Processo 7 aprile

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« Prodotto perverso di tempi perversi. »

(Luigi Ferrajoli, in Critica del diritto, numero 23, 1982[1])
Alcuni imputati del processo 7 aprile; alla destra si riconosce Toni Negri

Processo "7 aprile" è una locuzione giornalistica che si riferisce ad un serie di processi penali contro membri e presunti simpatizzanti dell'Autonomia Operaia tra il 1979 e il 1988, in riferimento a fatti degli anni di piombo, in seguito all'inasprimento della lotta al terrorismo seguita al rapimento e all'omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse (1978). Secondo il "teorema Calogero", dal nome del giudice Pietro Calogero che lo sostenne, l'Autonomia era parte integrante del terrorismo rosso e ne costituiva la base. Questo teorema - parte di varie teorie a sfondo complottistico sul cosiddetto "grande vecchio del terrorismo"[2] - non fu accertato giudizialmente e molti degli arrestati vennero assolti; il 7 aprile suscitò le critiche di Amnesty International e di molte personalità garantiste, spesso estranee all'area della sinistra extraparlamentare e al comunismo ma che solidarizzarono con gli imputati del procedimento. Anche Francesco Cossiga, autore di leggi speciali contro il terrorismo, criticò questo processo. Il grosso degli imputati (circa 80) era costituito da semplici intellettuali, militanti e giornalisti[3], tra essi Toni Negri, Oreste Scalzone, Franco Piperno, Lanfranco Pace ed Emilio Vesce. Oltre ad essi, soprattutto tra gli Autonomi, ci furono centinaia di inquisiti e arrestati e, negli anni successivi, 60.000 attivisti indagati e 25.000 arrestati.[4] Venne però respinta l'unione col processo Moro chiesta da Calogero, e il 7 aprile venne diviso in due tronconi (padovano e romano). Il Partito Comunista Italiano, con poche eccezioni di "dissidenti", si schierò subito contro gli autonomi, percepiti come tutti violenti, oltre che pericolosi rivali nel consenso alla propria sinistra.[5] Nel processo principale ci furono cinque condanne (tre in contumacia), per reati minori rispetto alle accuse, e più di 70 assoluzioni; la maggioranza degli imputati scontò però quasi quattro anni di carcerazione preventiva.

Con il successivo processo (1988-1997) per l'omicidio Calabresi (1972) contro esponenti di Lotta Continua, il processo 7 aprile costituisce uno degli strascichi giudiziari più controversi degli anni di piombo.

Antefatto[modifica | modifica wikitesto]

In seguito all'omicidio di Aldo Moro (1978), vennero varate numerose leggi speciali. Il 21 marzo 1979 venne varato l'uso politico del reato di “associazione per delinquere”, di norma riservato alle inchieste di mafia o alle bande criminali. Nel mirino del pm della procura padovana Pietro Calogero finirono molti militanti o sospetti membri dell'Autonomia Operaia, un variegato movimento della sinistra extraparlamentare attivo principalmente fra il 1973 e il 1979. Calogero decise 21 mandati di cattura per i principali esponenti di Potere Operaio (principale segmento della galassia dell'Autonomia, ufficialmente sciolto), tra i quali molti docenti e assistenti della locale università, specie di facoltà come scienze politiche e filosofia (i cosiddetti “cattivi maestri”), ma anche di fisica e di ingegneria), tutti noti per avere sostenuto in qualche modo idee marxiste e operaiste o per essere contrari all'establishment; tra loro, anche giornalisti del giornale Autonomia, di Radio Sherwood, attivisti contro l'energia nucleare ed ambientalisti, sociologi autori di studi scientifici sulle trasformazioni sociali e politiche dell'Italia e dell'Europa, e teorici di una dimensione di “insegnamento partecipato” e anti-accademici, tutti accomunati da Calogero all'Autonomia, o perfino al mondo dei presunti simpatizzanti e fiancheggiatori delle Brigate Rosse e di Prima Linea.[5]

Gli arresti del 7 aprile 1979[modifica | modifica wikitesto]

Pietro Calogero, il magistrato responsabile dell'inchiesta del processo 7 aprile e firmatario degli ordini di cattura.

