Strage di Portella della Ginestra

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Eccidio di Portella della Ginestra
Salvatore Giuliano.jpg
Salvatore Giuliano fu identificato come l'esecutore della strage.
TipoSparatoria
Data1º maggio 1947
10:15
LuogoPiana degli Albanesi
StatoItalia Italia
Coordinate37°58′34″N 13°15′20″E / 37.976111°N 13.255556°E37.976111; 13.255556Coordinate: 37°58′34″N 13°15′20″E / 37.976111°N 13.255556°E37.976111; 13.255556
ObiettivoPortella della Ginestra
ResponsabiliSalvatore Giuliano e la sua banda
MotivazioneViolenza politico-mafiosa, strategia della tensione
Conseguenze
Morti11 il giorno stesso e 3 i giorni successivi in seguito alle ferite riportate.[1]
Feritinumerosi[2]

La strage di Portella della Ginestra fu un eccidio commesso in località Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1º maggio 1947 da parte della banda criminale di Salvatore Giuliano[3] che sparò contro la folla riunita per celebrare la festa del lavoro provocando undici morti e numerosi feriti.[4][5][6] I motivi per cui venne compiuto e, nei giorni successivi, vennero assaltate sedi dei partiti di sinistra e delle camere del lavoro della zona, risiedono, oltre alla dichiarata avversione del bandito nei confronti dei comunisti, anche nella volontà dei poteri mafiosi, dell'autonomismo siciliano e delle forze reazionarie di mantenere i vecchi equilibri nel nuovo quadro politico e istituzionale nato dopo la seconda guerra mondiale e, nonostante non siano mai stati individuati i mandanti, sono certe le responsabilità degli ambienti politici siciliani interessati a intimidire la popolazione contadina che reclamava la terra e aveva votato per il Blocco del Popolo nelle elezioni del 1947.[4][7][8][5][6]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º maggio 1947, nel secondo dopoguerra, si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile, ossia al Natale di Roma, durante il regime fascista.[5]

Circa duemila i lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, e altri da San Giuseppe Jato e San Cipirello, molti dei quali agricoltori, si erano riuniti a Portella della Ginestra, una località montana del comune di Piana degli Albanesi, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, a pochi km da Palermo, per manifestare contro il latifondismo a favore dell'occupazione delle terre incolte e festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo, l'alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti alle elezioni dell'assemblea regionale siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 32% circa dei voti) contro i 21 della DC (crollata al 20% circa). La località fu scelta perché alcuni decenni prima vi aveva tenuto alcuni discorsi Nicola Barbato, una delle figure simbolo del socialismo siciliano. In quel periodo le condizioni di vita del popolo erano molto misere e, come poi raccontato da alcuni sopravvissuti alla strage, molti avevano aderito alla manifestazione anche nella speranza di mangiare qualcosa. La manifestazione era incentrata sulla sperata riforma agraria ed era stata preceduta nell'ottobre del 1944 dall'occupazione delle terre incolte che venne legalizzata dal Ministro dell’Agricoltura Fausto Gullo che cercava così di sopperire alla povertà diffusa e con alcuni decreti venne permessa l'occupazione dei terreni non utilizzati imponendo una diversa ripartizione dei raccolti che favoriva maggiormente gli agricoltori rispetto ai proprietari rispetto alle consuetudini fino ad allora vigenti in Sicilia e che venne visto come motivo di potenziale rivolgimento sociale che avrebbe alterato gli equilibri politici della regione gestiti anche dalla mafia.[5][9][10]

La strage venne organizzata il giorno prima a seguito di una lettera ricevuta da Salvatore Giuliano e da lui subito bruciata. Questi, insieme ai suoi uomini, si recarono quindi sul promontorio dal quale si dominava la vallata; durante il tragitto sequestrarono due ignari cacciatori che avevano incrociato per caso per evitare che potessero raccontare qualcosa. Verso le 10 del mattino, un calzolaio di San Giuseppe Iato diede inizio al comizio in sostituzione di Girolamo Li Causi, un deputato del Pci,[5] quando improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra, che si protrassero per circa un quarto d'ora e lasciarono sul terreno undici morti (otto adulti e tre bambini) e ventisette feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate[9][10]. I primi colpi erano stati inizialmente scambiati per dei mortaretti, ma anche quando ci si rese conto della loro reale natura, la mancanza di ripari impedì a molti di mettersi in salvo.[5]

Nel mese successivo alla strage di Portella della Ginestra, avvennero attentati con mitra e bombe a mano contro le sedi del PCI di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello, provocando in tutto un morto e numerosi feriti: sui luoghi degli attentati vennero lasciati dei volantini firmati dal bandito Salvatore Giuliano che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo[9][10].

