Riccardo Dura

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Riccardo Dura

Riccardo Dura (Roccalumera, 12 settembre 1950Genova, 28 marzo 1980) è stato un brigatista italiano, militante delle Brigate Rosse. Dopo aver fatto parte di Lotta Continua, nel 1973-74 entrò nelle Brigate Rosse dirigendo la colonna brigatista di Genova; fu membro del Comitato Esecutivo dell'organizzazione. Da terrorista adottò il "nome di battaglia" di "Roberto".

Considerato brigatista estremamente motivato, determinato e aggressivo, partecipò direttamente ad alcuni sanguinosi attentati durante gli anni di piombo; tra le sue vittime vi furono il magistrato Francesco Coco, il commissario Antonio Esposito ed il sindacalista della CGIL Guido Rossa. Riccardo Dura morì il 28 marzo 1980 in un conflitto a fuoco con i carabinieri che avevano fatto irruzione nel covo di via Fracchia 12, a Genova, dove il brigatista viveva in clandestinità.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Riccardo Dura nacque a Roccalumera in provincia di Messina, ma crebbe a Genova, dove si trasferì con i genitori durante l'infanzia. A Genova il padre abbandonò la famiglia e Dura si trovò a vivere la giovinezza con la sola madre, con la quale ebbe un rapporto conflittuale: in una lettera scritta alla madre anni più tardi le parlerà dei difetti del suo carattere, delle sue problematiche comportamentali e del difficile rapporto con lei[1]. Il ragazzo si dimostrò ribelle e irrequieto e trascorse un periodo nella nave-riformatorio "Garaventa"[2].

Nel 1971, dopo aver terminato il servizio militare in Marina, trovò lavoro presso ditte appaltatrici presso l'impianto Italsider di Cornigliano, lo stesso dove lavorava Guido Rossa, sua futura vittima[3]. Inizia in questo periodo la sua militanza politica attiva; Dura aderì a Lotta Continua, di cui divenne militante grazie a Andrea Marcenaro; in questo movimento politico si distinse per la radicalità delle sue posizioni politiche[4].

La prima attività politico-militare[modifica | modifica wikitesto]

Un'immagine di Riccardo Dura al tempo della sua militanza in Lotta Continua

Nel 1973-74 Riccardo Dura, dopo aver abbandonato Lotta Continua, entrò a far parte delle Brigate Rosse, con il "nome di battaglia" di "Roberto". Dura motivò l'abbandono di Lotta Continua con la sua presunta decisione di imbarcarsi su navi da trasporto con l'Estremo Oriente, ma in realtà egli aveva già deciso il passaggio in clandestinità nelle Brigate Rosse; anche nell'ambito della stessa Lotta Continua si dubitò della veridicità delle motivazioni di Dura[5].

Nel 1975 divenne membro della neonata colonna genovese delle BR, fondata in quell'anno da due dirigenti delle Brigate Rosse, Mario Moretti (nome di battaglia "Maurizio"), e Rocco Micaletto ("Lucio"), appositamente trasferitisi da Milano; gli altri membri iniziali della colonna furono il pittore ed ex membro del PCI Livio Baistrocchi ("Lorenzo"), Francesco Lo Bianco ("Giuseppe"), operaio della Ansaldo, Fulvia Miglietta, studentessa e futura compagna di Dura (nome di battaglia: "Nora")[6] e Luca Nicolotti ("Valentino") trasferitosi da Torino.

Il corpo del commissario Antonio Esposito ucciso a Genova il 21 giugno 1978 da un nucleo brigatista guidato da Riccardo Dura.

Dura divenne un dirigente dell'organizzazione e dal 1976 assunse la responsabilità del Fronte Logistico della colonna, incaricato di reperire armi, materiali e basi per la lotta armata; dopo la partenza di Rocco Micaletto nel 1978, divenne il capocolonna. Stando al resoconto fatto da Patrizio Peci e da altre fonti[7], Dura sarebbe stato coinvolto in prima persona nell'attività terroristica della colonna sin dall'8 giugno 1976, giorno in cui un nucleo armato delle Brigate Rosse uccise il giudice Francesco Coco e la sua scorta. Nel 1977 partecipò al sequestro dell'industriale Pietro Costa come carceriere del sequestrato nell'appartamento di via Pomposa a Genova[8]. Dura si recò anche più volte in Francia con Moretti e la Miglietta per l'approvvigionamento di armi per le Brigate Rosse; i tre brigatisti utilizzavano un sentiero del passo di Carmà, a 1.150 metri di altezza, nei pressi di Ventimiglia, per trasferire le armi in Italia; in questo modo furono anche introdotti i fucili d'assalto Kalašnikov usati anche dalla colonna genovese[9].

