Ufficio Affari Riservati (UAR)

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Ufficio Affari Riservati
Descrizione generale
Attivo1948-1974
NazioneItalia Italia
ServizioIntelligence
Polizia politica
Parte di
Comandanti
Comandanti degni di nota
  • Gesualdo Barletta (1948-1958)
  • Domenico De Nozza (1958-1959)
  • Ulderico Caputo (1959-1961)
  • Efisio Ortona (1961-1963)
  • Savino Figurati (1963-1967)
  • Giuseppe Lutri (1967-1968)
  • Elvio Catenacci (1968-1970)
  • Eriberto Vigevano (1970-1971)
  • Federico Umberto D'Amato (1971-1974)
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L'Ufficio Affari Riservati (UAR) è stato un ufficio dipendente dal Ministero dell'Interno italiano con compiti di intelligence e di controllo politico interno. L'Ufficio è sospettato di aver fornito appoggio e/o copertura ai responsabili di alcuni dei più gravi fatti accaduti durante il cosiddetto periodo della strategia della tensione.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: OVRA.

Un "Ufficio Riservato" esisteva fin dal 1906 nel Regno d'Italia, con il compito di repressione dei reati politici. Questo primo ufficio venne riformato nel 1919 da Francesco Saverio Nitti, che lo sostituì con la Divisione Affari Generali e Riservati (DAGR), suddivisa in due sezioni: la Sezione Ordine Pubblico, che vigilava sulla sicurezza dello stato e sulla repressione delle attività eversive; la Divisione Stranieri, con competenza sul controllo delle attività degli stranieri sul territorio nazionale, con la possibilità di espellere chiunque si rendesse protagonista di attività non gradite. Il fascismo inizialmente non cambia questa struttura, fino a che nel maggio 1925, una volta consolidato il potere, Mussolini crea un nuovo organismo interno alla DAGR, l'Ufficio speciale movimento sovversivo, con il compito di monitorare e reprimere i movimenti comunisti, al cui comando viene posto Guido Leto, che assume la guida dell'intera divisione nel 1937. Importante per la struttura e i metodi operativi successivi dell'UAR, anche in termini di personale impiegato, è l'OVRA, la polizia segreta fascista la cui struttura era divisa in ispettorati speciali di Polizia, i cui componenti agivano in totale autonomia dalle questure e rispondevano direttamente al capo della Polizia. Specializzata nello spionaggio politico e nella repressione di qualsiasi attività antifascista, l'OVRA controlla in seguito anche reati annonari, valutari e amministrativi, inchieste sugli umori dell'opinione pubblica ed illeciti sul guadagno degli stessi gerarchi fascisti. Dopo la caduta del fascismo a seguito della seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 l'OVRA formalmente cessa di esistere, ma nei territori del nord Italia sottoposti alla RSI continua invece le sue funzioni, con sede del Dipartimento di pubblica sicurezza della Repubblica di Salò a Valdagno. Alla fine l'OVRA si pose sotto il controllo del CLN il 26 aprile 1945, anche se fin dal 1943 i rapporti tra Guido Leto e gli alleati sono pochi chiari, poiché fin da dopo il 25 luglio il capo della polizia fascista aveva proposto agli anglo-americani l'intero archivio dell'OVRA. Dalla disciolta organizzazione proviene anche il primo direttore dell'Ufficio Affari Riservati Gesualdo Barletta, confermato dal ministro dell'Interno dell'epoca Mario Scelba, che crea la Divisione Affari Riservati a fine ottobre 1948.[1]

Mario Scelba, ministro dell'Interno al momento della nascita dell'UAR
Mario Scelba, Ministro dell'Interno dal 1947 al 1953

L'Ufficio dalla fine della guerra a fine anni sessanta[modifica | modifica wikitesto]

La gestione Barletta[modifica | modifica wikitesto]

Nella struttura del nuovo ufficio erano centrali gli Uffici Vigilanza Stranieri (UVS), situati all'interno delle questure e che rispondevano alla sede centrale del Viminale con il compito ufficiale di controllo delle attività dei cittadini stranieri sul territorio italiano. In realtà essi mascheravano le operazioni di ricostituzione di una rete di informatori all'interno di partiti, sindacati e giornali da parte dell'UAR, che cercava in questo modo di allontanare da sé l'ombra di un possibile accostamento alla "defunta" OVRA.