Il 7 aprile 1979 centinaia di militanti che erano in relazione all'area dell'Autonomia furono inquisiti e/o arrestati, e alcune decine di migliaia in anni seguenti.[4] e il parlamento votò leggi speciali che privarono di alcune garanzie gli imputati.[6]

Pietro Calogero in quell'occasione, nella sua veste di sostituto procuratore di Padova, autorizzò l'arresto dei maggiori leader di Autonomia Operaia, tra cui Toni Negri (a Milano, Roma e Padova), Emilio Vesce (a Padova), Oreste Scalzone a Roma e Padova, e Lanfranco Pace (Padova).[7][8]

La motivazione degli arresti era aver «organizzato e diretto un'associazione denominata Brigate Rosse, costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere l'insurrezione armata contro i poteri dello Stato». Altri arresti si ebbero nei restanti mesi del 1979, da giugno a dicembre, e ancora nel 1980; in tutto, agli imputati verranno comminati quasi 300 anni di carcerazione preventiva, per cui nessuno di loro otterrà mai risarcimento.[5]

Franco Piperno, che sfuggì (come Pace) al mandato di cattura rifugiandosi subito in Francia, in un'intervista del 2002 disse che Calogero e Gian Carlo Caselli (corrispondente del primo a Torino, e collaboratore nelle indagini assieme ad Armando Spataro, altro giudice attivo contro l'Autonomia e la sinistra extraparlamentare, ad esempio nei processi ai PAC, l'omicidio Tobagi, il processo agli autonomi di Milano e quello per l'attentato all'"Angelo Azzurro" di Torino), decisero gli arresti dopo consultazione con i segretari delle FGCI delle loro città.[9] Calogero «era convinto» che il terrorismo in Italia fosse «un'unica organizzazione» diretta da «un unico vertice», la quale «legava le BR ai gruppi armati di Autonomia [i cui "capi", per Calogero, erano quelli di PO]» con un'unica «strategia eversiva» che «ispirava all'attacco al cuore dello stato».[10] Negri fu arrestato, insieme a Luciano Ferrari Bravo (oltre che suo assistente, docente di Storia delle Istituzioni Politiche all'università patavina), Alisa Del Re, Guido Bianchini, Sandro Serafini, tutti dipendenti della Facoltà di Scienze Politiche dell'Universita di Padova e altri (Vesce, Scalzone, Lauso Zagato, Giuseppe Nicotri, Mario Dalmaviva, Carmela Di Rocco, Ivo Galimberti, Massimo Tramonte, Paolo Benvegnù, e Marzio Sturaro)[11][12], con varie accuse, tra cui[13]:

Dapprima il giudice Achille Gallucci (legato alla DC)[15] gli imputò la partecipazione al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro e gli fu attribuita la telefonata — con la quale fu poi confrontata la sua voce[16][17] — che annunciava la breve scadenza dell'esecuzione della sentenza a carico del leader democristiano; ma l'accusa si dimostrò errata (la chiamata fu effettuata da Valerio Morucci, ex Pot.Op. e capo della colonna brigatista romana)[18]; in seguito d'essere l'ideologo delle Brigate Rosse (dalle quali nel carcere di Palmi Negri fu processato e condannato a morte per la sua posizione non favorevole al terrorismo brigatista[6]) e mandante "morale" dell'omicidio di Aldo Moro[19]. Durante il periodo di carcerazione preventiva, dopo le dichiarazioni di Patrizio Peci[20], quasi tutte le accuse a Negri, incluse quelle relative a 17 omicidi[6], caddero perché ritenute infondate. Gallucci dispose con un'ordinanza la scarcerazione di Negri per insufficienza di prove, anche se in seguito sarà di nuovo arrestato e rilasciato solo in seguito alla sua elezione in Parlamento.[20]

Oreste Scalzone nel 1979

Negri, principale imputato, fu processato per i reati di insurrezione armata contro i poteri dello Stato, formazione e partecipazione a banda armata, promozione di associazione sovversiva, violazione delle norme sulle armi, tentativo di procurata evasione, sequestro di persona, lesioni personali, violenza privata a pubblici ufficiali, devastazione e saccheggio, furto.[21][22]. Nel 1986 e nel 1994 gli vennero attribuite pene supplementari in seguito ad altre accuse[23] per "responsabilità morale" in atti di violenza fra attivisti e polizia negli anni Sessanta e Settanta. Negri fu riconosciuto colpevole, in particolare, di concorso morale nella fallita rapina di una banca ad Argelato, episodio in cui fu assassinato un carabiniere[18].

L'ipotesi del giudice Calogero (il cosiddetto "teorema Calogero") era che dirigenti e militanti dell'Autonomia operaia "fossero il cervello organizzativo di un progetto di insurrezione armata contro i poteri dello Stato"[24].