Il 21 giugno 1978 Riccardo Dura partecipò personalmente all'omicidio, all'interno di un autobus di linea, del commissario Antonio Esposito. Secondo la testimonianza di Adriano Duglio[10] (nome di battaglia "Eros"), membro del gruppo di fuoco brigatista coinvolto nel crimine, Dura contravvenne allo schema operativo predisposto dalle Brigate Rosse che gli assegnava il ruolo di appoggio e copertura, mentre Francesco Lo Bianco avrebbe dovuto sparare. Il terrorista invece prese parte direttamente all'assassinio e, dopo che Lo Bianco aveva già colpito il commissario, aprì il fuoco a sua volta sul commissario che, gravemente ferito, era rimasto incastrato nelle strutture della portiera dell'autobus senza cadere immediatamente a terra.

In precedenza, nell'ottobre 1977 Dura, divenuto uno dei responsabili principali del Fronte logistico delle Brigate Rosse, aveva cercato di organizzare sugli Appennini senza successo, un poligono di tiro per l'addestramento insieme al brigatista romano Valerio Morucci ("Matteo"); il tentativo si concluse con un incendio nel locale adibito a poligono ed il rischio di essere individuati dalle forze dell'ordine[11].

Invece la sua partecipazione attiva[12][13] all'agguato di via Fani è stata smentita da altri brigatisti (soprattutto da Valerio Morucci, che prese parte allo scontro a fuoco) e dalle risultanze processuali. Secondo Morucci inizialmente era stato previsto che Dura partecipasse all'agguato con il ruolo di rinforzare la copertura all'incrocio di via Stresa, ma all'ultimo momento il suo coinvolgimento diretto in via Fani sarebbe stato cancellato.

L'omicidio di Guido Rossa[modifica | modifica wikitesto]

Il cadavere di Guido Rossa, ucciso da Riccardo Dura il 24 gennaio 1979.

Il 24 gennaio 1979 Riccardo Dura fece parte, con Lorenzo Carpi ("Elio") e Vincenzo Guagliardo ("Pippo"), del gruppo brigatista che uccise il sindacalista della CGIL Guido Rossa: secondo la testimonianza di alcuni brigatisti, Guagliardo avrebbe sparato per primo ferendo alle gambe il sindacalista, mentre Dura sarebbe intervenuto in un secondo tempo uccidendo Rossa con un colpo al cuore[14]. Secondo le testimonianze di alcuni brigatisti collaboranti con la giustizia, sembra che il Comitato esecutivo delle BR e la direzione della colonna genovese avessero deciso di ferire alla gambe il sindacalista e che Dura, uccidendo Rossa, avrebbe agito di sua iniziativa.

Sulla morte di Rossa, sulle precise modalità dell'esecuzione e sulle motivazioni dei brigatisti, sono circolate comunque varie ipotesi: dall'evento fortuito in seguito a colluttazione tra i brigatisti e Rossa[15], all'eccesso di reazione di Dura di fronte alla resistenza di Rossa che cercò di barricarsi dentro la sua auto[16], alla volontà personale di Dura di uccidere un "traditore di classe" all'insaputa dei compagni e contrariamente alle indicazioni del Comitato esecutivo[17], al piano premeditato di Dura e Moretti (con il resto dell'Organizzazione all'oscuro) per uccidere Rossa. Questa tesi, avanzata principalmente da Sabina Rossa, figlia di Guido, presuppone la teoria di un doppio livello delle Brigate Rosse, con Moretti e i suoi luogotenenti considerati elementi ambigui con progetti e scopi autonomi rispetto a quelli delle BR[18].

Dal racconto di Vincenzo Guagliardo sembrerebbe che Riccardo Dura si accorse subito di aver ucciso Rossa; egli cercò di giustificare la sua azione dicendo a Guagliardo di essere intervenuto perché convinto che lui non lo avesse colpito ed anche per scarsa fiducia nelle capacità operative del suo compagno[19]. Sembra comunque che Dura sia stato criticato all'interno dell'organizzazione per la sua cruenta azione, messa in atto in contrasto con le decisioni dei comitati dirigenti delle Brigate Rosse[20]

L'ultima attività politico-militare[modifica | modifica wikitesto]

Nell'estate del 1979, insieme a Mario Moretti, Massimo Gidoni e Vincenzo Galletta, Riccardo Dura si recò in Medio Oriente, a bordo della barca "Papago", per recuperare dai palestinesi armi da distribuire ai gruppi terroristici europei[21]. Il viaggio si concluse con successo e un notevole quantitativo di armi ed esplosivi venne trasferito in Italia. Dopo il rientro a Genova, Dura riprese la sua attività organizzativa e direttiva all'interno della colonna, impegnata, come le altre formazioni brigatiste, in una cruenta offensiva contro le forze dell'ordine.

