Giangiacomo Feltrinelli

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Giangiacomo Feltrinelli.

Giangiacomo Feltrinelli, soprannominato Osvaldo (Milano, 19 giugno 1926Segrate, 14 marzo 1972), è stato un editore, attivista e partigiano italiano.

Partecipò molto giovane alla Resistenza e fu fondatore della casa editrice Feltrinelli e, nel 1970, dei GAP (Gruppi d'Azione Partigiana), una delle prime organizzazioni armate di sinistra della stagione degli anni di piombo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Giangiacomo Feltrinelli, detto «Giangi» (durante la lotta armata assumerà il nome di battaglia di «Osvaldo»), nasce da una delle più ricche famiglie italiane, originaria di Feltre e il cui progenitore della dinastia sarebbe un certo Pietro da Feltre. Il titolo nobiliare di famiglia è quello di Marchese di Gargnano. Il padre Carlo Feltrinelli è presidente di numerose società tra cui il Credito Italiano e l'Edison, e proprietario di aziende come la Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, (l'attuale Bastogi S.p.A), la società di costruzioni Ferrobeton S.p.A. e la Feltrinelli Legnami, società leader nel settore del commercio di legname con l'Unione Sovietica. Feltrinelli era anche cugino di Cecilia Sacchi, moglie di Vittorio Mezzogiorno e madre di Giovanna (tutti e tre famosi attori cinematografici).

Alla morte del padre, avvenuta nel 1935, la madre, Gianna Elisa Gianzana Feltrinelli, nel 1940 sposa in seconde nozze Luigi Barzini junior, famoso inviato del Corriere della Sera.

Durante il periodo della Seconda guerra mondiale la famiglia lascia Villa Feltrinelli di Gargnano, a nord di Salò, che diventerà la residenza di Benito Mussolini, e si ritira nella villa «La Cacciarella» dell'Argentario, realizzata su progetto degli architetti Gio Ponti ed Emilio Lancia, trascorrendo nella residenza il periodo che va dall'estate del 1942 alla primavera del 1944.

Durante la fase iniziale del conflitto Giangiacomo simpatizza per i fascisti, tanto da tappezzare le pareti di casa con manifesti inneggianti alla vittoria dell'Asse[1], ma nel 1944, dopo un colloquio con Antonello Trombadori, decide di arruolarsi nel Gruppo di Combattimento «Legnano»[2], partecipando così attivamente alla lotta antifascista a fianco della V Armata americana[1].

La militanza comunista[modifica | modifica wikitesto]

L'editore ad una manifestazione di piazza.

Finita la guerra militò nel Partito Socialista Italiano, e dopo la scissione di Palazzo Barberini passò a quello comunista[3], che sostenne anche con ingenti contributi finanziari. Nel 1948, nell'Europa devastata dalla guerra, iniziò a raccogliere documenti sulla storia del movimento operaio e sulla storia delle idee dall'illuminismo ai giorni nostri, gettando così le basi per la biblioteca di uno dei più importanti istituti di ricerca sulla storia sociale. Nasce così a Milano la Biblioteca Feltrinelli, che in seguito diverrà Fondazione[3].

La casa editrice[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giangiacomo Feltrinelli Editore.

Alla fine del 1954 fu fondatore della casa editrice Giangiacomo Feltrinelli Editore che già negli anni cinquanta pubblicò bestseller di rilievo internazionale come Il dottor Živago che Boris Pasternak terminò nel 1955 e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il primo libro edito dalla casa editrice milanese fu l'autobiografia dell'allora primo ministro indiano Nehru[1]. L'editore milanese entrò in possesso del romanzo di Pasternak nel 1956 a Berlino e affidò la traduzione in italiano a Pietro Zveteremich. Il libro fu pubblicato il 23 novembre 1957 e tre anni dopo, nell'aprile del 1960 raggiunse le 150.000 copie vendute. Per il 50º compleanno della casa editrice ne è uscita in libreria una ristampa della prima edizione.

Feltrinelli alla presentazione della traduzione italiana de Il dottor Živago.