Per capire il grado di infiltrazione raggiunto dall'Ufficio Affari Riservati può essere portato come esempio il caso di Margherita Ingargiola, militante comunista e successivamente del PSI dal 1970, reclutata con il nome in codice "Rita". Fonte dell'Ufficio dal 1951 al 1984, venne avvicinata da Federico Umberto D'Amato dopo la sua incarcerazione per aver partecipato ad una manifestazione contro l'adesione dell'Italia alla NATO, che le promise forti somme di denaro ed agevolazioni sul lavoro in cambio della sua attività di informatrice. Tale attività si rivela molto proficua, soprattutto nel caso di un episodio interno al PCI nel 1954, dove Giulio Seniga, al tempo segretario personale di Pietro Secchia, dirigente del partito, fuggì in Svizzera con il fondo che il PCI gli aveva affidato (quasi 450 milioni di lire di provenienza sovietica) e che serviva a finanziare la fuga dei massimi dirigenti comunisti in caso di svolta autoritaria a destra in Italia. Il partito aveva cercato di non far trapelare la notizia dello scandalo, ma ben presto l'evento giunse sulle pagine dei giornali, con la probabile complicità di D'Amato, che avrebbe sfruttato le informazioni di "Rita".

Fernando Tambroni, Ministro dell'Interno che pone De Nozza alla guida dell'UAR
Fernando Tambroni, Ministro dell'Interno dal 1955 al 1959

La gestione De Nozza[modifica | modifica wikitesto]

La direzione di Barletta finisce nel settembre 1958, ed al suo posto il nuovo ministro dell'Interno Fernando Tambroni pone il questore di Trieste Domenico De Nozza (anch'egli ex OVRA), con l'approvazione del vicecapo della CIA in Italia, Robert Driscoll. La scelta era stata determinata dalla grande competenza della questura triestina nell'utilizzo di apparecchiature tecnologicamente avanzate, come microfoni direzionali e microspie, e dalla cura con cui i funzionari della città friulana compilavano gli schedari dei potenziali sovversivi, eredità degli inglesi durante il periodo del Territorio Libero di Trieste. La gestione De Nozza, seppur di breve durata, lascia un'impronta indelebile nella struttura del servizio segreto del ministero, tanto che fin da subito vengono aboliti gli Uffici Vigilanza Stranieri, rimpiazzati da nuclei investigativi che operavano in totale autonomia dalle questure, con sedi di copertura in tutte le principali città italiane. Le informazioni raccolte dai nuclei periferici venivano poi trasmessi al nucleo centrale di Roma, denominato Gruppo Operativo (GO), composto solamente da funzionari provenienti da Trieste, che le raccoglieva e rielaborava. Nella capitale vi erano poi anche laboratori tecnici dove l'Ufficio preparava le apparecchiature per le intercettazioni, sostenuti anche da cospicui finanziamenti di provenienza americana. La volontà accentratrice dei dirigenti triestini finì per far scontrare l'Ufficio Affari Riservati con il suo corrispettivo militare, il SIFAR, che accusò il primo di aver ormai assunto la fisionomia della vecchia OVRA. Nel febbraio 1959, il comandante dei servizi segreti militari Giovanni De Lorenzo inviò una lettera al capo della Polizia in cui affermava che l'UAR appoggiava un'azione di denigrazione di Driscoll ai suoi danni, con l'obiettivo di fargli succedere un personaggio più influenzabile. Il potere derivante dall'appoggio incondizionato di Tambroni e della sezione italiana della CIA rese insofferenti anche le questure, che si resero conto di ricevere le informazioni solo se vi era l'assenso dei dirigenti triestini, che si circondavano di elementi a loro fedeli allontanando dall'Ufficio chi poteva metterli in ombra. La situazione però muta velocemente alla metà del 1959, portando ad inizio ottobre allo smantellamento delle GO e delle sedi tecniche. La motivazione reale è difficile da definire, ma è sospetto al riguardo un memorandum del 1963 prodotto dai servizi americani (e pubblicato poi da "L'Astrolabio"), dove si parlava delle attività di spionaggio del Ministero dell'Interno durante gli anni Cinquanta ed in particolare di un massiccio numero di dossier riguardanti personalità politiche di primo piano in Italia, che Tambroni utilizzava per far divenire di dominio pubblico informazioni riservate sia di oppositori politici sia di compagni di partito ostili alla sua linea politica. Un appunto del SIFAR fa sapere poi che lo stesso Tambroni, una volta scoperto che egli stesso era stato oggetto di sorveglianza speciale da parte degli Affari Riservati, si decise ad allontanare i triestini. La condotta di Tambroni però non venne dimenticata, e questo causò la sua caduta dalla Presidenza del Consiglio nel 1960, quando la maggioranza democristiana, ancora irritata dallo spionaggio subito, non lo difese dalle accuse derivategli dopo i fatti di Genova del 30 giugno 1960.

