Omicidio di Alceste Campanile

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Il leader di Lotta Continua Adriano Sofri tiene un discorso in ricordo di Alceste Campanile, la cui fotografia è visibile alle spalle (1975)

L'omicidio di Alceste Campanile è un famoso caso di omicidio a sfondo politico avvenuto in Italia il 12 giugno 1975 e rimasto irrisolto sino al 1999.

Alceste Campanile[modifica | modifica wikitesto]

Campanile era nato il 21 luglio 1953 a Reggio Emilia.

Sin da giovane aveva dimostrato interesse per la politica attiva. Durante gli anni delle scuole superiori, Campanile venne in contatto con il movimento politico giovanile Fronte della Gioventù: Campanile si unì nel gruppo, e divenne noto tra i "camerati" delle compagini di estrema destra emiliane.

Tra la metà e la fine del 1973, Campanile era entrato in contatto con gli ambienti della sinistra militante, avvicinandosi inizialmente al gruppo di Lotta Continua per poi entrare nel Circolo Ottobre, uno dei rami emiliani del movimento.

Il passaggio di Campanile da un lato all'altro dello schieramento politico fu visto con sospetto da entrambi i gruppi: i sospetti presso i nuovi compagni caddero presto, tanto che Campanile divenne uno dei leader del gruppo, mentre presso i neofascisti fu additato come un traditore e un rinnegato.

Contro Campanile il Fronte della Gioventù arrivò ad organizzare una campagna di volantinaggio, che lo accusava apertamente di tradimento.

La primavera del 1975 fu un periodo molto caldo dal punto di vista dello scontro politico. Innanzitutto, il 15 giugno si sarebbero tenute le elezioni amministrative, che vedevano destra e sinistra ovviamente contrapposte e i rispettivi schieramenti in piena attività in vista dell'evento.

In secondo luogo, il 14 aprile era stato rapito un militante di sinistra milanese, Carlo Saronio. Il giovane era stato rapito da militanti dei gruppi eversivi di estrema sinistra, legati a Potere Operaio, ed era morto durante il rapimento: questi fatti tuttavia non erano noti all'epoca, e la colpa veniva in genere attribuita a gruppi neofascisti anche per via dell'operazione di disinformazione effettuata dal capo dei rapitori Carlo Fioroni tramite contatti interni alle organizzazioni "rosse".

Nell'aprile di quell'anno altri militanti erano morti in vari modi, (Claudio Varalli e Giannino Zibecchi, Tonino Micciché, Rodolfo Boschi), uccisi da neofascisti o dalle forze dell'ordine.

L'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

Il corpo di Campanile fu rinvenuto alle 23 del 12 giugno 1975 da una coppia di giovani presso Convoglio, su una strada di campagna tra Montecchio e Sant'Ilario.

Il cadavere era abbandonato nei pressi della strada. Venne chiamato il medico Francesco Fochi, che condusse l'autopsia rinvenendo due colpi di pistola, uno alla testa e uno al cuore. I colpi, all'analisi balistica, risultarono di pistole diverse.[1]

L'autopsia non rilevò tracce di scontro o colluttazione: l'omicidio appariva come un'esecuzione inaspettata, causata da qualcuno che Campanile conosceva e di cui si fidava.

La pista nera[modifica | modifica wikitesto]

I gruppi di estrema sinistra frequentati da Campanile attribuirono subito la colpa ai neofascisti: il 25 agosto 1972 a Parma alcuni neofascisti avevano già ucciso Mariano Lupo, un altro militante di Lotta Continua.

La pista legata ai neofascisti venne confermata il 17 giugno, quando a Parma venne trovata una rivendicazione del gruppo eversivo di destra Legione Europa, in forma di volantino dal titolo "Da "fascista" a comunista - viltà o convenienza"[2] La rivendicazione si riferiva ad un gruppo già noto agli inquirenti, che il giorno successivo arrestarono uno dei leader del gruppo, Donatello Ballabeni.[1]

Ballabeni era ben conosciuto ai giudici, essendo stato identificato come l'acquirente del coltello che aveva ucciso Mariano Lupo. Processato per i due omicidi, venne riconosciuto innocente e condannato solo per apologia di reato[3].

Nonostante le rivendicazioni e gli indizi, tuttavia, i Carabinieri concentrarono le inchieste soprattutto negli ambienti della sinistra, imputando l'omicidio alle Brigate Rosse o a "qualche gruppuscolo ad esse affiliato".

La pista rossa[modifica | modifica wikitesto]

Poco dopo, tuttavia, Vittorio Campanile (padre di Alceste) tenne alcuni discorsi e il 1º ottobre rilasciò un'intervista su due riviste molto lette, Il Settimanale e Gente.

L'uomo sosteneva che il figlio sarebbe stato ucciso dai suoi compagni di Lotta Continua, in quanto sarebbe venuto a sapere occasionalmente alcune informazioni relative al sequestro Saronio e fosse a conoscenza degli esecutori materiali (ormai identificati dalle indagini in alcuni militanti dell'estrema sinistra).