Sembra che il giudice, nel giustificare gli arresti del 7 aprile abbia affermato: Visto che non si riesce a prendere il pesce, bisogna prosciugare il mare ...,[25], con un chiaro riferimento alla famosa frase di Mao Zedong, secondo la quale i combattenti comunisti devono muoversi come i pesci nelle risaie.

Calogero ebbe sentore del coinvolgimento della scuola Hyperion (Parigi) nell'attività delle BR, ma una fuga di notizie rese non proficua l'indagine.[26]

Alcuni arrestati vennero rilasciati nel 1980 (Alisa Dal Re, Alessandro Serafini, Guido Bianchini, Massimo Tramonte); nel 1981 venne liberato Oreste Scalzone (che era stato trasferito da Roma a Padova, poi a Rebibbia, nei carceri speciali di Cuneo e Palmi, Termini Imerese, poi ancora Rebibbia e Regina Coeli) poiché soffriva di gravi problemi di salute («giunsi a pesare 39 chili, mi vennero un'ischemia e l'epatite», raccontò); vengono tutti nuovamente riarrestati nel gennaio 1981, tranne Scalzone che, temendo per la propria vita e incolumità, fuggì in Francia prima del nuovo mandato di arresto emesso lo stesso anno, con l'aiuto di un suo amico, l'attore Gian Maria Volonté, e dove beneficiò della dottrina Mitterrand.[7]

I processi[modifica | modifica wikitesto]

Toni Negri al suo primo ingresso a Montecitorio in qualità di membro del Parlamento

Fallito il tentativo di Calogero di unificare il cosiddetto "processo 7 aprile" col processo Moro, viene diviso in due tronconi: quello padovano (contro Oreste Scalzone, unito poi con quello milanese contro membri di Prima Linea come Sergio Segio e Maurice Bignami, e quindi denominato "processo Prima Linea - Co.Co.Ri."; legato al maxiprocesso milanese contro PL) e quello romano (contro Vesce e altri), anche per sottrarre il procedimento all'influenza e alle minacce delle BR.[5] Il professor Negri, con Scalzone, è imputato in entrambi e detenuto nel carcere di Rebibbia. Il processo inizia con molto ritardo, nel 1983.[7]

In primo grado Negri viene condannato a 30 anni, Scalzone a 20, Vesce a 14, Segio e Bignami all'ergastolo. Nell'appello le pene vengono in parte diminuite ma nel frattempo, approfittando dell'immunità parlamentare dopo la sua elezione col Partito Radicale di Marco Pannella, è fuggito in Francia, suscitando la disapprovazione dei radicali stessi (tra cui quella di Enzo Tortora, che allora viveva parallelamente una tragica vicenda giudiziaria); gli vennero aggiunte poi alcune pene supplementari per fatti precedenti.[7]

Tra le caratteristiche del 7 aprile vi fu, come accaduto a Pietro Valpreda per la strage di piazza Fontana, una sorta di "gogna mediatica": i giornali ebbero titoli come "Scoperti ed arrestati gli assassini di Moro", che oscurarono persino il delitto Pecorelli di qualche settimana prima; durante il procedimento furono esibiti, come "prove", fotomontaggi, tentativi improvvisati di smontare gli alibi, perizie foniche fallimentari sulle telefonate dei carcerieri di Moro (si scoprirà poi che la voce era quella di Valerio Morucci e non corrispondeva affatto a quella di Negri), ecc.[5]

Conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Le sentenze definitive dei principali imputati Autonomi furono (con condanne in contumacia, anche se poi Piperno rientrò e fu arrestato brevemente, così come Negri):

  • 12 anni a Negri (sommando, tra Padova e Roma) per i reati di partecipazione ad associazione sovversiva, partecipazione a banda armata e concorso morale in rapina; scontati tra il 1979 e il 1983, e in seguito, dopo la latitanza, dal 1997.
  • 8 a Scalzone (Roma) per partecipazione ad associazione sovversiva (1988), condanna prescritta negli anni 2000; annullamento senza rinvio e reato prescritto (Padova)
  • 4 anni a Lanfranco Pace (Padova) per partecipazione ad associazione sovversiva (1990), condanna prescritta negli anni '90
  • 2 anni a Piperno (Padova) per partecipazione ad associazione sovversiva, pena poi prescritta, durante la seconda latitanza[27]
  • assoluzione, per non aver commesso il fatto, nei confronti di Vesce.[7]

Per gli altri 77 imputati, più i molti che si aggiunsero, ci furono quasi tutte assoluzioni e qualche condanna a pene basse, già scontata come carcere preventivo. Il troncone romano si conclude con la conferma in Cassazione di pene e assoluzioni nel 1988.[7]

