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Graziano Mesina

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Graziano Mesina

Graziano Mesina, noto anche con lo pseudonimo di Grazianeddu (Orgosolo, 4 aprile 1942Milano, 12 aprile 2025), è stato un criminale italiano, il più famoso esponente del banditismo sardo del dopoguerra, conosciuto per aver preso parte a sequestri di persona, omicidi, rapine, spaccio di stupefacenti, 10 evasioni oltre che per il ruolo di mediatore nel sequestro di Farouk Kassam[1].

Rimase nella lista dei latitanti di massima pericolosità fino al suo ultimo arresto, avvenuto il 18 dicembre 2021 a Desulo.

Graziano Mesina, soprannominato Gratzianeddu, nacque il 4 aprile 1942 a Orgosolo, in provincia di Nuoro, penultimo degli undici figli, sei maschi e cinque femmine, del pastore orgolese Pasquale Mesina e di Caterina Pinna[2]; divenne noto anche come la primula rossa del banditismo sardo.

Adolescenza e primi processi

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In quarta elementare — come raccontò egli stesso nella sua autobiografia[2] — prese a pietrate il maestro e dovette lasciare la scuola per andare in campagna come servo pastore, come già i fratelli.[2] Mesina subì il primo arresto nel 1956 all'età di 14 anni per porto d'armi abusivo, essendo stato trovato in possesso di un fucile calibro 16 rubato[3]; secondo un quotidiano, questa prima vicenda si chiuse con il perdono giudiziale[4], secondo Mesina stesso invece fu condannato a cinque anni con due anni di perdono giudiziale.[2]

Nel maggio del 1960 venne arrestato nuovamente per aver sparato in luogo pubblico. Portato nella caserma dei Carabinieri, riuscì a evadere dopo aver forzato la porta della camera di sicurezza. Dopo una breve latitanza sulle montagne intorno a Orgosolo[2], si costituì per le insistenze della famiglia e del suo avvocato, il penalista nuorese Bruno Bagedda. Venne condannato a sei mesi di reclusione per l'evasione a cui si aggiunse un mese per il possesso della pistola e portato nel carcere di Nuoro.[4] Nel luglio dello stesso anno, ancora detenuto in carcere[2], fu rapito e poi ucciso Pietrino Crasta, commerciante di Berchidda. Una lettera anonima alla questura segnalò che in località Lenardeddu, presso un terreno per il pascolo preso in affitto dai fratelli di Graziano Mesina, si sarebbe potuto trovare il cadavere di Crasta. L'11 luglio il cadavere vi fu effettivamente trovato.

I fratelli di Graziano Mesina (Giovanni, Pietro e Nicola) e alcuni vicini di pascolo furono arrestati come responsabili del delitto. Il fratello Antonio, invece, riuscì a darsi latitante, e raccolse nel frattempo elementi probanti l'innocenza sua e dei fratelli. Nel gennaio del 1961 Graziano Mesina venne scarcerato. Il 24 dicembre dello stesso anno, in un bar di Orgosolo, il pastore Luigi Mereu, zio di uno degli accusatori dei Mesina nella vicenda Crasta, venne colpito da alcuni colpi di pistola e ferito gravemente.[4] Secondo i Mesina, Mereu avrebbe cercato di "incastrarli" nella vicenda. Per il fatto venne accusato e arrestato Graziano Mesina, poi condannato a sedici anni di reclusione[3]; l'interessato si proclamò innocente, dichiarando che non vi fossero prove.[2] Venne rinchiuso nel carcere nuorese di Badu 'e Carros, mentre il 12 luglio del 1962 i fratelli Giovanni, Nicola e Pietro Mesina venneno prosciolti dopo due anni di carcere preventivo.

