Mario Tuti

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Mario Tuti (a destra) insieme a Piero Malentacchi (al centro).

Mario Tuti (Empoli, 21 dicembre 1946) è un ex terrorista italiano.

Fondatore del Fronte Nazionale Rivoluzionario, a metà anni settanta aderisce alla lotta armata. Arrestato il 27 luglio del 1975 e condannato a due ergastoli per tre omicidi e a 14 anni di reclusione per aver guidato la rivolta dei detenuti nel carcere di Porto Azzurro nel 1987, nel 2013 ha ottenuto la commutazione della pena in regime di semilibertà.[1]

Durante gli anni della lotta armata era soprannominato caterpillar.[2]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato e cresciuto ad Empoli, dopo gli studi superiori da geometra, nel 1967 si iscrive alla facoltà di Architettura di Firenze. Terminato il servizio militare, nel 1968, in piena contestazione giovanile, fa ritorno a Firenze[3] dove conseguirà la laurea nel 1971 per poi sfruttare il suo diploma da geometra per essere assunto prima alle dipendenze della Pirelli e poi come impiegato comunale nella sua città natale, Empoli.[4]

Esperto cacciatore e con la passione per le armi, nel 1970 si iscrive alla sezione pisana del Movimento Sociale Italiano, per poi avvicinarsi agli ambienti della destra extraparlamentare una volta maturato il convincimento che il partito, suo malgrado, stava evolvevendo in senso conservatore e reazionario.

La lotta armata[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1971 aderisce a Ordine Nuovo e si impegna, a Empoli, nell'attività politica anche attraverso la distribuzione del mensile L'orologio, rivista dell'area della destra radicale. Lo scioglimento, per decreto ministeriale, di ON nel 1973, segna l'inizio di un periodo di riflessione personale che lo porterà ben presto a maturare la decisione di convertirsi alla lotta armata attraverso anche la frequentazione degli ambienti della destra locale e pur senza una vera e propria strategia politico-rivoluzionaria.[5]

Nei primi mesi del 1972 fonda il Fronte Nazionale Rivoluzionario[6], una organizzazione armata ispirata al fascismo rivoluzionario e agli ideali della Repubblica Sociale Italiana. E' formata da un nucleo molto ridotto di estremisti toscani, tutti legati a Tuti. Per quanto dichiarato da Tuti stesso, al contrario di altre formazioni della destra radicale di quel tempo, Il FNR intendeva segnare una decisa rottura con la vecchia guardia del fascismo golpista e colluso con gli ambienti dei servizi segreti. In realtà il primo terrorista a parlare di correlazioni con la P2 è proprio un esponente del Fronte Nazionale Rivoluzionario: Luciano Franci nel 1976 di fronte al giudice Vigna[7].

Il Fronte Nazionale Rivoluzionario emerge ad inizio 1975 con una serie di attentati ad Arezzo: tra il 31 dicembre del 1974 e l'8 gennaio del 1975, avvengono tre attentati ferroviari nella tratta Arezzo-Chiusi, uno dei quali è una mancata strage[8], ordigni posizionati da membri del Fronte Nazionale Rivoluzionario. La stessa frangia terroristica effettuò anche un attentato minore, quello che provocò il crollo di un traliccio dell'Enel nei pressi di Pistoia.

La notte del 22 gennaio 1975, nell'ambito delle indagini dell'antiterrorismo nei confronti di componenti del Fronte, vengono arrestati Luciano Franci e Piero Malentacchi, che si stavano recando ad un loro deposito di esplosivo nei pressi di Castiglion Fiorentino in procinto di compiere un attentato alla Camera di Commercio di Arezzo. Viene rinvenuto il volantino di rivendicazione dell'attentato (a firma FNR) e trovati altri depositi di esplosivo. A loro viene collegato Mario Tuti, sia tramite le agende di Franci, sia tramite intercettazioni telefoniche fra l'amante di Franci, Margherita Luddi e appunto il geometra empolese. Nella notte Tuti viene avvertito dell'imminenza del mandato di cattura, ma non fugge dal proprio appartamento.

Il 24 gennaio, dopo le 20, tre agenti di polizia di Empoli arrivano a casa di Tuti per una perquisizione: il brigadiere di polizia Leonardo Falco, gli appuntati Giovanni Ceravolo e Arturo Rocca. Non hanno assolutamente idea che Tuti sia un terrorista, pensano che sia solo un collezionista di armi. Nella perquisizione viene rinvenuta una bomba a mano militare modello SRCM. Tuti ha nascosto anche un mitra con il quale uccide i primi due agenti, mentre il terzo, Arturo Rocca, viene gravemente ferito.[9]

Così Mario Tuti descrisse, in un suo memoriale consegnato alla stampa nel febbraio 1975, il fatto:

Mi trovavo, venerdì 24 gennaio 1975 nell'abitazione dei miei suoceri, sottostante al mio appartamento, quando sentii suonare, aperta la porta mi trovai di fronte tre individui in borghese che riconobbi come agenti del locale Commissariato di Polizia. In seguito le notizie sono state artefatte per mascherare l'incapacità e l'impotenza delle forze del regime, che superiori in uomini e mezzi e con il vantaggio della sorpresa e dell'imbroglio sono state sconfitte dalla prima reazione decisa di un combattente nazional rivoluzionario[10].

