Pietro Calogero

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Pietro Calogero

Pietro Calogero (Pace del Mela, 28 dicembre 1939) è un magistrato italiano. Dal 20 novembre 2009 è Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d'appello di Venezia[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di un siciliano e di una vietnamita[2], si laureò in giurisprudenza all'Università di Messina nel 1963 ed entrò in magistratura quattro anni dopo: dopo il compimento del servizio militare e il periodo di tirocinio, lavorò alla Procura della Repubblica di Treviso con le funzioni di sostituto procuratore. Apprezzato dalla sinistra legalitaria e frquentatore degli ambienti del PCI[2], indagò su un'inchiesta secondaria per la strage di piazza Fontana, assieme a Giancarlo Stiz, incriminando gli ambienti neofascisti di Franco Freda[2].

Gli arresti del 7 aprile[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Processo 7 aprile.

La sua fama è legata al processo 7 aprile, ossia alla tornata di arresti del 7 aprile 1979.

Calogero in quell'occasione, nella sua veste di sostituto procuratore di Padova, autorizzò l'arresto dei maggiori leader di Autonomia Operaia, tra cui Toni Negri (a Milano), Emilio Vesce (a Padova) e Oreste Scalzone a Roma.

Anni Settanta: scritta murale di Autonomia Operaia contro il giudice Calogero e Francesco Cossiga.

Dopo gli arresti, il cognome del giudice fu storpiato dal partito armato e dai suoi simpatizzanti con una kappa iniziale (come s'era fatto per Kossiga)[2]. Mentre i comunisti si schierarono con Calogero, molti esponenti dell'intellighenzia socialista e dalla «nuova sinistra» non ammettevano si potesse criminalizzare Autonomia e definirono un «teorema» l'impianto accusatorio[2].

L'ipotesi del giudice (conosciuta come «teorema Calogero») era che dirigenti e militanti di Autonomia Operaia «fossero il cervello organizzativo di un progetto di insurrezione armata contro i poteri dello Stato»[3].

Sembra che il giudice, nel giustificare gli arresti del 7 aprile abbia affermato: «Visto che non si riesce a prendere il pesce, bisogna prosciugare il mare...»[4], con un chiaro riferimento alla famosa frase di Mao Zedong, secondo la quale i combattenti comunisti devono muoversi come i pesci nelle risaie.

Calogero ebbe sentore del coinvolgimento della scuola Hyperion nell'attività delle BR, ma una fuga di notizie rese non proficua l'indagine[5].

I processi si svolsero tra il 1983 e il 1988 a Roma (contro i capi di Autonomia) e a Padova, seguendo le procedure lente, contraddittorie e tortuose della giustizia italiana[2]: molti indagati furono assolti, mentre altri (Negri, Scalzone e Franco Piperno) ebbero pene minori rispetto a quelle richieste.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Breve profilo professionale del Procuratore Generale dott. Pietro Calogero, Procura generale di Venezia. URL consultato il 16 maggio 2012 (archiviato dall'url originale il 1º luglio 2012).
  2. ^ a b c d e f Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango, Milano, Rizzoli, 1993.
  3. ^ Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti (a cura di), Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, Roma, DeriveApprodi, 2007.
  4. ^ Tiziana Rondinella (a cura di), «Rosso», «Rivolta di classe», «Metropoli»: i periodici dell'autonomia a Milano e a Roma dal 1974 al 1981 (PDF). URL consultato il 10 luglio 2007 (archiviato dall'url originale il 5 maggio 2004).
  5. ^ L'istituto francese Hyperion era realmente una scuola di lingue o la stanza di compensazione di diversi servizi segreti?, valeriolucarelli.it. URL consultato il 18 settembre 2008.

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