciano Violante, il quale invece ha dichiarato di essere venuto a conoscenza di questo dialogo tra il Ros e Ciancimino[75]. L'ex Ministro dell'interno, Nicola Mancino, è stato indagato il 9 giugno 2012 dalla procura di Palermo nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato e mafia, con l'accusa di falsa testimonianza[76]

Secondo le dichiarazioni rilasciate da Massimo Ciancimino (figlio dell'ex-sindaco di Palermo Vito Ciancimino), la trattativa, avviata da Totò Riina e Bernardo Provenzano all'inizio degli anni novanta, sarebbe proseguita almeno fino al 1994, con l'aggiunta della partecipazione dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[77].

A quanto emerge dai primi risultati dell'indagine avviata nel 2009 (nella quale è stato sentito come testimone anche l'ex ministro Claudio Martelli) la trattativa avrebbe avuto inizialmente due fasi distinte, prima e dopo le stragi che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino[78].

La trattativa sarebbe stata siglata con il cosiddetto "papello", un foglio contenente le richieste di Cosa nostra allo Stato, che avrebbero dovuto essere soddisfatte per evitare la prosecuzione delle stragi di mafia. Il termine "papello", soprattutto in ambito giornalistico, fa riferimento al documento che avrebbe siglato i presunti tentativi di accordo tra elementi di Cosa nostra e pubblici ufficiali dello Stato italiano agli inizi degli anni novanta.

Il documento è stato citato per la prima volta da Massimo Ciancimino[79].

Il procuratore di Palermo Francesco Messineo, interrogato alla Camera il 17 luglio 2012, afferma che la trattativa tra lo Stato e la mafia "c'è stata ed è stata reale" [80]:

«Abbiamo impiantato un procedimento, che è alla fase dell'avviso di conclusioni indagini e che verosimilmente si evolverà più avanti, basato sull'ipotesi che la trattativa ci sia stata e sia stata reale. Non mi sembra di poter assolutamente concordare con quelli che parlano di presunta trattativa, salvo poi il successivo vaglio processuale.»

Le intercettazioni a Nicola Mancino e Giorgio Napolitano[modifica | modifica wikitesto]

Durante le indagini, la Procura di Palermo sottopose Nicola Mancino ad intercettazioni telefoniche e registrò casualmente alcune telefonate che l'ex ministro fece al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al dottor Loris D'Ambrosio (consigliere giuridico del Quirinale)[81][82].

La vicenda ha avuto un grande rilievo, dato che Mancino poteva essere intercettato, mentre il Presidente della Repubblica invece non poteva esserlo.[83].

In seguito a questo fatto, il Presidente della Repubblica ha sollevato il conflitto di attribuzione, e ha chiesto quindi che le intercettazioni venissero distrutte.

Il Quirinale, il 16 luglio 2012, in una nota in merito alla presunta trattativa Stato-mafia[84] ed alle telefonate di Nicola Mancino al presidente della repubblica Napolitano, per chiedere un appoggio contro i giudici siciliani, Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e altri, che stavano valutando la sua posizione processuale[85], scrive: [86][87]

«Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha oggi affidato all'avvocato generale dello Stato l'incarico di rappresentare la presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione da sollevare dinanzi alla Corte costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo per le decisioni che questa ha assunto su intercettazioni di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato[88]

Nel luglio 2012 Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso, chiese al Presidente Napolitano che fossero pubblicate le sue intercettazioni con Mancino, in nome della trasparenza istituzionale e come segno di determinazione nel ricercare la verità[89][90].

Tuttavia nel gennaio 2013 la Corte costituzionale accolse il ricorso del Quirinale contro la Procura di Palermo per conflitto di attribuzione e dispose la distruzione delle intercettazioni tra Napolitano e Mancino[91]. In seguito a queste disposizioni, gli avvocati di Massimo Ciancimino presentarono ricorso contro la distruzione delle intercettazioni presso la Corte di cassazione, che però ritenne inammissibile il ricorso: nell'aprile 2013 il giudice per le indagini preliminari di Palermo distrusse le intercettazioni[92].