Per quanto riguarda il processo di Padova, la Prima sezione penale della Corte suprema di cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, annulla nel 1987 gli ergastoli a Segio e Bignami (che verranno in seguito condannati di nuovo, e poi si dissocieranno, ottenendo cospicui sconti di pena) e la citata condanna a Scalzone, quest'ultimo per la motivazione tecnica che la Francia non avrebbe concesso l'estradizione, invalidando il processo, secondo il parere della corte e configurando l'annullamento senza rinvio.[7][28][29] Il processo contro il leader di Pot.Op. per i reati pendenti viene bloccato, nonostante figuri come assolto, la Cassazione lascia aperta la possibilità di processo solo in caso di concessione di estradizione; Scalzone si gioverà quindi nel 2007 della prescrizione del reato (non essendoci nessuna pena), rientrando in Italia da uomo libero in seguito ad una pronuncia del tribunale. Negri rientrerà invece nel 1997, costituendosi volontariamente, e sconterà parte della pena residua in carcere, parte in semilibertà e ai domiciliari, usufruendo di sconti di pena. Sia Negri che Scalzone hanno ripreso l'attività politica, il primo anche a livello internazionale come ideologo di nuove forme di comunismo e del movimento no global, il secondo in Francia e Italia su posizioni anarco-comuniste.[7]

Tra i dodici maggiori leader dell'Autonomia, sette verranno assolti (come Vesce), cinque (fra cui Piperno, Negri e Scalzone, divenuti latitanti a vario titolo e in vari momenti) saranno condannati, ma a pene minori rispetto alle accuse iniziali (molto più gravi). Per nessuno di loro verrà dimostrata alcuna contiguità con le Brigate Rosse e il sequestro Moro; le BR risultarono politicamente indipendenti (l'unico collegamento fu per ex membri dell'Autonomia passati alle BR, come Morucci, i quali però non mantennero alcun legame operativo con il vecchio ambiente), e rispondenti al progetto ideologico di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Enrico Fenzi e Giovanni Senzani, non alle teorizzazioni di Negri (che pure conosceva Curcio personalmente) o Scalzone.[30]

Tutti i condannati dell'Autonomia Operaia subiscono pene inferiori a quelle richieste da Calogero; la stragrande maggioranza di tutti gli arrestati e indagati vengono invece assolti per insufficienza di prove o con formula piena (per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato). Nessun autonomo riceve pene di 30 anni o l'ergastolo per omicidio o insurrezione armata.[7][8] Fra gli assolti vi furono anche i coimputati di Pietro Greco (detto Pedro), che nel frattempo (9 marzo 1985), mentre era latitante, era rimasto ucciso a Trieste da agenti della Digos e del SISDE.[5]

Le corti d'assise di Roma e Padova rifiutarono così il teorema Calogero, condannando per gravissimi reati solo i militanti di Prima Linea e alcuni dei Co.Co.Ri.[7]

Critiche e reazioni[modifica | modifica wikitesto]

Anni Settanta: scritta murale di Autonomia Operaia contro il giudice Calogero e Francesco Cossiga

Il 7 aprile subisce le critiche di Amnesty International, del Partito Radicale che candiderà il citato Negri ma, in seguito, anche Vesce, l'anno dell'assoluzione in appello, 1987 (il nome di Vesce, divenuto un esponente radicale, diverrà noto anche per una battaglia a favore dell'eutanasia, quando cadrà in coma irreversibile per un malore nel 2000, morendo pochi mesi dopo, nel 2001). [7]

Rapporto di Amnesty International[modifica | modifica wikitesto]

Il processo del 7 aprile attirò subito l'attenzione di Amnesty International che accusò le autorità italiane di aver commesso numerose irregolarità nel procedimento contro Negri e gli altri, di aver manipolato la vicenda e di una carcerazione preventiva lunga (configuratasi come pena anticipata, in assenza di giudizio, sminuendo l'importanza del dibattimento e quindi della difesa)[31]:

