Strage di Portella della Ginestra

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La strage di Portella della Ginestra fu l'eccidio di lavoratori che avvenne in località Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1º maggio 1947 ad opera della banda criminale di Salvatore Giuliano. Si tratta della prima strage dell'Italia repubblicana, dove morirono undici persone e a cui si aggiunsero una trentina di feriti e successive tre morti a causa delle ferite.

Eccidio di Portella della Ginestra
Salvatore Giuliano.jpg
Fu identificato Salvatore Giuliano come l'esecutore della strage di Portella della Ginestra
Stato Italia Italia
Luogo Piana degli Albanesi
Obiettivo Portella della Ginestra
Data 1º maggio 1947
10:15
Tipo Sparatoria
Morti 11 (altri morirono a seguito delle ferite riportate)[senza fonte]
Feriti 27
Responsabili Salvatore Giuliano e la sua banda
Motivazione Violenza politico-mafiosa, strategia della tensione

La strage[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º maggio 1947, nel secondo dopoguerra, si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile, ossia al Natale di Roma, durante il regime fascista. Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in prevalenza contadini, si riunirono in località Portella della Ginestra, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa). Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra, che si protrassero per circa un quarto d'ora e lasciarono sul terreno undici morti (nove adulti e due bambini) e ventisette feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate[1][2].

Dopo l'eccidio[modifica | modifica wikitesto]

Nel mese successivo alla strage di Portella della Ginestra, avvennero attentati con mitra e bombe a mano contro le sedi del PCI di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello, provocando in tutto un morto e numerosi feriti: sui luoghi degli attentati vennero lasciati dei volantini firmati dal bandito Salvatore Giuliano che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo[1][2].

La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”[3]. Solo quattro mesi dopo si seppe che a sparare a Portella della Ginestra e a compiere gli attentati contro le sedi comuniste erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, ex colonnello dell'E.V.I.S.. Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento ad "elementi reazionari in combutta con i mafiosi".

Le vittime[modifica | modifica wikitesto]

Queste le undici vittime, così come riportate dalla pietra incisa posta sul luogo del massacro:

  1. Margherita Clesceri (minoranza albanese, 37 anni)
  2. Giorgio Cusenza (min. albanese, 42 anni)
  3. Giovanni Megna (min. albanese, 18 anni)
  4. Francesco Vicari (min. albanese, 22 anni)
  5. Vito Allotta (min. albanese, 19 anni)
  6. Serafino Lascari (min. albanese, 15 anni)
  7. Filippo Di Salvo (min. albanese, 48 anni)
  8. Giuseppe Di Maggio (13 anni)
  9. Castrense Intravaia (18 anni)
  10. Giovanni Grifò (12 anni)
  11. Vincenza La Fata (8 anni)

Rimasero gravemente ferite 27 persone[4]. Alcuni di questi feriti morirono in seguito a causa delle ferite riportate.[senza fonte]

Dino Vaccaro -SANGUE ROSSO 1° MAGGIO A PORTELLA DELLE GINESTRE

Indagini e processi[modifica | modifica wikitesto]

Sul movente dell'eccidio furono formulate alcune ipotesi già all'indomani della tragedia. Il 2 maggio 1947 il ministro Mario Scelba intervenne all'Assemblea Costituente, affermando che dietro all'episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto.

Il processo iniziato nel 1950, dapprima istruito a Palermo poi spostato a Viterbo per legittima suspicione, si concluse nel 1953, i con la conferma della tesi che gli unici responsabili erano Giuliano (ormai ucciso il 5 luglio 1950, ufficialmente per mano del capitano Antonio Perenze) e i suoi uomini, che furono condannati all'ergastolo[1]. Durante il processo, il bandito Gaspare Pisciotta, oltre ad attribuirsi l'assassinio di Giuliano, lanciò pesanti accuse contro i deputati monarchici Giovanni Alliata Di Montereale, Tommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso ed anche contro i democristiani Bernardo Mattarella e Mario Scelba, da lui accusati di aver avuto incontri con il bandito Giuliano per pianificare la strage di Portella della Ginestra[1]: tuttavia la Corte d'Assise di Viterbo dichiarò infondate le accuse di Pisciotta poiché il bandito aveva fornito nove diverse versioni sui mandanti politici della strage[1].

La seconda ipotesi fu quella sostenuta da Girolamo Li Causi in sede parlamentare, dalle forze di sinistra e dalla CGIL, secondo la quale il bandito Giuliano era solo l'esecutore del massacro: i mandanti, gli agrari e i mafiosi, avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico all'indomani della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali[5].