Paolo Emilio Taviani, ministro dell'Interno tra il 1962 al 1963
descrizione=Paolo Emilio Taviani, ministro dell'Interno tra il 1962 ed il 1963

La direzione Caputo, Ortona e Figurati[modifica | modifica wikitesto]

A porre rimedio alla situazione di malcontento creato dalla dirigenza triestina segue una politica di "basso profilo" condotta da Ulderico Caputo, alla testa dei servizi del Viminale dal novembre 1959 fino a marzo 1961, e da Efisio Ortona, che gli successe dal 1961 al 1963. In questi anni l'UAR non si pone in contrasto con il SIFAR ma si concentra sul monitoraggio delle attività dei membri dell'Organisation armée secrète (OAS), movimento ultranazionalista francese, che avevano trovato riparo in Italia. Paolo Emilio Taviani, ministro dell'Interno dal 1962, pone l'anno successivo Savino Figurati al posto di Ortona, il quale inizia un'opera di ristrutturazione interna dell'Ufficio che porta alla creazione di sei sezioni:

  1. Prima sezione: Contatti con gli uffici politici delle questure;
  2. Seconda sezione: Elaborazione informazioni sui partiti di sinistra;
  3. Terza sezione: Investigazione sui partiti dell'estrema destra;
  4. Quarta sezione: Raccolta informazioni sulle formazioni separatiste altoatesine;
  5. Quinta sezione: Gestione fonti all'interno dei quotidiani e periodici;
  6. Sesta sezione: Coordinamento squadre periferiche e gestione libro paga degli informatori.
Federico Umberto D'Amato
Federico Umberto D'Amato

Capo dell'ultima sezione, che lo pose in una situazione di grande influenza all'interno del servizio, vi era Federico Umberto D'Amato, tanto che, quando Figurati venne colpito da una malattia nel 1966, D'Amato divenne capo in pectore dell'UAR, anche se, alla morte di Figurati nel 1967, Taviani mette alla guida degli Affari Riservati Giuseppe Lutri. L'importanza della figura di D'Amato si può notare anche in ambito internazionale in quanto divenne il rappresentante italiano all'Ufficio per la Sicurezza interna del Patto Atlantico (USPA), il primo non appartenente al SIFAR, e a fine anni Sessanta fu il principale responsabile della creazione del cosiddetto "Club di Berna", organizzazione che riuniva i rappresentanti delle maggiori polizie europee con scopi di studio e coordinamento contro movimenti studenteschi ed extraparlamentari.[2]

Gli anni della strategia della tensione[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Strategia della tensione in Italia e Strage di piazza Fontana.