Il dottor Živago porterà Pasternàk al Premio Nobel nel 1958. In Italia il PCI, appoggiato dal governo dell'Unione Sovietica, condusse una forte campagna diffamatoria nei confronti del libro e forti pressioni giunsero anche da Pietro Secchia affinché il libro non fosse pubblicato in Italia[4]. Il partito decise poi di ritirargli la tessera. Il 14 luglio 1958 Feltrinelli conobbe la fotografa tedesca Inge Schönthal, sua futura moglie. Dall'unione nacque il figlio Carlo.

Nel 1964 si reca a Cuba e incontra il leader della rivoluzione Fidel Castro, sostenitore dei principali movimenti di liberazione sudamericani e internazionali, con cui stabilirà una lunga amicizia. Nel 1967 Feltrinelli arriva in Bolivia e incontra Régis Debray, che nel Paese latino vive in clandestinità. L'editore è arrestato a seguito dell'intervento dei servizi segreti americani, insieme alla compagna Sibilla Melega, e scarcerato dopo soli due giorni[1]. Insieme a lui viene fermato anche il colonnello Roberto Quintanilla, che poco tempo dopo presenziò all'amputazione delle mani di Che Guevara. Intanto Castro affida all'editore italiano l'opera di Che Guevara, Diario in Bolivia, che diventerà uno dei principali best-seller della casa milanese. Feltrinelli entra in possesso di Guerrillero Heroico, la famosa foto del «Che» scattata da Alberto Korda il 5 marzo 1960, in occasione delle esequie delle vittime dell'esplosione della fregata La Coubre.

Per la pubblicazione del romanzo Il dottor Živago e per la famosa immagine di Ernesto Che Guevara esistono due versioni sui diritti d'autore: secondo alcuni Feltrinelli non fu costretto a pagarli, mentre per Sergio d'Angelo e Indro Montanelli vi furono controversie in relazione alla pubblicazione del romanzo di Pasternak[5][6].

A sostegno di questa tesi c'è anche la testimonianza di un collaboratore di Feltrinelli, Valerio Riva, il quale ha raccontato di una telefonata tra l'editore e Olga Ivinskaya (vedova di Pasternak) in cui la donna insisteva per avere i suoi soldi e Feltrinelli che si inventava qualsiasi scusa, fino a innervosirsi, pur di non pagarla[1].

Oltre a pubblicare romanzi di successo la casa editrice inizia stampare opuscoli e documenti dedicati alle tecniche guerrigliere presenti in America Latina, con testi firmati dai Tupamaros, da Che Guevara e da Camilo Torres Restrepo[3]. Negli anni successivi questi volumi verranno consultati da molti terroristi italiani, al punto da trovarne almeno uno in ogni covo delle Brigate Rosse[3].

La spedizione sardista[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1968, Giangiacomo Feltrinelli si recò in Sardegna, secondo i documenti scoperti dalla Commissione Stragi nel 1996, per prendere contatto con gli ambienti della sinistra e dell'indipendentismo isolano; nelle intenzioni di Feltrinelli, vi era il progetto di trasformare la Sardegna in una Cuba del Mediterraneo e avviare una esperienza analoga a quella di Che Guevara e Fidel Castro[3].

Tra le idee dell'editore c'era quella di affidare le truppe ribelli al bandito Graziano Mesina, allora latitante, che però rifiutò. Secondo alcuni, ciò fu grazie all'intervento del SID, nella persona di Massimo Pugliese, ufficiale dei servizi che riuscì successivamente a far saltare completamente l'iniziativa[7][8].

Attività clandestina[modifica | modifica wikitesto]

Il 12 dicembre 1969, ascoltata alla radio la notizia della strage di Piazza Fontana, Feltrinelli, che si trovava in una baita di montagna, decise di tornare a Milano. Apprese però che forze dell'ordine in borghese presidiavano l'esterno della casa editrice e immaginando che potessero essere costruite prove contro di lui[9], Feltrinelli, che aveva preso a finanziare i primi gruppi di estrema sinistra (avrà anche contatti con Renato Curcio e Alberto Franceschini, che in seguito furono i fondatori delle Brigate Rosse)[3], decise di passare alla clandestinità.