« La maggior parte degli imputati sono accademici, giornalisti e insegnanti presuntamente collegati al movimento chiamato Autonomia Operaia. Il più noto è Antonio Negri, docente di scienze politiche all'Università di Padova e alla Sorbona di Parigi. Gli arresti ebbero luogo in seguito al sequestro e all'omicidio (tra marzo e maggio del 1978) dell'ex-Primo Ministro Aldo Moro, ad opera delle Brigate Rosse. Quasi tutti gli arrestati d'aprile e nella successiva retata del 21 dicembre 1979 avevano fatto parte, qualche anno prima, di un'organizzazione chiamata Potere Operaio. Si trattava di un gruppo di sinistra, attivo tra la fine degli anni sessanta e l'inizio dei settanta, che incitava la classe operaia a rivoltarsi contro lo stato e il sistema capitalistico. Non era un'organizzazione illegale né clandestina. A fine 1982, tra Roma e Padova, gli imputati del 7 Aprile sono 140. Tra i capi d'accusa, vi sono "associazione sovversiva" e "organizzazione di o partecipazione a banda armata". Alcuni imputati sono anche imputati di "insurrezione contro i poteri dello Stato", e rischiano una condanna all'ergastolo se sentenziati colpevoli. Amnesty International ha esaminato diversi di questi casi individuali. »

(Amnesty International Report 1983, pp.262-263[31])

E ancora:

« La conclusione del rapporto è che le autorità italiane hanno violato tutti gli accordi europei e internazionali sui processi equi in tempi ragionevoli. [Amnesty International] ha espresso quattro critiche principali su come si sono svolti i procedimenti. Tre di queste osservazioni riguardano la durata della carcerazione preventiva degli imputati, 12 dei quali hanno trascorso cinque anni in prigione in attesa di giudizio. Le leggi speciali sull'ordine pubblico sono entrate in vigore dopo gli arresti, ma sono state applicate retroattivamente per prolungare la già eccessiva durata della carcerazione preventiva. In secondo luogo, si sono aggirati i limiti legali della detenzione, emettendo nuovi mandati di cattura poco prima della decorrenza dei termini, affinché gli imputati potessero essere tenuti in prigione se lo voleva il tribunale. Ancora, secondo Amnesty International le autorità non hanno osservato le norme prescritte dal Tribunale Europeo dei Diritti Umani in relazione all'articolo 53 della Convenzione Europea, che proclama il diritto a un processo equo o al rilascio. L'articolo prescrive "particolare diligenza da parte dell'accusa" nei casi in cui gli imputati siano detenuti. Nel processo 7 Aprile c'è stato un ritardo di oltre 15 mesi, durante il quale non vi è stata rilevante attività giudiziaria. Per tutto questo tempo i principali imputati sono rimasti in prigione.[31] »

Altre critiche riguardarono il cosiddetto "decreto Moro"[31] (all'art. 225 bis cpp, che "nei casi d'assoluta urgenza e al solo scopo di perseguire le indagini in ordine ai reati di cui all'art. 165ter" - cioè connessi ad attività mafiose e terroristiche, metodi poi estesi de facto anche a crimini comuni a discrezione del giudice - consente l'interrogatorio di polizia - dietro la dicitura "assunzione di sommarie informazioni" - in assenza dell'avvocato difensore, in spregio alle convenzioni del diritto[32]), il tentato uso di pentiti estranei all'Autonomia (come Marco Barbone della Brigata XXVIII marzo, assassino di Walter Tobagi, e Patrizio Peci delle BR) per costruire accuse infondate (dato che né Peci né Barbone facevano parte dell'ambiente operaista padovano) contro gli autonomi, e l'accanimento giudiziario contro l'avvocato Sergio Spazzali (membro del Soccorso Rosso Militante, associazione politico-umanitaria fondata da Dario Fo e Franca Rame, e già legale di alcuni brigatisti).[31]

Intellettuali e giuristi[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene Calogero abbia negato un uso particolare o eccessivo del pentitismo[33], questo aspetto è stato molto criticato:

« Chi difende la legge sui pentiti invocando lo stato di necessità dice: le preoccupazioni dei garantisti sono ipocrite, questi metodi di persuasione sono in uso presso tutte le polizie. Un modo di ragionare rozzo che ignora la sostanza di uno stato di diritto. Lo stato di diritto non è la morale assoluta, l'osservanza rigorosa delle leggi in ogni circostanza, ma è la distinzione e il controllo reciproco delle funzioni. [...] se si accetta con la legge sui pentiti e simili che giudice e poliziotto siano la stessa cosa, quale controllo sarà possibile? Ma, si dice, la legge sui pentiti è stata efficace, ha ottenuto centinaia di arresti e la fine del terrorismo. Questo è scambiare gli effetti per la causa: non sono i pentiti che hanno sconfitto il terrorismo, ma è la sconfitta del terrorismo che ha creato i pentiti. Comunque, anche a concedere che la legge sia stata efficace, ci si dovrebbe chiedere se essa ha giovato o meno a quel bene supremo di una società democratica che è il sistema delle garanzie. La risposta è che i danni sono stati superiori ai vantaggi, anche se un'opinione pubblica indifferente al tema delle garanzie, fino al giorno in cui non è direttamente, personalmente colpita, finge di non accorgersene. Sta di fatto che una notevole parte della magistratura inquirente si è lasciata sedurre dai risultati facili e clamorosi del pentitismo, ha preso per oro colato le dichiarazioni dei pentiti sino a capovolgere il fondamento del diritto, le prove sono state sostituite con i sentito dire. Grandi processi sono stati imbastiti sulle dichiarazioni dei pentiti, centinaia di arresti fatti prima di raccogliere le prove. »