Uno degli aspetti più controversi sulle attività dell'Ufficio Affari Riservati riguarda l'opera di occultamento e di ostacolamento nella ricerca della verità nelle indagini su alcuni dei più grandi "buchi neri" della storia dell'Italia repubblicana, e sui presunti legami con formazioni di estrema destra ad essa collegata. Un primo caso che testimonierebbe una sorta di alleanza tra istituzioni e movimenti extraparlamentari di destra riguarda l'operazione "Manifesti Cinesi" (1965), dove elementi appartenenti ad Avanguardia Nazionale (AVN) si resero responsabili dell'affissione sui muri di Roma e di altre città italiane di manifesti inneggianti alla rivoluzione culturale cinese e a Mao Tse-Tung, che sostenevano l'esistenza di una sedicente rete maoista sul territorio italiano che incitava alla sovversione. Secondo la testimonianza di Vincenzo Vinciguerra, che aveva raccolto la confidenza del fondatore di AVN, Stefano Delle Chiaie, quest'azione di terrorismo psicologico era stata ideata da Federico Umberto D'Amato.

Interno della Banca dell'Agricoltura dopo lo scoppio della bomba del 12 dicembre 1969
Interno della Banca dell'Agricoltura dopo lo scoppio della bomba del 12 dicembre 1969

Una delle vicende più oscure dove l'UAR è implicato riguarda la "madre di tutte le stragi", ossia l'attentato alla Banca nazionale dell'Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969. Già la sera del 12 dicembre un informatore dell'UAR, Enrico Rovelli, nome in codice "Anna Bolena", aveva indicato in una nota scritta che ad effettuare la strage erano stati gli anarchici del circolo Ponte della Ghisolfa, il cui leader era il ferroviere Giuseppe Pinelli, che morirà sotto interrogatorio il 15 dicembre in circostanze mai del tutto chiarite.[3] Alla morte dell'anarchico, a Milano giunge Elvio Catenacci, capo dell'UAR dal 1968, che svolge una rapida inchiesta in cui assolve da ogni responsabilità il personale della questura, pur non chiarendo le dinamiche della caduta.[4] L'Ufficio Affari Riservati è coinvolto anche nella vicenda del commissario Pasquale Juliano, che si può definire l'antefatto della strage milanese. Infatti il commissario, di stanza a Padova, aveva capito la pericolosità della cellula neofascista veneta guidata da Giovanni Ventura e Franco Freda, a cui era arrivato indagando sopra la bomba esplosa nello studio del rettore di Padova il 15 aprile 1969. Dopo l'arresto di un esponente di spicco del gruppo, Massimiliano Fachini, l'indagine viene però interrotta sulla base di falsi indizi che indicavano nel commissario la volontà di incastrare gli estremisti di destra, e a disporre la conferma per la sospensione dal servizio di Juliano ed il suo trasferimento a Ruvo di Puglia fu un'altra "inchiesta-lampo" di Elvio Catenacci. Pasquale Juliano verrà assolto dalle accuse solo nel 1979.[5]

Delfo Zorzi
Delfo Zorzi

Catenacci è coinvolto anche nel reclutamento al servizio dell'Ufficio Affari Riservati di Delfo Zorzi, fondatore della sezione di Venezia-Mestre di Ordine Nuovo e condannato in primo grado nel 2001 come corresponsabile per la strage di Piazza Fontana, anche se poi viene assolto sia in appello che in cassazione. Infatti il contatto tra Zorzi ed il ministero avviene nel 1968, a causa del suo arresto per detenzione di armi da guerra ed esplosivo (tra l'altro pare anche architettato per incastrare sul fatto il neofascista). Egli viene quindi portato davanti a Catenacci che gli chiede di continuare a condurre la sua lotta al comunismo al fianco del ministero. Delfo Zorzi, secondo la testimonianza di Vinciguerra, è stato inoltre uno degli ideatori dell'attentato a Mariano Rumor, allora ministro dell'Interno, il 17 maggio 1973, quando una granata esplose tra la folla subito dopo che Rumor aveva assistito ad l'inaugurazione di un busto dedicato a Luigi Calabresi, assassinato l'anno prima, alla questura di Milano.