Evasioni e nuovi arresti

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Dal carcere di Nuoro fu inviato al Tribunale di Sassari per rispondere di un tentato omicidio ai danni di un vicino di pascolo, vicenda avvenuta tempo prima nelle campagne di Ozieri; qui il confinante gli uccise la cagna Meruledda, custode del gregge; sulle prime si giustificò dicendo di averla scambiata per una volpe, ma in seguito cambiò versione sostenendo che gli avesse rubato dell'uva. Mesina allora sventrò il cane per vedere se avesse mangiato uva, ma non se ne trovò, quindi lo malmenò. In seguito la vicenda divenne il soggetto di una canzone di Franco Trincale.[2] Durante il trasferimento per il conseguente processo, riuscì a liberarsi dalle manette. Alla stazione di Macomer saltò dal treno e scappò, ma fu catturato poco dopo da alcuni ferrovieri.[2]

Il 6 settembre riuscì a evadere dopo essersi fatto ricoverare nell'ospedale San Francesco di Nuoro, scavalcando il davanzale di una finestra e calandosi lungo un tubo dell'acqua nel quale rimase nascosto per tre giorni. Rimase in montagna latitante per tre mesi. Alla fine del mese di ottobre, il fratello Giovanni detto "Dannargiu" venne ucciso, e il suo corpo venne messo in segno di sfregio accanto a quello del suo acerrimo nemico Salvatore Mattu, anche lui assassinato. Mesina, nel tentativo di vendicare il fratello, la notte del 13 novembre 1962 entrò in un bar e secondo quanto dichiarato dall'avvocato sparò e uccise a colpi di mitra Andrea Muscau, responsabile, secondo lui, della morte del fratello ma, in realtà, innocente.[5] Venne nuovamente arrestato e condannato per omicidio a 24 anni di reclusione.

Nel gennaio del 1963 tentò l'evasione dal carcere di Nuoro, ma fu scoperto. Dopo un periodo nel carcere di Alghero, venne trasferito nel carcere di Porto Azzurro. Nell'estate del 1964 Mesina, atteso a un processo in Sardegna, tentò la fuga da una toilette del treno in corsa, ma venne catturato poco dopo. Secondo quanto detto dallo stesso Mesina, in realtà si consegnò spontaneamente per non creare problemi al carabiniere che lo aveva in consegna.[3]. Venne trasferito a Volterra dove si finse pazzo e riuscì a essere ricoverato nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Anche qui progettò la fuga, ma senza fortuna. Verso la fine del 1964 venne ancora trasferito, questa volta a Viterbo, dove nuovamente tentò di evadere e perciò venne trasferito a Spoleto.

Anche a Spoleto tentò la fuga, ma venne scoperto.[6] Nel 1965 entrò nel penitenziario di Procida dove rimase per tre mesi prima di esser ricondotto a Porto Azzurro. Trasferito a Sassari per un processo, tentò di aprire un buco nel pavimento del treno, ma non riuscì a fuggire. L'11 settembre del 1966, rinchiuso nel carcere San Sebastiano per scontare la pena, riuscì a compiere una delle sue più famose evasioni. Insieme al compagno di prigionia Miguel Atienza (il cui vero nome si scoprì in seguito essere in realtà Miguel Alberto Asencio Prados Ponte), un giovane spagnolo disertore della Legione straniera che, fuggito dalla Corsica, arrivò in Sardegna e venne arrestato a Cagliari per furto di automobile, riuscirono a fuggire scalando il muro del carcere alto 7 metri e gettandosi sotto nella centrale via Roma di Sassari.[3]

Una volta fuori dal carcere si fecero portare da un taxi a Ozieri, dando inizio alla lunga attività criminale della coppia.[3] Nella zona di Golfo Aranci rapirono il proprietario terriero Paolo Mossa. Successivamente Mossa venne liberato dopo la promessa che avrebbe pagato il riscatto. L'11 maggio 1967, a Nuoro, travestiti da poliziotti, finsero un blocco stradale e rapirono Peppino Capelli, un grosso commerciante di carni. L'ostaggio venne rilasciato dopo che la famiglia versò come riscatto 18 milioni di lire. Alla coppia furono attribuiti molti sequestri: Campus, Petretto, Moralis, Canetto, Papandrea.[3]