Così come la mafia aveva giurato vendetta al Fascismo che, con il prefetto Cesare Mori, l’aveva duramente colpita, così, nell'immediato dopoguerra, reagì in sodalizio con massoneria, latifondisti e indipendentisti alle istanze di rinnovamento dei nuovi soggetti politici per garantire il mantenimento dello status quo, sfruttando la fama del bandito Giuliano che si ritrovò a essere solo una pedina all'interno di una macchinazione molto più complessa di quello che poteva immaginare.[5]

La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”[11]. Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare a Portella della Ginestra e a compiere gli attentati contro le sedi comuniste erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, ex colonnello dell'E.V.I.S.. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento a "elementi reazionari in combutta con i mafiosi".[5]

Le vittime[modifica | modifica wikitesto]

Queste sono le undici vittime, così come riportate dalla pietra incisa posta sul luogo del massacro:

  1. Margherita Clesceri (minoranza albanese, 47 anni)
  2. Giorgio Cusenza (min. albanese, 42 anni)
  3. Castrense Intravaia (29 anni)
  4. Vincenzina La Fata (8 anni)
  5. Serafino Lascari (min. albanese, 14 anni)
  6. Giovanni Megna (min. albanese, 18 anni)
  7. Francesco Vicari (min. albanese, 23 anni)
  8. Vito Allotta (min. albanese, 19 anni)
  9. Giuseppe Di Maggio (12 anni)
  10. Filippo Di Salvo (min. albanese, 48 anni)
  11. Giovanni Grifò (12 anni)

Morivano successivamente: Provvidenza Greco, Vincenza Spina, Vincenzo La Rocca, padre di Cristina, una bambina di 9 anni ferita, con la figlia sulle spalle si recò a piedi a San Cipirello e morì qualche settimana dopo, stremato dallo sforzo. Tra i morti del primo maggio c’è anche il campiere Emanuele Busellini, ucciso dai banditi che l’avevano incontrato lungo la strada mentre si recavano sul luogo della strage.

Rimasero gravemente ferite 27 persone[12].

Processi[modifica | modifica wikitesto]

Il processo iniziatosi nel 1950, dapprima istruito a Palermo poi spostato a Viterbo per legittima suspicione,[5] si concluse nel 1953 con la conferma della tesi che gli unici responsabili erano Giuliano (ormai ucciso il 5 luglio 1950 da Gaspare Pisciotta,[5] ma ufficialmente per mano del capitano Antonio Perenze) e i suoi uomini, che furono condannati all'ergastolo[9]. Durante il processo, il bandito Pisciotta, oltre ad attribuirsi l'assassinio di Giuliano, lanciò pesanti accuse contro i deputati monarchici Giovanni Alliata Di Montereale, Tommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso e anche contro i democristiani Bernardo Mattarella e Mario Scelba, da lui accusati di aver avuto incontri con il bandito Giuliano per pianificare la strage[9]: tuttavia la Corte d'Assise di Viterbo dichiarò infondate le accuse di Pisciotta poiché il bandito aveva fornito nove diverse versioni sui mandanti politici della strage[9].