Vittorio Campanile sostenne la tesi secondo cui l'omicidio del figlio avrebbe dovuto coprire alcuni esponenti di gruppi militanti che avevano compiuto il rapimento ma che non erano ancora stati scoperti dagli investigatori. In particolare, l'omicidio sarebbe da attribuirsi a giovani dei collettivi autonomi emiliani, e tra questi vi sarebbero dei nomi di esponenti di spicco dei movimenti comunisti.[1]

Lotta Continua procedette nei confronti dell'uomo con una serie di querele e denunce presso il Tribunale di Roma, che però non lo trattennero dall'esprimere pubblicamente in più occasioni attacchi e accuse contro il movimento (le principali, nel marzo 1976, nel giugno 1977 e nel gennaio 1979).

Tra il 1976 e il 1977 la tesi "rossa" apparve confermata da indiscrezioni interne ai movimenti autonomi, dove occasionalmente emergevano rivendicazioni (più o meno affidabili) e persino minacce a chi avesse rotto l'omertà.

Sviluppi successivi[modifica | modifica wikitesto]

il 14 settembre 1975 venne pubblicato su Lotta Continua, quotidiano militante, un invito rivolto a chi sapesse qualcosa, per fare in modo che emergesse la verità nonostante le prime "irresponsabili dichiarazioni del padre"[3]

Nel maggio 1977 Vittorio Campanile fu denunciato per falso, scoperto ad aver falsificato la firma del figlio sull'atto di vendita di un appartamento.[3]

Il 13 giugno 1977 Campanile pubblicò di nuovo un memoriale su Il Settimanale, accusando apertamente alcuni membri di Lotta Continua, alcuni esponenti del PCI locale e sostenendo la tesi del legame con l'omicidio di Saronio. Anche a questo articolo seguirono diverse querele.

L'11 febbraio 1979 sempre su Lotta Continua comparve un'inchiesta giornalistica sull'omicidio.

L'inchiesta, scritta a più mani, oltre a esporre i fatti noti invitava chi fosse a conoscenza di informazioni sul caso a uscire allo scoperto, abbandonando il silenzio e l'omertà, strumenti mafiosi, poiché "Il comunismo non ha niente a che vedere con la mafia.".

In quegli anni Carlo Fioroni, il rapitore di Saronio, apparve confermare la "pista rossa", facendo il nome di Campanile in una deposizione: il terrorista aveva incrociato Campanile durante la preparazione del rapimento, quando si era recato a Reggio per modificare la bombola di metano della Fiat 127 usata per portare il riscatto in Svizzera. Campanile sarebbe stato presente durante l'operazione, vedendo Fioroni.

Emerge la verità[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1999 la magistratura arrestò un criminale comune, Paolo Bellini, imputato di diversi furti e rapine.

Bellini, nato nel 1953, aveva un passato di estremista nei gruppi emiliani di Avanguardia Nazionale, oltre che una serie di reati alle spalle, che lo avevano portato per anni in latitanza in Sudamerica (dal 1976) ed in prigione in Italia seppur con falso nome (venne incarcerato col nome di Roberto da Silva e come Luigi Lembo). In carcere Bellini era entrato in confidenza con Antonino Gioè, uno dei killer della Strage di Capaci, cosa che gli aveva consentito di operare informalmente come contatto tra le forze dell'ordine e la Mafia a partire dal 1993.

Durante l'interrogatorio, Bellini ebbe un cedimento e confessò di aver compiuto lui l'omicidio di Campanile, ventiquattro anni prima. Bellini e Campanile erano stati commilitoni nel Fronte della Gioventù, che in seguito avevano abbandonato. Mentre Campanile era passato alla sinistra, Bellini era migrato verso organizzazioni più attive e "dure". Il giorno dell'omicidio Bellini aveva trovato Campanile per strada, mentre quest'ultimo effettuava l'autostop: Bellini lo aveva caricato con sé, l'aveva portato sul luogo del delitto e lì lo aveva freddato.

In auto con Bellini vi sarebbe stato un altro esponente della destra locale, Roberto Leoni, leader della sede di Avanguardia Nazionale di Reggio Emilia e accusato da Bellini di aver sparato anch'egli un colpo a Campanile. Sempre secondo Bellini, l'omicidio sarebbe stato commissionato da un altro leader di Avanguardia Nazionale, Giulio Ennio Firomini, che avrebbe anche fornito l'arma del delitto grazie alla complicità di una coppia di Parma.

Leoni, Firomini e i coniugi di Parma sono stati poi scagionati da tutte le accuse.[4]

Dall'inchiesta istruita a Reggio Emilia dal Pubblico Ministero Italo Materia emerse quindi che Campanile fu ucciso da parte di militanti neofascisti per vendicarsi del "tradimento" e del passaggio all'organizzazione avversaria.[1] La sentenza definitiva è stata emessa il 30 ottobre 2007, confermando le accuse a Bellini. Lo stesso Bellini è già detenuto con sentenza definitiva a 22 anni di carcere[5][6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Carlo Lucarelli. Alceste Campanile in Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte. Torino, Einaudi, 2004. pp. 74–93. ISBN 978-88-06-16740-0.
  • Antonella Beccaria. Pentiti di niente - Il sequestro Saronio, la banda Fioroni e le menzogne di un presunto collaboratore di giustizia, p. 111-121, ISBN 978-88-6222-049-1.
  • Giovanni Vignali. La primula nera. Paolo Bellini, il protagonista occulto di trent'anni di misteri italiani. Aliberti, 2009. ISBN 978-88-7424-479-9.
  • Pino Casamassima. Alceste Campanile, in Il sangue dei Rossi, Cairo Editore, 2009. ISBN 978-88-6052-203-0.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]