La morte di Atienza e la lunga detenzione

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Il 18 giugno 1967 Mesina e Atienza vennero intercettati dalle forze dell'ordine che li circondarono nelle colline di Osposidda, sotto Orgosolo. Durante lo scontro Atienza uccise due agenti, ma venne ferito a morte.[7] Mesina venne assolto dalle accuse per la morte dei due agenti.[8]

Il 27 marzo 1968 il bandito sardo fu catturato in seguito a un normale controllo dalla polizia stradale alle porte di Orgosolo.[9] Venne rinchiuso nel carcere di Nuoro. Da questo momento in poi iniziò un lungo periodo di detenzione in diverse carceri italiane tra cui Volterra e Regina Coeli. Per otto anni non si sentì più parlare di lui. Col suo arresto la stagione della rinascita del banditismo in Sardegna ebbe termine. Egli fu considerato, infatti, come colui che diede il via alla progressione criminale che portò all'invio dei reparti speciali di Polizia e Carabinieri nell'isola. Il 13 maggio 1976 il fratello Nicola fu ucciso in località "Funtana Bona": i sicari lo fecero scendere dal camion nel quale viaggiava con due operai forestali e lo uccisero a fucilate. Nonostante le richieste, venne negata a Mesina la possibilità di rientrare in Sardegna per i funerali. Il 20 agosto dello stesso anno, Mesina riuscì a fuggire insieme con un gruppo di detenuti, tra cui uno dei leader dei NAP, Martino Zichitella, dal carcere di massima sicurezza di Lecce. Proseguì la latitanza fra Roma, Milano, Torino, Genova, Bologna, Trento. Il 26 gennaio del 1977 partecipò al sequestro dell'industriale calzaturiero Mario Botticelli, in provincia di Ascoli Piceno. Il 16 marzo 1977 fu arrestato a Caldonazzo, in provincia di Trento, durante una perquisizione in un appartamento. Trascorse la detenzione nelle carceri di Favignana, Trani, Fossombrone, e passò per Cuneo e Novara, dove rimase due anni. Alla fine del 1982 venne trasferito a Porto Azzurro.

Nel 1985 ottenne un permesso di tre giorni, per tre ore al giorno per rivedere la madre a Orgosolo. Il 12 aprile ottenne un permesso di dodici ore per far visita al fratello a Crescentino, nel Vercellese. Allo scadere delle dodici ore non fece ritorno nel carcere di Vercelli. Raggiunse a Milano Valeria Fusè, una ragazza che prese a scrivergli nel carcere di Novara. I due si rifugiarono in un appartamento di Vigevano, dove il 18 aprile fecero irruzione i Carabinieri che arrestarono entrambi.[3] Trasferito nel carcere di massima sicurezza di Novara, venne condannato a ulteriori sei mesi di reclusione, mentre Fusè venne assolta.[10]

Il 19 ottobre 1992 Mesina ottenne la libertà condizionale, e dopo 29 anni di carcere si stabilì a San Marzanotto, una frazione di Asti.[11] Durante la sua permanenza ad Asti, Mesina incontrò Indro Montanelli, interessato alla vita del più famoso bandito sardo. Montanelli offrì sostegno a Mesina, ventilando la possibilità di scrivere un libro sulle molteplici evasioni che ebbero come protagonista Gratzianeddu.[3]

Il sequestro Kassam e la concessione della grazia

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Nel 1992, durante la vicenda del sequestro del piccolo Farouk Kassam, Graziano Mesina intervenne in Sardegna durante uno dei suoi permessi, con la funzione di mediatore, nel tentativo di trattare la liberazione con il gruppo di banditi sardi responsabili del sequestro del bimbo rapito a Porto Cervo il 15 gennaio e liberato a luglio.[12]