Ipotesi sui mandanti[modifica | modifica wikitesto]

Sul movente dell'eccidio furono formulate alcune ipotesi già all'indomani della tragedia. Il 2 maggio 1947 il ministro dell'Interno Mario Scelba intervenne all'Assemblea Costituente, affermando che dietro all'episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto.[senza fonte]

Oltre a quello denunciato da Pisciotta, ci furono altre ipotesi sui mandanti. Una di queste fu quella sostenuta da Girolamo Li Causi in sede parlamentare, dalle forze di sinistra e dalla CGIL, secondo la quale il bandito Giuliano era solo l'esecutore del massacro: i mandanti, gli agrari e i mafiosi, avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico all'indomani della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali.[13][5] In seguito ai riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi. Intervenendo alla seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951, lo stesso Li Causi affermava:

«Tutti sanno che i miei colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli da Portella della Ginestra nell'anniversario della strage. Nel 1949 dissi al bandito: "ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli del popolo come te?". Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti del processo di Viterbo: "Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo tengo nell'incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere la sua carriera politica e finirne la vita". È Giuliano che parla. Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l'attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a Giuliano. C'è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi; Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d'accordo con noi?»

In tempi più prossimi la tesi delle collusioni ad alto livello, fino al capolinea del Quirinale, è stata assunta e rilanciata da Sandro Provvisionato, in Misteri d'Italia (Laterza 1994), e da Carlo Ruta, il quale nel prologo de Il binomio Giuliano-Scelba (Rubbettino 1995) scrive:

«Sugli scenari che si aprirono con Portella della Ginestra, alcuni quesiti rimangono aperti ancora oggi: fino a che punto quegli eventi tragici videro realmente delle correità di Stato? E quali furono al riguardo le effettive responsabilità, dirette e indirette, di taluni personaggi chiamati in causa per nome dai banditi e da altri? Fra l'oggi e quei lontani avvenimenti vige, a ben vedere, un preciso nesso. Nel pianoro di Portella venne forgiato infatti un peculiare concetto della politica che giunge in sostanza sino a noi.»

L'ipotesi, formulata dagli storici Giuseppe Casarrubea e Nicola Tranfaglia, sostiene che a Portella della Ginestra spararono anche dei lanciagranate in dotazione alla Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, cooptata dai servizi segreti USA (preoccupati dell'avanzata social-comunista in Italia)[14][15][5]:

«I rapporti desecretati dell'OSS e del CIC (i servizi segreti statunitensi della Seconda guerra mondiale), che provano l'esistenza di un patto scellerato in Sicilia tra la cosiddetta “banda Giuliano” e elementi già nel fascismo di Salò (in primis, la Decima Mas di Junio Valerio Borghese e la rete eversiva del principe Pignatelli nel meridione) sono il risultato di una ricerca promossa e realizzata negli ultimi anni da Nicola Tranfaglia[16] (Università di Torino), dal ricercatore indipendente Mario J. Cereghino e da chi scrive[17]

(da Edscuola, Dossier a cura del prof. Giuseppe Casarrubea)

Tuttavia tale ipotesi è stata aspramente contestata dagli storici Francesco Petrotta e Francesco Renda, che fu quasi un testimone oculare della strage[18].

Commemorazione[modifica | modifica wikitesto]

«Una strage [nazionale] che parla albanese.»

(I sopravvissuti alla strage di Portella della Ginestra[19])

Il Memoriale di Portella della Ginestra (Përmendorja e Purteles së Jinestrës) è una originale sistemazione naturale-monumentale del luogo, situato nella contrada omonima di Piana degli Albanesi. La sistemazione monumentale di Portella della Ginestra è un'opera di land art (arte della terra, del territorio) di cui vi sono altri svariati esempi nel mondo. Il Memoriale è stato progettato e realizzato tra il 1979 e il 1980 da Ettore de Conciliis, pittore e scultore, con la collaborazione del pittore Rocco Falciano e dell'architetto Giorgio Stockel.