Sulla distruzione delle intercettazioni è stata avanzata l'ipotesi che possa tuttora esisterne una copia, che potrebbe essere utilizzata come uno strumento di ricatto.[93] Questa vicenda ha coinvolto anche il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, che in passato apparteneva ai servizi segreti.[94]

Il "Protocollo Farfalla" e le operazioni dei servizi segreti italiani[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia i magistrati stanno indagando anche sul cosiddetto "Protocollo Farfalla", siglato nel 2004.[95] Il vicepresidente della Commissione antimafia, Claudio Fava, ha affermato di avere le prove dell'esistenza del protocollo, che era stata messa in dubbio da Rosy Bindi.[96] Il protocollo è un accordo tra i servizi segreti italiani ed il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, per permettere ad agenti dei servizi di entrare ed uscire dalle carceri e incontrare detenuti del 41 bis senza lasciare traccia, all'insaputa dell'autorità giudiziaria italiana.[97]

Il 29 luglio 2014 il premier in carica Matteo Renzi ha fatto sì che fosse eliminato il segreto di Stato sul protocollo,[96] successivamente la procura della Repubblica di Palermo ha aperto un'inchiesta sul cosiddetto Protocollo Farfalla[98] e in un secondo momento ha acquisito il documento.[99] Il Copasir nel 2014 ha aperto un'indagine sulle cosiddette operazioni 'Farfalla' e 'Rientro'.[100]

Il papello e le richieste di Cosa nostra[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Papello.

Le presunte richieste che Cosa nostra (allora comandata dallo stesso Riina) avanzò allo Stato per mano di Vito Ciancimino sarebbero state riassunte in dodici punti scritti su un papello (che in gergo significa «elenco»):

  1. Revisione della sentenza del maxiprocesso di Palermo (che aveva condannato centinaia di mafiosi al carcere duro, indebolendo potentemente l'organizzazione criminale)
  2. Annullamento del decreto legge che inaspriva le misure detentive previste dall'articolo 41 bis per i detenuti condannati per reati di mafia (il cosiddetto carcere duro)
  3. Revisione dell'associazione di tipo mafioso (reato introdotto con la legge 13 settembre 1982 n. 646, detta "Rognoni-La Torre")
  4. Riforma della legge sui pentiti
  5. Riconoscimento dei benefici dissociati per i condannati per mafia (come avvenuto per le Brigate Rosse)
  6. Arresti domiciliari obbligatori dopo i 70 anni di età
  7. Chiusura delle super-carceri
  8. Carcerazione vicino alle case dei familiari
  9. Nessuna censura sulla posta dei familiari
  10. Misure di prevenzione e rapporto con i familiari
  11. Arresto solo in flagranza di reato[101]
  12. Defiscalizzazione della benzina in Sicilia (come per Aosta).[102][103]

Al primo elenco di richieste, prodotte direttamente da Cosa nostra, ne fu allegato un secondo, con modifiche alle richieste prodotte da Vito Ciancimino (come mostrato dal figlio dell'ex sindaco di Palermo, che ha consegnato ai giudici che si occupano del caso entrambi i manoscritti[102]).

Eventi successivi[modifica | modifica wikitesto]

L'abrogazione articolo 41 bis[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Articolo 41 bis.

La seconda richiesta del papello[104] è "annullamento decreto legge 41 bis", che prevede il "carcere duro" per alcune categorie di crimini, tra cui la criminalità organizzata. Per questo nell'ambito dell'indagine sulla trattativa Stato-mafia gli inquirenti hanno focalizzato l'attenzione su episodi con cui avrebbe potuto esserci un nesso, come il fatto che nel 1993 sono stati lasciati scadere circa trecento provvedimenti di carcere duro e la rimozione nel giugno 1993 del responsabile del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Nicolò Amato.[61][105][106][107][108][109]

Come conseguenza fu revocato l'isolamento a Totò Riina; inoltre furono coinvolte alcune persone che hanno cercato di modificare l'articolo 41 bis o che hanno avuto a che fare con l'articolo. Calogero Mannino, indagato per la trattativa, ha ricevuto un avviso di garanzia in cui "si parla genericamente di "pressioni" che Mannino avrebbe esercitato su "appartenenti alle istituzioni", sulla "tematica del 41 bis", il carcere duro che i capimafia cercavano di far revocare."[110][111] Furono ascoltati sull'argomento anche Carlo Azeglio Ciampi[112] e Oscar Luigi Scalfaro[113], al quale fu chiesto per lettera,[114] di revocare il decreto legge 41 bis sul carcere duro[115].