In seguito ai riscontri emersi dal processo, diversi parlamentari socialisti e comunisti denunciarono i rapporti tra esponenti delle istituzioni, mafia e banditi. Intervenendo alla seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951, lo stesso Li Causi affermava:

« Tutti sanno che i miei colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo parlargli da Portella della Ginestra nell'anniversario della strage. Nel 1949 dissi al bandito: "ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non ti affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli del popolo come te?". Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti del processo di Viterbo: "Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo tengo nell'incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono distruggere la sua carriera politica e finirne la vita". È Giuliano che parla. Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per l'attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a Giuliano. C'è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi; Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d'accordo con noi? »

Opinioni recenti[modifica | modifica wikitesto]

In tempi più prossimi la tesi delle collusioni ad altissimo livello, fino al capolinea del Quirinale, è stata assunta e rilanciata da Sandro Provvisionato, in Misteri d'Italia (Laterza 1994), e da Carlo Ruta, il quale nel prologo de Il binomio Giuliano-Scelba (Rubbettino 1995) scrive:

« Sugli scenari che si aprirono con Portella della Ginestra, alcuni quesiti rimangono aperti ancora oggi: fino a che punto quegli eventi tragici videro realmente delle correità di Stato? E quali furono al riguardo le effettive responsabilità, dirette e indirette, di taluni personaggi chiamati in causa per nome dai banditi e da altri? Fra l'oggi e quei lontani avvenimenti vige, a ben vedere, un preciso nesso. Nel pianoro di Portella venne forgiato infatti un peculiare concetto della politica che giunge in sostanza sino a noi. »

La tesi del complotto Usa[modifica | modifica wikitesto]

Una recente[non chiaro] ipotesi, formulata dagli storici Giuseppe Casarrubea e Nicola Tranfaglia, sostiene che a Portella della Ginestra spararono anche dei lanciagranate in dotazione alla Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, cooptata dai servizi segreti USA (preoccupati dell'avanzata social-comunista in Italia)[6][7]:

« I rapporti desecretati dell'OSS e del CIC (i servizi segreti statunitensi della Seconda guerra mondiale), che provano l'esistenza di un patto scellerato in Sicilia tra la cosiddetta “banda Giuliano” e elementi già nel fascismo di Salò (in primis, la Decima Mas di Junio Valerio Borghese e la rete eversiva del principe Pignatelli nel meridione) sono il risultato di una ricerca promossa e realizzata negli ultimi anni da Nicola Tranfaglia[8] (Università di Torino), dal ricercatore indipendente Mario J. Cereghino e da chi scrive[9]. »
(da Edscuola, Dossier a cura del prof. Giuseppe Casarrubea)

Tuttavia tale ipotesi è stata aspramente contestata dagli storici Francesco Petrotta e Francesco Renda, che fu quasi un testimone oculare della strage[10].

Il Memoriale di Portella[modifica | modifica wikitesto]

« Una strage [nazionale] che parla albanese. »
(I sopravvissuti alla strage di Portella della Ginestra[11])

Il Memoriale di Portella delle Ginestra (Përmendorja e Purteles së Jinestrës) è una originale sistemazione naturale-monumentale del luogo, situato nella contrada omonima di Piana degli Albanesi. La sistemazione monumentale di Portella della Ginestra è un'opera di land art (arte della terra, del territorio) di cui vi sono altri svariati esempi nel mondo. Il Memoriale è stato progettato e realizzato tra il 1979-1980 da Ettore de Conciliis, pittore e scultore, con la collaborazione del pittore Rocco Falciano e dell'architetto Giorgio Stockel.

L'opera, a carattere non effimero né ideologico, è stata immersa nella natura e nel paesaggio per evitare di chiudere la memoria della strage in un blocco architettonico o in un chiuso gruppo di figure. Andando oltre le sistemazioni monumentali concepite in modo più tradizionale, l'artista ha tentato di imprimere un gigantesco e perenne segno della memoria sul pianoro sassoso di Portella della Ginestra. Un muro a secco fiancheggiato da una tipica trazzera, per una lunghezza di circa 40 metri, taglia la terra, come una ferita, nella direzione degli spari. Tutt'intorno, per un'area di circa un chilometro quadrato, dove vi furono i caduti del 1º maggio 1947, si innalzano grandi massi in pietra locale, alti da 2 a 6 metri, cavati sul posto della pietraia. Uno di essi è il masso di Nicola Barbato, da dove il prestigioso dirigente Arbëreshë dei Fasci Siciliani dei Lavoratori era solito parlare alla sua gente. Altri figurano sinteticamente corpi, facce e forme di animali caduti. In altri due sono rispettivamente incisi i nomi dei caduti e una poesia. Essendo stata una strage che ha colpito una minoranza etno-linguistica, una nuova opera di Ettore de Conciliis prevede un altro grande masso, sempre in pietra locale, con incisa una poesia in lingua albanese.