In realtà i tre poliziotti erano disarmati.

Dopo il duplice omicidio Tuti riesce a fuggire e a trascorrere nei primi mesi la sua latitanza in Toscana, grazie anche alla copertura di una rete di complicità. Subito dopo si diresse poi prima ad Ajaccio e successivamente in Francia. In difficoltà economica, Mario Tuti tenta di effettuare una rapina al comune di Empoli ma viene riconosciuto e fu costretto a fuggire. Venne identificata l'auto, appartenente ad ordinovista pisano, Mauro Mennucci. Questi, stretto dagli inquirenti, confessa il nascondiglio di Tuti in Francia.

Il 27 luglio del 1975 viene infine catturato nei pressi di Saint Raphael in un'azione congiunta fra polizia italiana e francese: ormai braccato Tuti spara ancora per uccidere, ma viene a sua volta gravemente ferito al collo dall'agente italiano dott. Vecchi che lo colpì con una calibro 6,35 che teneva nel taschino.

Secondo Mennucci, Mario Tuti avrebbe compiuto un altro attentato ferroviario, il 12 aprile del 1975, nei pressi d'Incisa Valdarno, dove la strage fu evitata solo per caso. Per questo fatto Tuti fu indagato, ma non furono raccolti riscontri al racconto di Mennucci (che nel frattempo, luglio 1982, viene ammazzato da Fabrizio Zani).

Il carcere[modifica | modifica wikitesto]

Estradato in Italia, il 13 dicembre 1975, dove nel frattempo era già stato processato per direttissima per il duplice omicidio dei due agenti e condannato all'ergastolo, il 16 maggio 1975, in contumacia. Una condanna che diventerà poi definitiva il successivo 30 novembre del 1976.[4]

Sempre nel 1976, nel processo contro il Fronte Nazionale Rivoluzionario per gli attentati sulla ferrovia Firenze-Chiusi, Tuti riceve una ulteriore condanna a 20 anni di reclusione per strage, detenzione illegale di esplosivi e di armi da guerra e di riorganizzazione del Partito fascista.[4]

Tuti finisce imputato, con altri esponenti del Fronte Nazionale Rivoluzionario, per la strage dell'Italicus, sulla base delle dichiarazioni di Aurelio Fianchini (compagno di detenzione di Luciano Franci), del giornalista Giovanni Spinoso (che raccolse informazioni in Corsica fra estremisti latitanti) e del pentito Stefano Aldo Tisei. L'istruttoria, che si concluse il 1º agosto 1980[11], vide il rinvio a giudizio, tra gli altri, anche di Tuti, accusato di aver fornito l'esplosivo per la strage. Nei successivi processi, Tuti verrà assolto in primo grado e condannato all'ergastolo in appello. La Cassazione, presidente Corrado Carnevale, poi annullerà la sentenza d'appello dando un indirizzo che determina l'assoluzione definitiva nel 1992.[12][13]

Durante il carcere Mario Tuti produce un documento dove è spiegata la sua ideologia terroristica:

"Il terrorismo, sia indiscriminato che contro obiettivi ben individuati, e il suo potenziale offensivo (è stato definito l’aereo da bombardamento del popolo) (…) può essere indicato per scatenare l’offensiva contro le forze del regime contando sull’impressione prodotta sia sul nemico che sulle forze almeno in parte a noi favorevoli. (…) E’ indubbio che si avrà quasi automaticamente un estendersi della lotta armata, favorita anche dalla prevedibile recrudescenza della repressione (…). Il cecchinaggio, pur valido da un punto di vista tattico, non è di per sé sufficiente a mettere in crisi le istituzioni e per questo dovrà essere affiancato, da un punto di vista strategico, da metodi di lotta di più ampia portata e di maggiore coinvolgimento (…). La massa della popolazione sarà portata a temerci ed ammirarci, disprezzando nel contempo lo Stato per la sua incapacità"[14].

