Luigi Ciavardini

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Luigi Ciavardini

Luigi Ciavardini (L'Aquila, 29 settembre 1962) è un ex terrorista italiano, ed esponente del gruppo eversivo d'ispirazione neofascista Nuclei Armati Rivoluzionari.

Dopo la militanza nel Fronte della Gioventù e nel gruppo neofascista Terza Posizione, passò alla lotta armata unendosi ai NAR. Arrestato diverse volte e condannato di molteplici reati tutti legati alla sua attività eversiva, nel 2007 è stato definitivamente ritenuto responsabile (con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro) di essere l'esecutore materiale della Strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e per questo condannato a 30 anni di reclusione.[1] Durante il periodo della lotta armata era soprannominato Gengis Khan.

È sposato con Germana, sorella degli ex militanti di Terza Posizione, Nanni e Marcello De Angelis.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato a L'Aquila ma cresciuto a Roma, dove la famiglia si trasferisce per seguire la carriera del padre, maresciallo di polizia, Luigi è il minore di tre figli della famiglia Ciavardini. “Non era una famiglia fascista, la mia...E di fascismo, di destra, di Dc e comunisti, di politica in genere non si discute...nella mia casa di Roma, piazza Mazzini 8, sesto piano, dove vivo la mia gioventù libera e spensierata”[2]

La militanza politica[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio del 1978, alla giovane età di 16 anni, comincia a frequentare la sezione del Movimento Sociale Italiano e, sempre in quell'anno, arriva il primo arresto e una condanna a due anni di reclusione per una rapina: "Ci sono finito (in carcere, ndr) per quella maledetta mania di armarsi...A casa di un rappresentante di gioielli portammo via due pistole"[3]

Aderisce poi a Lotta studentesca, prodromo di Terza Posizione in cui entrerà poi e stringerà amicizia con Nanni De Angelis e Giorgio Vale. Soprattutto con quest'ultimo, Ciavardini, partecipa a diverse rapine di finanziamento ad alcuni istituti bancari e ad azioni dimostrative come il lancio di una bomba incendiaria contro la casa di un vigile urbano.

La lotta armata con i NAR[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Nuclei Armati Rivoluzionari.

All'inizio del 1980, Ciavardini entra in contatto con i Nuclei Armati Rivoluzionari, evento che segna l'avvio del suo percorso nell'eversione:

« Ho incontrato Valerio Fioravanti e Francesca Mambro la prima volta a casa mia. Siamo a fine gennaio, il 1980 è appena iniziato, sarà l'anno più intenso e drammatico della mia vita. Giusva è celebre nell'ambiente. Un tipo deciso, fuori da tutti gli schemi e da tutti i gruppi. Un rivoluzionario, all'epoca è per me un esempio. Francesca Mambro è una ragazza e già con questo avrei detto tutto. Una ragazza estremista. In quegli anni la destra considera il gentil sesso poco più che accessorio. La Mambro sfata tutti i luoghi comuni, me ne accorgerò subito. Li accompagna sotto casa mia Giorgio Vale, è mezzanotte, saranno miei ospiti perché non sanno dove andare a dormire, i miei genitori sono fuori Roma e l'appartamento è disponibile. La prima sera dorme a casa mia solo Fioravanti, poi arriverà anche Francesca. Gli mostro il soggiorno dove passerà la notte, li osservo qualche istante, sono attratto da Giusva ma non emozionato come il ragazzino di fronte al suo mito. Una cosa è l'esempio, altro il mito. C'è senso di ospitalità nel mio comportamento, non servilismo. Deferenza, se volete, dovuta anche al fatto che mi trovo di fronte a ragazzi più grandi. Grandi, poi: io ho diciassette anni, loro poco più di venti. Valerio sembra un bambino: ha gli occhi chiari, quasi di ghiaccio, i capelli castani, la pelle chiarissima. Quando parla perde quel l'aria adolescenziale. La mattina dopo conosco anche Giorgio Cavallini. Anche lui viene portato a casa mia da Giorgio Vale, me lo presentano come “il Negro”, così Cavallini per me sarà sempre e solo il Negro. Io, Mambro, Fioravanti, Vale e Cavallini, gli inseparabili, i cinque che stavano insieme il 2 agosto. Eccoli i Nar, Nuclei armati rivoluzionari, da quell'incontro anch'io ne faccio parte. Da quel gennaio del 1980 Luigi Ciavardini finisce la breve carriera di militante di destra per diventare un terrorista di destra. Non c'è investitura ufficiale né un discorso del tipo “da oggi sei dei nostri”. Le nostre vite si sono incrociate, io cercavo gente come loro, Giusva capisce su di me può contare »

(Luigi Ciavardini da Tutta un'altra strage di Riccardo Bocca[4])

Il 6 febbraio 1980, partecipa di copertura all'agguato ai danni della pattuglia di polizia in servizio di vigilanza davanti all'ambasciata del Libano, a Roma con lo scopo di disarmarli ed impadronirsi di un mitra M12. Come poi rivelerà in seguito al suo pentimento, Cristiano Fioravanti, al sostituto procuratore di Roma, il 13 aprile 1981: «La mattina dell'omicidio Arnesano, Valerio, mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra; io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: "Gratuitamente"; fece un sorriso ed io capii».[5] Nell'agguato rimase però ucciso l'agente di pubblica sicurezza Maurizio Arnesano (allora diciannovenne), colpito a morte da Valerio Fioravanti.