Cultura, letteratura e media[modifica | modifica wikitesto]

Numerosi libri e film sono stati dedicati alla strage, o vi fanno riferimento.

Film sulla strage[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Relazione sui rapporti tra mafia e banditismo in Sicilia con relativi allegati - Documenti della Commissione Parlamentare Antimafia V LEGISLATURA (PDF).
  2. ^ a b Ordinanza di rinvio a giudizio per i responsabili della strage di Portella della Ginestra (PDF).
  3. ^ Maria Gigliola Toniollo -Il Popolo di Portella della Ginestra, su cgil.it
  4. ^ tra cui Damiano Petta, Francesca Di Lorenzo, Eleonora Moschetto, Salvatore Marino, Pietro Schirò, Giuseppe Parrino, Giuseppe Muscarello, Vito Dorangricchia, 23 anni.
  5. ^ Fabrizio Loreto, La memoria della strage di Portella della Ginestra
  6. ^ Portella della Ginestra, anatomia di una strage Corriere della Sera, 26 ottobre 2003
  7. ^ Strage di Portella della Ginestra: «La Cia dietro Giuliano e la X Mas» Corriere della Sera, 5 aprile 2007
  8. ^ Biografia di Nicola Tranfaglia
  9. ^ Coordinamento delle ricerche presso gli Archivi Nazionali degli Stati Uniti (NARA, College Park, Maryland) e l'Archivio Centrale dello Stato (Roma): Nicola Tranfaglia (Università di Torino), Giuseppe Casarrubea (Palermo), Mario J. Cereghino (San Paolo del Brasile).
  10. ^ Portella, fu strage di mafia La Sicilia, 22 novembre 2009
  11. ^ Ignazio Plescia (classe 1931), Serafino Petta (1931), Girolamo Sirchia (1921), Mario Nicosia (1925), Antonino Parrino (1930), Pietro Schirò (1924).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco Petrotta, Portella della Ginestra. La ricerca della verità. Ediesse, 2007 (realizzato dalla Camera del Lavoro di Palermo e dalla Fondazione Di Vittorio) ISBN 978-88-230-1201-1
  • Francesco Petrotta, La strage e i depistaggi. Il castello d'ombre su Portella della Ginestra, 2009, Ediesse.
  • Pietro Manali (a cura di), Portella della Ginestra 50 anni dopo (1947-1997), S. Sciascia editore, Caltanissetta-Roma, 1999, con 2 volumi di Documenti.
  • Francesco Renda, Portella della Ginestra e la guerra fredda. I cento anni della Cgil siciliana. Conversazioni con Antonio Riolo, 2008, Ediesse.
  • Umberto Santino, La democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, 1997, Rubettino.
  • Carlo Lucarelli, Il bandito Giuliano in Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte, pp. 3–24, Torino, Einaudi, 2004. ISBN 978-88-06-16740-0.
  • Girolamo Li Causi, Portella della ginestra. La ricerca della verità 2007, Ediesse.
  • Angelo La Bella, Mecarolo Rosa, Portella della Ginestra. La strage che ha cambiato la storia d'Italia, 2003, Teti.
  • Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Bompiani.
  • Giuseppe Casarrubea, Tango Connection. L'oro nazifascista, l'America Latina e la guerra al comunismo in Italia, 1943-1947.
  • Giuseppe Casarrubea, Fra' Diavolo e il governo nero. «Doppio Stato» e stragi nella Sicilia del dopoguerra, Franco Angeli editore.
  • Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Franco Angeli editore.
  • Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, Salvatore Giuliano. Morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti.
  • Carlo Ruta, Il binomio Giuliano-Scelba. Un mistero della Repubblica?. Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 1995.
  • Carlo Ruta, Giuliano e lo Stato. Documenti sul primo intrigo della Repubblica. Edi.bi.si., Messina, 2004.
  • Carlo Ruta, Il processo. Il tarlo della Repubblica. Eranuova, Perugia, 1994.
  • Carlo Ruta (a cura di) L'affare Giuliano. I documenti che rivelano il primo patto tra Stato e mafia nel tempo della Repubblica, Archivio storico di AccadeinSicilia, 2013

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]