Le circostanze della liberazione non furono mai del tutto chiarite. Alla versione della polizia e del governo, che negò sempre che fosse stato pagato un riscatto, si contrappose quella di Mesina ribadita in alcune interviste, secondo cui la polizia pagò circa un miliardo di lire per il rilascio dell'ostaggio, aiutando la famiglia del bambino a soddisfare le richieste dei rapitori.[13][14] Il 4 agosto 1993 il tribunale di sorveglianza revocò la concessione della libertà condizionale dopo il ritrovamento di un Kalašnikov e altre armi da guerra nel caseggiato astigiano di Mesina, arrestato insieme ad altre due persone.[15]

Mesina, sospettato di progettare un nuovo sequestro di persona, fu nuovamente incarcerato a Voghera per scontare la pena all'ergastolo.[16] In relazione a questi nuovi procedimenti giudiziari, Mesina sostenne sempre la tesi del complotto contro di lui da parte dei servizi segreti, a causa del suo coinvolgimento nel sequestro Kassam.[17]

Nel 2001 il tribunale di Asti respinse la richiesta di scarcerazione presentata dai difensori di Mesina. Il bandito sardo fu un caso particolare nella storia giuridica italiana, avendo ricevuto la condanna all'ergastolo a causa di tre diverse condanne rispettivamente di 24, 8 e 6 anni di carcere, in applicazione della legge prevedente il cumulo delle pene per reati differenti.[18] Nel luglio del 2003 chiese ufficialmente la grazia dando mandato al suo avvocato di rivolgersi al Presidente della Repubblica.[19]

Il 25 novembre 2004, dopo la grazia concessagli dall'allora Presidente della Repubblica Ciampi su impulso del Ministro della giustizia Roberto Castelli, Mesina lasciò il carcere di Voghera per fare ritorno da uomo libero nella sua Orgosolo.[20] Complessivamente Mesina trascorse 40 anni in carcere.[3][20]

Dopo la liberazione

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Dopo la liberazione Mesina, tornato nella natia Orgosolo, intraprese la carriera di guida turistica, accompagnando i turisti nell'esplorazione dei luoghi più impervi della zona, spesso teatro delle sue latitanze e delle rocambolesche fughe, come per esempio sul Supramonte.[21] Insieme ad altri due soci, nel 2007 aprì un'agenzia di viaggi a Ponte San Nicolò, in provincia di Padova.[22]

Nuovo arresto del giugno 2013, condanna e revoca della grazia, latitanza del 2 luglio 2020

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Nel giugno 2013, a 71 anni, fu arrestato a Orgosolo. Secondo gli inquirenti, con la sua banda stava progettando un sequestro di persona: aveva già fatto un sopralluogo e fornito dettagli precisi sull'ostaggio ai suoi sodali, così come emerse dalle intercettazioni. Fu inoltre ritenuto dai magistrati della DDA di Cagliari capo di una potente organizzazione dedita a traffico di stupefacenti, furti e rapine. Dovette rispondere peraltro di associazione per delinquere.[23]

Il 12 dicembre 2016 fu condannato a 30 anni di reclusione dal tribunale di Cagliari, che dispose altresì la revoca del provvedimento di grazia.[24] Il 7 giugno 2019 venne tuttavia scarcerato per decorrenza dei termini.[25] La Cassazione rigettò il ricorso del legale, ma il 2 luglio 2020 i Carabinieri, recatisi presso la sua abitazione per notificare la sentenza e ricondurlo in carcere, non trovarono nessuno: Mesina, a 78 anni, si rese nuovamente latitante.[26] A inizio febbraio 2021 fu inserito dal Ministero dell'Interno nell'elenco dei latitanti di massima pericolosità.[27][28]