In una lettera inviata allo staff della casa editrice, all'Istituto e alle librerie e in un'intervista rilasciata alla rivista Compagni spiegò la sua decisione, pensando che dietro le bombe esplose a Milano e Roma non vi fossero, come tutti sospettavano, compreso il PCI dell'epoca, gli anarchici, ma lo Stato e l'estrema destra, utilizzando tra i primi il termine «strategia della tensione».

La sua riflessione politica successiva lo portò a scelte estreme, fondando nel 1970 i GAP. I GAP (Gruppi d'Azione Partigiana), che riprendevano la sigla dei Gruppi di Azione Patriottica della Resistenza italiana, erano un gruppo paramilitare che, come altri, riteneva che Palmiro Togliatti avesse ingannato i partigiani, prima promettendo e lasciando sperare nella Rivoluzione, e poi all'ultimo li avesse traditi, il 22 giugno 1946, bloccando la rivoluzione comunista in Italia. Ma, a differenza di quelli successivi e della moda imperante, non prendeva le distanze dall'URSS in nome di «una rivoluzione più rivoluzionaria», ma anzi riteneva che nonostante tutto (egli si dichiarava anti-stalinista e pubblicò difatti Pasternak, scrittore dissidente) l'Unione sovietica fosse l'unica speranza per il successo della rivoluzione nel mondo[10].

Più in generale Feltrinelli ipotizzava un «esercito internazionale del proletariato» composto da «avanguardie strategiche rivoluzionarie», ispirandosi al Vietnam, alla Corea del Nord, alla Cina (definita «prima riserva strategica rivoluzionaria») e agli Stati del Patto di Varsavia[1].

Sempre a riguardo dell'attività clandestina, Oreste Scalzone di Potere Operaio, nel 1988, affermò che Feltrinelli potesse essere stato l'organizzatore dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi: per quel delitto furono condannati Adriano Sofri e altri ex militanti di Lotta Continua, mentre contro l'editore non ci furono prove a riguardo[11].

Una pistola usata da Feltrinelli fu utilizzata per uccidere nel 1971, in un ufficio del consolato boliviano di Amburgo, Roberto Quintanilla, console boliviano, ex capo della polizia segreta di La Paz e uno degli uccisori di Che Guevara[1]: l'arma fu usata da una ragazza chiamata Monica Hertl[12].

Successivamente all'omicidio di Che Guevara lo stesso console aveva partecipato, nel 1969 a La Paz, alla cattura, alla tortura e alla barbara uccisione di Inti Peredo, nuovo comandante dell'ELN. Questi, uno dei pochi superstiti della disfatta di Vallegrande del 1967, stava riorganizzando la guerriglia.

La morte[modifica | modifica wikitesto]

La scena del ritrovamento del corpo sotto il traliccio.

Giangiacomo Feltrinelli morì il 14 marzo 1972. Il cadavere fu trovato il mattino dopo a Segrate da un passante, Luigi Stringhetti, che si trovava in zona con il suo cane, un bastardino di nome Twist, vicino a un traliccio dell'ENEL: subito arrivarono i carabinieri e, in un secondo momento, il commissario Luigi Calabresi, mandato dalla Questura[1]. I documenti trovati addosso al morto erano intestati a un tale Vincenzo Maggioni e la prima ipotesi formulata era che fosse morto mentre cercava di far saltare un traliccio, ma ventiquattro ore dopo si scoprì che i documenti erano falsi e che si trattava di Feltrinelli[3], il cui corpo fu riconosciuto ufficialmente all'obitorio di Milano dall'ex moglie Inge Schönthal[13].

Proprio in quei giorni era previsto a Milano il comizio del PCI che nominò segretario Enrico Berlinguer. Il Movimento Studentesco tenne all'Università Statale una conferenza e l'avvocato Marco Janni lesse una dichiarazione in cui si affermava che la tesi dell'incidente non era convincente, anche se in quel momento non si conoscevano ancora tutti gli aspetti materiali della morte di Feltrinelli; un gruppo di intellettuali capeggiato da Camilla Cederna diramò un comunicato per sostenere la stessa tesi.