L'opera, a carattere non effimero né ideologico, è stata immersa nella natura e nel paesaggio per evitare di chiudere la memoria della strage in un blocco architettonico o in un chiuso gruppo di figure. Andando oltre le sistemazioni monumentali concepite in modo più tradizionale, l'artista ha tentato di imprimere un gigantesco e perenne segno della memoria sul pianoro sassoso di Portella della Ginestra. Un muro a secco fiancheggiato da una tipica trazzera, per una lunghezza di circa 40 metri, taglia la terra, come una ferita, nella direzione degli spari. Tutt'intorno, per un'area di circa un chilometro quadrato, dove vi furono i caduti del 1º maggio 1947, si innalzano grandi massi in pietra locale, alti da 2 a 6 metri, cavati sul posto della pietraia. Uno di essi è il masso di Nicola Barbato, da dove il dirigente Arbëreshë dei Fasci Siciliani dei Lavoratori era solito parlare alla sua gente. Altri figurano sinteticamente corpi, facce e forme di animali caduti. In altri due sono rispettivamente incisi i nomi dei caduti e una poesia. Essendo stata una strage che ha colpito una minoranza etno-linguistica, una nuova opera di Ettore de Conciliis prevede un altro grande masso, sempre in pietra locale, con incisa una poesia in lingua albanese.[senza fonte]

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Dino Vaccaro - Sangue rosso, 1º maggio a Portella della Ginestra

Teatro

  • Dedicato alla strage di Portella della Ginestra il dramma teatrale in lingua albanese di Zef Schirò Maji Lule të shumta ka gjinestra ("Ha molti fiori la ginestra").
  • Del 2015 è La verità nell'ombra, dramma teatrale di Patrizio Pacioni.
  • Il testo teatrale (in italiano, arbëresh, inglese e siciliano) dal titolo "Il canto della ginestra" del poeta e drammaturgo arbëresh Mario Calivà oggetto della sua tesi di diploma in Drammaturgia e Sceneggiatura presso l'Accademia nazionale d'arte drammatica "Silvio d'Amico" di Roma (relatore della tesi è stato il regista, attore, scrittore e traduttore Giovanni Greco) (2018).

Narrativa

Saggistica

  • Il libro "Portella della Ginestra Primo maggio 1947. Nove sopravvissuti raccontano la strage" (Navarra Editore 2017) di Mario Calivà che raccoglie le testimonianze di nove sopravvissuti all'eccidio. L'autore ha presentato il volume in diverse città d'Italia durante il Tour Nazionale della Memoria.