Arresto del dicembre 2021, malattia e morte

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Nella notte del 18 dicembre 2021, durante un'azione coordinata del ROS e del GIS dei Carabinieri, Mesina fu trovato in un'abitazione di Desulo e ricondotto nel carcere di Badu 'e Carros, dopo poco più di 17 mesi di latitanza.[29] Nel giugno 2022 fu trasferito nel carcere di Opera. L'11 aprile 2025, in serata, fu scarcerato per gravi motivi di salute.[30] Morì la mattina successiva, all'età di 83 anni, presso l'ospedale San Paolo di Milano, dove venne ricoverato a causa delle complicanzioni di un tumore in fase terminale.[31][32] In seguito ai funerali celebrati tre giorni dopo nella parrocchia di San Pietro a Orgosolo da don Salvatore Goddi, fu sepolto nella nuda terra presso il cimitero locale.[33]

Giangiacomo Feltrinelli

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Nel 1968, quattro anni prima di morire, Giangiacomo Feltrinelli si recò in Sardegna, secondo i documenti scoperti dalla Commissione stragi nel 1996, per prendere contatto con gli ambienti della sinistra e dell'indipendentismo isolano. Nelle intenzioni di Feltrinelli vi era il progetto di trasformare la Sardegna in una Cuba del Mediterraneo. Tra le idee dell'editore c'era quella di affidare le truppe ribelli a Mesina, allora latitante. Mesina fu poi convinto a non partecipare all'iniziativa di Feltrinelli grazie all'intervento del Servizio Informazioni Difesa (SID), nella persona di Massimo Pugliese, ufficiale dei servizi che riuscì successivamente a far saltare completamente l'iniziativa.[34]