Nel testo c'era scritto: «Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato. Dalle bombe del 25 aprile 1969 si è tentato di accusare l'editore milanese di essere il finanziatore e l'ispiratore di diversi attentati attribuiti agli anarchici. Il potere politico, il governo, il capitalismo italiano avevano bisogno di un mandante. […] La criminale provocazione, il mostruoso assassinio, sono la risposta della reazione internazionale allo smascheramento della strage di Stato, nel momento in cui si dimostra che il processo Valpreda è stato costituito illegalmente e dalle indagini della magistratura di Treviso emergono precise responsabilità della destra. Così si capisce perché sei o sette candelotti possono esplodere in mano a Feltrinelli lasciandone integro il volto per il sicuro riconoscimento»[1]. L'appello era firmato, oltre alla Cederna, da Luca Boneschi, Marco Janni, Francesco Fenghi, Giampiero Brega, Michelangelo Notarianni, Anna Maria Rodari, Claudio Risé, Giulio Maccacaro, Vladimiro Scatturin, Marco Fini, Marco Signorino, Sandro Canestrini, Maria Adele Teodori, Carlo Rossella e Giampiero Borella, mentre Eugenio Scalfari e Paolo Portoghesi smentirono l'adesione[1]. Anche i dirigenti comunisti erano convinti, almeno all'apparenza, che Feltrinelli fosse stato vittima di un complotto, ordito dalla CIA[14] mentre Potere Operaio, quotidiano dell'omonimo movimento extraparlamentare, commemorò Feltrinelli per l'appartenenza a un gruppo terroristico rivoluzionario, omaggiandolo come «un rivoluzionario caduto nella guerra di liberazione dallo sfruttamento»[15].

I funerali si svolsero il 28 marzo al Cimitero monumentale di Milano, messo in stato d'assedio dalle forze dell'ordine[1] con i giovani che intonarono L'Internazionale e lanciarono slogan contro la «borghesia assassina»[3].

Sulla sua morte le Brigate Rosse fecero una loro inchiesta, trovata in un covo di Robbiano di Mediglia, nel 1974. Personaggio chiave per capire la vicenda – perché vi partecipò, per sua stessa ammissione mentre veniva interrogato dalle BR che registrarono su nastro – era un certo Gunter, nome di battaglia di Ernesto Grassi, membro dei GAP di Feltrinelli morto nel 1977[16].

Un nastro magnetico trovato nel covo brigatista conteneva il racconto dettagliato del complice di Feltrinelli, che confermava la tesi dei carabinieri affermando: «All'inizio Osvaldo ha i candelotti di dinamite (della carica che serviva a far saltare il longherone centrale) in mezzo alle gambe. […] Si trova impacciato nella posizione, impreca. Sposta i candelotti, probabilmente sotto la gamba sinistra e, seduto con i candelotti sotto la gamba, in modo che li tiene fermi, sembra che prepari l'innesco, cioè il congegno di scoppio. È in questo momento che quello a mezz'aria sul traliccio sente uno scoppio fortissimo. Guarda verso l'alto e non vede nulla. Guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rotolante. La sua impressione immediata è che abbia perso entrambe le gambe. Va da lui immediatamente e gli dice: "Osvaldo, Osvaldo...". Non c'è... è scoppiato...»[3].

Da quanto dichiarato dal capo storico delle BR Alberto Franceschini, il timer trovato sulla bomba che uccise Feltrinelli era un orologio Lucerne. Soltanto in un altro attentato venne usato un orologio di quel tipo, cioè in quello all'ambasciata americana di Atene il 2 settembre 1970 ad opera della giovane milanese Maria Elena Angeloni e di uno studente di nazionalità greco-cipriota. Quella bomba, come nel caso di Feltrinelli, funzionò male, tanto che a rimanere uccisi furono gli stessi attentatori. I due erano partiti da Milano, così come l'esplosivo. Quell'attentato era stato organizzato da Corrado Simioni, deus ex machina del Superclan e più tardi collegato alla struttura Hyperion di Parigi[17], una presunta scuola di lingue fondata nel 1977, a cui si sospetta facessero riferimento organizzazioni terroristiche come l'OLP, l'IRA, l'ETA e, dopo una certa fase, anche le BR[18].

Nel 1975 la procura di Milano concluse l'istruttoria, rinviando a giudizio 33 persone e affermando che l'editore era rimasto vittima di un incidente sul lavoro[19].