Lo scioglimento[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Strage di piazza della Loggia.

La figura di Zorzi si trova anche all'interno delle indagini riguardanti la strage di piazza della Loggia a Brescia, avvenuta il 28 maggio 1974, dove secondo l'ex ordinovista Carlo Digilio era stato proprio il neofascista veneto a fornire l'esplosivo per attuare l'attentato.[6] La bomba a Brescia segna la fine dell'Ufficio Affari Riservati, in quanto il ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani, per dare un segno pubblico di discontinuità rispetto alle politiche passate, decide di sciogliere l'istituto, sostituendolo con l'Ispettorato generale per l'azione contro il terrorismo, che verrà poi sciolto a sua volta nel 1977. La chiusura definitiva della struttura informativa dell'UAR arriverà però nel 1984, quando le squadre informative periferiche verranno riportate all'interno delle questure.[7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giacomo Pacini, Il cuore occulto del potere, Roma, Nutrimenti, 2010, pp. 19-35, ISBN 978-88-95842-61-5.
  2. ^ Giacomo Pacini, Il cuore occulto del potere, Roma, Nutrimenti, 2010, pp. 37-88, ISBN 978-88-95842-61-5.
  3. ^ Gianni Cipriani, Lo stato invisibile, Milano, Sperling&Kupfer, 2002, pp. 16-18, ISBN 88-200-3181-7.
  4. ^ Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia, Milano, Sperling&Kupfer, 2010, pp. 101, ISBN 88-200-3181-7.
  5. ^ Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro, Milano, BUR, 2008, pp. 109, ISBN 978-88-17-02059-6.
  6. ^ Gianni Cipriani, Lo stato invisibile, Milano, Sperling&Kupfer, 2002, pp. 463-464, ISBN 88-200-3181-7.
  7. ^ Giacomo Pacini, Il cuore occulto del potere, Roma, Nutrimenti, 2010, pp. 231-233, ISBN 978-88-95842-61-5.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mirco Dondi, L'eco del boato - Storia della strategia della tensione 1965-1974, Roma, Laterza, 2015, ISBN 978-88-581-1111-6.
  • Giuseppe De Lutiis, I servizi segreti in Italia dal fascismo all'intelligence del XXI secolo, Milano, Sperling&Kupfer, 2010, ISBN 978-88-200-4727-6.
  • Gianni Cipriani, Lo stato invisibile - Storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra ad oggi, Milano, Sperling&Kupfer, 2002, ISBN 88-200-3181-7.
  • Giacomo Pacini, Il cuore occulto del potere - Storia dell'Ufficio Affari Riservati (1919-1984), Roma, Nutrimenti, 2010, ISBN 978-88-95842-61-5.
  • Annibale Paloscia, I segreti del Viminale, Roma, Grandi tascabili economici Newton, 1994, ISBN 88-7983-361-8.
  • Aldo Giannuli, Bombe a inchiostro, Milano, BUR, 2008, ISBN 978-88-17-02059-6.
  • Marco Nozza, Il pistarolo: da piazza Fontana, trent'anni di storia raccontati da un grande cronista, Milano, Il saggiatore, 2006, ISBN 88-428-1429-6.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

(IT) Gli "Affari Riservati" nel dopoguerra, su interno.it. URL consultato il 9 luglio 2018 (archiviato dall'url originale il 23 giugno 2012).