Recluso nel carcere di Novara, il 13 aprile 1981 Mario Tuti, assieme a Pierluigi Concutelli, uccide un altro neofascista, Ermanno Buzzi, condannato in primo grado per la strage di Piazza della Loggia a Brescia, del 28 maggio 1974.[15] Anche per questo omicidio Tuti verrà condannato all'ergastolo. Tuti aveva già preannunciato in qualche modo la morte di Buzzi, scrivendo sulla rivista carceraria Quex che questi fosse un infame. Secondo il giudice Zorzi il delitto si legherebbe a quello di Mennucci, un "meccanismo di do ut des", in cui vengono eliminati due testimoni dell'estrema destra scomodi[16].

Nell'agosto 1987 guida la rivolta dei detenuti nel penitenziario di Porto Azzurro, all'isola d'Elba che gli costerà l'ennesima condanna a 14 anni e due mesi di reclusione.[17]

La semilibertà[modifica | modifica wikitesto]

« Con la giustizia credo di aver saldato il mio conto. Il carcere cambia radicalmente le persone e, anche se non amo definirmi pentito, oggi non sono socialmente pericoloso e non mi ritengo neppure una persona malvagia. Con la mia coscienza, però, il conto è ancora aperto. Non ucciderei più, ma ciò non mi consola. Provo un dolore profondo e incancellabile per ciò che ho commesso. »
(Tuti intervistato da Marco Gasperetti[15])

Nonostante non si sia mai pentito o dissociato, a partire dagli anni novanta, recluso nel penitenziario di Civitavecchia, Tuti muta il suo atteggiamento carcerario e diventa un detenuto modello, cominciando un'attività di produzione artistica e multimediale. Contemporaneamente riesce anche ad ottenere i primi permessi per visitare l'anziana madre ad Empoli.[15]

Trasferito nella sezione di massima sicurezza del carcere livornese delle Sughere, grazie ad un progetto dell'Arci locale, realizza Dead can dance, un video contro la pena di morte.[4]

Dopo aver respinto per due volte la sua richiesta, il tribunale di sorveglianza di Firenze, il 20 febbraio del 2004[18], gli concede la semilibertà e la possibilità di lavoro esterno con gli ex tossicodipendenti della comunità Mondonuovo di Tarquinia.[17]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Due ergastoli per tre omicidi, 10 novembre 2010 su il Tirreno
  2. ^ Caprara, 2007, p. 77
  3. ^ Caprara, 2007, p. 87
  4. ^ a b c d Mario Tuti - Militante politico su Archivio '900
  5. ^ I 40 anni di stragi e delitti di Mario il geometra nero, 26 agosto 1987 su La Repubblica
  6. ^ Parla Mario Tuti, il killer di Buzzi «Anni di piombo, ecco la mia verità», 5 febbraio 2013 su Il Corriere della Sera
  7. ^ Verbale di confronto Franci – Batani 08.09.1976, 4agosto1974.wordpress.com. URL consultato il 1° aprile 2016.
  8. ^ "Solo la casualità, nella specie il restare in asse del binario tranciato, può evitare il deragliamento dei treni. Ciò rientra nella più comune prevedibilità ed è quanto conta per ritenere che il Franci ed il Tuti, concorrendo a porre in essere l’attentato di Terontola, dovessero quanto meno prevedere di cagionare una strage" sentenza appello Italicus pag 441.
  9. ^ In memoria del Brigadiere Leonardo Falco e dell'Appuntato Giovanni Ceravolo
  10. ^ Autointervista Tuti – 26 febbraio 1975 | La strage dell'Italicus - 4 agosto 1974
  11. ^ Tuti rinviato a giudizio. Tre ore dopo la strage a Bologna (PDF), in L'Unità, 5 agosto 2008.
  12. ^ Sentenza del processo di appello Italicus, radioradicale.it.
  13. ^ Ergastolo a Tuti e Franci, in La Stampa, 19 dicembre 1986.
  14. ^ Documento sulla progressione rivoluzionaria, 4agosto1974.wordpress.com.
  15. ^ a b c Biografia Mario Tuti su Il Corriere della Sera
  16. ^ Giudice Istruttore Gianpaolo Zorzi, Sentenza/Ordinanza Strage di Brescia 23 maggio 1993.
  17. ^ a b Mario Tuti in semilibertà fuori dal carcere l'ex terrorista, 21 febbraio 2004 su La Repubblica
  18. ^ Caprara, 2007, p. 76

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Andrea Colombo, Storia Nera, Torino, Cairo, 2007, ISBN 88-6052-091-6.
  • Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage, Milano, Rizzoli, 2011, ISBN 88-586-0278-1.
  • Mario Caprara, Gianluca Semprini, Destra estrema e criminale, Milano, Newton Compton, 2007, ISBN 88-541-0883-9.
  • Luca Innocenti, Italicus la bomba di nessuno, Fuori|onda, 2013
  • Ugo Maria Tassinari, Fascisteria, Milano, Sperling & Kupfer, 2008, ISBN 88-200-4449-8.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]