Il processo si svolse dal 15 febbraio al 31 marzo 1979; nell'ultima udienza, prima che i giudici entrassero in camera di consiglio, alcuni brigatisti (fra cui Renato Curcio, Giorgio Semeria e Augusto Viel) lessero un comunicato (il quarto in due mesi) in cui c'era scritto: «Osvaldo non è una vittima, ma un rivoluzionario caduto combattendo. Egli era impegnato in una operazione di sabotaggio di tralicci dell'alta tensione che doveva provocare un black-out in una vasta zona di Milano; al fine di garantire una migliore operatività a nuclei impegnati nell'attacco a diversi obiettivi. Inoltre il black-out avrebbe assicurato una moltiplicazione degli effetti delle iniziative di propaganda armata. Fu un errore tecnico da lui stesso commesso, e cioè la scelta e l'utilizzo di orologi di bassa affidabilità trasformati in timers, sottovalutando gli inconvenienti di sicurezza, a determinare l'incidente mortale e il conseguente fallimento di tutta l'operazione»[20].

Gli imputati brigatisti smentirono definitivamente la tesi dell'omicidio, aggiungendo che la loro era una commemorazione dell'editore terrorista, delle sue idee politiche e della sua buona fede comunista, e allo stesso tempo una critica rivolta agli ambienti della sinistra extraparlamentare che aveva cercato di negarle[20]. Ammisero anche che Feltrinelli non era ossessionato da un golpe neofascista, ma voleva instaurare in Italia la lotta armata, la guerra rivoluzionaria e la guerriglia urbana ispirandosi a Che Guevara – commettendo però l'errore di equiparare il partito armato alla Resistenza – ed era stato uno dei primi ad aver avuto contatti con la RAF tedesca[20]: infine affermarono che i rapporti tra GAP e BR furono caratterizzati dalla massima correttezza, senza spirito concorrenziale[20].

Il processo si concluse con 11 condanne, 7 assoluzioni, 2 prescrizioni e 9 amnistie[21], sentenza in gran parte confermata nel 1981, con qualche lieve modifica (ad esempio Giambattista Lazagna, condannato in primo grado a 4 anni e 6 mesi per detenzione d'armi e associazione sovversiva, fu assolto con formula piena dalla prima accusa, mentre il secondo reato fu coperto da amnistia)[22].

La maggioranza di coloro che avevano diffamato gli organi di polizia non disse nulla dopo le rivelazioni dei terroristi, con poche eccezioni: L'Espresso ammise che «a poche ore di distanza dalla morte di Feltrinelli l'intellighenzia democratico-progressista e l'intera sinistra iniziarono un'operazione di rimozione radicale dei fatti, ritardando la nostra presa di coscienza della realtà»[1].

Elogi e critiche[modifica | modifica wikitesto]

Sulla figura di Giangiacomo Feltrinelli si sono spesi elogi e critiche da parte dell'opinione pubblica. Leo Valiani lo apprezzò e rispettò la scelta di aderire alla clandestinità dicendo: «Feltrinelli agiva in perfetta buona fede e con disinteresse totale, che meritano il massimo rispetto, nella sua evoluzione politica cospirativa, sboccata nel sacrificio personale di un uomo che credeva nell'imminenza di una reazione fascista in Italia»[23].

Fu invece negativo il giudizio di Indro Montanelli, che lo descrisse come un padrone delle ferriere[6] divorato dalla smania di primeggiare[24], oltre a definirlo «il rampollo [di famiglia] che imparava poco o nulla […] ma voleva fare molto e subito»[6] e un rivoluzionario «da burletta», degno rappresentante della contestazione italiana[6].