Il 28 maggio 1980 partecipa all'attentato davanti al liceo romano Giulio Cesare in cui viene ucciso l'appuntato di polizia Francesco Evangelista (detto "Serpico") e ferito il suo collega Giuseppe Manfreda.[6]

« Ci ritroviamo davanti all'istituto io, Vale, Mambro e Fioravanti, siamo arrivati in sella a due vesponi bianchi. C'è anche un'auto con a bordo Cavallini e un'altra persona, sono di appoggio alla nostra azione, e sono i primi ad accorgersi che al posto dell'auto della polizia parcheggiata al centro della piazza c'è una vettura civetta, una Fiat 127 blu con a bordo due uomini in borghese. In teoria l'operazione dovrebbe saltare, l'obiettivo è quello di disarmare una volante, colpire un'auto con la scritta Polizia ha un valore dimostrativo più importante rispetto ad attaccare un'auto civile. È quello che almeno capisce Cavallini. “Andiamo”, dice Giusva dal vespone affiancando l'auto del Negro. Cavallini annuisce con la testa, mette in moto. E se ne va. Via. Noi invece partiamo con l'azione, con il Negro non ci siamo proprio capiti. Parcheggiamo i vesponi dall'altro lato della piazza, al centro, al fianco di una piccola aiuola chiusa da una rotatoria c'è la 127 con a bordo l'appuntato Franco Evangelista detto Serpico, alla guida, e l'agente Giovanni Lorefice, trent'anni, al suo fianco. Di fronte al Giulio Cesare passeggia annoiato l'appuntato Antonio Manfreda, 48 anni, sposato, padre di un figlio. Giorgio si occuperà di lui. Io, Mambro e Fioravanti circondiamo la 127. Giusva parte deciso verso il lato di Serpico, io punto al lato opposto, mi avvicino alla portiera di Lorefice. Mentre stiamo per tirar fuori le pistole per immobilizzare i due in auto, sentiamo uno sparo. Viene dalle parti di Vale e Manfreda. Lorefice, il mio uomo, sobbalza. Sparo anch'io, per reazione, dentro l'auto, senza guardare. Non c'è più tempo per pensare a nulla: anche Giusva e la Mambro aprono il fuoco. Dieci secondi con la mano al grilletto, poi il silenzio. A quel punto, penso, comincia l'operazione vera, concordata. Entro con il busto dal finestrino per rubare il mitra degli agenti. Giusva o la Mambro, non so chi dei due, vede dentro l'auto ancora un movimento. Pensa a una reazione dell'agente, non si accorge che a muovere il corpo del poliziotto sono le mie mani che frugano per disarmarlo. Un altro sparo. La pallottola entra nel corpo di Serpico, lo passa da parte a parte, devia la sua traiettoria, rimbalza sul montante dell'auto alla mia destra. Sto per uscire con il busto dall'auto, sento lo spostamento dell'aria, e un dolore sotto l'occhio sinistro. Sono stato colpito, i Ray-Ban a specchio si disintegrano, una scheggia di lente rimane infilzata nello zigomo. Mi tocco, esce il sangue, sento le urla di Giusva. “Via, andiamo via”. Vale è già salito sul nostro vespone, corro quasi accecato, il primo istinto è quello di coprirmi con una sciarpa la ferita. Monto in sella e dopo pochi secondi mi ritrovo per terra: un automobilista di passaggio ha visto l'agguato e ci ha speronato. Ci rialziamo in un istante, puntiamo verso un taxi, apro lo sportello. L'autista fa un movimento anomalo, come se volesse prendere qualcosa nel cruscotto, magari un'arma. Un altro sparo, questa volta è il tassista a urlare, lo abbiamo colpito a una mano. Di corsa riattraversiamo la piazza verso una strada laterale, dove una signora sta uscendo dal cancello di casa con la sua Golf. Basta una spinta, la donna si fa da parte, l'auto è pronta per la nostra fuga. »

(Luigi Ciavardini da Tutta un'altra strage di Riccardo Bocca[7])

L'appuntato Francesco Evangelista era dipendente e amico dell'allora responsabile del Commissariato di Via Acherusio Mauro Ciavardini, fratello di Luigi, che fu profondamente colpito dall'accaduto e entro in una profonda crisi che durò parecchio tempo..