Il dibattito sull'autenticità del papello[modifica | modifica wikitesto]

Il pentito Giovanni Brusca è stato tra i primi a parlare del papello.[116] Nel 1999 anche il pentito Salvatore Cancemi ne conferma l'esistenza.[117] Afferma poi che Riina aveva preparato un papello, presentato ad una riunione, con cui chiedeva l'annullamento dell'ergastolo, la scarcerazione di alcuni boss, l'abolizione della legge sui collaboratori di giustizia e altre cose[118].

Il 20 ottobre 2009, l'ex colonnello dei ROS, Mario Mori, imputato per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra, ha dichiarato al tribunale di Palermo che non ci fu nessuna trattativa tra la mafia e lo Stato[119], e in una intervista successiva, Mori ha smentito di aver mai ricevuto dalle mani di Massimo Ciancimino o di altri il presunto "papello", preannunciando azioni legali in merito[120].

Anche il capitano "Ultimo" ha ritenuto non attendibili le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla collaborazione tra Stato e mafia nella cattura di Provenzano[121], indicando nel figlio dell'ex sindaco di Palermo un "servo di Totò Riina"[122].

La citata sentenza del 17 luglio 2013, getta una seria ombra sulla veridicità del papello presentato da Massimo Ciancimino, essendo stato lo stesso segnalato alla procura, dallo stesso Tribunale giudicante, per il reato di falsa testimonianza[123] e nelle motivazioni esclude "patti o accordi per la mancata cattura del boss corleonese"[124]

Secondo quanto affermato dal maresciallo Saverio Masi, il papello sarebbe stato ritrovato già nel 2005 nella villa di Massimo Ciancimino all'Addaura, durante una perquisizione effettuata dai carabinieri (alla quale partecipò anche personale della Guardia di Finanza). La circostanza gli sarebbe stata riferita dal capitano dei carabinieri Antonello Angeli che condusse e coordinò quella perquisizione. Sempre secondo Masi, il capitano Angeli avrebbe fatto fotocopiare il papello, lasciando poi però l'originale a casa del Ciancimino perché dai superiori sarebbe arrivato l'ordine di non procedere al sequestro”, in quanto si trattava di “documentazione già acquisita”. Il racconto del maresciallo Masi è stato sempre smentito dal capitano Angeli. Esso risulta peraltro inconciliabile anche con la versione di Massimo Ciancimino. Secondo quest'ultimo, quando i carabinieri effettuarono quella perquisizione (a cui il Ciancimino non presenziò poiché si trovava all'estero), il papello si trovava all'interno di una cassaforte che però i militari non aprirono. Sentiti in diversi procedimenti, nessuno dei partecipanti a quella perquisizione, carabinieri e finanzieri, ha mai riferito della presenza di una cassaforte.[125] [126]

La Polizia Scientifica ha infine confermato l'autenticità del Papello e di molti altri documenti presentati da Massimo Ciancimino, 55 in tutto, e ha smentito l'autenticità di un altro documento, per il quale Ciancimino è ora indagato.[127]

Il contropapello[modifica | modifica wikitesto]

Massimo Ciancimino ha presentato anche altri documenti che la polizia scientifica ha confermato essere stati scritti esattamente nei periodi da lui indicati e firmati dal padre Vito Ciancimino[128], tra cui un "contropapello", cioè una revisione del papello. Il contropapello sarebbe stato scritto da Vito Ciancimino[129] in quanto le richieste del papello originale di Riina sarebbero state troppo grandi per lo Stato, impossibili da applicare. Nel documento erano indicati due nomi: Mancino e Rognoni.[130] Nel film La trattativa, Sabina Guzzanti ha ipotizzato che Totò Riina sia stato arrestato perché le richieste del papello erano inaccettabili e che la trattativa tra Stato e mafia sia proseguita con Bernardo Provenzano tramite Vito Ciancimino, che aveva scritto il contropapello.