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Persiste la minaccia di un colpo di stato in Italia!, Milano, Libreria Feltrinelli, 1968.
  • Estate 1969. La minaccia incombente di una svolta radicale e autoritaria a destra, di un colpo di Stato all'italiana, Milano, Libreria Feltrinelli, 1969.
  • Contro l'imperialismo e la coalizione delle destre. Proposte per una piattaforma politica della sinistra italiana, seguite da saggi e tesi su problemi specifici dello sviluppo capitalistico, Milano, Edizioni della libreria, 1970.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  2. ^ Roberta Cesana, "Libri necessari", le edizioni letterarie Feltrinelli (1955-1965), Milano, Ed. Unicopli, 2010.
  3. ^ a b c d e f g h i Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  4. ^ Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse,Roma, Newton Compton Editori, 2008. «Feltrinelli pubblicò dopo aver sbattuto la porta in faccia a quanti del PCI, Secchia in testa, erano andati da lui per convincerlo a recedere dallo sciagurato proposito.».
  5. ^ Edward Lozansky, Intervista su Inge Schoental, Kontinent USA, 2011. URL consultato il 28 maggio 2014.
  6. ^ a b c d Antonio Gnoli, 'Giangi' Feltrinelli io non ti perdono , in la Repubblica (Milano), 16 novembre 1991. URL consultato il 28 maggio 2014.
  7. ^ Morto Pugliese, l'ex ufficiale del Sid che «fermò» nel '60 il latitante Mesina, Corriere della Sera, 3 gennaio 2002.
  8. ^ Giuliano Cabitza (pseudonimo di Eliseo Spiga), Sardegna, rivolta contro la colonizzazione, Milano, Feltrinelli, 1968.
  9. ^ Biografia su Fondazione Feltrinelli
  10. ^ Articoli su Feltrinelli
  11. ^ Feltrinelli dietro i killer di Calabresi, la Repubblica, 11 settembre 1988.
  12. ^ Jürgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl, 2011 trad da Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte del Monika Ertl, 2009.
  13. ^ L'uomo morto sul traliccio è Feltrinelli
  14. ^ Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Milano, Baldini & Castoldi, 2000.
  15. ^ Michele Brambilla, L'Eskimo in redazione, Milano, Edizioni Ares, 1991.
  16. ^ Saverio Ferrari, Enrico Maltini ed Elda Necchi, Quando l'ossessione del complotto si fa storia, il manifesto, 16 ottobre 2013.
  17. ^ Insurrezione armata, a giudizio ex senatore del PSI, la Repubblica, 25 gennaio 1985.
  18. ^ Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, Segreto di Stato, Milano, Einaudi, 2000.
  19. ^ Vincenzo Tessandori, Feltrinelli non è stato ucciso. A giudizio 33 Brigatisti rossi, La Stampa, 25 marzo 1975.
  20. ^ a b c d Luciano Gulli, Il giudizio dei terroristi su Feltrinelli «Un rivoluzionario caduto combattendo», il Giornale nuovo, 1º aprile 1979.
  21. ^ Già presentato l'appello per Lazagna e altri sette, il Giornale nuovo, 3 aprile 1979.
  22. ^ Trentaquattro anni di carcere per Curcio e altri 8 brigatisti, il Giornale nuovo, 10 aprile 1981.
  23. ^ Carlo Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli, 1999.
  24. ^ Pierluigi Battista, Sofri contro Montanelli: sei un Maramaldo, La Stampa, 19 gennaio 1992.
  25. ^ New music: Neon Neon – Mid Century Modern Nightmare | Music | theguardian.com

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuliano Cabitza (pseudonimo di Eliseo Spiga), Sardegna: rivolta contro la colonizzazione, Milano, Feltrinelli, 1968.
  • Michele Brambilla, L'Eskimo in redazione, Milano, Edizioni Ares, 1991.
  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  • Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  • Valerio Riva, Un nome che è una garanzia; Un ragazzo di belle speranze; in Id. Oro da Mosca; con la collaborazione di Francesco Bigazzi. Milano, Mondadori, 1999, pp. 206 – 209; 226-232
  • Carlo Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli, 1999.
  • Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri, Segreto di Stato, Milano, Einaudi, 2000.
  • Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli. La dinastia, il rivoluzionario, Milano, Baldini & Castoldi, 2000.
  • Nanni Balestrini, L'editore, Milano, Bompiani, 1989, Roma, DeriveApprodi, 2006.
  • Pino Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse, Roma, Newton Compton Editori, 2008.
  • Roberta Cesana, "Libri necessari", le edizioni letterarie Feltrinelli (1955-1965), Milano, Ed. Unicopli, 2010.
  • Jobst Knigge, Feltrinelli - Sein Weg in den Terrorismus, Berlino, Humboldt Universität Berlin 2010.
  • Jürgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl, 2011 trad da Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte del Monika Ertl, 2009.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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