Influenza culturale

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  1. Piero Bottino, "Si, ci aiutò Grazianeddu", in La Stampa, 25 gennaio 1993. URL consultato il 6 dicembre 2018.
  2. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Graziano Mesina (a cura di Gabriella Banda e Gabriele Moroni), Io, Mesina, Ed. Periferia, 1993. Moroni era giornalista a Il Giorno, la Banda era l'avvocato di Mesina. La prefazione è di Indro Montanelli.
  3. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Mesina, l'ultimo bandito Una vita tra cella e fughe, su archivio.corriere.it, 25 novembre 2004.
  4. 1 2 3 Mesina, vita da bandito pastore tra faide, evasioni e leggende, in La Repubblica. URL consultato il 22 settembre 2024.
  5. Filmato audio Avv. Bernardo Aste Pippo Baudo Mesina 1/5 - intervista a Mesina e all'avvocato nella trasmissione Novecento di Pippo Baudo, su YouTube, 8 marzo 2009.
  6. SPOLETO, VIA DALLA ROCCA I DETENUTI, su Archivio - la Repubblica, 3 luglio 1984. URL consultato il 6 aprile 2025.
  7. 1967. La verità poco eroica sulla morte di Atienza, che diventò bandito inseguendo il mito di Mesina, in La Nuova Sardegna. URL consultato il 22 settembre 2024.
  8. In carcere per 40 anni, poi la grazia Grazianeddu: "Ora dovrò fare qualcosa", su www.unionesarda.it, 25 novembre 2004.
  9. Mesina, vita da bandito pastore tra faide, evasioni e leggende, in la Repubblica. URL consultato il 6 aprile 2025.
  10. NUOVA INCRIMINAZIONE PER GRAZIANO MESINA, su Archivio - la Repubblica, 9 maggio 1985. URL consultato il 6 aprile 2025.
  11. HO PAGATO IL CONTO... MESINA È LIBERO, su Archivio - la Repubblica, 19 ottobre 1991. URL consultato il 6 aprile 2025.
  12. Corrado Grandesso, L'ex re del Supramonte ha ricostruito il sequestro di cui è stato mediatore [...], su Archivio La Stampa (ed. Torino), 10 gennaio 1995, p. 11. URL consultato il 18 dicembre 2021 (archiviato dall'url originale il 7 luglio 2012).
  13. KASSAM E AMICI HANNO PAGATO MA IL GROSSO L'HA MESSO LO STATO, su Archivio - la Repubblica, 16 luglio 1992. URL consultato il 6 aprile 2025.
  14. Mesina: la polizia pagò un miliardo per Farouk, su archiviostorico.corriere.it, 10 gennaio 1995.
  15. "Mesina resti in cella", su archiviostorico.corriere.it, 13 agosto 1993.
  16. Mesina senza scampo: ergastolo. progettava un altro sequestro?, su archiviostorico.corriere.it, 6 agosto 1993.
  17. Mesina in aula: Contro di me un complotto dei servizi, su La Stampa, 7 giugno 1994. URL consultato il 18 dicembre 2021 (archiviato dall'url originale il 7 luglio 2012).
  18. Graziano Mesina, l'ultimo bandito sardo: storia di una vita per il crimine, tra fughe e rapimenti, su www.rainews.it, 12 aprile 2025.
  19. Mesina: chiederò clemenza per non morire in carcere, su archiviostorico.corriere.it, 20 luglio 2003.
  20. 1 2 Mesina, primo giorno libero «E ora non so cosa farò», su archiviostorico.corriere.it, 26 novembre 2004.
  21. Jacopo Iacoboni, In gita dietro l'ergastolano. Tra i monti della Barbagia con Graziano Mesina, il bandito diventato guida turistica, su La Stampa, 10 agosto 2007, p. 25. URL consultato il 18 dicembre 2021 (archiviato dall'url originale l'8 luglio 2012).
  22. Arrestato Graziano Mesina, aprì un'agenzia a Ponte San Nicolò, su www.mattinopadova.it, 11 giugno 2013.
  23. Nuoro, torna in carcere il bandito Mesina: "Stava progettando sequestri", in Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2013. URL consultato il 6 aprile 2025.
  24. Cagliari, Graziano Mesina condannato a 30 anni di reclusione e revoca della grazia, in la Repubblica, 12 dicembre 2016. URL consultato il 6 aprile 2025.
  25. Graziano Mesina scarcerato: sentenza di condanna a 30 anni non depositata, in Il fatto quotidiano, 7 giugno 2019. URL consultato il 3 luglio 2020.
  26. Graziano Mesina irreperibile dopo condanna definitiva a 30 anni, su tg24.sky.it, 3 luglio 2020. URL consultato il 6 aprile 2025.
  27. Direzione centrale della Polizia Criminale - Elenco dei latitanti di massima pericolosità, su www.interno.gov.it. URL consultato il 22 settembre 2024.
  28. Graziano Mesina tra gli "uomini d'oro" di mafia, camorra e 'ndrangheta VIDEO, in L'Unione Sarda, 4 febbraio 2021. URL consultato il 7 febbraio 2021.
  29. È stato arrestato Graziano Mesina, il più famoso esponente del banditismo sardo, su Teleregione Live, 18 dicembre 2021. URL consultato il 22 settembre 2024.
  30. Graziano Mesina scarcerato, l'avvocato: «Non voleva morire in carcere», in La Nuova Sardegna, 11 aprile 2025. URL consultato l'11 aprile 2025.
  31. Mesina malato terminale, i legali: «Torni in carcere in Sardegna», in L'Unione Sarda. URL consultato il 12 aprile 2025.
  32. Morto Graziano Mesina, l'ex super ricercato del banditismo sardo. Era malato di tumore, in Corriere della Sera. URL consultato il 12 aprile 2025.
  33. L'ultimo bandito Graziano Mesina sepolto nella nuda terra, in La Nuova Sardegna. URL consultato il 15 aprile 2025.
  34. Morto Pugliese, l'ex ufficiale del Sid che «fermò» nel '60 il latitante Mesina, in Corriere della Sera, 3 gennaio 2002. URL consultato il 12 agosto 2009 (archiviato dall'url originale il 3 marzo 2021).

Voci correlate

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Altri progetti

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