Il 21 novembre 1979 secondo alcune fonti avrebbe partecipato all'omicidio dei carabinieri Vittorio Battaglini, maresciallo Comandante del Nucleo Radiomobile, e Mario Tosa, assassinati alle spalle in un bar di Sampierdarena: in realtà è dubbio il ruolo che avrebbe avuto nel crimine, in cui forse non ebbe parte diretta e che potrebbe essere stato messo materialmente in atto da Livio Baistrocchi, Lorenzo Carpi e Francesco Lo Bianco[22][23].

Il 25 gennaio 1980 prese parte all'omicidio di altri due carabinieri, il tenente colonnello Emanuele Tuttobene e l'appuntato Antonino Casu, sorpresi all'interno dell'auto in via Riboli, nel quartiere di Albaro; nell'attentato riportò gravi ferite anche il colonnello dell'Esercito Luigi Ramundo, che viaggiava coi due carabinieri[24][25]. L'agguato, stando alla testimonianza di Enrico Fenzi, sarebbe stato eseguito insieme a Livio Baistrocchi, ex pittore e ritenuto un esperto di armi all'interno della colonna[26]).

Agli inizi del 1980 Dura divenne membro del Comitato Esecutivo delle Brigate Rosse, accanto a Mario Moretti, Rocco Micaletto e Bruno Seghetti, "Claudio". Il suo nome e il suo ruolo, tuttavia, erano ancora sconosciuti alle forze di Polizia: la sua importante funzione all'interno delle Brigate Rosse sarebbe stata rivelata solo dopo la sua morte, soprattutto dai vari militanti collaboranti con gli inquirenti[27].

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Il cadavere di Riccardo Dura
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Irruzione di via Fracchia.

Riccardo Dura rimase ucciso il 28 marzo 1980 durante un conflitto a fuoco con i carabinieri in seguito alla loro irruzione nell'importante covo delle Brigate Rosse di via Fracchia 12, interno 1, a Genova. I carabinieri poterono sorprendere nella notte, grazie alle informazioni fornite dal brigatista Patrizio Peci che dopo il suo arresto stava collaborando con gli inquirenti, gli occupanti l'appartamento; nel corso dell'operazione di polizia trovarono la morte anche altri tre brigatisti, Annamaria Ludmann, la proprietaria dell'appartamento, Lorenzo Betassa e Piero Panciarelli.

Il rapporto dei carabinieri, archiviato senza ulteriori indagini dalla magistratura di Genova, affermò che, nonostante l'intimazione di resa rivolta ai terroristi, Lorenzo Betassa esplose un colpo di pistola ferendo al volto il maresciallo Rinaldo Benà. Ciò determinò la successiva reazione dei carabinieri con conseguente uccisione dei quattro brigatisti[28]. Secondo alcune fonti[29] Dura non avrebbe sparato, sarebbe stato disarmato e i quattro terroristi sarebbero stati in procinto di arrendersi[30].

La perizia necroscopica del prof. Franchini, agli atti del procedimento relativo ai fatti e ipotesi di reato, tentato omicidio del Maresciallo Benà da parte dei brigatisti, omicidio volontario o preterintenzionale da parte dei Carabinieri, recita che Dura era morto in modi e tempi assolutamente diversi dai suoi compagni e quindi sicuramente non durante l'azione. Lo uccide infatti, causa morte "encefalite acuta", un solo colpo di pistola, e non dei fucili a pompa che avevano devastato i corpi degli altri tre, sparato dall'alto in basso e da una distanza di più di trenta centimetri e meno di un metro. Rileva Franchini come il corpo del Dura non presentasse abrasioni o contusioni o graffi come chi sia abbattuto o abbia intrapreso una colluttazione per cattura.

La foto, acquisita con tutto il fascicolo processuale, riconosciuto a Luigi Grasso, imputato br e assolto con revisione, dal Tribunale "per avervi interesse" fin dal gennaio 2000, conferma per quanto "de visu" le conclusioni peritali e così i soli articoli che descrivono le foto e pubblicano larga parte degli atti, da parte dei giornalisti del Secolo XIX (Zinola) e del Lavoro Repubblica (Valli, Curia, Manzitti) in articoli di fine gennaio di quell'anno che rilevavano l'incongruenza di quell'arma corta rispetto alla versione ufficiale al riguardo dei tempi e modi.