Nonostante la giovane età e grazie alla sua risolutezza e all'audacia, l'importanza di Ciavardini in seno alla banda cresce rapidamente, dimostrandosi un eccellente elemento operativo.

Il 23 giugno 1980, Ciavardini e Gilberto Cavallini, uccidono il sostituto procuratore Mario Amato che da circa due anni conduceva le principali inchiesta sui movimenti eversivi di destra. Mentre attende l'autobus per recarsi a lavoro, alla fermata di Viale Jonio, i due terroristi arrivano nei pressi dell'abitazione del magistrato: Cavallini si avvicina poi alla fermata dell'autobus, mentre Ciavardini resta in sella alla moto, pronto alla fuga. A quel punto il negro gli si avvicina alle spalle e lo fredda con un colpo di pistola alla nuca, per poi dileguarsi in sella ad una moto guidata dal complice[8].

La mattina del 2 agosto 1980, nella sala d'aspetto della Stazione di Bologna Centrale, una bomba esplode uccidendo ottantacinque persone e ferendone oltre duecento.[9] Le indagini puntarono sin dall'inizio verso gli ambienti dell'eversione nera, ipotizzando una possibile matrice terroristica per la Strage di Bologna. In questo senso, il 23 settembre successivo, la Procura della Repubblica di Bologna emise una serie di ordini di cattura nei confronti di militanti di gruppi di estrema destra, tra cui alcuni esponenti di Terza Posizione.

Ormai latitante, dopo l'omicidio Arnesano, il 3 ottobre 1980, Ciavardini venne quindi arrestato a Roma (nei pressi di piazza Barberini), assieme a Nanni De Angelis.[10] Durante la notte del 5 ottobre, pare che De Angelis (scambiato per Ciavardini) sia stato malmenato da alcuni agenti e, per le lesioni interne dovute alle ripetute percosse, morì in carcere. Le circostanze del suo decesso non vennero mai chiarite fino in fondo. La versione ufficiale degli agenti, al contrario di quella della famiglia De Angelis, parlerà di morte per suicidio: con un lenzuolo legato ad un termosifone, De Angelis si sarebbe infatti impiccato nella sua cella d'isolamento di Rebibbia.[11]

Ciavardini, invece, fu poi liberato nel 1985, per decorrenza dei termini visto che, le sentenze di primo grado, non erano ancora arrivate.

Altri arresti e condanne[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine degli anni ottanta, Ciavardini smette, quasi totalmente, di vestire i panni dell'eversore neofascista.

Il 2 luglio 1989 viene nuovamente arrestato[12] e condannato con processo per direttissima a 12 anni per una rapina miliardaria insieme ad un altro complice, in un laboratorio orafo di Piazza Sacro Cuore, a Pescara, il 7 luglio del 1980.[13]. Nel 1991, però, si scoprirà che a compiere la rapina non fu Ciavardini ma l'anarchico Horst Fantazzini. Annullata la condanna di primo grado, venne quindi rimesso in libertà.

Il 22 novembre 1991 arriva, però, la condanna per l'omicidio del giudice Mario Amato del 23 giugno 1980. Finirà di scontare la sua pena nell'agosto del 2000.

Il 10 ottobre 2006 viene arrestato ancora una volta a Roma perché ritenuto responsabile di aver partecipato ad una rapina, il 15 settembre 2005, ai danni di un'agenzia della banca Unicredit, in via Duccio Galimberti a Roma dove, tre uomini con i volti coperti e armati, fecero irruzione disarmando la guardia giurata e portarono via circa 15 000 euro[14]. Per questo delitto, il 20 febbraio 2007, venne quindi condannato in primo grado, a 7 anni e 4 mesi di reclusione. Accuse che caddero poi in appello, il 4 febbraio 2008 quando, il presidente della II corte Giuseppe Pititto, lo assolse per non aver commesso il fatto.[15]

La strage di Bologna[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Strage di Bologna.

Nella vicenda giudiziaria legata alla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, la posizione di Ciavardini venne stralciata, in quanto minore all'epoca dei fatti.