(Giorgio Bocca)
Emilio Vesce, nella foto ufficiale come deputato radicale

Gilles Deleuze scrisse, prima dell'inizio del processo, una lettera aperta indirizzata ai giudici del 7 aprile e in difesa di Negri, che fu pubblicata da la Repubblica il 10 maggio 1979, il cui testo definisce "scorrette" le modalità di accusa e di svolgimento del processo e Negri "un intellettuale rivoluzionario, come lo era anche Gramsci (a differenza di Andreotti e Berlinguer)". Accusa inoltre la stampa di permettere a giustizia e polizia di mascherare il vuoto dei loro dossier tramite il suo essersi abbandonata a una fantasiosa «accumulazione del falso»; conclude preoccupandosi che Negri potesse essere, come lo era stato Giuseppe Pinelli, ucciso (secondo la versione ufficiale morto a causa di un malore mentre era illegalmente - poiché il fermo era scaduto - trattenuto da tre giorni nella questura di Milano, nell'ambito delle indagini sulla strage di piazza Fontana, di cui risulterà innocente)[15].

Il giurista ed ex magistrato Luigi Ferrajoli, allievo di Norberto Bobbio, così si espresse all'epoca:

« Questo processo è un prodotto perverso di tempi perversi. (...) E resterà come un sintomo grave e allarmante di arretratezza medievale della cultura giuridica della sinistra che a esso ha dato mano e sostegno.[1] »

La memoria del 7 aprile e giudizi successivi[modifica | modifica wikitesto]

Dalla conclusione del processo c'è chi, fedele alle sentenze di condanna (Marco Travaglio, Indro Montanelli, Rossana Rossanda e di recente Maurizio Gasparri[5][34]) o al teorema iniziale come lo stesso Calogero che difende tuttora la sua inchiesta[35], riconosce come giuste le premesse del 7 aprile, e chi, sia membri dell'ex Autonomia (come Scalzone e Negri) sia altri (il citato Ferrajoli, Marco Pannella, Leonardo Sciascia[36], Giorgio Bocca, Fabrizio Cicchitto o alcuni tra i critici di altri processi "politici" incentrati sul pentitismo (come quello ad Adriano Sofri per l'omicidio Calabresi), sono rimasti su posizioni di ferma critica o le hanno espresse in seguito. Essi hanno definito quindi il processo 7 aprile, di volta in volta, come un abuso o un errore giudiziario, un attentato al diritto di difesa e alle libertà costituzionali, oltre che lesivo dello stato di diritto.[31]

Anche l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che come ex Ministro dell'Interno fu autore di leggi speciali e molto critico contro i cosiddetti "cattivi maestri", in questo caso definì, anni dopo, il processo come eccessivo rispetto ai fatti, e Negri (divenuto suo amico personale) come la "prima vittima" delle "deviazioni dei giudici": «fu un'ingiustizia (...), ha pagato un prezzo sproporzionato alle sue responsabilità (...) fu una vittima del giacobinismo giustizialista».[37]

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

  • Il processo 7 aprile è citato nella canzone Rafaniello dei 99 posse, contenuta inizialmente nell'omonimo album (1992): «ma tutt'e capi vuost' o 7 Aprile l'ato visto / ca mannaveno in galera e frat' antagonist' / cumpagne aret' e sbarre, dint' e galere imperialiste / pe' mezz' 'e gli interessi d' 'o Partito Comunista / e se sparteno 'e denar' c' 'a Democrazia Cristiana, / 'o partit' ca mettett' 'e bombe a piazza Fontana» ("ma tutti i capi vostri il 7 Aprile l'hanno visto / che mandavano in galera i fratelli antagonisti / compagni dietro le sbarre, dentro le galere imperialiste, / a causa degli interessi del Partito Comunista, / e si dividono i denari con la Democrazia Cristiana, / il partito che mise le bombe a piazza Fontana").