Cinema

Musica

  • Canzone dal titolo "Portella Della Ginestra" del 1980 nell'album di musica popolare Il Pifferaio del gruppo Yu Kung.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ sky.
  2. ^ Portella della Ginestra, strage di, su treccani.it, Enciclopedia italiana, 2011. URL consultato il 1º maggio 2017.
  3. ^ Andrea Cionci, Dopo settant'anni rimane ancora senza mandanti la strage di Portella della Ginestra, La Stampa, 30 aprile 2017. URL consultato il 30 aprile 2018 (archiviato il 9 aprile 2018).
    «Il primo maggio del 1947 il bandito Salvatore Giuliano e i suoi complici spararono sui lavoratori siciliani riuniti per celebrare la Festa del Lavoro: era una spedizione punitiva o dietro c’era una strategia più complessa?».
  4. ^ a b Portella della Ginestra, strage di in "Dizionario di Storia", su www.treccani.it. URL consultato l'11 dicembre 2018 (archiviato dall'url originale il 5 gennaio 2019).
  5. ^ a b c d e f g h i j k l Dopo settant’anni rimane ancora senza mandanti la strage di Portella della Ginestra, su LaStampa.it. URL consultato l'11 dicembre 2018.
  6. ^ a b Strage di Portella della Ginestra, morto uno degli ultimi sopravvissuti, su Repubblica.it, 3 gennaio 2018. URL consultato l'11 dicembre 2018.
  7. ^ Il tempo e la storia- archivio, Portella della Ginestra, su Rai Storia. URL consultato l'11 dicembre 2018.
  8. ^ Silvia Morosi, Primo Maggio 1947, 70 anni fa l’eccidio di Portella della Ginestra, su Corriere della Sera, 5 gennaio 2017. URL consultato l'11 dicembre 2018.
  9. ^ a b c d e f Relazione sui rapporti tra mafia e banditismo in Sicilia con relativi allegati - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia V LEGISLATURA (PDF) (Camera dei deputati) (archiviato il 28 luglio 2014).
  10. ^ a b c Ordinanza di rinvio a giudizio per i responsabili della strage di Portella della Ginestra (PDF) (archiviato il 29 novembre 2014).
  11. ^ Maria Gigliola Toniollo -Il Popolo di Portella della Ginestra Archiviato l'8 novembre 2012 in Internet Archive., su cgil.it
  12. ^ Numerosi da Piana degli Albanesi: Damiano Petta, Francesca Di Lorenzo, Eleonora Moschetto, Salvatore Marino, Pietro Schirò, Giuseppe Parrino, Giuseppe Muscarello, Vito Dorangricchia (23 anni).
  13. ^ Fabrizio Loreto, La memoria della strage di Portella della Ginestra (PDF), Lavori. Quaderni di rassegna sindacale. URL consultato il 1º maggio 2018 (archiviato il 1º maggio 2018).
  14. ^ Portella della Ginestra, anatomia di una strage Corriere della Sera, 26 ottobre 2003
  15. ^ Strage di Portella della Ginestra: «La Cia dietro Giuliano e la X Mas» Corriere della Sera, 5 aprile 2007
  16. ^ Biografia di Nicola Tranfaglia, su mediamente.rai.it. URL consultato il 3 febbraio 2014 (archiviato dall'url originale il 5 luglio 2007).
  17. ^ Coordinamento delle ricerche presso gli Archivi Nazionali degli Stati Uniti (NARA, College Park, Maryland) e l'Archivio Centrale dello Stato (Roma): Nicola Tranfaglia (Università di Torino), Giuseppe Casarrubea (Palermo), Mario J. Cereghino (San Paolo del Brasile).
  18. ^ Portella, fu strage di mafia La Sicilia, 22 novembre 2009
  19. ^ Ignazio Plescia (classe 1931), Serafino Petta (1931), Girolamo Sirchia (1921), Mario Nicosia (1925), Antonino Parrino (1930), Pietro Schirò (1924).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Bompiani.
  • Giuseppe Casarrubea, Tango Connection. L'oro nazifascista, l'America Latina e la guerra al comunismo in Italia, 1943-1947.
  • Giuseppe Casarrubea, Fra' Diavolo e il governo nero. «Doppio Stato» e stragi nella Sicilia del dopoguerra, Franco Angeli editore.
  • Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Franco Angeli editore.
  • Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, Salvatore Giuliano. Morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti.
  • Francesco Petrotta, Portella della Ginestra. La ricerca della verità. Ediesse, 2007 (realizzato dalla Camera del Lavoro di Palermo e dalla Fondazione Di Vittorio) ISBN 978-88-230-1201-1
  • Francesco Petrotta, La strage e i depistaggi. Il castello d'ombre su Portella della Ginestra, 2009, Ediesse.
  • Mario Calivà, Portella della ginestra primo maggio 1947, sedici sopravvissuti raccontano la strage, 2017, Navarra editore.
  • Pietro Manali (a cura di), Portella della Ginestra 50 anni dopo (1947-1997), S. Sciascia editore, Caltanissetta-Roma, 1999, con 2 volumi di Documenti.
  • Francesco Renda, Portella della Ginestra e la guerra fredda. I cento anni della Cgil siciliana. Conversazioni con Antonio Riolo, 2008, Ediesse.
  • Umberto Santino, La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, 1997, Rubettino.
  • Carlo Lucarelli, Il bandito Giuliano in Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte, pp. 3–24, Torino, Einaudi, 2004. ISBN 978-88-06-16740-0.
  • Girolamo Li Causi, Portella della ginestra. La ricerca della verità 2007, Ediesse.
  • Angelo La Bella, Mecarolo Rosa, Portella della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d'Italia, 2003, Teti.
  • Carlo Ruta, Il binomio Giuliano-Scelba. Un mistero della Repubblica?. Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 1995.
  • Carlo Ruta, Giuliano e lo Stato. Documenti sul primo intrigo della Repubblica. Edi.bi.si., Messina, 2004.
  • Carlo Ruta, Il processo. Il tarlo della Repubblica. Eranuova, Perugia, 1994.
  • Carlo Ruta (a cura di) L'affare Giuliano. I documenti che rivelano il primo patto tra Stato e mafia nel tempo della Repubblica, Archivio storico di AccadeinSicilia, 2013

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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