Il corpo di Riccardo Dura non venne identificato subito e per alcuni giorni gli inquirenti non furono in grado di fornire il nome del quarto brigatista ucciso; in un primo tempo si diffuse la notizia che si trattasse di Luca Nicolotti. Solo dopo alcuni giorni, il 3 aprile, venne rivelato il nome di Riccardo Dura, comunicato con una telefonata anonima all'ANSA dalle stesse Brigate Rosse[31].

Il 5 aprile 1980 Riccardo Dura venne sepolto nel cimitero monumentale di Staglieno, e al suo funerale partecipò solo la madre Celestina Di Leo[32].

Riccardo Dura nelle impressioni degli altri brigatisti[modifica | modifica wikitesto]

Riccardo Dura è stato descritto da suoi compagni delle Brigate Rosse, tra cui i pentiti Carlo Bozzo, Gianluigi Cristiani ed in parte anche Adriano Duglio, come un fanatico sanguinario, animato da odio di classe, e perciò soprannominato "Pol Pot"[33]; è stato descritto anche come emotivamente instabile, il che sarebbe dimostrato dal comportamento tenuto durante gli omicidi di Esposito e Rossa[34]. Lo hanno inoltre presentato come fanatico militarista, avvezzo a terrorizzare le reclute brigatiste, costrette a "scavarsi la fossa" sulla collina dei Righi presso Genova, minacciandole di morte in caso di tradimento[35]. L'esponente di Lotta Continua Andrea Marcenaro, che lo conobbe durante la sua militanza nel movimento, lo descrive invece come chiuso e silenzioso[36].

Al contrario altri brigatisti ne hanno invece lodato, pur riconoscendone l'estremismo, la dedizione alla causa rivoluzionaria, la disciplina, la forte motivazione, l'attivismo e l'impegno; Valerio Morucci, che pur ne critica la violenta carica ideologica, lo definisce "fedelissimo" all'organizzazione, "compagno leale e sicuro", affidabile ed estremamente determinato[37][38][39][40][41].