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b da Critica del diritto, n. 23, 1982, citato in: F. Cicchitto, L'uso politico della giustizia
  2. ^ Un "burattinaio" che avrebbe tirato le file del terrorismo rosso e per alcuni anche (o in alternativa) nero
  3. ^ A causa dell'unificazione, dopo l'appello, a Padova con parte del processo PL - Comitati Comunisti Rivoluzionari, tra gli accusati vi furono anche terroristi conclamati come Sergio Segio e Maurice Bignami di Prima Linea, anche se la maggioranza dei processi contro i Co.Co.Ri. si svolsero separatamente a Milano, nell'ambito del maxiprocesso a Prima Linea, per un totale di 112 indagati nel processo PL-Co.Co.Ri.
  4. ^ a b Maria Rita Prette (a cura di), Gli organismi legali - 7 aprile (inchiesta giudiziaria contro l'Autonomia), in La mappa perduta, 1 (Progetto Memoria), 2ª ed., Dogliani, Sensibili alle foglie, novembre 2007 (chiuso in stampa) [1994], p.265, ISBN 88-89883-02-2.
  5. ^ a b c d e f g Filippomaria Pontani, Cosa è stato il 7 aprile. Evocato maldestramente da Gasparri ieri, non è niente di cui andar fieri
  6. ^ a b c d Alexandra Weitz, Andreas PichlerFilmato audio Toni Negri - L'eterna rivolta - parte 3 -.mp4, su YouTube, a 5 min 38 s. URL consultato il 25 agosto 2014.
  7. ^ a b c d e f g h i j k I giornali a processo: il caso 7 aprile
  8. ^ a b Emilio Vesce, 7 aprile: il prototipo dell'emergenza
  9. ^ Franco Piperno. Intervistato da Fabio Pelini a Firenze il 18 novembre 2002, p.428
  10. ^ Dolores Negrello, p.204
  11. ^ Archivio Storico Benedetto Petrone, 7 aprile 1979 - Calogero scatena la caccia contro l'Autonomia Operaia - PCI e avvoltoi del movimento del 77 esultano. Le BR ringraziano., pugliantagonista.it. URL consultato il 12 giugno 2013.
    «Il 7 aprile 1979, agenti della DIGOS, polizia e carabinieri, effettuano centinaia di perquisizioni in tutta Italia, arrestando, sulla base di 22 ordini di cattura firmati dal sostituto procuratore della Repubblica di Padova Pietro Calogero, 15 esponenti di "Autonomia Operaia", e cioè: Antonio Negri (a Milano); Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Lauso Zagato (a Roma); Ivo Galimberti, Luciano Ferrari Bravo, Carmela Di Rocco, Giuseppe Nicotri, Paolo Benvegnù, Alisa Del Re, Sandro Serafini, Massimo Tramonti (a Padova); Mario Dalmaviva (a Torino); Guido Bianchini (a Ferrara); Marzio Sturaro (a Rovigo). Sono sfuggiti alla retata: Franco Piperno, Pietro Despali, Roberto Ferrari Giambattista Marongiu, Gianfranco Pancino, Giancarlo Balestrini, Gianni Boeto (o Domenico Gioia?). Gli arrestati e i ricercati sono tutti professori, assistenti e studenti universitari, giornalisti [...]».
  12. ^ Dolores Negrello, pp.204-205
  13. ^ Luca Barbieri, I giornali a processo: il caso 7 aprile - Ottava parte, su carmillaonline.com
  14. ^ Toni Negri indiziato per l'uccisione di Alceste Campanile (PDF), in Lotta Continua, Lotta Continua, 22 dicembre 1979. URL consultato il 5 settembre 2014.
  15. ^ a b Gilles DeleuzeLettera aperta ai giudici di Negri e Questo libro è letteralmente una prova d'innocenza: pp.132-135 (e n) e 136-137
  16. ^ [365] - Telefonata di uno dei rapitori di Moro, confronto con la voce di Toni Negri, su Radio Radicale, Lista Marco Pannella, 14 gennaio 1980. URL consultato il 25 agosto 2014.
  17. ^ Mario Boneschi, [23455] - Le esorbitanze della giustizia e il caso Negri, su Radio Radicale, Lista Marco Pannella, 25 aprile 1980. URL consultato il 25 agosto 2014.
  18. ^ a b Franco Scottoni, L'ultima parola sul caso "7 aprile", la cassazione conferma le condanne, La Repubblica.it, 5 ottobre 1988. URL consultato il 4 agosto 2011.
  19. ^ Fabrizio Carbone, Liliana Madeo, Arrestati gli ideologi di "Autonomia", sono accusati di insurrezione armata, in La Stampa (Torino), Editrice La Stampa, 8 aprile 1979, pp. 1-2. URL consultato il 5 settembre 2014.