Processo[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Processo sulla trattativa Stato-mafia.

Il 27 maggio 2013 è iniziato il processo tutt'ora in corso relativo alla vicenda della trattativa Stato-mafia. Il 20 aprile 2018 viene pronunciata la sentenza di primo grado, con la quale vengono condannati a dodici anni di carcere Mario Mori, Antonio Subranni, Marcello Dell'Utri, Antonino Cinà, ad otto anni Giuseppe De Donno, a ventotto anni Leoluca Bagarella; sono prescritte, come richiesto dai pubblici ministeri, le accuse nei confronti di Giovanni Brusca, e viene assolto Nicola Mancino.[131] La sentenza è stata emessa dalla Corte d'Assise di Palermo presieduta dal dott. Alfredo Montalto, in un'aula stracolma, alla presenza dei Pubblici Ministeri Antonino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi.

Il dibattito[modifica | modifica wikitesto]

Analisi del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

La supposta trattativa è stata ritenuta riscontrata nella motivazione della sentenza[132] del processo a Francesco Tagliavia[133] per le bombe del '92 e '93.[134] Secondo quella sentenza l'iniziativa per la trattativa "fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia"[135]. Ad oggi (2014) tale negoziazione non è stata definitivamente e chiaramente dimostrata, anzi risulta corrente oggetto di diverse inchieste, per le quali sono stati indagati diversi esponenti di Cosa nostra come Totò Riina e Bernardo Provenzano, alcuni politici tra i quali l'ex senatore del Pdl Marcello Dell'Utri[136], il suo ex socio in affari[137][138] il finanziere Filippo Alberto Rapisarda[139], il deputato ed ex ministro democristiano Calogero Mannino[140] nonché alcuni appartenenti alle forze dell'ordine come il generale dei carabinieri e capo del ROS Antonio Subranni [141] l'allora colonnello Mario Mori[142] e il suo braccio destro al ROS, il capitano Giuseppe De Donno che disse: "Decidemmo di contattare in qualche modo la mafia attraverso Vito Ciancimino per fermare le stragi, ma non ci fu nessuna trattativa"[143].

Molti sostenitori dell'ipotesi indicano che la trattativa sia avvenuta[144] nel periodo tra la morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino[145], e che quest'ultimo possa essere stato assassinato anche perché veniva considerato un ostacolo alla trattativa tra Stato e mafia[146], secondo le rivelazioni ancora da accertare di Gaspare Spatuzza[147] e di Giovanni Brusca[148].

Le presunte pressioni sulla politica[modifica | modifica wikitesto]

Il giornalista Marco Travaglio ha parlato di leggi che sono state proposte e a volte anche approvate da parte di governi sia di centrodestra che di centrosinistra nel corso degli ultimi 15 anni, che potrebbero aver favorito Cosa Nostra e che in alcuni casi rispettano le richieste del Papello per l'alleggerimento del 41 bis.

In particolare, ciò riguarderebbe i disegni di legge per la revisione dei processi, la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara (nel 1997, con un governo di centrosinistra), le numerose proposte di abolire l'ergastolo (approvate per pochi mesi nel 1999, con il governo D'Alema), i tentativi al Dap per favorire la “dissociazione” dei mafiosi a costo zero, cioè senza che il pentito collabori (a cui si sono opposti tra gli altri il magistrato Alfonso Sabella e il giudice Sebastiano Ardita), l'indulto voluto da Mastella nel 2006 esteso ai reati dei mafiosi diversi da quelli associativi (ma compresi per esempio il voto di scambio e i delitti propedeutici alla commissione di quelli più gravi), la legge del secondo governo Berlusconi che stabilizza il 41 bis rendendone di fatto più facili le revoche.[149]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

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    Federico Marconi, Il mistero mai risolto della Falange Armata dietro le bombe del '93, in L'Espresso, 28 maggio 2018. URL consultato il 10 gennaio 2020.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Documenti processuali[modifica | modifica wikitesto]

Libri[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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