L'inchiesta del 2017[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2017 la procura di Genova, a seguito dell'esposto presentato dal ricercatore universitario Luigi Grasso (nel 1979 accusato di terrorismo e successivamente prosciolto con formula piena), ha aperto un fascicolo di inchiesta con l'ipotesi di omicidio in riferimento ai fatti relativi alla morte del brigatista.[42]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ V.Tessandori: Qui Brigate Rosse, pp. 333-335.
  2. ^ P.Casamassima, I sovversivi, p. 113.
  3. ^ V.Tessandori: Qui Brigate Rosse, p. 333.
  4. ^ P.Casamassima, I sovversivi, pp. 113-114.
  5. ^ G.Bocca: Noi terroristi, p. 162.
  6. ^ M.Moretti, Brigate Rosse, una storia italiana, pp. 214-215.
  7. ^ V.Tessandori: Qui Brigate Rosse, p. 296.
  8. ^ S.Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse, p. 188.
  9. ^ S.Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse, p. 301.
  10. ^ concessa a RAI3 durante la puntata de La Grande Storia dedicata alla Colonna BR di Genova
  11. ^ V. Morucci: La peggio gioventù, pp. 269-285.
  12. ^ M.Castronuovo: Vuoto a perdere, pp. 103-106.
  13. ^ il regista Giuseppe Ferrara nel suo film Guido che sfidò le Brigate Rosse accoglie questa versione dei fatti
  14. ^ G.Bocca, Noi terroristi, p. 170; Dura in seguito, alla richiesta di spiegazioni da parte degli altri brigatisti, avrebbe risposto: "le spie vanno uccise"
  15. ^ G.Bocca, Noi terroristi, p. 170.
  16. ^ V.Tessandori, Qui Brigate Rosse, pp. 208-210; G.Fasanella/S.Rossa, Guido Rossa, mio padre, pp. 96-97, testimonianza del capo brigatista Luca Nicolotti.
  17. ^ G.Fasanella/S.Rossa, Guido Rossa, mio padre, pp. 84-85, testimonianza del brigatista Enrico Fenzi.
  18. ^ G.Fasanella/S.Rossa, Guido Rossa, mio padre, pp. 126-133.
  19. ^ G.Bianconi, Il brigatista e l'operaio, pp. 12 e 87.
  20. ^ V. Morucci: La peggio gioventù, p. 297.
  21. ^ P.Casamassima, I sovversivi, p. 114.
  22. ^ V.Tessandori, Qui Brigate Rosse, pp. 242-243.
  23. ^ G.Feliziani, Colpirne uno educarne cento, pp. 49-50.
  24. ^ G.Feliziani, Colpirne uno educarne cento, pp. 46-47.
  25. ^ A.Baldoni/S.Provvisionato, Anni di piombo, p. 417.
  26. ^ G.Bocca: Noi terroristi, p. 170-171.
  27. ^ V.Tessandori, Qui Brigate Rosse, p. 333.
  28. ^ La relazione dei carabinieri e quella del magistrato sono reperibili in: L.Podestà, Annamaria Ludmann, pp. 76-108.
  29. ^ A.Baldoni/S.Provvisionato, Anni di piombo, pp. 422-424; M.Clementi, Storia delle Brigate Rosse, p. 253.
  30. ^ A.Baldoni/S.Provvisionato, Anni di piombo, pp. 422-424 ipotizzano questa circostanza, citando anche le deduzioni di Andrea Ferro, giornalista del Corriere Mercantile di Genova il quale ha rintracciato le foto del covo di via Fracchia nel 2002, basandosi sulla posizione dei cadaveri dei brigatisti, distesi con le braccia in avanti lungo il corridoio. Altre fonti: M.Clementi, Storia delle Brigate Rosse, pp. 252-254; G.Bocca, Noi terroristi p. 171; G.Feliziani, Colpirne uno per educarne cento, pp. 84-85.
  31. ^ P.Casamassima, I sovversivi, p. 115.
  32. ^ V.Tessandori, Qui Brigate Rosse, p. 337.
  33. ^ V.Morucci, La peggio gioventù, p. 297.
  34. ^ V.Tessandori,Qui Brigate Rosse, pp. 221-222.
  35. ^ G.Bocca, Noi terroristi, p. 162.
  36. ^ A. Cazzullo: I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, p. 99.
  37. ^ V.Morucci, La peggio gioventù, p. 298.
  38. ^ V.Tessandori, Qui Brigate Rosse, p. 339. Caterina Picasso, l'anziana affittuaria dell'appartamento dove risiedeva prevalentemente Dura durante la clandestinità, ne diede un giudizio positivo durante i vari processi
  39. ^ M.Moretti: Brigate Rosse, una storia italiana,, pp. 214-215. Mario Moretti nelle sue memorie lo definisce un "marinaio comunista"
  40. ^ V.Guagliardo in Progetto Memoria - Sguardi ritrovati Sensibili alle foglie, 1995 Vincenzo Guagliardo lo descrive come un nuovo Carlo Pisacane
  41. ^ G.Bocca, Noi terroristi, p. 162. Alcuni suoi compagni di Lotta Continua lo descrissero come estroverso, attivo e molto apprezzato per la sua dedizione e il suo impegno ai fini della causa comunista.
  42. ^ Blitz di via Fracchia, inchiesta per omicidio. Esposto ai pm per riaprire il caso

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Adalberto Baldoni/Sandro Provvisionato, Anni di piombo, Sperling&Kupfer, 2009
  • Giovanni Bianconi, Il brigatista e l'operaio, Einaudi, Torino, 2011
  • Giorgio Bocca, Noi terroristi, Garzanti, Torino, 1985
  • Pino Casamassima, I sovversivi, Stampa alternativa, Viterbo, 2011
  • Manlio Castronuovo, Vuoto a perdere, BESA, Nardò (LE), 2007
  • Marco Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Odradek Edizioni, Roma, 2007
  • Giovanni Fasanella/Sabina Rossa, Guido Rossa, mio padre, BUR, Milano 2006
  • Giancarlo Feliziani, Colpirne uno educarne cento, Limina, Arezzo, 2004
  • Sergio Flamigni, La sfinge delle Brigate Rosse, KAOS edizioni, Milano, 2004
  • Mario Moretti, Brigate Rosse, una storia italiana, Tascabili Baldini&Castoldi, Milano, 1998
  • Valerio Morucci, La peggio gioventù, Rizzoli, Milano, 2004
  • Lorenzo Podestà, Annamaria Ludmann. Dalla scuola svizzera alle Brigate Rosse, Bradipolibri, Torino, 2006
  • Vincenzo Tessandori, Qui Brigate Rosse, Baldini Castoli Dalai, Milano, 2009

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]