  20. ^ a b Tommaso Mancini, Edoardo Di Giovanni, Luigi Saraceni, Lanfranco Pace, [273] - "Caso Toni Negri: montatura o errore giudiziario?", su Radio Radicale, Lista Marco Pannella, 30 aprile 1980. URL consultato il 25 agosto 2014.
  21. ^ Marco Pannella, Una sfida vincente
  22. ^ Alexandra Weitz, Andreas PichlerFilmato audio Toni Negri - L'eterna rivolta - parte 4 -.mp4, su YouTube, a 3 min 22 s. URL consultato il 25 agosto 2014.
  23. ^ Luca Negri, Toni Negri fu un pessimo maestro ma anche "vittima" del giustizialismo, in L'Occidentale (Roma), Occidentale srl., 17 ottobre 2010. URL consultato il 18 agosto 2014.
  24. ^ Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti, Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, DeriveApprodi, 2007, ISBN 8889969016
  25. ^ Tiziana Rondinella, «Rosso», «Rivolta di classe», «Metropoli»:i periodici dell'autonomia a Milano e a Roma dal 1974 al 1981: in uniroma1
  26. ^ Hyperion e Superclan. Valerio Lucarelli, l'autore di Vorrei che il futuro fosse oggi e Buio Rivoluzione
  27. ^ Cosenza, quattro colpi di pistola contro l'auto di Franco Piperno
  28. ^ Il processo a Prima Linea annullato dalla Cassazione
  29. ^ Scoppia la polemica sui verdetti cancellati dalla corte suprema
  30. ^ Pietro Calogero - Biografia
  31. ^ a b c d e f Luther Blissett Project, Dal Teorema Calogero al "delitto di difesa", su Nemici dello stato. Criminali, "mostri" e leggi speciali nella società di controllo. URL consultato il 4 agosto 2011.
  32. ^ Le informazioni così raccolte non avrebbero alcun valore giuridico secondo le convenzioni internazionali, poiché il difensore non avrà modo di sapere cos'abbia detto il suo assistito né che conseguenze si siano prodotte. La "legge Cossiga" ha esteso tale procedura a chi è semplicemente "sospettato" di tali reati.
  33. ^ «Ho sconfitto Toni Negri e Autonomia senza l'aiuto dei pentiti», dichiarò a la Nuova di Venezia il 22 ottobre 2010
  34. ^ Il 7 aprile di Maurizio Gasparri
  35. ^ «Negli anni Settanta sono stati messi in pericolo diritti fondamentali come la libertà e la democrazia e una società che vuole conservare la memoria non può mistificare i fatti con le dispute ideologiche. La prima verità da ribadire è che la mia inchiesta non è frutto del contributo dei pentiti ma dell'analisi di migliaia di documenti e del ritrovamento di armi. Documenti scritti da persone che avevano responsabilità dirette nella guida di AO, struttura organizzata dello spontaneismo armato. (...) Il 7 aprile non fu per nulla un blitz. Fu invece preceduto da un lungo e mirato lavoro investigativo che si protrasse dagli inizi del 1977 all'aprile 1978. E continuò con ritmo sempre più serrato nel periodo immediatamente successivo all'assassinio dell'onorevole Moro (9 maggio 1978). L'esito infruttuoso della prima inchiesta e l'attentato alla mia abitazione da parte di un'organizzazione palesemente armata mi spinsero a riprendere le indagini per trovare prove più solide. Chiesi ed ottenni di far copia di tutti gli atti dell'istruttoria da poco conclusa e allargai lo studio dei documenti ben oltre l'orizzonte della locale rivista Autonomia. [...] Diedi avvio così allo studio di centinaia di giornali e riviste, fra cui privilegiai Potere Operaio e Controinformazione, convinto di trovare in essi la maggior parte delle risposte agli interrogativi che mi poneva la ricerca investigativa».
  36. ^ Il garantismo come religione nell'antimafia di Sciascia
  37. ^ Michele Brambilla, Cossiga: Le “deviazioni” dei giudici? Toni Negri la prima vittima., Sette - Il Corriere della Sera.it, 7 febbraio 2002. URL consultato il 1º maggio 2013.

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