Mentre Francesca Mambro e Valerio Fioravanti vennero condannati definitivamente all'ergastolo, il 23 novembre 1995, quali esecutori materiali della strage[16], il suo coinvolgimento avvenne tramite le testimonianze di Angelo Izzo, arrestato nel 1975 per il Massacro del Circeo e della militante neofascista Raffaella Furiozzi, catturata il 24 marzo 1985 dopo un conflitto a fuoco, durante il quale perse la vita il suo ragazzo Diego Macciò. La ragazza testimoniò che il fidanzato, prima di morire, le aveva confidato che a deporre materialmente la bomba a Bologna erano stati due militanti di Terza Posizione: Nanni De Angelis e Massimiliano Taddeini, con l'appoggio di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Izzo aggiunse poi che se c'erano De Angelis e Taddeini, doveva per forza esserci anche Luigi Ciavardini, legatissimo agli altri due.[17]

Mentre De Angelis (morto nel 1980) e Taddeini vennero ben presto prosciolti da un alibi di ferro, visto che proprio quel giorno (il 2 agosto 1980) i due si trovavano a Terni per disputare la prima finale nazionale di football americano[18], ripresi dalle telecamere RAI e alla presenza di circa 2.000 spettatori presenti sugli spalti, Ciavardini, da parte sua, testimoniò che quel giorno era con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro a Padova e non a Bologna.

« Perché una volta assolti gli altri due io rimango dentro? Per me c'è stato un continuo accanimento.Sono convinto di questo. Non potevano tirarmi in ballo direttamente e all'improvviso, senza che prima si fosse fatto il mio nome, vengono fatti i nomi di Taddeini e De Angelis a tavolino. E poi, fa acqua anche la testimonianza della Furiozzi. Non è mai stato dimostrato definitivamente che Cavallini abbia conosciuto Macciò. Che Cavallini lo abbia frequentato. E poi addirittura gli avrebbe confidato un episodio così grave? Tra Cavallini e Macciò c'è una differenza abissale di età,di esperienze, conoscenze. E Macciò è morto e non può testimoniare. È grave dirlo, ma nei tribunali di Bologna hanno tirato fuori una sceneggiatura da far concorrenza alle fiction della Rai. »

(Luigi Ciavardini da Tutta un'altra strage di Riccardo Bocca[19])

Il 30 gennaio 2000, il tribunale dei minori (nel 1980 Ciavardini era minorenne) lo assolve dal reato di strage, sentenza ribaltata però il 9 marzo del 2002 dalla sezione minori della Corte d'Appello di Bologna che lo condanna a 30 anni di reclusione come esecutore materiale dell'attentato.[20]

Il 17 dicembre 2003, la prima sezione penale della Corte di Cassazione annulla la sentenza di condanna ma, il 13 dicembre 2004 la sezione minori della Corte d'Appello di Bologna, rigetta l'annullamento confermando la pena.[21]

L'11 aprile 2007 la seconda sezione penale della Suprema Corte accoglie la richiesta della Cassazione e dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la sentenza della sezione minori della Corte d'appello di Bologna e la relativa condanna a 30 anni di reclusione per la strage di Bologna. Nel contempo, però, il tribunale annulla gli altri due capi di imputazione: concorso nella collocazione dell'ordigno esplosivo e lesioni.[22]

Con questa sentenza si chiude il suo percorso giudiziario, con un cumulo totale di condanne pari a 44 di reclusione da scontare, con possibilità di ottenere la libertà condizionale dopo 26.

Nel 2007, in collaborazione con il giornalista Gianluca Semprini, Ciavardini ha pubblicato il libro dal titolo: La Strage di Bologna - Luigi Ciavardini: un caso giudiziario in cui dichiara la sua innocenza riguardo ai fatti e ricostruendo, dal suo punto di vista, gli errori giudiziari legati al suo coinvolgimento nella strage di Bologna.[23]

Il 23 marzo del 2009, Ciavardini ha ottenuto la semilibertà.[24]

Le condanne definitive[modifica | modifica wikitesto]

  • 13 anni di reclusione per l'omicidio di Francesco Evangelista
  • 10 anni di reclusione per l'omicidio del giudice Mario Amato
  • 30 anni di reclusione per la strage di Bologna

Per le prime due condanne la somma dei 23 anni totali venne poi ridotta a 18 per continuità del reato, più altri 4 anni condonati (2 per buona condotta e 2 per il condono del 1990).

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Caprara, Gianluca Semprini, Destra estrema e criminale, Newton Compton, 2007, ISBN 88-541-0883-9.
  • Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer, 2006, ISBN 88-200-3615-0.
  • Andrea Colombo, Storia Nera, Cairo, 2007, ISBN 88-6052-091-6.
  • Gianluca Semprini, La strage di Bologna e il terrorista sconosciuto, Bietti, 2003, ISBN 88-8248-148-4.
  • Riccardo Bocca, Tutta un'altra strage, Bur, 2011, ISBN 88-586-0278-1.
  • Giovanni Bianconi, A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti, Baldini Castoldi Dalai, 2007, ISBN 978-88-6073-178-4.
  • Piero Corsini, Storia di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, Pironti, 1999, ISBN 978-88-7937-222-0.
  • Achille Melchionda, Piombo contro la Giustizia. Mario Amato e i magistrati assassinati dai terroristi, Pendragon 2010.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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